Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".
Nel tempo quaresimale la liturgia sottolinea l’importanza del cambiare vita, senza andare a caccia di segni.
Uno il ‘segno’: quello del Crocifisso, di Gesù morto e risorto per tutti.
Per derivazione, un segno eloquente diventa un’esistenza convertita a lode di Dio.
Secondo San Bonaventura, Francesco è simboleggiato nella figura del secondo angelo [il primo è Cristo] che sale dall’oriente (cfr. Ap. 7,2) e porta in sé il sigillo del Dio vivente.
Ne è conferma la sua missione di chiamare gli uomini a penitenza e segnare col segno del Tau* gli eletti, e soprattutto dall’essere lui stesso trasformato, anche nel corpo, nel Cristo Crocifisso.
«Questa generazione […] cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29)
Le Fonti attestano:
"Questo araldo di Dio, degno di essere amato da Cristo […] è il servo di Dio Francesco […] esempio di perfezione per i seguaci di Cristo.
Ci spinse ad abbracciare, con fede e pietà, questa convinzione il fatto che egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau sulla fronte di coloro che gemono e piangono.
Ma ci conferma, poi, in essa, con la sua verità incontestabile, la testimonianza di quel sigillo che lo rese simile al Dio vivente, cioè a Cristo Crocifisso. Sigillo che fu impresso nel suo corpo non dall’opera della natura o dall’abilità di un artefice, ma piuttosto dalla potenza meravigliosa dello Spirito del Dio vivo" (FF 1022).
Il Crocifisso in Francesco: icona di rinascita attraverso un esodo esistenziale continuo. Una vita segnata dall’amore di Dio.
* Lettera dell’alfabeto ebraico e greco, che nella forma richiama la figura della croce.
* Francesco lo scelse come suo sigillo e firma. Frate Pacifico lo contemplò luminoso sulla fronte di lui.
Mercoledì 1a sett. Quaresima (Lc 11,29-32)
Gesù invita i suoi ad una preghiera non prolissa, ma scarna, essenziale; da figli.
Sebbene in paradigmi diversi, Chiara e Francesco d’Assisi avevano consapevolezza che nel profondo del proprio essere si annidava un segreto da rinvenire per rinascere e guarire.
Al punto che, prendendo le distanze dal padre terreno, dinanzi al vescovo del luogo, così il Poverello si espresse:
«Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: PADRE NOSTRO, CHE SEI NEI CIELI, perché in Lui ho riposto ogni mio Tesoro e ho collocato tutta la mia Fiducia e la mia Speranza» (FF 1043).
Ai suoi frati che gli chiedevano d’insegnar loro a pregare, rispose:
«Quando pregate, dite: Padre nostro, e […] Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono in tutto il mondo, e ti benediciamo, perché, per mezzo della tua santa Croce, hai redento il mondo» (FF 1068).
E nella parafrasi del “Padre nostro” troviamo:
«Sia santificato il tuo Nome: si faccia luminosa in noi la conoscenza di Te, affinché possiamo conoscere l’ampiezza dei tuoi benefici, l’estensione delle tue promesse, la sublimità della tua maestà e la profondità dei tuoi giudizi» (FF 268).
Una preghiera, dunque, attestata dalla vita, dalla capacità di perdono, in Ascolto.
Tutto nella cella del proprio corpo, sosteneva Francesco - come ci ricorda la Leggenda Perugina:
«Dovunque siamo o ci muoviamo, portiamo con noi la nostra cella: fratello corpo; l’anima è l’eremita che vi abita dentro a pregare Dio e meditare.
E se l’anima non vive serena e solitaria nella sua cella, ben poco giova al religioso una cella eretta da mano d’uomo» (FF 1636).
E nella Leggenda, Chiara stessa:
"Quanta forza e sostegno riceveva nella fornace della preghiera ardente […] riportava dal fuoco dell’altare del Signore parole ardenti, tali da infiammare il cuore delle sorelle" (FF 3199).
Un’orazione non segnata dal moltiplicarsi delle parole, ma dalla relazione autentica e di spessore con Dio, che conosce ogni cosa.
«Pregando, non blaterate come i pagani, infatti essi credono di venire esauditi per la loro verbosità» (Mt 6,7)
Martedì 1.a sett. di Quaresima (Mt 6,7-15)
Quando i popoli verranno radunati davanti al Signore, per loro parleranno le opere di benedizione compiute.
Saranno nella condizione divina quanti riconobbero nei bisognosi di ogni genere Cristo stesso, magari senza essersene resi conto.
Non saranno nella Luce eterna coloro che invece non servirono i piccoli e malfermi.
Francesco, creatura dal cuore nobile e sensibile, fin dalla sua giovane età, dinanzi ai poveri sentì nella coscienza la necessità di non girarsi dall’altra parte.
Questa tenera inclinazione aumentò notevolmente dopo aver incontrato il Signore.
Leggiamo nelle Fonti stupende documentazioni di vita reale.
"Dio, infatti, aveva infuso nell’animo del giovane Francesco un sentimento di generosa compassione, che, crescendo con lui dall’infanzia, gli aveva riempito il cuore di bontà; tanto che già allora, ascoltatore non sordo del Vangelo, si propose di dare a chiunque gli chiedesse, soprattutto se chiedeva per amor di Dio.
Una volta, tutto indaffarato nel negozio, mandò via a mani vuote, contro le sue abitudini, un povero che gli chiedeva l’elemosina per amor di Dio. Ma subito, rientrato in se stesso, gli corse dietro, gli diede una generosa elemosina e promise al Signore Iddio che, d’allora in poi, quando ne aveva la possibilità, non avrebbe mai detto di no a chi gli avesse chiesto per amor di Dio.
E osservò questo proposito fino alla morte, con pietà instancabile, meritandosi di crescere abbondantemente nell’amore di Dio e nella Grazia.
Diceva, infatti, più tardi, quando si era ormai perfettamente rivestito dei sentimenti di Cristo, che, già quando viveva da secolare, difficilmente riusciva a sentir nominare l’amore di Dio, senza provare un intimo turbamento" (FF 1018).
«Venite, benedetti del Padre mio […] perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,34)
Le Fonti, inoltre, raccontano di una donna venuta da Machilone a Rieti per farsi curare gli occhi.
Il medico, recatosi da Francesco, gli narrò di questa creatura povera, sostenendo che l’avrebbe curata gratuitamente, pagandone lui stesso le spese.
Il Poverello, allora, subito andò dal suo guardiano, affermando che si doveva restituire la roba d’altri.
Il superiore gli chiese a cosa si riferisse e Francesco replicò:
«Questo è il mantello che abbiamo preso in prestito da quella donna poverella e malata d’occhi: dobbiamo renderglielo» (FF 1602).
Il guardiano acconsentì.
Allora il Minimo chiamò un uomo spirituale, con cui era in intimità. Gli consegnò il mantello e dodici pani, esortandolo a recarsi dall’oculista e farsi indicare la donna povera a cui consegnare il tutto.
«Va’ e dirai a quella donna povera e inferma: ‘Il povero, al quale tu hai prestato questo mantello, ti ringrazia di cuore del prestito fatto. E adesso, prendi quello che ti appartiene’» (FF 1602).
L’amico fece come il Santo gli aveva suggerito. La donna, non riuscendo a raccapezzarsi e in preda a disagio e sospetto, rispose: «Lasciami in pace. Non so cosa stai dicendo» (FF1602).
Ma quello gli mise in mano il mantello e i dodici pani. Allora la povera si convinse che diceva sul serio, confusa tra preoccupazione e felicità. Temendo, poi, che le venisse tolto l’aiuto ricevuto, di notte se ne tornò a casa sua.
Francesco aveva incaricato il suo guardiano di pagare le spese della povera malata ogni giorno, finché fosse rimasta a Rieti.
Le Fonti sottolineano, inoltre, quanto attestato dai suoi frati:
«Noi che siamo vissuti con lui, possiamo testimoniare che Francesco, sano o infermo che fosse, traboccava di amore e tenerezza non solo per i suoi frati, ma verso tutti i poveri, tanto in buona salute che ammalati.
Si privava del necessario, che i fratelli gli procuravano con sollecitudine e affetto - non senza mostrarsi carezzevole con noi, affinché non ne rimanessimo male - per offrirlo con molta gioia agli altri, sottraendo al proprio corpo anche ciò che gli era indispensabile» (FF 1602).
La Carità parla da sola!
«Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno […] perché avevo fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,34)
Lunedì 1a sett. in Quaresima (Mt 25,31-46)
Il nemico suggerisce al Figlio di Dio una via diversa dal Padre, ma Gesù si smarca da quel fetore.
La vita di Francesco aveva conosciuto un radicale cambiamento quando il Medico Gesù gli aveva parlato.
Il Poverello aveva compreso d’essere amato e che, seguendoLo, sarebbe guarito dall’adorazione di sé per renderla solo a Dio.
Il Crocifisso di S. Damiano e il lebbroso incontrato lo avevano cambiato interiormente.
Il Minimo d’Assisi si dedicava a frequenti digiuni e notti in preghiera, per periodi di quaranta giorni (in consonanza ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto).
Lo faceva spesso - oltre al periodo precedente la Pasqua.
In quei momenti sospendeva i suoi impegni apostolici, ritirandosi negli eremi: luoghi semplici e austeri, lontano dalle città.
Ivi, come ricorda il suo biografo Celano, costruiva il suo nido tra le fenditure della roccia*.
Le Fonti si fanno croniste dei suoi periodi quaresimali, dove spesso era messo alla prova.
"Due anni prima che rendesse lo spirito a Dio, dopo molte e varie fatiche, la Provvidenza divina lo trasse in disparte e lo condusse su un monte eccelso, chiamato monte della Verna.
Qui egli aveva iniziato, secondo il suo solito, a digiunare la quaresima in onore di S. Michele arcangelo, quando incominciò a sentirsi inondato da straordinaria dolcezza nella contemplazione, acceso da più viva fiamma di desideri celesti, ricolmo di più ricche elargizioni divine […] teso alla ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto" (FF1223).
La Verna è stato per eccellenza "il deserto" di Francesco, dove, come accadde a Gesù in luoghi aridi, fu oggetto di tentazioni vessatorie.
Mentre il Santo era in orazione ecco "venire una grande moltitudine di demoni ferocissimi […] e cominciarono fortemente a dargli battaglia e noia" (FF 1901).
Ma egli cominciò a gridare ad alta voce:
"«O spiriti dannati, voi non potete niente se non quanto la mano di Dio vi permette […] E io sono apparecchiato a sostenere allegramente ogni pena e ogni avversità che tu, Iddio mio, mi vuoi mandare per li miei peccati».
Allora li demoni, confusi e vinti dalla sua costanza e pazienza, si partirono" (FF 1901).
Si nutriva più che del pane materiale di quello della Santa Parola e aveva insegnato ai suoi frati ad adorare Dio solo, ovunque si trovassero, confidando nella cura e sollecitudine divine.
Infatti, i suoi figli, fedeli all’esortazione di Francesco, quando passavano vicino ad una chiesa, si fermavano e proni, con il corpo e con lo spirito, adoravano l’Onnipotente, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese» (FF 401).
La forza dello Spirito Santo li ponevano nell’atteggiamento giusto nel bisogno, dinanzi al potere o al successo, così come Cristo li aveva istruiti, senza lasciarsi ingabbiare da simili seduzioni.
«Sta scritto: il Signore Dio tuo adorerai e a lui solo renderai culto»
«E lo Spirito lo spinge nel deserto, ed era nel deserto tentato dal satana, ed era con le fiere»
*Famoso è l’eremo delle Carceri, vicino ad Assisi; in realtà Francesco ne creò venti nell’Italia centrale.
[1a Domenica di Quaresima]
La chiamata di Levi e il condividere la mensa con lui produce scandalo tra i farisei, ma Gesù insegna loro che sono i malati ad aver bisogno del medico!
Francesco e Chiara vedevano nella loro vocazione e in quella dei fratelli e sorelle che li seguivano un appuntamento attraente e fondamentale della loro esistenza.
Attraverso la Chiamata, Dio realizzava un dono segreto in loro, ben oltre le attese d’una vita di piccolo cabotaggio.
In merito a Francesco, nelle Fonti si legge:
Mentre passava vicino alla chiesa di S. Damiano, fu ispirato ad entrarci. Andatoci, prese a fare orazione fervidamente davanti all’immagine del Crocifisso, che gli parlò con commovente bontà:
«Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e restauramela».
Tremante e stupefatto, il giovane rispose:
«Lo farò volentieri, Signore».
Egli aveva però frainteso; pensava si trattasse di quella chiesa che, per la sua antichità, minacciava prossima rovina.
Per quelle parole del Cristo egli si fece immensamente lieto e raggiante; sentì nell’anima ch’era stato veramente il Crocifisso a rivolgergli il messaggio.
Uscito dalla chiesa, trovò un sacerdote seduto lì accanto, e mettendo mano alla borsa, gli offrì del denaro dicendo:
«Messere, ti prego di comprare l’olio per fare ardere una lampada dinanzi a quel Crocifisso. Finiti questi soldi, te ne porterò degli altri, secondo il bisogno» (FF 1411).
Il Poverello, considerando la minorità come specifica vocazione del Frate, era preoccupato perché “vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell’Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria” (FF 729).
Altresì Chiara, a riguardo della vocazione delle sorelle dimoranti in S. Damiano, così si esprimeva nel suo Testamento:
«Proprio il Signore ha collocato noi come modello, ad esempio e specchio non solo per gli altri uomini, ma anche per le nostre sorelle, quelle che il Signore stesso ha chiamato a seguire la nostra vocazione, affinché esse pure risplendano come specchio ed esempio per tutti coloro che vivono nel mondo» (FF 2829).
«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a conversione» (Lc 5,32)
Sabato dopo le Ceneri (Lc 5,27-32)
Gesù risponde ai discepoli di Giovanni, che digiunavano molto, sorprendendoli: finché lo Sposo è con i suoi chiamati a Nozze, costoro non possono digiunare.
Francesco sapeva ben discernere fra l’importanza del digiuno e l’esagerazione nel farlo. Infatti, nella sua vita, mai la forma prese il posto della sostanza.
Le Fonti c’illustrano:
“Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppo duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali […]
L’uomo di Dio vietava simili eccessi, ammonendo quei fratelli con amorevolezza e richiamandoli al buonsenso, curando le loro ferite con la medicina di sagge istruzioni […]
Parlava con loro immedesimandosi nella loro situazione, non come un giudice quindi, bensì come un padre comprensivo con i suoi figli e come un medico compassionevole con i propri malati. Sapeva essere infermo con gli infermi, afflitto con gli afflitti” (FF 1470).
Tutto questo pur essendo “uomo nuovo, [che] con nuove virtù rinnovava la via della perfezione ormai sparita dal mondo” (FF 3162).
«Possono forse gli invitati a Nozze essere afflitti fin tanto che lo Sposo è con loro?» (Mt 9,15).
Venerdì dopo le Ceneri (Mt 9,14-15)
Gesù sottolinea come il “perdere” la vita per la causa del Regno è, in verità, guadagnarla.
Francesco, all’inizio della Regola non bollata (1221), scrive che i frati desideravano vivere seguendo l’esempio del Signore Gesù.
Egli sottolinea varie espressioni del Vangelo, evidenziando l’importanza del rinnegare se stessi e del prendere la croce.
Il pio padre, spesso, raccoglieva intorno a sé i suoi figli e parlando a lungo del Regno di Dio "del disprezzo del mondo, della necessità di rinnegare la propria volontà" (FF 1058) li ammaestrava.
«Andate […] annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nell’orazione […]» (FF 1058).
Lasciare se stessi per abbracciare la chiamata in tutta la sua ampiezza, disposti a perdere la vita per ritrovarla nella Parola incarnata, costituiva il motivo conduttore del loro quotidiano.
Illuminante è un brano delle Fonti, tratto dalla Leggenda maggiore:
"Mentre un giorno pregava, così isolato dal mondo, ed era tutto assorto in Dio, nell’eccesso del suo fervore gli apparve Cristo Gesù, come uno confitto in croce.
Al vederlo, si sentì sciogliere l’anima. Il ricordo della passione di Cristo si impresse così vivamente nelle più intime viscere del suo cuore, che, da quel momento, quando gli veniva alla mente la crocifissione di Cristo, a stento poteva trattenersi, anche esteriormente, dalle lacrime e dai sospiri, come egli stesso riferì in confidenza più tardi, quando si stava avvicinando alla morte.
L’uomo di Dio comprese che, per mezzo di questa visione, Dio rivolgeva a lui quella massima del Vangelo: «Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi» (FF 1035).
Ma pure Chiara, prima pianticella del beato padre, sempre si studiò di rinnegare se stessa, spronando la propria anima e quella delle sorelle con la meditazione assidua della Passione di Cristo.
"Per nutrire poi ininterrottamente la sua anima con le gioie ineffabili del Crocifisso, meditava assai frequentemente l’orazione delle cinque piaghe del Signore. Imparò l’Ufficio della Croce, come l’aveva composto San Francesco, l’amante della croce, e fu solita recitarlo con pari amore" (FF 3216).
Nella stupenda lettera ad Ermentrude di Bruges*, Chiara si esprime così:
«Alza i tuoi occhi al cielo, o carissima, poiché è un invito per noi, e prendi la croce e segui Cristo che ci precede. Poiché dopo molte e varie tribolazioni, è Lui che ci introdurrà nella sua gloria.
Ama con tutto il cuore Dio, e Gesù, suo Figlio crocifisso per noi peccatori, e non cada mai dalla tua mente il ricordo di Lui.
Medita senza stancarti il mistero della croce e i dolori della Madre ritta ai piedi della croce» (FF 2915).
Chiara, sull’esempio di Francesco, visse la Parola Santa del Vangelo chiusa in S.Damiano, per amore dello Sposo, ripudiando ogni velleità mondana.
Nel tempo in cui visse, scelse di vivere reclusa per chi amava e da cui si sentiva amata.
La dimensione penitenziale e di rinnegamento non è più così aspra e sconcertante, quando è la Carità a far trasudare dalle mura la bellezza dell’esperienza sponsale e rigenerativa da lei fatta, per Grazia, come pure da tante sue sorelle.
«Chi infatti vuol salvare la propria vita la perderà, ma chi perde la sua vita per causa mia, costui la salverà» (Lc 9,24)
Giovedì dopo le Ceneri (Lc 9,22-25)
In questo mercoledì delle Ceneri la liturgia pone alla nostra riflessione tre punti cardini del periodo quaresimale che inizia.
L’indice è puntato sulla carità discreta, sulla preghiera nel nascondimento, sul digiuno dal peccato unito a quello corporale, attestato da un volto gioioso.
Il Povero di Assisi, dopo la sua iniziale conversione, non cessava mai di meditare i quaranta giorni di Gesù nel deserto, prima della sua vita pubblica e, costantemente, pensava alla Pasqua dell’Agnello immolato per la nostra redenzione.
Francesco visse tutta la sua esistenza secondo uno stile penitenziale, senza mai che la forma dominasse sulla sostanza; attuando la Parola in un saggio equilibrio umano e spirituale, sinonimo di statura interiore.
Era duro con se stesso, ma tenero e compassionevole con i frati che eccedevano in digiuni debilitanti.
Nelle Fonti leggiamo:
"Francesco muoveva rimproveri ai suoi fratelli troppi duri verso se stessi, e che arrivavano allo sfinimento a forza di veglie, digiuni, orazioni e penitenze corporali.
Certuni infatti, per reprimere l’ardore dei sensi, si infliggevano tormenti così crudeli, da sembrare animati da suicidio.
L’uomo di Dio vietava simili eccessi, ammonendo quei fratelli con amorevolezza e richiamandoli al buonsenso, curando le loro ferite con la medicina di sagge istruzioni" (FF 1470).
Continuamente portava nella memoria la Passione di Cristo e si richiamava a mortificazione.
"Se stava a mensa con persone del mondo e gli offrivano cibi di suo gusto, li assaggiava appena, adducendo qualche scusa, affinché non si accorgessero che se ne privava per penitenza.
E mangiando con i fratelli, metteva spesso cenere sugli alimenti, dicendo, per dissimulare la sua astinenza: «Sorella cenere è casta!»" (FF 1414).
Ma altresì, per amore verso i frati, sapeva farsi uno con le loro necessità e debolezze.
“Benché, poi, con tutte le sue forze stimolasse i frati ad una vita austera, pure non amava quella severità intransigente che non riveste viscere di pietà e non è condita con il sale della discrezione.
Un frate, a causa dei digiuni eccessivi, una notte non riusciva assolutamente a dormire, tormentato come era dalla fame. Comprendendo il pietoso pastore che la sua pecorella si trovava in pericolo, chiamò il frate, gli mise davanti un po’ di pane e, per evitargli il rossore, incominciò a mangiare lui per primo, mentre con dolcezza invitava l’altro a mangiare" (FF 1095).
Così il fratello scacciò la vergogna e contento prese cibo.
La vigilanza e condiscendenza di Francesco avevano evitato il danno del corpo al frate, offrendogli motivo di grande edificazione.
Al mattino, spiegando l’accaduto ai suoi figli, disse loro:
«A voi fratelli, sia di esempio non il cibo, ma la carità» (FF 1095).
Il Minimo era animato da un forte senso contemplativo.
Il Celano, nella Vita seconda, c’informa:
"Non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente" (FF 681).
Cercava sempre spazi appartati dove potersi unire a Cristo.
"E se all’improvviso si sentiva visitato dal Signore, per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello.
E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta" (FF 681).
«Quando preghi, entra nella tua camera, e chiusa la tua porta [Is 26,20; 2Re 4,33] prega il Padre tuo, che [è] nel segreto» (Mt 6,6).
Quella conversione, che iniziò per il Poverello quando smise di adorare se stesso (come dicono le Fonti), durò tutta la vita, stemperandosi nelle tre direzioni descritte e suggerite dal Vangelo.
«Ma quando tu fai l’elemosina non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra, affinché la tua elemosina sia nel segreto, e il Padre tuo che guarda nel segreto te [lo] renderà» (Mt 6,3-4)
Mercoledì delle Ceneri (Mt 6,1-6.16-18)
Since God has first loved us (cf. 1 Jn 4:10), love is now no longer a mere “command”; it is the response to the gift of love with which God draws near to us [Pope Benedict]
Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l'amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro [Papa Benedetto]
Another aspect of Lenten spirituality is what we could describe as "combative" […] where the "weapons" of penance and the "battle" against evil are mentioned. Every day, but particularly in Lent, Christians must face a struggle […] (Pope Benedict)
Un altro aspetto della spiritualità quaresimale è quello che potremmo definire "agonistico" […] là dove si parla di "armi" della penitenza e di "combattimento" contro lo spirito del male. Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta […] (Papa Benedetto)
Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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