Gen 28, 2025 Scritto da 

Presentazione del Signore

(Lc 2,22-40)

Luca 2:29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo

vada in pace secondo la tua parola;

Luca 2:30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,

Luca 2:31 preparata da te davanti a tutti i popoli,

Luca 2:32 luce per illuminare le genti

e gloria del tuo popolo Israele».

 

Antichissimo è l’uso liturgico del Nunc dimittis, pregato alla sera prima di andare a dormire. Che cosa significa pregare il Nunc dimittis? Significa anzitutto confessare che, avendo creduto in Dio, per noi è ormai indifferente morire o vivere, perché per fede sappiamo di non vedere più la morte. Per il credente la vera morte sta alle spalle ed è nel battesimo (Rm 6,3-11), per cui la morte che ci sta davanti non deve più essere motivo di angoscia o di paura. A ogni credente sono rivolte le parole: "chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno" (Gv11,26), che Gesù disse a Marta.

Ripetere le parole di Simeone ci porta a una confessione di fede per cui possiamo dire a Dio che ormai può licenziarci dal suo servizio. Andando a dormire noi ci prepariamo a un momento di impotenza, un momento in cui non siamo padroni di nulla, ci apprestiamo al sonno, che è una figura della morte. Con questo cantico ci disponiamo ad accogliere nella pace l’ora in cui moriremo. Morire è una cosa difficile, e morire bene è una grazia rara, ma se ci esercitiamo ogni sera a fare del sonno una profezia della morte, allora ci prepariamo ad andare verso la morte come all’incontro con il Signore.

Con il Nunc dimittis noi confessiamo il Signore come il Padrone delle nostre vite, colui che per la sua potenza può ogni giorno chiamarci a sé, e così impariamo a fare della nostra vita un servizio da cui possiamo chiedere di essere congedati.

Pregare il Nunc dimittis è ringraziare Dio per il miracolo di averci fatti giungere a sera ancora con la fede in lui: già questo è un grande miracolo che va riconosciuto con rendimento di grazie. Chiedere ogni sera di essere congedati dal servizio del Signore ci insegna che non sta a noi finire l’opera, ma che a noi spetta solamente credere e confessare che l’opera di Dio è stata da lui compiuta e portata a termine in noi. Siamo noi che nella nostra poca fede pensiamo di aver sempre qualcosa da compiere.

Per il Signore dovremmo essere sempre pronti, perché egli torna come ladro nella notte. Davanti al sonno, quando viene la notte, noi dobbiamo essere pronti a deporre il nostro respiro nelle mani del Signore, riconsegnandogli la nostra esistenza.

Pregando il Nunc dimittis noi confessiamo anche di aver visto la salvezza, di aver visto e riconosciuto l’azione di Dio. Anche alla fine di un giorno di sofferenza, di pianto, con il Nunc dimittis noi riconosciamo nella fede che Dio opera la salvezza anche attraverso eventi che ci fanno soffrire, che costituiscono per noi una contraddizione. Ma dalla fede discende la pace che ci fa confessare: ‘abbiamo visto con i nostri occhi la salvezza di Dio’. E così noi portiamo tutta la nostra giornata davanti al Signore, e se siamo stati fedeli, allora noi stessi saremo stati ‘luce del mondo’. Anche la nostra giornata, seppure segnata dalle nostre debolezze, sarà stata luce per i pagani, per i non credenti, per tutti gli uomini che abbiamo incontrato.

Anche gli eventi che ci hanno contraddetto vanno dunque considerati come qualcosa di buono attraverso cui il Signore ci conduce. Del resto Simeone, ormai vecchio e senza ruoli rilevanti, è contraddetto nella sua vita. Anna, nella sua condizione di vecchiaia e vedovanza, anche lei conosce eventi di contraddizione. Nei primi due capitoli di Luca incontriamo la sterilità, la povertà, l’irrilevanza, tutti eventi di contraddizione che attraversano la vita di tutti gli uomini di Dio di questa parte del vangelo. Eppure proprio costoro si vedono ricompensati in maniera sovrabbondante dal Signore.

Dunque anche tra gli eventi di contraddizione siamo chiamati a camminare e svolgere la nostra missione. Secondo Luca la missione è stata svolta da Simeone, da Anna, non da coloro che avevano ricevuto incarichi. Colui che dice: "Io sono la luce del mondo" (Gv 8,12) è anche colui che dice: "Voi siete la luce del mondo" (Mt5,14), associandoci alla sua missione che avviene sia nel nostro abbassamento, sia nel nostro successo.

Questo ci apre a una grande libertà nella nostra vita cristiana e nella nostra chiamata: nel successo o presi a sassate, dobbiamo andare avanti nell’obbedienza alla promessa di Dio, non fermandoci davanti alle contraddizioni di ogni giorno.

Se durante il giorno abbiamo vissuto l’obbedienza, siamo stati luce del mondo. Ma in questo mondo noi siamo anche la gloria d’Israele, perché i cristiani, la chiesa, sono i missionari d’Israele nel mondo.

Ecco, il Nunc dimittis è veramente ciò che suggella la nostra giornata. Simeone l’ha cantato alla fine, al tramonto della sua vita; noi lo cantiamo ogni sera, al concludersi delle nostre giornate, in attesa di farlo alla fine della nostra esistenza, alla sera della nostra vita.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede

 

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153 Ultima modifica il Martedì, 28 Gennaio 2025 12:59
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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St Teresa of Avila wrote: “the last thing we should do is to withdraw from our greatest good and blessing, which is the most sacred humanity of Our Lord Jesus Christ” (cf. The Interior Castle, 6, ch. 7) [Pope Benedict]
Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6) [Papa Benedetto]
Dear friends, the mission of the Church bears fruit because Christ is truly present among us in a quite special way in the Holy Eucharist. His is a dynamic presence which grasps us in order to make us his, to liken us to him. Christ draws us to himself, he brings us out of ourselves to make us all one with him. In this way he also inserts us into the community of brothers and sisters: communion with the Lord is always also communion with others (Pope Benedict)
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri (Papa Benedetto)
Jesus asks us to abide in his love, to dwell in his love, not in our ideas, not in our own self-worship. Those who dwell in self-worship live in the mirror: always looking at themselves. He asks us to overcome the ambition to control and manage others. Not controlling, serving them (Pope Francis)
Gesù ci chiede di rimanere nel suo amore, abitare nel suo amore, non nelle nostre idee, non nel culto di noi stessi. Chi abita nel culto di sé stesso, abita nello specchio: sempre a guardarsi. Ci chiede di uscire dalla pretesa di controllare e gestire gli altri. Non controllare, servirli (Papa Francesco)
In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd:  he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
In today’s Gospel passage (cf. Jn 10:27-30) Jesus is presented to us as the true Shepherd of the People of God. He speaks about the relationship that binds him to the sheep of the flock, namely, to his disciples, and he emphasizes the fact that it is a relationship of mutual recognition […] we see that Jesus’ work is explained in several actions: Jesus speaks; Jesus knows; Jesus gives eternal life; Jesus safeguards (Pope Francis)
Nel Vangelo di oggi (cfr Gv 10,27-30) Gesù si presenta come il vero Pastore del popolo di Dio. Egli parla del rapporto che lo lega alle pecore del gregge, cioè ai suoi discepoli, e insiste sul fatto che è un rapporto di conoscenza reciproca […] vediamo che l’opera di Gesù si esplica in alcune azioni: Gesù parla, Gesù conosce, Gesù dà la vita eterna, Gesù custodisce (Papa Francesco)

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