18a Domenica T.O. (anno A) [2 agosto 2016]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 1-3)
Siamo al termine del secondo libro di Isaia, tutto rivolto alla fine dell’Esilio e al ritorno nella terra promessa, per questo chiamato “libro della consolazione d’Israele”. Il cap. 54 annuncia il ritorno tanto atteso e questo capitolo precisa con quale spirito rientrare. Sono quattro i temi maggiori evocati. Primo tema: la gratuità dei doni di Dio:“venite, comprate senza pagare”. Il più difficile da accettare talora è proprio la gratuità. Si pensa a meriti e dignità da riconquistare per presentarci davanti a Dio, mentre la misericordia si china sui peccatori pentiti. Isaia afferma:“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (55,8-9). Diceva Voltaire: “Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e l’uomo gliel’ha resa bene”. Aveva ragione perché talora si immagina un Dio dagli stessi nostri sentimenti – che si vendica e punisce - mentre nella Bibbia Dio mostra sempre un’abbondanza totalmente gratuita e generosa da poter dire che al supermercato di Dio, tutto è sempre gratuito. Ma se tutto è gratuito, noi possiamo fare il bello e il cattivo tempo? Sicuramente no, perché se siamo colpiti dall’amore di Dio, il cuore cambia e cominceremo a somigliargli. In una società fondata più sul commercio che sul servizio, i cristiani devono far germogliare il regno della gratuità perché se usciamo dal registro della gratuità, siamo lontani dalle vie di Dio. Il secondo tema è la lotta contro l’idolatria, tentazione che rinasce sempre. Solo Dio detiene le chiavi della nostra felicità e libertà e, con Lui, tutto è dato. Basta fidarsi. Terzo tema è l’ascolto, la fiducia – “prestate orecchio e vivrete” “Porgi l’orecchio e vieni a me, ascolta e vivrai” (55,3). Si presta ascolto a tanta pubblicità commerciale, perché non convince questa pubblicità di Isaia, a nome di Dio, segnata dalla gratuità? La via della gratuità sta al di sopra delle nostre vie di calcolo e di “do ut des”, Quarto tema: la fedeltà di Dio all’Alleanza , altra linea forte delle prediche del secondo Isaia: esiliati, si temeva di essere abbandonati da Dio per sempr e invece il suo amore è totalmente gratuito e senza condizioni, e non mette mai in discussione la sua Alleanza; anzi la rinnova a ogni istante.
Salmo responsoriale (144/145)
Il Salmo 144/145 è salmo alfabetico di lode all’Alleanza. La prima lettura di questa domenica dice la gratuità e l’abbondanza dei doni di Dio; questo salmo non dice altro che questo! È un salmo alfabetico, acrostico: ha tanti versetti quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico, ogni versetto inizia con una lettera alfabetica. Questo stile di composizione ha un senso preciso, sempre lo stesso: dire a Dio la riconoscenza dei credenti per il dono dell’Alleanza. Non stupisce quindi trovare in questo salmo l’evocazione di tutti gli aspetti dell’Alleanza: la scoperta straordinaria di un Dio insieme onnipotente e vicino all’uomo. Il libro della Sapienza lo diceva chiaro: “Tu, Signore, che disponi della forza, giudichi con mitezza, ci governi con molta indulgenza, perché quando vuoi puoi usare la forza” (12,16-18). Prima del libro della Sapienza, altri testi dell’AT avevano detto con forza la grandezza e la bontà di Dio. In apertura il v.8 del salmo è l’eco della rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà” (Es 34,6); il roveto ardente: Es 3,1-6 è la doppia rivelazione: Dio si rivela a Mosè nel roveto ardente mentre pascolava il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian (Cf Es3,7). Di si rivela sempre compassionevole e misericordioso = letteralmente “cuore aperto alle nostre miserie”, che parteggia per chi è nella miseria. Mosè, che prima si era velato il volto, capisce che non deve aver paura. “Il mio popolo” è richiamo all’Alleanza con il popolo da Abramo. Come aveva visto la miseria di Abramo, anziano senza figli, Dio ha visto la miseria del suo popolo. In conclusione questo salmo, come il racconto dell’Esodo, è importante per la fede d’Israele e quindi per la nostra: mostra la doppia Rivelazione che Dio è insieme il Tutto-Altro, ET il Tutto-Vicino. È il Tutto-Altro, che si avvicina solo con timore e rispetto, e insieme il Tutto-Vicino, che vede la miseria del suo popolo e suscita un liberatore. Nei versetti scelti dal Sal 144/145 per questa domenica, l’accento è messo su questa tenerezza di Dio, una convinzione che irriga per sempre la fede degli ebrei e la nostra, come riempiva il cuore di Gesù di Nazareth.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 35. 37-39)
Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio: con quest’affermazione si chiude lil cap. 8 che leggiamo da diverse settimane, in cui Paolo si meraviglia dell’amore di Dio. Al cap. 5 aveva detto: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo (Rm 5,5). Qui lascia libero corso all’esultazione che riempie il cuore dei credenti quando realizzano l’opera di Dio per loro: “Dio, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”( Rm 8,32). Da ora nessuno può spezzare l’Alleanza così stretta tra Dio e noi. Come dice la prima Preghiera Eucaristica della riconciliazione, “con le braccia tese sulla croce hai disegnato tra cielo e terra il segno indelebile dell’alleanza”. Da ora, ogni tentativo di separazione è destinato al fallimento. Paolo riprende uno dei temi maggiori della Scrittura: tutta la posta in gioco della vita dei figli di Adamo è restare attaccati a Dio, senza asciarsi separare da Lui dal Tentatore. Gesù nel deserto ha conosciuto l’offensiva del Tentatore che gli suggeriva potere, facilità, onori. Pietro stesso ha tentato Gesù per farlo fuggire dalla persecuzione inevitabile. Ma nulla, né la fame né i miraggi del successo, potevano separare il Figlio dal Padre. A loro volta Paolo e gli altri apostoli attingono dallo Spirito di Cristo la forza per restare innestati in Lui. Paolo ci consegna qui una grande professione di fede: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita… nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, Signore nostro” (Rm 8,38-39.) Non è orgoglio, è certezza di fede: Paolo non considera un minuto che il merito di questa fedeltà spetti a lui. Quando afferma “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”, la parola importante è “grazie” a Lui. La sua dichiarazione somiglia a quella del profeta Isaia sul Servo di Dio: “Il Signore Dio mi viene in aiuto; per questo non resto confuso”(Is 50,7).
Dal Vangelo secondo Matteo (14,13 -21)
L’episodio della moltiplicazione dei pani segue subito l’annuncio dell’esecuzione di Giovanni Battista. Matteo racconta la morte di Giovanni e conclude: “I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù”(14,12). La prima reazione di Gesù, che sembra prudenza, è la ritirata: “Avuta questa notizia, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte” (14,13). Ma è subito raggiunto dalle richieste della folla e “ne ebbe compassione” letteralmente “fu preso alle viscere” dice Matteo. Gesù umanamente compie una folle imprudenza. Imprudenza politica perché la saggezza in quel momento era farsi dimenticare poiché la sua popolarità gli attirerà l’odio dei capi farisei; follia perché insensato credere che cinque pani e due pesci bastino a sfamare una tale folla. I discepoli, realisti, lo fanno notare, ma Gesù dice imperturbabile: “Date loro voi stessi da mangiare”(14,16). Questo episodio fa pensare al profeta Eliseo, nel Regno del Nord, 800 anni prima, di cui tutti conoscevano la storia. In piena carestia, un fedele aveva portato in offerta le primizie del raccolto: venti pani d’orzo che normalmente spettavano a Eliseo, ma lui, viste le circostanze, decise di farne beneficiare tutti. Venti pani erano troppi per un solo profeta, ma erano ridicoli per gli affamati attorno a lui: il testo dice che c’erano cento persone. Eliseo aveva detto al servo: “Dallo da mangiare alla gente”, ma il servo aveva visto che i conti non tornavano: “Come posso metterlo davanti a cento persone?”. E il profeta insiste: “Dallo da mangiare alla gente. Poiché dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà”. E il servo distribuì: “Quelli mangiarono e ve ne avanzò, secondo la parola del Signore”(2Re 4,42-44). Anche in questo miracolo si nota la sproporzione tra il numero dei commensali, i pochi pani e pesci a disposizione e la raccolta degli avanzi. Matteo tiene a notare: “Tutti mangiarono a sazietà; e dei pezzi avanzati portarono via dodici ceste piene” (14,20.) Che cosa hanno in comune Gesù ed Eliseo? Qual è il loro segreto? Anzitutto, entrambi credono possibile la condivisione, qualunque sia il numero dei commensali, perché entrambi si affidano a Dio. In comune anche la menzione degli avanzi e la precisione “tutti mangiarono a sazietà”. Questo miracolo fa pensare al dono della manna nell’Esodo: “Vi sazierò di pane e saprete che io sono il Signore vostro Dio” (Es 16,12.). Gesù, come scrive l’evangelista, era partito per un luogo deserto in disparte in cerca di un po’ di tranquillità, ma accetta di lasciarsi raggiungere, di farsi prossimo della gente e questo lo porta a commettere la folle imprudenza di cui parlavo all’inizio. I discepoli di tutti i tempi sono a loro volta invitati a nutrire questa imprudente follia: basta cioè avere fede per ricordare che la condivisione fa miracoli. E occorre imparare a rallegrarsi della propria indigenza perché è il luogo privilegiato dell’azione di Dio. Quando riconosciamo la nostra impotenza, allora chiamiamo Dio in nostro aiuto, e questa è sempre la prima cosa da fare. Se la prima lettura, tratta da Isaia, proclama l’abbondanza e la gratuità dei doni di Dio, la moltiplicazione dei pani di Gesù ne è una magnifica illustrazione.
+Giovanni D’Ercole







