Dic 26, 2024 Scritto da 

Santa Famiglia di Nazaret (c)

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ancora auguri per queste feste natalizie e per il nuovo anno 2025. 

Festa della Santa Famiglia [29 Dicembre 2024]

 

Prima Lettura (1 Sam  1,20... 28)

 *La vita è dono di Dio 

Samuele è figlio di un miracolo! Siamo intorno al 1200 a.C., un periodo della storia d’Israele di cui si parla raramente. E’ la fine dell’epoca dei Giudici e non c’era ancora un re che regnasse su tutto il popolo. Morto Mosè ed entrato il popolo nella Terra Promessa, le tribù si insediarono nel territorio che conquistarono progressivamente durante circa centocinquant’anni. Non esisteva ancora un’amministrazione centralizzata e le tribù erano guidate da capi chiamati Giudici, nel senso di “governatori”, una sorta di leader militari, politici e religiosi atti a risolvere ogni disputa. Siamo prima dell’epoca della monarchia per cui né Gerusalemme né il Tempio esistevano e l’Arca dell’Alleanza, che aveva accompagnato il popolo durante tutto l’Esodo, stava in un santuario a Silo, al centro del paese, a trenta chilometri circa a nord dell’attuale Gerusalemme. Poiché Silo ospitava l’Arca, la città era diventata un centro di pellegrinaggio annuale e custode di quel santuario era un sacerdote di nome Eli. Nei dintorni di Silo viveva un uomo di nome Elkanà, che aveva due mogli: Anna e Peninna. Anna era la moglie preferita di Elkanà, ma era sterile mentre Peninna aveva figli di cui andava molto fiera e non perdeva occasione per insinuare che la sterilità di Anna fosse una maledizione di Dio. Il momento più difficile dell’anno per Anna era il pellegrinaggio a Silo: Elkanà vi si recava con entrambe le mogli, e tutti potevano notare la tristezza di Anna, che contrastava con la gioia di Peninna che si sentiva madre realizzata. In quei momenti, Anna sentiva ancora più acutamente il peso della sua sterilità. Nel suo dolore e nella sua umiliazione, non poteva fare altro che piangere e sussurrare con le labbra tremanti la sua preghiera, sempre la stessa: Ti prego Signore, fammi dono di un figlio, tanto che il sacerdote Eli, pensando che fosse ubriaca, un giorno la rimproverò: Va’ altrove a smaltire il vino!

Ed è qui che avvenne il miracolo. Dio, che conosce il cuore delle persone, vide le lacrime di Anna e ascoltò la sua preghiera. Qualche mese dopo nacque un bambino, che Anna chiamò Samuele – uno dei significati di questo nome è Dio ascolta, Dio esaudisce. Nel suo dolore, Anna aveva fatto un voto: «Signore onnipotente, se ti degnerai di guardare l’umiliazione della tua serva e mi darai un figlio maschio, lo consacrerò a te per tutti i giorni della sua vita» (1 Samuele 1,11). Quando il bambino fu svezzato, all’età di circa tre anni, Anna lo portò al santuario di Silo e lo affidò al sacerdote Eli, dicendogli: “Io sono quella donna che stava qui vicino a te a pregare il Signore. È per ottenere questo bambino che pregavo, e il Signore me l’ha dato in risposta alla mia richiesta. Ora, a mia volta, lo dono al Signore: egli resterà consacrato al Signore per tutti i giorni della sua vita”. Samuele crebbe a Silo, e lì sentì la chiamata di Dio e in seguito divenne un grande servitore di Israele. Perché questo testo viene proposto in occasione della festa della Santa Famiglia e che legame unisce i due bambini, Gesù e Samuele, le due madri, Maria e Anna, e i due padri, Giuseppe ed Elkanà? Possiamo fare qualche osservazione su queste due famiglie separate l’una dall’altra da più di mille anni. Anzitutto Dio ascolta. Samuele significa Dio ascolta, Dio esaudisce e questa è l’esperienza religiosa fondamentale di Israele: Dio ascolta il grido dei poveri e degli umili. Anna, nel momento della sua più profonda umiliazione, gridò al Signore ed Egli la ascoltò. Il Cantico di Anna, dopo la nascita di Samuele, ricorda molto il Magnificat di Maria, che sgorgò dalle labbra di una giovane umile di Nazareth. In secondo luogo Dio agisce attraverso le famiglie umane. Il progetto di Dio si compie attraverso le vicende umane, attraverso famiglie normali e imperfette e il mistero dell’Incarnazione arriva fino a questo punto: Dio ha la pazienza di accompagnare la nostra maturazione e il nostro cammino. Inoltre si tratta di due nascite miracolose, straordinarie. Gesù nacque da una vergine per la potenza dello Spirito Santo, Samuele da una madre sterile. Nella Bibbia c’è una lunga serie di nascite miracolose: Isacco da Sara, moglie di Abramo, sterile e continuamente umiliata dalla sua rivale Agar, madre di Ismaele. Dio ebbe pietà di Sara, e nacque Isacco; Sansone, Samuele, Giovanni Battista e Gesù.  Queste nascite miracolose ricordano che ogni bambino è un miracolo, un dono di Dio ed essere genitori significa trasmettere la vita, senza però poter dire di “dare la vital” perché è solo Dio a poterla dare.  Sia la paternità fisica sia quella spirituale, tutti possiamo prestare i nostri corpi e le nostre vite al progetto divino e noi siamo strumenti di questo dono divino

         

Salmo responsoriale 83 (84), 3. 4. 5-6. 9-10

*Beato chi abita la tua casa

Quando il pellegrino è in cammino verso Gerusalemme, dal profondo della sua devozione e della sua fatica può esclamare: “L’anima anela e desidera gli atri del Signore, il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente”.  Il pellegrinaggio è indispensabile per una vita di fede, perché quando siamo in cammino verso Dio possiamo sperimentare che siamo un popolo che va verso una meta e nelle difficoltà del viaggio provare la stanchezza fisica e le esigenze del cuore scoprendo in questa esperienza spesso faticosa le meraviglie della fede. Soltanto quando riconosciamo che le nostre forze non bastano, una forza nuova può impossessarsi di noi, permettendoci di proseguire il cammino fino alla meta. Ma affinché ciò avvenga, il pellegrino, giunto al limite delle sue forze, deve riconoscersi fragile e indifeso come un uccello. Allora gli saranno date nuove ali: “Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio Re e mio Dio! (v.4)

Nella nostra vita, che è anch’essa un pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste, quante volte si è tentati di abbandonare tutto, scoraggiati dai piccoli sforzi che sembrano inutili. Basta però invocare aiuto, riconoscere la nostra impotenza, e riceviamo una forza nuova, che non è nostra: “Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio” (v.6). E una volta compiuto il pellegrinaggio occorre ripartire affrontando la fatica del ritorno alla vita quotidiana, con le sue difficoltà e l’impossibilità di condividere pienamente l’esperienza spirituale appena vissuta con chi è rimasto indietro. Ed ecco che il pellegrino sogna di non dover mai ripartire: “Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi” (v.5). Il riferimento è ai leviti, la cui vita è interamente consacrata al servizio del Tempio di Gerusalemme e anche prima della costruzione del Tempio, come abbiamo visto nella prima lettura, esistevano dei santuari, dove i sacerdoti avevano il privilegio di dimorarvi, come il sacerdote Eli e il giovane Samuele.

In senso più ampio, gli “abitanti della casa di Dio” sono i membri del popolo eletto  e i  pellegrinaggi sono sempre segnati dalla gratitudine e dalla meraviglia per questa scelta gratuita di Dio a favore del suo popolo. Gli Ebrei sanno che, alla fine, con l’arrivo del Messia, tutti gli uomini saranno chiamati a essere abitanti della casa di Dio e questa dimensione messianica è presente nel salmo: “Guarda o Dio colui che è il nostro scudo, guarda il volto del to consacrato” (v.10). Si intravede qui il sogno dell’ultima salita a Gerusalemme, annunciata dai profeti, quando l’intera umanità sarà riunita nella gioia sulla montagna santa, attorno al Messia. I versetti letti in questa domenica esprimono soprattutto la fatica e la preghiera del pellegrino. In altri versetti si canta invece l’amore per il Tempio, l’amore per Gerusalemme, insieme alla gioia profonda e alla fiducia che abitano il credente. Per due volte Dio è chiamato nostro “scudo”, colui che ci protegge. Ci sono anche due “beatitudini”: “Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi” (v.5) e “Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore” (v.6). E l’ultimo versetto del salmo, è ancora una “beatitudine” che oggi non leggiamo: “Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te confida” (v.13). È la fortuna dei poveri e degli umili, dei « curvati » (in ebraico anawim), scoprire la sola cosa che conta davvero: il nostro unico vero bene è in Dio.

Gesù lo ripeterà così: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25). Vale proprio la pena, se avete tempo, di rileggere questo salmo per intero:

2 Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti!

3 L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore, il mio cuore e la mia carne

esultano nel Dio vivente.

4 Anche il passero trova una casa e la rondine un nido dove porre i suoi piccoli:

presso i tuoi altari, Signore degli eserciti,mio re e mio Dio.

5 Beato chi abita  la tua casa: senza fine canta le tue lodi.

6 Beato l’uomo  che trova in te il suo rifugio  e ha le tue vie nel suo cuore.

7 Passando per  la valle del pianto la cambia in una sorgente; anche la prima pioggia

l’ammanta di benedizioni.

8 Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion.

9 Signore, Dio degli eserciti, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio, Dio di Giacobbe.

10 Guardai, o Dio, colui che è il nostro scudo, guarda il volto del tuo consacrato.

11 Sì, è meglio un giorno nei tuoi atri che mille nella mia casa; stare sulla soglia della casa del mio Dio, è meglio che abitare nelle tende dei malvagi.

12 Perché sole e scudo è il Signore Dio; il Signore concede grazia e gloria, non rifiuta il bene a chi cammina nell’integrità.

13 Signore degli eserciti, beato l’uomo che in te 

         

 

Seconda Lettura: dalla prima lettera di San Giovanni apostolo (1, 3,1-2.21-24)

 * Saper contemplare 

“Carissimi, vedete …”: Giovanni invita alla contemplazione, perché chiave della vita di fede di ogni credente è saper guardare cioè l’intera storia umana è un’educazione dello sguardo dell’uomo. “Hanno occhi ma non vedono”: quante volte ricorre nella Bibbia quest’esclamazione! Ma cosa occorre vedere? San Paolo risponderebbe che occorre contemplare l’amore di Dio per l’umanità, il suo progetto d’infinito amore misericordioso e  san Giovanni in fondo di questo soltanto parla nell’odierna seconda lettura. Fermiamoci a riflettere sul tema dello sguardo e sul progetto di Dio che l’apostolo Giovanni contempla. imparare a vedere significa scoprire il volto di Dio che è amore, mentre può succedere il contrario quando lo sguardo si distorce come è avvenuto con Adamo ed Eva nel giardino di Eden. Ben noto è il racconto che inizia descrivendo il giardino con numerosi alberi: “Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi piacevoli alla vista e buoni da mangiare, l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male” (Gn2,9). L’albero della vita è al centro del giardino, ma non viene precisata la posizione dell’albero della conoscenza e Dio permette di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso l’albero della vita, tranne quello della conoscenza. Il serpente, con una domanda apparentemente innocente modifica la percezione di Eva: “E’ vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?” (Gn3,1) ed Eva risponde, ma ormai il suo sguardo è già cambiato: è bastato ascoltare il serpente per confondersi per cui vede l’albero proibito al centro del giardino, al posto dell’albero della vita. Da quel momento, il suo sguardo è attratto dal divieto. Il serpente continua: “Non morirete affatto. Anzi Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male” (3,5)”. Eva vede che l’albero è buono da mangiare, bello da vedere e desiderabile per acquistare saggezza. Il suo sguardo si è ormai trasformato e la porta a disobbedire. Una volta mangiato il frutto Eva e Adam “si accorsero di essere nudi”, non sono diventati come Dio, ma hanno scoperto la propria vulnerabilità. Che collegamento può avere questo racconto con il testo di Giovanni? Il racconto di Adamo ed Eva spiega il dramma dell’umanità: un’immagine distorta di Dio. Giovanni, al contrario, ci invita a vedere: “Vedete”, cioè imparate a guardare perché Dio non è un rivale dell’uomo, ma amore puro. È questo il tema centrale di Giovanni: “Dio è amore” e la vera vita dell’uomo consiste nel non dubitarne mai. Gesù dice agli apostoli nel cenacolo: “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3) 

“Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio e lo siamo realmente”: leggiamo questo nel testo odierno di Giovanni. Il battesimo ci ha innestati in Cristo, rendendoci figli di Dio, come scrive l’evangelista nel prologo del IV vangelo: “A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (1,12), ponendoli sotto la guida dello Spirito Santo, che insegna loro a chiamarlo “Abba, Padre!”. Se per i credenti questo è chiaro, per i non credenti è incomprensibile, incredibile o persino scandaloso, come sottolinea san Giovanni. Egli scrive infatti che il mondo non ci riconosce perché non ha conosciuto Dio. Il mondo cioè non ha ancora aperto gli occhi e tocca a noi il compito di rivelare Dio attraverso le nostre parole e la nostra testimonianza. Quando il Figlio di Dio si manifesterà, l’umanità intera sarà trasformata a sua immagine. E allora comprendiamo perché Gesù disse alla Samaritana: “Se tu conoscessi il dono di Dio!” (Gv 4,10), mentre qui san Giovanni invita: “Carissimi, vedete”. Giovanni ci invita alla contemplazione, perché è la chiave della vita di fede: saper guardare; ci invita a rettificare il nostro sguardo su Dio, riconoscendolo come Padre pieno di tenerezza e misericordia e spetta a noi rivelarlo con la nostra vita a chi non lo conosce ancora.

 

Vangelo ( Lc 2,41-52)

*Come Maria e Giuseppe, chiamati a crescere nella fede

“Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv1,11): questa frase del prologo del vangelo di Giovanni sembra trovare un’illustrazione nel racconto odierno del vangelo di Luca. Un episodio dell’infanzia di Gesù che ci mostra sia la manifestazione del mistero di Cristo, sia l’incomprensione da parte dei suoi familiari. Che la sua famiglia si fosse recata a Gerusalemme per la Pasqua non è sorprendente, né lo è il fatto che vi sia rimasta per otto giorni, poiché le due festività della Pasqua e degli Azzimi, ormai unite, duravano appunto otto giorni. E’ sorprendente che il figlio dodicenne rimane al Tempio senza avvertire i genitori, che ripartono da Gerusalemme con la loro carovana, come ogni anno, senza verificare se fosse con loro. Questa separazione dura tre giorni, un numero che Luca indica intenzionalmente. Quando finalmente si ritrovano, i tre non sono sulla stessa lunghezza d’onda: il rimprovero affettuoso di Maria, ancora scossa dall’angoscia di quei giorni, si scontra con lo stupore sincero di suo figlio: “Perché mi cercavate? Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?”(Lc 2,49). 

Vediamo ora in che cosa risiede la manifestazione del mistero di Gesù: innanzitutto, nell’ammirazione di tutti, specialmente dei dottori della Legge, davanti alla luce che lo abita. Risiede anche nella menzione dei tre giorni, che nella Bibbia rappresentano il tempo necessario per incontrare Dio: tre giorni saranno anche quelli tra la sepoltura e la Risurrezione, la vittoria definitiva della vita. Infine, risiede nella straordinaria affermazione di Gesù: “Devo occuparmi delle cose del Padre mio”.  Con questa frase, egli si rivela chiaramente come Figlio di Dio. All’Annunciazione, l’angelo Gabriele lo aveva già presentato come “Figlio dell’Altissimo”, un titolo che poteva essere inteso come quello del Messia; ma ora la rivelazione va oltre: il titolo di Figlio, riferito a Gesù, non è solo regale, ma esprime la sua filiazione divina. Non sorprende che questo non sia stato subito compreso! Anche per i suoi genitori è difficile comprendere: e Gesù osa chiedere loro: “Non sapevate?”  Persino credenti profondi e ferventi come Giuseppe e Maria rimangono spiazzati di fronte ai misteri di Dio. Questo dovrebbe rassicurarci: non dobbiamo stupirci se anche noi fatichiamo a comprendere! Non dobbiamo mai dimenticare le parole di Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Il vangelo fa capire che neppure Maria comprese tutto immediatamente: custodiva ogni cosa nel suo cuore e cercava di comprenderle meditandole. Dopo la visita dei pastori alla grotta di Betlemme, leggiamo già: “Maria custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Luca ci propone qui un esempio da seguire: accettare di non capire tutto subito e lasciare che la meditazione scavi in noi. La fede di Maria, come la nostra, è un cammino non privo di difficoltà. Tutto questo avviene nel Tempio di Gerusalemme, che per i Giudei era il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Per i cristiani, invece, il vero Tempio di Dio è ormai il corpo di Cristo stesso, il luogo per eccellenza della sua presenza. Il racconto di oggi è una delle tappe di questa rivelazione. Luca probabilmente pensa alla profezia di Malachia: “E subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate, l’angelo dell’alleanza che voi sospirate; ecco, viene, dice il Signore degli eserciti” (Ml 3,1).

L’ultima frase del racconto di Luca è significativa: “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” . Questo indica che Gesù, come ogni bambino, aveva bisogno di crescere. Il mistero dell’Incarnazione arriva fino a questo punto: Gesù è pienamente uomo, e Dio ha pazienza con la nostra crescita spirituale. Per Lui, mille anni sono come un giorno (Sal 89/90). Infine, può sorprendere un’apparente contraddizione: Gesù dice ai suoi genitori “Devo occuparmi delle cose del Padre mio”, ma subito dopo ritorna con loro a Nazaret. Non rimane nel Tempio di pietra, così come non vi rimase Samuele, consacrato al Signore ma poi chiamato a servire il popolo fuori dal Tempio. Anche questo è un insegnamento: “ Occuparsi  delle cose del Padre significa dedicare la vita dal servizio degli altri, non necessariamente all’interno delle mura di un tempio. Essere con il Padre significa, prima di tutto, essere al servizio dei suoi figli. Da notare infine, che il vangelo di Luca inizia e si conclude nel Tempio di Gerusalemme: Lì avviene l’annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista (che significa «Dio ha fatto grazia»). È nel Tempio che Simeone, il giorno della Presentazione di Gesù, proclama l’arrivo della salvezza di Dio. Ed è sempre nel Tempio che i discepoli ritornano dopo l’ascensione di Cristo, alla fine del Vangelo di Luca. Una lezione concreta per noi da ritenere con cura. Siamo chiamati, come Maria e Giuseppe, a saper meditare e a crescere nella fede per poterci occupare senza sosta delle cose del Padre celeste. E questo si traduce in pratica nell’impegno di servire gli uomini senza rimanere sempre nel tempio. Infondo è il messaggio che Luca rivelerà nel corso del suo vangelo e cioè saper unire la contemplazione all’azione apostolica, sintesi armoniosa  tra fede e vita.

+ Giovanni D’Ercole

63 Ultima modifica il Giovedì, 26 Dicembre 2024 14:39
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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St Louis IX, King of France put into practice what is written in the Book of Sirach: "The greater you are, the more you must humble yourself; so you will find favour in the sight of the Lord" (3: 18). This is what the King wrote in his "Spiritual Testament to his son": "If the Lord grant you some prosperity, not only must you humbly thank him but take care not to become worse by boasting or in any other way, make sure, that is, that you do not come into conflict with God or offend him with his own gifts" (cf. Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546) [Pope Benedict]
San Luigi IX, re di Francia […] ha messo in pratica ciò che è scritto nel Libro del Siracide: "Quanto più sei grande, tanto più fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore" (3,18). Così egli scriveva nel suo "Testamento spirituale al figlio": "Se il Signore ti darà qualche prosperità, non solo lo dovrai umilmente ringraziare, ma bada bene a non diventare peggiore per vanagloria o in qualunque altro modo, bada cioè a non entrare in contrasto con Dio o offenderlo con i suoi doni stessi" (Acta Sanctorum Augusti 5 [1868], 546) [Papa Benedetto]
The temptation is to be “closed off”. The disciples would like to hinder a good deed simply because it is performed by someone who does not belong to their group. They think they have the “exclusive right over Jesus”, and that they are the only ones authorised to work for the Kingdom of God. But this way, they end up feeling that they are privileged and consider others as outsiders, to the extent of becoming hostile towards them (Pope Francis)
La tentazione è quella della chiusura. I discepoli vorrebbero impedire un’opera di bene solo perché chi l’ha compiuta non apparteneva al loro gruppo. Pensano di avere “l’esclusiva su Gesù” e di essere gli unici autorizzati a lavorare per il Regno di Dio. Ma così finiscono per sentirsi prediletti e considerano gli altri come estranei, fino a diventare ostili nei loro confronti (Papa Francesco)
“If any one would be first, he must be last of all and servant of all” (Mk 9:35) […] To preside at the Lord’s Supper is, therefore, an urgent invitation to offer oneself in gift, so that the attitude of the Suffering Servant and Lord may continue and grow in the Church (Papa Giovanni Paolo II)
"Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti" (Mc 9, 35) […] Presiedere la Cena del Signore è, pertanto, invito pressante ad offrirsi in dono, perché permanga e cresca nella Chiesa l'atteggiamento del Servo sofferente e Signore (Papa Giovanni Paolo II)
Miracles still exist today. But to allow the Lord to carry them out there is a need for courageous prayer, capable of overcoming that "something of unbelief" that dwells in the heart of every man, even if he is a man of faith. Prayer must "put flesh on the fire", that is, involve our person and commit our whole life, to overcome unbelief (Pope Francis)
I miracoli esistono ancora oggi. Ma per consentire al Signore di compierli c'è bisogno di una preghiera coraggiosa, capace di superare quel "qualcosa di incredulità" che alberga nel cuore di ogni uomo, anche se uomo di fede. La preghiera deve "mettere carne al fuoco", cioè coinvolgere la nostra persona e impegnare tutta la nostra vita, per superare l'incredulità (Papa Francesco)
The works of mercy are “handcrafted”, in the sense that none of them is alike. Our hands can craft them in a thousand different ways, and even though the one God inspires them, and they are all fashioned from the same “material”, mercy itself, each one takes on a different form (Misericordia et misera, n.20)
Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra (Misericordia et misera, n.20)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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