Set 21, 2026 Scritto da 

26a Domenica T.O.

26a Domenica T.O. (anno A)  [27 settembre 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (18,25-28)

 Per comprendere la profezia di Ezechiele dobbiamo ricordare il drammatico contesto in cui egli parla. Nel 597 a.C. molti abitanti di Gerusalemme furono deportati a Babilonia dall’esercito di Nabucodonosor. Gerusalemme era stata devastata, il Tempio profanato, la popolazione decimata. Gli esiliati si trovavano lontani dalla Terra Promessa e da tutto ciò che aveva dato senso alla loro vita. Di fronte a una simile tragedia nasce spontanea la domanda: «Che cosa abbiamo fatto a Dio per meritare tutto questo?». A quel tempo era molto diffusa la convinzione che esistesse una corrispondenza diretta tra il comportamento dell’uomo e ciò che gli accade: il giusto viene premiato e il peccatore punito. Per questo gli esiliati ripetevano un proverbio: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). In altre parole: noi stiamo pagando per le colpe dei nostri padri e delle generazioni precedenti.

Ezechiele rompe questa mentalità. Dio dice attraverso il profeta: «Non ripeterete più questo proverbio in Israele». Nessuno è condannato a vivere sotto il peso delle colpe degli altri. Ogni persona è chiamata a rispondere delle proprie scelte. E qui emerge una grande novità: il passato non determina definitivamente il futuro. Se il malvagio cambia strada, pratica il diritto e la giustizia, si converte e ritorna a Dio, può vivere. «Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso, […] egli vivrà» (cfr. Ez 18,21). È un messaggio straordinariamente attuale: nessuno è prigioniero del proprio passato, ma sempre si può ricominciare e questo libera l’uomo dalla convinzione di essere condannato a pagare le colpe degli altri e gli restituisce la possibilità di sperare. Nessun passato è così pesante da impedire un nuovo inizio. Anche nel momento della prova, Dio apre davanti all’uomo una strada nuova. La speranza nasce proprio dalla certezza che la misericordia di Dio lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.  La conversione, nella prospettiva biblica, è proprio un cambiamento di direzione, un «fare ritorno» a Dio. Ezechiele ricorda inoltre che la vera conversione non consiste soltanto in parole o pratiche religiose: si manifesta concretamente nel praticare il diritto e la giustizia, cioè nel modo in cui trattiamo gli altri.

 

Salmo responsoriale (24/25) 

Nel Salmo tornano più volte le parole «via», «strada», «cammino» e il verbo «guidami»: Signore, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza… Il Signore indica ai peccatori la via, guida i poveri secondo giustizia e insegna agli umili la sua strada». Il tema del cammino è tipico dei salmi penitenziali. La Legge di Dio, cioè i suoi comandamenti, è come una sorta di “codice della strada”. A parlare è un peccatore che riconosce di essersi smarrito, di aver preso una strada sbagliata, e chiede a Dio di riportarlo sulla via giusta. Non a caso, nella Bibbia, convertirsi significa letteralmente «fare ritorno», «fare dietrofront». E non è mai troppo tardi per tornare indietro. Nella prima lettura, Ezechiele ci ha ricordato che un futuro è sempre possibile: nessuno è definitivamente condannato dal proprio passato. Per questo possiamo ancora pregare: «Signore, insegnami le tue vie». Che cosa ci viene chiesto? Prima di tutto non la perfezione, ma l’umiltà: «Il Signore insegna agli umili la sua via». La parola ebraica anawim, tradotta con «umili» o «poveri», indica coloro che riconoscono di essere poveri, fragili, senza risorse e bisognosi di Dio. Sono i «poveri di cuore», quelli che arrivano a pregare semplicemente: «Signore, abbi pietà di me». La loro supplica diventa già una domanda di conversione: «Signore, insegnami la tua strada». E l’io che parla nel Salmo non è soltanto un individuo, ma il popolo intero. Il Salmo 24/25 probabilmente veniva utilizzato in celebrazioni penitenziali nel Tempio di Gerusalemme e per questo nella preghiera biblica esiste una continua compenetrazione tra «io» e «noi». Il Salmo parla in prima persona, ma alla fine dice: «Libera Israele, o Dio, da tutte le sue angosce». L’«io» comprende quindi il «noi». L’uomo biblico possiede un forte senso della solidarietà tra le generazioni: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei loro discendenti; l’Alleanza con Noè, Abramo e Mosè riguarda non soltanto il singolo, ma tutto il popolo. Oggi, invece, la nostra società tende spesso a mettere al centro l’individuo, la sua libertà e i suoi diritti personali, talvolta a scapito della dimensione comunitaria. La Bibbia ha percorso un cammino diverso: ha progressivamente scoperto l’importanza della persona senza mai separarla dalla comunità. È questa una delle grandi ricchezze della rivelazione biblica: la persona non viene annullata nella comunità, ma neppure la comunità viene dimenticata a favore dell’individuo. Siamo personalmente responsabili, ma nello stesso tempo profondamente solidali gli uni con gli altri. Per questo, nel Salmo, quel peccatore umile e fiducioso è contemporaneamente ciascuno di noi e l’intera comunità dei credenti. C’è infine un particolare molto bello: il Salmo gioca continuamente sul tema della memoria e dell’oblio: «Ricordati, Signore, della tua misericordia… Non ricordare i peccati della mia giovinezza… Non dimenticarmi». È quasi una preghiera perché Dio abbia una “memoria selettiva”: che dimentichi i nostri peccati e ricordi invece la sua misericordia!

È una preghiera audace, ma anche profondamente umile. Audace, perché nasce dalla fiducia nell’Alleanza; umile, perché riconosce il proprio peccato e la propria povertà. L’uomo chiede a Dio: «Non ricordare ciò che sono stato, ricordati invece di come sei Tu: misericordioso, fedele, lento all’ira e grande nell’amore». In fondo, già nell’Antico Testamento Israele aveva scoperto qualcosa di sorprendente: Dio non è soltanto il Giudice, ma è un Padre pieno di tenerezza e misericordia. E così la preghiera del Salmo può diventare anche la nostra: “Signore, quando mi sono smarrito, insegnami la tua via. Quando sono caduto, mostrami che posso tornare. Quando mi riconosco povero e fragile, guidami. Non ricordare i miei peccati: ricordati della tua misericordia. E fa’ che il mio «io» non dimentichi mai il «noi» della comunità dei tuoi figli”.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (2,1-11)

Per la Domenica delle Palme, ogni anno ascoltiamo soprattutto la seconda parte di questo testo, quella che contempla il mistero di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio». Oggi, invece, soffermiamoci sulla prima parte, nella quale Paolo ci spiega come si vive «nel Cristo». Paolo usa questa espressione all’inizio e alla fine del brano: «Se dunque vi è qualche consolazione in Cristo…» e poi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Tra queste due affermazioni elenca gli atteggiamenti che devono caratterizzare la vita cristiana: consolazione, amore, comunione, tenerezza, compassione. Sono, non a caso, gli stessi atteggiamenti con cui nell’Antico Testamento viene descritto Dio. Essere «nel Cristo» non è quindi un modo di dire. Dal Battesimo apparteniamo a Cristo, siamo inseriti in Lui e diventiamo membra del suo Corpo. Questa nuova identità supera tutte le nostre differenze: culturali, sociali, economiche, fisiche. Abbiamo ormai un nome comune: cristiani. È come accade in una grande famiglia: quando ci incontriamo, prima di ogni altra differenza riconosciamo di appartenere alla stessa famiglia. È questo senso profondo di appartenenza che dovrebbe caratterizzare la comunità cristiana. Paolo dice: «Abbiate gli stessi sentimenti, lo stesso amore, una sola anima e una sola meta». È come se ci dicesse: fate onore alla famiglia alla quale appartenete, fate onore al nome che portate. Poi arriva un’espressione sorprendente: «Considerate gli altri superiori a voi stessi». Non significa affatto svalutarsi o pensare di essere inferiori. Il Vangelo non ci chiede di fare una classifica tra persone superiori e inferiori. Il Regno di Dio non funziona secondo la logica della competizione e del confronto. Il punto è un altro: imparare a guardare l’altro con uno sguardo positivo, quasi con un atteggiamento di ammirazione, cercando di vedere non ciò che possiede, ma ciò che egli è. Le differenze che vediamo – fisiche, culturali, sociali, economiche – appartengono soprattutto alla dimensione dell’«avere». Paolo, invece, ci porta nella dimensione dell’essere: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Quando incontro un altro battezzato, dunque, non devo fermarmi a ciò che appare. Devo ricordare che egli è membro del Corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, e che ha una vocazione personale, diversa dalla mia, ma necessaria al disegno di Dio. Ognuno possiede un dono che nessun altro può sostituire. Per la missione che Dio gli ha affidato, l’altro può essere «migliore» di me, nel senso che possiede ciò che io non possiedo e può compiere ciò che io non posso compiere. Per questo ha bisogno anche della mia stima, del mio incoraggiamento e della mia fiducia. La cosa importante non è stabilire chi vale di più, ma sapere  quale è la missione che Dio affida a ciascuno e alla comunità nel suo insieme. Ogni persona è chiamata a contribuire alla costruzione del Regno secondo il dono ricevuto dallo Spirito. C’è infine una grande verità contenuta in questo testo: il Regno di Dio è già presente, ma deve ancora compiersi nella nostra vita. In Cristo, infatti, il progetto di Dio di riunire l’umanità è già iniziato e, attraverso il Battesimo, noi siamo stati inseriti in questa realtà. Ma ciò che è già vero in Cristo deve diventare progressivamente vero anche nella nostra vita quotidiana. Il nostro essere «nel Cristo» non può rimanere una realtà interiore o una semplice formula religiosa: deve trasformare concretamente il modo in cui guardiamo, accogliamo e trattiamo gli altri, cristiani e non cristiani. E qui si comprende il legame profondo tra le due parti del testo. Prima Paolo ci dice come deve vivere chi è «nel Cristo»; poi ci mostra come Cristo stesso ha vissuto: non cercando il proprio privilegio, ma abbassandosi, facendosi servo e donandosi fino alla morte di croce. Per questo l’inno cristologico non è soltanto una bella contemplazione di Gesù: è la misura concreta della nostra vita. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Essere cristiani significa dunque lasciar entrare nella nostra vita lo stesso movimento di Cristo: non affermare noi stessi contro gli altri, ma donarci; non cercare di essere superiori, ma servire; non fermarci a ciò che l’altro possiede, ma riconoscere ciò che egli è davanti a Dio. È così che ciò che Cristo ha già compiuto diventa, giorno dopo giorno, una realtà vissuta nella Chiesa e nel mondo. 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)

«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Questa domanda di Gesù sembra semplice, quasi troppo semplice. Siamo ancora una volta nella vigna, come domenica scorsa. Un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e ci va; il secondo risponde subito: «Sì, signore», ma poi non ci va. Gesù chiede ai capi dei sacerdoti e agli anziani: «Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Evidentemente non vuole metterli alla prova con un semplice indovinello: vuole aprire loro gli occhi. La risposta è evidente: il primo. E proprio allora Gesù applica la parabola ai suoi interlocutori: voi siete come il secondo figlio. Dite «sì» a Dio, siete persone religiose, conoscete la Legge, aspettate il Messia e pregate per la sua venuta; ma quando Dio ve lo manda, non lo riconoscete e non accogliete la sua parola. La volontà del Padre era che il suo popolo, e soprattutto le sue autorità religiose, accogliesse il suo Inviato, il Messia, Gesù. Qui sta il dramma che condurrà alla Passione: proprio coloro che sembravano più preparati ad accogliere il Messia saranno quelli che rifiuteranno di riconoscerlo. Gesù allora pronuncia una parola molto forte: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio». Non li loda perché sono peccatori. Il loro peccato non è certamente un titolo di merito. Sono piuttosto come il primo figlio: hanno iniziato dicendo «no», ma poi hanno cambiato strada. Che cosa è accaduto? Hanno creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Giovanni aveva chiamato tutti alla conversione: «Portate frutti degni della conversione». I pubblicani e le prostitute, proprio perché riconoscevano la propria povertà e il proprio peccato, hanno saputo ascoltare. Le autorità religiose, invece, hanno rifiutato di credere a Giovanni e poi a Gesù. Matteo collega probabilmente questa parabola agli avvenimenti appena accaduti a Gerusalemme. All’inizio del capitolo 21 Gesù era entrato nella città e la folla lo aveva accolto come il Messia, gridando: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Sal 117/118,26). Ma questo entusiasmo non fu condiviso dai capi dei sacerdoti e dagli anziani. Quando Gesù insegnava nel Tempio, gli chiesero: «Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?». In realtà il problema era proprio questo: ai loro occhi, Gesù non possedeva l’autorità necessaria per parlare a nome di Dio. Gesù, come spesso accade, non risponde direttamente. Chiede loro: «Il battesimo di Giovanni da dove veniva: dal cielo o dagli uomini?». Essi non osano rispondere, perché qualunque risposta li avrebbe messi in difficoltà: riconoscere Giovanni avrebbe significato riconoscere anche la sua testimonianza su Gesù.

Per questo Gesù racconta la parabola dei due figli. È quasi un ultimo appello alla loro conversione. Gesù non vuole escludere nessuno: desidera la salvezza di tutti. Se parla con durezza è perché il tempo è ormai breve: siamo alla vigilia della Passione. Ma che cosa aveva detto Giovanni Battista? Aveva denunciato proprio quella sicurezza religiosa che impedisce di convertirsi: «Non dite tra voi: Abbiamo Abramo per padre». Non basta appartenere al popolo eletto, conoscere la Legge o avere una posizione religiosa. Occorre produrre frutti di conversione. Forse questo era il vero problema delle autorità: una certa sicurezza di possedere già la verità su Dio, al punto da non essere più capaci di lasciarsi interrogare dalla sua parola.

I pubblicani e le prostitute, invece, proprio perché si riconoscevano peccatori e poveri davanti a Dio, avevano le orecchie e il cuore più aperti. Il problema, dunque, non è semplicemente essere peccatori o essere religiosi. Il problema è diventare talmente sicuri delle proprie convinzioni da non riuscire più ad ascoltare Dio quando Egli parla in modo diverso da come ci aspettiamo. La parabola ci pone così davanti a una domanda molto più profonda. Non basta dire «sì» a Dio con le labbra. La fede si riconosce nella vita. Non basta conoscere la volontà del Padre: bisogna compierla. E la domanda che Gesù rivolge ai capi religiosi diventa oggi una domanda per ciascuno di noi: Sono davvero entrato nella vigna del Padre? Il mio «sì» a Dio si traduce nella mia vita concreta? Sono ancora capace di ascoltare una parola che mi invita a cambiare? Oppure penso di conoscere già tutto di Dio e non lascio più spazio alla conversione?

La parabola dei due figli va ancora più in profondità di quella degli operai dell’ultima ora. Là Gesù metteva in discussione il modo in cui giudichiamo la misericordia di Dio verso gli altri; qui mette in discussione la nostra stessa religiosità. In definitiva, Gesù non ci chiede soltanto: «Dite sì a Dio?», ma: «State facendo la volontà del Padre?» Perché nella vigna del Signore non conta soltanto ciò che diciamo, ma la risposta concreta della nostra vita.

 

+Giovanni D’Ercole

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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The Gospel of Matthew written in Hebrew or Aramaic is no longer extant, but in the Greek Gospel that we possess we still continue to hear, in a certain way, the persuasive voice of the publican Matthew, who, having become an Apostle, continues to proclaim God's saving mercy to us. And let us listen to St Matthew's message, meditating upon it ever anew also to learn to stand up and follow Jesus with determination (Pope Benedict)
Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione (Papa Benedetto)
That denarius clearly represents eternal life, a gift that God reserves for all. Indeed those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" [Pope Benedict]
Quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" [Papa Benedetto]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
The “reading and meditation of the word of God root us more deeply in Christ and guide our ministry as servants of reconciliation, justice and peace” (second Synod for Africa, Propositio 46)
La lettura e la meditazione della Parola di Dio ci radicano più profondamente in Cristo e orientano il nostro ministero di servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace (Secondo Sinodo per l’Africa, Propositio 46)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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