27a Domenica T.O. (anno A) [4 ottobre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia 5, 1-7
Questo testo nasce come una canzone dedicata alla vendemmia: racconta la cura paziente del vignaiolo per la sua vigna, dalla preparazione del terreno alla scelta della pianta migliore. In Israele la vigna era molto preziosa e richiedeva grande attenzione. Per questo la canzone finì per essere utilizzata anche come canto nuziale, invitando lo sposo a prendersi cura della propria moglie con la stessa dedizione del vignaiolo. La vigna è anche immagine dell’alleanza con Dio. Il profeta Isaia riprende questa immagine per parlare del rapporto tra Dio e Israele. La vigna rappresenta la casa d’Israele, mentre la pianta amata rappresenta gli abitanti di Giuda. I frutti buoni che Dio si aspetta sono il diritto e la giustizia; quelli cattivi rappresentano invece il crimine e le grida di sofferenza. Isaia denuncia soprattutto: l’avidità e l’accumulo di proprietà, con i ricchi che cercano di possedere sempre più terre, l’indifferenza verso i poveri; la ricerca eccessiva del piacere e dell’ubriachezza, mentre si rimane indifferenti davanti l’opera di Dio; soprattutto, la perdita dei valori morali e della giustizia, arrivando a considerare bene ciò che è male e male ciò che è bene. In sintesi: la vigna è una metafora del popolo d’Israele, amato e curato da Dio. Dio si aspetta da questo popolo frutti di giustizia, rispetto e solidarietà, ma Isaia denuncia egoismo, ricchezza accumulata, indifferenza verso i poveri e corruzione morale.
Salmo Responsoriale (79/80)
Il salmo riprende il tema della vigna di Isaia: Israele è paragonato a una vigna e Dio è il vignaiolo. Dio ha fatto per questa vigna tutto ciò che un vignaiolo può fare: l’ha curata, protetta e custodita. Ha preparato il terreno, tolto le pietre, piantato una vite scelta, costruito una torre di guardia e preparato un torchio. Si aspettava uva buona, ma la vigna produsse soltanto uva cattiva (Is 5,1-2). Di fronte a questo fallimento, il vignaiolo decide di abbandonare la vigna: toglierà la sua siepe di protezione, la trasformerà in una terra desolata, senza potatura né coltivazione, dove cresceranno spine e rovi e impedirà persino alla pioggia di cadere su di essa (Is 5,5-6). La metafora della vigna era facilmente comprensibile nel contesto del Tempio di Gerusalemme, perché le immagini della vigna descrivono la storia e le sofferenze di Israele.
Quando il salmo dice che Dio ha aperto la siepe e che i passanti raccolgono i grappoli, mentre il cinghiale dei boschi e gli animali dei campi devastano la vigna, si sta parlando dell’occupazione straniera: gli animali feroci rappresentano simbolicamente i nemici che in quel momento opprimono Israele. La vigna viene inoltre descritta come distrutta e incendiata, mentre i nemici e i popoli vicini si fanno beffe di Israele. Il popolo si rivolge quindi a Dio chiedendo per quanto tempo dovrà ancora sopportare la sua collera, nutrendosi del «pane delle lacrime» e bevendo lacrime in abbondanza. Il testo non permette di stabilire con certezza quale particolare invasione o occupazione abbia ispirato questa preghiera. Le guerre e le occupazioni straniere, infatti, producono situazioni simili di distruzione e sofferenza. Per questo non è possibile stabilire con sicurezza la data di composizione del salmo. Una possibilità è che sia stato scritto durante le invasioni dell’impero assiro, quando il regno del Nord fu minacciato e infine Samaria venne distrutta nel 721 a.C.; questa ipotesi collocherebbe il salmo tra il IX e il VII secolo a.C., quindi prima dell’esilio babilonese. Un’altra possibilità è che sia stato composto più tardi, dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi, nel VI secolo a.C. Il testo riconosce comunque che esistono anche altre ipotesi. In definitiva la vigna rappresenta Israele, mentre Dio è il vignaiolo che lo ha scelto, curato e protetto. La mancata produzione di buoni frutti e la successiva devastazione della vigna rappresentano la storia di un popolo che attraversa il peccato, la sofferenza, le invasioni e l’occupazione straniera. Il salmo diventa così una supplica a Dio, nella quale Israele, ferito e perseguitato, gli chiede di intervenire e di tornare a prendersi cura della sua vigna.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (4,6-9)
«Non angustiatevi per nulla», dice Paolo e noi avremmo voglia di rispondergli che non è sempre facile! Ma bisogna rileggere il versetto che precede questo testo nella lettera di Paolo: «Il Signore è vicino». Ecco per Paolo la migliore, anzi l'unica ragione per restare sereni, qualunque cosa accada è che “il Signore è vicino”. Il Signore è vicino a noi, questo lo sappiamo da molto tempo in Israele, fin dall'episodio del roveto ardente e Dio è vicino a noi perché ci ama. Il Signore è vicino perché i tempi si sono compiuti, perché il Regno di Dio è già inaugurato e noi siamo negli ultimi tempi. Un'altra frase di Paolo, «il tempo si è fatto breve», traduce un'espressione presa dal vocabolario nautico: «Il tempo ha ammainato le vele» (1 Cor 7,29), come una barca vicina ad entrare in porto ripiega le sue vele allo stesso modo la storia umana è vicinissima al porto. Essere credenti è essere tesi verso questo compimento della storia; non solo il Regno si è avvicinato a noi in Gesù Cristo (perché il Regno è Gesù Cristo presente in tutti) ma ancor di più, ci attira come una calamita. Il resto del testo ne consegue: poiché il Signore è vicino, non ci preoccupiamo di nulla. «Non angustiatevi per nulla»... poiché tutto è già dato, non c'è che da attingere: non dobbiamo far altro che lasciarci trasportare nel torrente della grazia. Pregare, in fondo, è immergersi nel dono di Dio. Allora capiamo perché, nella preghiera, supplica e ringraziamento sono sempre legati; è una caratteristica della preghiera ebraica che dice sempre contemporaneamente «Tu sei benedetto, Signore, tu che ci doni... per favore, donaci». È logico del resto: se si prega Dio è perché si sa che può e vuole la nostra felicità. Chiedergli qualcosa, è, almeno implicitamente, rendergli grazie. È esattamente ciò che dice Paolo: «Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti». Ma, come diceva Gesù, «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21), anche Paolo fa la stessa raccomandazione: «tutto quello che è vero, quello che è nobile, giusto, puro... sia oggetto dei vostri pensieri». Attribuisce certamente una grande importanza a questa pratica di una vita retta poiché la mette esattamente in parallelo con la preghiera. Inizia parlando della preghiera e conclude «la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Poi parla del comportamento dei cristiani per terminare con la frase «il Dio della pace sarà con voi». Mi sembra che questo parallelismo, certamente voluto, significhi che agli occhi di Paolo preghiera fa rima con vita comunitaria. In questo, del resto, non fa che riprendere la predicazione dei profeti dell'Antico Testamento. Per san Paolo, la pace è alla fine del cammino dove vita di preghiera e valori comunitari vanno di pari passo: «Non angustiatevi per nulla... pregate e supplicate, rendendo grazie, per far conoscere a Dio le vostre domande... e la pace di Dio custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri». Se prendiamo sul serio l’insistenza delle Scritture sul legame necessario tra la preghiera e l'amore fraterno, impariamo che non solo le nostre inquietudini ci fanno dimenticare che Dio ci ama, ma ci chiudono il cuore... Se ci preoccupassimo meno del nostro pane di domani, ci sarebbe pane oggi per molti altri.
Dal Vangelo secondo Matteo (21, 33-43)
Questa parabola di Gesù richiama il canto della vigna del profeta Isaia: Un uomo possedeva un terreno dove piantò una vigna che circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. Il proprietario circonda la sua vigna delle stesse cure del vignaiolo di Isaia, ma le somiglianze si fermano lì. Nel Vangelo, la parabola prende una svolta nuova e propone quindi una lezione nuova. In Isaia, il proprietario è allo stesso tempo il vignaiolo; la vigna rappresenta il popolo d'Israele, una vigna circondata di cure, ma deludente e che dava solo frutti cattivi. Nella parabola di Gesù, il proprietario non è il vignaiolo, non sfrutta direttamente la sua vigna, la affida ad altri vignaioli: "La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano". Ci è la vigna? Chi sono i vignaioli? Quanto a sapere chi è la vigna, e chi sono i vignaioli, non è chiaro. Ci sono due possibilità: prima ipotesi, la vigna rappresenta Israele, come in Isaia, e i vignaioli sono i capi dei sacerdoti e i farisei. Avevano la responsabilità della vigna, il popolo d'Israele, e l'hanno guidata male poiché hanno maltrattato tutti i profeti e, in definitiva, stanno per rigettare il Figlio prediletto del Padre. Seconda ipotesi, la vigna rappresenta il Regno di Dio e i vignaioli sono il popolo d'Israele intero, che ne aveva ricevuto l'incarico. Questa seconda ipotesi è probabilmente quella giusta, poiché Gesù termina dicendo: "A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti". Quest'ultima frase di Gesù è terribile: "A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti". Bisogna concluderne che il popolo d'Israele sarebbe rigettato? Grave questione che ha avvelenato il dialogo tra ebrei e cristiani per venti secoli; e con la quale si confrontava già dolorosamente san Paolo, l'ebreo, nella lettera ai Romani. La sua conclusione era che, in modo misterioso, ma in modo certo, Israele resta il popolo eletto al servizio del mondo perché "Dio non può rinnegare se stesso". D'altra parte, non bisogna dimenticare che una parabola non è mai un verdetto, ma un appello alla conversione; è vero che da una parabola all'altra, in quest'ultima tappa della vita di Gesù, il tono sale, ma è perché l'urgenza del riconoscimento del Messia si fa pressante. Siamo alla vigilia della Passione. Non bisogna mai perdere di vista che il desiderio costante di Gesù è di salvare gli uomini, non di condannarli; e che, se guarisce i ciechi dalla nascita, desidera ancor più guarire i suoi compatrioti dalla loro cecità. Abbiamo quindi qui un ultimo tentativo di Gesù per mettere in guardia i farisei; le sue parole sono severe, ma non costituiscono un giudizio definitivo. Non si tratta in nessun caso di un giudizio senza appello del popolo ebraico nel suo insieme e nemmeno dei suoi capi; sarebbe contrario a tutto il Vangelo. Del resto l'annuncio più importante non è che il Regno sia loro tolto: ciò che conta è che, nonostante gli ostacoli posti dagli uomini, il Regno produca il suo frutto. Non è il vignaiolo che conta, è l'uva. Ma soprattutto è il commento di Gesù che ci dà la chiave della parabola: "Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo. Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi!" Dio è abituato a questi rovesciamenti di situazione. Già, nel libro della Genesi, i figli di Giacobbe avevano detto a proposito del loro fratello Giuseppe "ecco il sognatore, uccidiamolo"... non immaginavano che colui che volevano sopprimere era colui che li avrebbe salvati, loro e tutto il popolo (Gn 37,20). In un certo modo, Gesù annuncia qui la sua Risurrezione: lui, la pietra scartata diventerà la chiave di volta dell'edificio; tradotto, il nuovo popolo saranno tutti coloro che si raduneranno attorno a lui, qualunque sia la loro origine. E nessuno ne è escluso: tutti i vignaioli sono compresi nella frase di Gesù sulla croce "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Questo vuol dire che Gesù ha ben ripreso il tema della parabola della vigna in Isaia, ma ne ha modificato il simbolismo, cosa molto abituale negli autori biblici. Basta vedere come le metafore bibliche (come quella della pietra angolare, per esempio) evolvono da un autore all'altro. Il giudizio che Geremia portava già sul popolo d'Israele può illuminarci: "Il giorno in cui li feci uscire (i vostri padri) dal paese d'Egitto... ecco l'ordine che diedi loro: Ascoltate la mia voce: io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; seguirete tutte le strade che vi prescriverò, affinché siate felici. Ma essi non ascoltarono, non prestarono orecchio, seguirono i cattivi istinti del loro cuore indurito; mi volsero le spalle e non la faccia. Dal giorno in cui i vostri padri uscirono dal paese d'Egitto fino ad oggi, ho inviato verso di voi, instancabilmente, tutti i miei servi, i profeti. Ma non mi hanno ascoltato, non hanno prestato orecchio, hanno indurito la loro nuca, sono stati peggiori dei loro padri. Dirai loro tutte queste parole, ed essi non ti ascolteranno. Li chiamerai, ed essi non ti risponderanno. Allora dirai loro: Ecco la nazione che non ha ascoltato la voce del Signore suo Dio, e non ha accettato la lezione! La verità è perduta, è scomparsa dalla loro bocca." (Gr7, 22-28). Matteo scrive il suo Vangelo alla fine del primo secolo, in un'epoca in cui il rifiuto degli ebrei di riconoscere il Messia ha favorito l'ingresso dei pagani nella Chiesa; non è quindi sorprendente trovare in testi di questo periodo una punta polemica contro coloro che hanno spinto il popolo ebraico a rifiutare Cristo.
+Giovanni D’Ercole







