Giu 15, 2026 Scritto da 

12a Domenica T.O.

12ma Domenica del Tempo Ordinario (anno A)  [21 Giugno 2026]

 

Prima lettura dal libro del profeta Geremia (20,10-13)

Questo brano fa parte di quelli che vengono chiamati le «Confessioni di Geremia»; potremmo anche dire le «Confidenze di Geremia». Qui il profeta svela quanto ha di più intimo nel suo cuore e le poche righe di oggi riassumono bene i suoi sentimenti. La sua vita è un continuo paradosso: ciò che costituisce la sua gioia più profonda, la sua ragione di vivere, la sua sicurezza, è anche la fonte di tutte le sue sofferenze. Si tratta della Parola di Dio. Essa non viene nominata esplicitamente in questo testo, ma è chiaramente sottintesa. È perché proclama la Parola di Dio “in ogni occasione opportuna e non opportuna” (come dirà san Paolo) che viene perseguitato; ma è proprio questa stessa Parola che gli dà la forza di andare avanti. Si dice spesso che nessuno è profeta nella propria patria e questo si applica perfettamente a Geremia. Fu un grandissimo profeta, ma se ne resero conto soltanto dopo la sua morte. Durante la sua vita la sua parola risultava troppo scomoda. Egli stesso indica con precisione il periodo della sua predicazione: dal tredicesimo anno del regno di Giosia fino alla deportazione di Gerusalemme, cioè dal 627 al 587 a.C. Quarant’anni durante i quali vide succedersi diversi re a Gerusalemme, ma ben pochi gli diedero ascolto. Che cosa gli si rimproverava? Semplicemente il coraggio di dire la verità. E la verità non era affatto rassicurante: dall’alto al basso della scala sociale, le infedeltà all’Alleanza si moltiplicavano in ogni ambito. Ecco un esempio della sua predicazione: “Sono tutti adulteri, una banda di traditori” (Ger 9,1)… “Dal più piccolo al più grande sono tutti avidi di guadagno; dal profeta al sacerdote tutti praticano la menzogna” (Ger 8,10). In altre parole, la corruzione e l’amore per il denaro avevano corroso l’intera società e la religione non era più chesolo  una facciata. Per questo trascorse gran parte della sua vita gridando, provocando, denunciando. Talvolta compiva anche gesti insoliti per mettere in guardia il re, la corte, i sacerdoti e tutti i responsabili che stavano conducendo il popolo verso la rovina. Sul piano politico cercava di aprire gli occhi ai suoi compatrioti e osava annunciare ciò che era ormai evidente: Nabucodonosor avrebbe presto travolto Gerusalemme. Per farsi comprendere meglio, compì un gesto spettacolare: spezzò pubblicamente una brocca nuova appena uscita dalle mani del vasaio, per annunciare il destino che attendeva Gerusalemme che sarebbe stata ridotta in frantumi (Ger 19,1-11). Ma invece di ascoltarlo, lo accusarono di essere complice del nemico perché, come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare.

Tuttavia nulla e nessuno riuscì a distoglierlo dalla sua missione e. il suo segreto fu semplicemente la consapevolezza di essere stato inviato da Dio. Il suo secondo segreto era di sapere di essere troppo piccolo per il compito ricevuto e perciò non cercava la forza in se stesso, ma in Dio. E sperimentò la presenza di Dio nel cuore di tutte le sue prove. Rimane al riguardo sorprendente questa sua preghiera “Signore, fammi vedere la vendetta che compirai contro di loro, perché a te ho affidato la mia causa”. Espressione che suggerisce tre osservazioni. Anzitutto, il desiderio di rivalsa è profondamente umano, e il profeta resta un uomo la sua missione particolare non lo rende né insensibile né un superuomo. In secondo luogo, non cerca di vendicarsi, ma affida tutto a Dio. Infine, al di là di una rivalsa personale, ciò che Geremia desidera ardentemente è il trionfo della verità. Come ogni autentico profeta, egli sa già che l’amore di Dio sarà più forte di tutto e che un giorno riuscirà a eliminare ogni male dalla terra. Ecco ciò che egli chiama la vendetta di Dio: il trionfo eterno di Dio sulle forze del male.

 

Salmo Responsoriale (68/69)      

Questo salmo nasce dal grido di un credente perseguitato a causa della sua fedeltà a Dio. Il salmista soffre umiliazioni, insulti e forse persino la prigionia, ma continua a confidare nel Signore, certo che Dio ascolta gli umili e non abbandona coloro che gli appartengono. La sua sofferenza deriva proprio dal suo amore per Dio: “L’amore per la tua casa mi divora” e gli oltraggi rivolti a Dio ricadono anche su di lui. Questa esperienza richiama la vicenda dei profeti di Israele, spesso perseguitati dal loro stesso popolo. Tra essi spicca Geremia, che, come tutti i veri profeti, ebbe il coraggio di annunciare la verità di Dio anche quando risultava scomoda. Il profeta è infatti la voce di Dio nel mondo e, poiché i pensieri di Dio non coincidono con quelli degli uomini, egli cammina inevitabilmente controcorrente. La sua parola richiama alla giustizia, alla santità, alla fraternità e alla conversione, mettendo in luce ciò che molti preferirebbero nascondere. Per questo i profeti sperimentano spesso rifiuto e scoraggiamento. Mosè, Elia e soprattutto Geremia attraversarono momenti di profonda sofferenza. Geremia arrivò perfino a maledire il giorno della propria nascita, sopraffatto dalle persecuzioni e dalle umiliazioni. La sua esperienza ricorda quella di Giobbe e, in senso più ampio, quella dell’intero popolo d’Israele nei momenti di prova. Il salmista descrive la propria condizione come quella di un uomo che sta annegando: le acque lo sommergono, il fango lo trascina verso il basso e sembra non esserci più alcuna speranza. Tuttavia, proprio nel momento più oscuro, egli continua a pregare. La stessa Parola di Dio che gli procura sofferenza è la fonte della sua forza. Le immagini del salmo richiamano la vicenda di Geremia, gettato in una cisterna per aver denunciato la corruzione religiosa del popolo e del Tempio. Allo stesso modo Gesù riprenderà questa tradizione profetica quando scaccerà i mercanti dal Tempio. e in quell’occasione l’evangelista Giovanni applicherà a Cristo le parole del salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Il salmo si conclude infine con una nota di fiducia e di rendimento di grazie. Nella tradizione biblica la supplica e il ringraziamento sono strettamente uniti: il credente loda Dio ancora prima di vedere realizzata la liberazione, perché è certo della sua fedeltà. Per questo il salmista annuncia già la vittoria di Dio, la salvezza dei poveri e la gioia di quanti cercano il Signore. Così il lamento si trasforma in speranza e la sofferenza del giusto diventa testimonianza della certezza che Dio non abbandona mai i suoi fedeli.

 

Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5,12-15)

 San Paolo mette a confronto Adamo e Gesù Cristo, non come due persone storiche da paragonare, ma come due modi opposti di vivere.Adamo rappresenta l’umanità che cerca la felicità, la potenza e la pienezza lontano da Dio, confidando nelle proprie forze. Gesù Cristo rappresenta invece l’uomo che vive in piena comunione con Dio, accogliendo il suo amore e la sua vita. Secondo il racconto della Genesi, Dio ha creato l’uomo per partecipare alla sua stessa vita. Il “soffio di vita” ricevuto da Dio indica che l’essere umano vive veramente solo quando rimane unito a Lui. Il desiderio di grandezza, felicità e di infinito che abita il cuore umano è quindi buono e corrisponde al progetto di Dio. L’errore del serpente consiste nel far credere ad Adamo ed Eva che possano diventare “come Dio” senza Dio, attraverso la disobbedienza. Così facendo, essi spezzano volontariamente il legame vitale con il Creatore e cadono nella morte spirituale. Paolo parla infatti di morte e vita soprattutto in senso spirituale, non biologico.

Adamo simboleggia dunque il peccato originario: l’uomo che vuole appropriarsi di ciò che appartiene a Dio e finisce per allontanarsi dalla fonte della vita. Gesù Cristo, al contrario, non cerca di impadronirsi dell’uguaglianza con Dio, ma vive nell’accoglienza totale dell’amore del Padre. Per questo è senza peccato, “pieno di grazia e di verità”. Grazie a Cristo, l’umanità può essere ricondotta alla comunione con Dio. In Lui si realizza perfettamente il legame tra Dio e l’uomo: Egli attira tutti a sé e permette agli uomini di ricevere nuovamente la vita divina.

Paolo presenta quindi due scelte fondamentali: Vivere come Cristo, accogliendo il soffio e l’amore di Dio, crescendo nella vita spirituale. Oppure vivere come Adamo, cercando la felicità indipendentemente da Dio, con il risultato della morte spirituale. La grazia non è un oggetto che si possiede, ma la relazione d’amore tra Dio e l’umanità. Gesù Cristo ha ristabilito questa relazione vitale, per la quale siamo stati creati. Come afferma Sant’Agostino: «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te.» Allo stesso modo, per San Giovanni, la vita eterna consiste nel conoscere e amare Dio e Gesù Cristo.  La vera vita e la vera gioia si trovano soltanto nell’unione con Dio; cercarle altrove è un’illusione che conduce alla morte spirituale

 

Dal Vangelo secondo Matteo (10, 26-33)

Gesù avverte i suoi discepoli che la missione di annunciare il Vangelo non sarà facile. Li manda “come pecore in mezzo ai lupi” e predice persecuzioni, processi, flagellazioni e persino l’odio di tutti a causa del suo Nome. Per questo ripete più volte: Non abbiate paura. La ragione di questo incoraggiamento è che la verità di Dio non può essere fermata. Tutto ciò che era nascosto sarà rivelato e ciò che Gesù ha confidato ai suoi discepoli dovrà essere annunciato apertamente. Con Cristo si manifesta pienamente il progetto d’amore di Dio, che nell’Antico Testamento era stato rivelato solo gradualmente attraverso profeti e sapienti. I discepoli, avendo visto e ascoltato Cristo, non possono tacere ciò che hanno sperimentato. Quando Matteo scrive il suo Vangelo, i cristiani stanno già subendo persecuzioni, soprattutto da parte di alcuni ambienti ebraici. Questo insegnamento serve quindi a rafforzare la loro fedeltà. Se oggi esiste la Chiesa, è anche perché quei primi credenti hanno superato la paura e sono rimasti saldi nella fede. Nulla potrà separarci dall’amore di Dio. Gesù distingue due tipi di pericolo: La morte fisica, che i discepoli possono subire a causa della persecuzione. La morte spirituale, molto più grave, che consiste nel separarsi da Dio. Per questo dice: “ Non temete quelli che uccidono il corpo” » ma piuttosto chi può portare l’uomo a perdere la sua comunione con Dio. La vera paura deve essere quella di abbandonare la missione cedendo alla tentazione dell’infedeltà. Per rassicurare i suoi discepoli, Gesù ricorda loro che sono costantemente sotto la protezione del Padre: nessun passero cade a terra senza che Dio lo sappia e perfino i capelli del loro capo sono contati. Dio conosce e custodisce ciascuno personalmente. Gesù promette inoltre che chi lo riconoscerà davanti agli uomini sarà riconosciuto da Lui davanti al Padre. Essere cristiani significa perciò  dichiararsi uniti a Cristo non solo a parole, ma con la vita poiché con il Battesimo siamo innestati in Lui e partecipiamo alla sua relazione con il Padre. Per questo San Paolo può affermare che nulla potrà separarci dall’amore di Dio manifestato in Cristo. Quando Gesù dice: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre”, non pronuncia una condanna definitiva, ma ricorda la libertà umana. Come Pietro, che negò Gesù durante la Passione, anche chi si allontana può sempre tornare. E Cristo, come fece con Pietro dopo la risurrezione, continua a porre una sola domanda: Mi ami tu? Il discepolo di Cristo può incontrare ostilità e persecuzioni, ma non deve temere. La vera minaccia non è perdere la vita terrena, bensì allontanarsi da Dio. Chi rimane fedele a Cristo vive nella certezza che nulla potrà separarlo dal suo amore.

 

+Giovanni D’Ercole

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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More than 600 precepts are mentioned in the Law of Moses. How should the great commandment be distinguished among these? (Pope Francis)
Nella Legge di Mosè sono menzionati oltre seicento precetti. Come distinguere, tra tutti questi, il grande comandamento? (Papa Francesco)
The invitation has three characteristics: freely offered, breadth and universality. Many people were invited, but something surprising happened: none of the intended guests came to take part in the feast, saying they had other things to do; indeed, some were even indifferent, impertinent, even annoyed (Pope Francis)
L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio (Papa Francesco)
Those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" (Pope Benedict)
Proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" (Papa Benedetto)
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present:  "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
The Lord Jesus presented himself to the world as a servant, completely stripping himself and lowering himself to give on the Cross the most eloquent lesson of humility and love (Pope Benedict)
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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