(Gv 5,31-47)
«Ma io ho una testimonianza più grande di Giovanni» (Gv 5,36). «Gesù ha amato gli uomini nel Padre, a partire dal Padre – e così li ha amati nel loro vero essere, nella loro realtà» [Papa Benedetto].
Gesù non ama le passerelle. Il Figlio resta immerso nel Padre: non riceve appoggio e gloria da uomini o da “perimetri”, perché non è impregnato di aspettative ‘normali’.
Le attese prevedibili ritardano il germogliare del Regno, della sua caratura alternativa - nell’esperienza viva di ulteriori scambi; nella completezza di essere che ci appartiene.
La patologia della reputazione, dei convincimenti accreditati e della prassi concorde a contorno, esclude il colpo d’ali. Ma ogni speranza corta e rigida respinge Dio in nome di Dio.
Solo ciò che non è pietrificato testimonia Cristo Signore, somiglianza del Padre il quale non rigetta le nostre eccentricità, perché vuole farle crescere - recuperandone gli opposti fiorenti.
Gli stessi “momenti no” che sgretolano il prestigio sono anche una molla per attivarci e non stagnare nelle medesime situazioni di sempre; rigenerando, procedendo altrove.
Insomma, il nostro Cielo è intrecciato alla carne che trasmuta, alla terra e alla nostra polvere: sta dentro e in basso, non dietro le nuvole o nelle maniere.
In Gv compare spesso l’aspetto processuale-religioso cui la vicenda di Gesù è stata sottoposta.
Le aspirazioni degli uomini sono stranamente incardinate sul bisogno di riconoscersi gli uni gli altri, purchessia. Quindi sempre “quelli di prima”.
Il loro mondo, centrato sull’onore che si riceve: il tema è la Gloria - che però diventa un dialogo fra sordi.
«Doxa» nel mondo greco sta a significare manifestazione di prestigio, onore, stima.
In ebraico, il termine Gloria [Kabôd] indica ‘peso’ specifico, qualitativo (e manifestazione) del trascendente.
Quindi la ‘gloria’ che l’uomo dà a Dio - si fa per dire - è il contrario del criterio ellenista: un umile e grato riconoscimento, di ‘peso’ famigliare e umanizzante.
Nessuno è chiamato a prestigio e forza artificiose. La Gloria di Gesù stesso è stata unicamente la presa di coscienza e confessione di essere Inviato del Padre.
A noi non spetta altro.
I fallimenti che mettono in bilico la fama servono a farci accorgere di ciò che non avevamo notato, quindi a deviare da un destino conformista.
La Via nello Spirito è ispirata da una dimensione di Mistero e Libertà tutta da scoprire: Esodo.
Le gabbie [anche “spirituali”] colpevolizzano ogni diverso, inculcano il rimuginare, frenano le bizzarrie più feconde.
Tali intelaiature non risvegliano la creatività, anzi l’anestetizzano secondo cliché interno: dove appunto si prende «gloria gli uni dagli altri» (v.44).
Le gattabuie non insegnano a lanciarsi in modo personale e al momento giusto; e anche il ritmo non si cala sulle inclinazioni difformi, sulla loro originalità - ricchezza unica, che prepara il Nuovo irripetibile e stravagante.
Infatti l’impronta unilaterale non rispetta la natura, quindi rinforza ciò che dice di voler scacciare. Un disastro per una vita di senso e testimonianza in Cristo.
Il Signore ha avuto come unico culto quotidiano - appunto - il vuoto di sostegno sociale (non accettava le sue deviazioni) e la pienezza degli albori nel Padre.
[Giovedì 4.a sett. Quaresima, 3 aprile 2025]