Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
7. L'urgenza dell'attività missionaria emerge dalla radicale novità di vita, portata da Cristo e vissuta dai suoi discepoli. Questa nuova vita è dono di Dio, e all'uomo è richiesto di accoglierlo e di svilupparlo, se vuole realizzarsi secondo la sua vocazione integrale in conformità a Cristo. Tutto il Nuovo Testamento è un inno alla vita nuova per colui che crede in Cristo e vive nella sua chiesa. La salvezza in Cristo, testimoniata e annunziata dalla chiesa, è autocomunicazione di Dio: «È l'amore che non soltanto crea il bene, ma fa partecipare alla vita stessa di Dio: Padre, Figlio e Spirito santo. Infatti, colui che ama, desidera donare se stesso».
Dio offre all'uomo questa novità di vita. «Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell'uomo? Certamente si può. L'uomo è libero. L'uomo può dire a Dio: no. L'uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: È lecito farlo? e in nome di che cosa è lecito?».
8. Nel mondo moderno c'è la tendenza a ridurre l'uomo alla sola dimensione orizzontale. Ma che cosa diventa l'uomo senza apertura verso l'Assoluto? La risposta sta nell'esperienza di ogni uomo, ma è anche inscritta nella storia dell'umanità col sangue versato in nome di ideologie e da regimi politici, che hanno voluto costruire un'«umanità nuova» senza Dio.
Del resto, a quanti sono preoccupati di salvare la libertà di coscienza, risponde il Concilio Vaticano II: «La persona umana ha il diritto alla libertà religiosa...Tutti gli uomini devono essere immuni dalla coercizione da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potestà umana, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la coscienza, né sia impedito, entro certi limiti, di agire in conformità a essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata».
L'annunzio e la testimonianza di Cristo, quando sono fatti in modo rispettoso delle coscienze, non violano la libertà. La fede esige la libera adesione dell'uomo, ma deve essere proposta, poiché «le moltitudini hanno il diritto di conoscere la ricchezza del mistero di Cristo, nel quale crediamo che tutta l'umanità può trovare, in una pienezza insospettabile, tutto ciò che essa cerca a tentoni su Dio, sull'uomo e sul suo destino, sulla vita e sulla morte, sulla verità... Per questo la chiesa mantiene il suo slancio missionario e vuole, altresì, intensificarlo nel nostro momento storico». Bisogna dire anche, però, sempre col Concilio, che «a motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotati cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. Essi sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e a ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze».
[Papa Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio]
Sono contento di poter mantenere l’appuntamento domenicale dell’Angelus, anche qui dal Policlinico “Gemelli”. Vi ringrazio tutti: ho sentito la vostra vicinanza e il sostegno delle vostre preghiere. Grazie di cuore! Il Vangelo che si legge oggi nella Liturgia narra che i discepoli di Gesù, inviati da Lui, «ungevano con olio molti infermi e li guarivano» (Mc 6,13). Questo “olio” ci fa pensare anche al sacramento dell’Unzione dei malati, che dà conforto allo spirito e al corpo. Ma questo “olio” è anche l’ascolto, la vicinanza, la premura, la tenerezza di chi si prende cura della persona malata: è come una carezza che fa stare meglio, lenisce il dolore e risolleva. Tutti noi, tutti, abbiamo bisogno prima o poi di questa “unzione” della vicinanza e della tenerezza, e tutti possiamo donarla a qualcun altro, con una visita, una telefonata, una mano tesa a chi ha bisogno di aiuto. Ricordiamo che, nel protocollo del giudizio finale – Matteo 25 – una delle cose che ci domanderanno sarà la vicinanza agli ammalati.
[Papa Francesco, Angelus 11 luglio 2021]
Tirocinio: irradiarsi di un Volto, da un Centro
Il Vangelo di oggi (cfr Mc 6,7-13) narra il momento in cui Gesù invia i Dodici in missione. Dopo averli chiamati per nome ad uno ad uno, «perché stessero con lui» (Mc 3,14) ascoltando le sue parole e osservando i suoi gesti di guarigione, ora li convoca di nuovo per «mandarli a due a due» (6,7) nei villaggi dove Lui stava per recarsi. E’ una sorta di “tirocinio” di quello che saranno chiamati a fare dopo la Risurrezione del Signore con la potenza dello Spirito Santo.
Il brano evangelico si sofferma sullo stile del missionario, che possiamo riassumere in due punti: la missione ha un centro; la missione ha un volto.
Il discepolo missionario ha prima di tutto un suo centro di riferimento, che è la persona di Gesù. Il racconto lo indica usando una serie di verbi che hanno Lui per soggetto – «chiamò a sé», «prese a mandarli», «dava loro potere», «ordinò», «diceva loro» (vv. 7.8.10) –, cosicché l’andare e l’operare dei Dodici appare come l’irradiarsi da un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella loro azione missionaria. Questo manifesta come gli Apostoli non abbiano niente di proprio da annunciare, né proprie capacità da dimostrare, ma parlano e agiscono in quanto “inviati”, in quanto messaggeri di Gesù.
Questo episodio evangelico riguarda anche noi, e non solo i sacerdoti, ma tutti i battezzati, chiamati a testimoniare, nei vari ambienti di vita, il Vangelo di Cristo. E anche per noi questa missione è autentica solo a partire dal suo centro immutabile che è Gesù. Non è un’iniziativa dei singoli fedeli né dei gruppi e nemmeno delle grandi aggregazioni, ma è la missione della Chiesa inseparabilmente unita al suo Signore. Nessun cristiano annuncia il Vangelo “in proprio”, ma solo inviato dalla Chiesa che ha ricevuto il mandato da Cristo stesso. È proprio il Battesimo che ci rende missionari. Un battezzato che non sente il bisogno di annunciare il Vangelo, di annunciare Gesù, non è un buon cristiano.
La seconda caratteristica dello stile del missionario è, per così dire, un volto, che consiste nella povertà dei mezzi. Il suo equipaggiamento risponde a un criterio di sobrietà. I Dodici, infatti, hanno l’ordine di «non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura» (v. 8). Il Maestro li vuole liberi e leggeri, senza appoggi e senza favori, sicuri solo dell’amore di Lui che li invia, forti solo della sua parola che vanno ad annunciare. Il bastone e i sandali sono la dotazione dei pellegrini, perché tali sono i messaggeri del regno di Dio, non manager onnipotenti, non funzionari inamovibili, non divi in tournée. Pensiamo, ad esempio, a questa Diocesi della quale io sono il Vescovo. Pensiamo ad alcuni santi di questa Diocesi di Roma: San Filippo Neri, San Benedetto Giuseppe Labre, Sant’Alessio, Santa Ludovica Albertini, Santa Francesca Romana, San Gaspare Del Bufalo e tanti altri. Non erano funzionari o imprenditori, ma umili lavoratori del Regno. Avevano questo volto. E a questo “volto” appartiene anche il modo in cui viene accolto il messaggio: può infatti accadere di non essere accolti o ascoltati (cfr v. 11). Anche questo è povertà: l’esperienza del fallimento. La vicenda di Gesù, che fu rifiutato e crocifisso, prefigura il destino del suo messaggero. E solo se siamo uniti a Lui, morto e risorto, riusciamo a trovare il coraggio dell’evangelizzazione.
La Vergine Maria, prima discepola e missionaria della Parola di Dio, ci aiuti a portare nel mondo il messaggio del Vangelo in una esultanza umile e radiosa, oltre ogni rifiuto, incomprensione o tribolazione.
[Papa Francesco, Angelus 15 luglio 2018]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. In questa domenica 2 Febbraio 2025 celebriamo la Presentazione del Signore al Tempio di Gerusalemme
*Prima Lettura Dal libro del profeta Malachia (3,1-4)
Siamo in presenza di un misterioso frammento profetico visto da molti come una testimonianza di universalismo, di libertà e di speranza. Non è però facile capire come accogliere questo testo. Perché il profeta Malachia insiste così tanto sul Tempio, sui leviti (o sacerdoti), sulle offerte e su tutto ciò che riguarda il culto? Per capire questa insistenza, occorre tener conto del contesto storico. Malachia scrive intorno al 450 a.C., in un periodo in cui in Israele non c’era più un re discendente di Davide, il paese era sotto il dominio persiano e il popolo ebraico era comandato dai sacerdoti. Ecco perché l’autore insiste sull’alleanza di Dio con i sacerdoti he erano i rappresentanti di Dio presso il suo popolo. Malachia ricorda il legame privilegiato tra Dio e la discendenza di Levi, ma assiste a una degenerazione nella condotta di questa casta sacerdotale ed era perciò molto importante richiamare l’ideale e la responsabilità del sacerdozio. L’alleanza con i sacerdoti era al servizio dell’alleanza di Dio con il suo popolo ed è proprio di questa alleanza che qui si parla: “subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire”. Malachia si rivolge a tutti coloro che aspettano, desiderano, cercano e annuncia loro che non hanno atteso, cercato, desiderato invano e il loro desiderio, la loro attesa saranno esauditi. E questo avverrà presto.
“E subito entrerà”, la parola ebraica pit’ôm indica sia rapidità che vicinanza, ed è forte come l’espressione che segue: ”eccolo venire”. Le due espressioni sinonime “subito entrerà” e “eccolo venire” incorniciano (inclusione) l’annuncio della venuta del Signore. ”Subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire”. L’angelo dell’alleanza viene per ristabilire l’alleanza: prima di tutto con i figli di Levi, ma soprattutto, attraverso di loro, con il popolo intero e si capisce che quest’angelo dell’alleanza è Dio stesso. Nella Bibbia, per non nominare direttamente Dio per rispetto, si usa spesso l’espressione “l’Angelo di Dio”. Si tratta quindi della venuta stessa di Dio. Nel suo piccolo libro di appena quattro pagine nella nostra Bibbia, Malachia parla più volte del giorno della sua venuta; lo chiama il “giorno del Signore” e ogni volta questo giorno appare desiderabile e al tempo stesso inquietante. Per esempio, nel versetto che segue immediatamente il testo dell’odierna liturgia, Dio dice: “Io mi accosterò a voi per il giudizio” (v. 5), cioè vi libererò dal male. Questo è desiderabile per i giusti ma temibile per chi vive nel male e opera il male. L’intervento di Dio è un discernimento che deve avvenire dentro di noi nel giorno del giudizio e un messaggero deve precedere la venuta del Signore che chiamerà tutto il popolo alla conversione. Come scrive Malachia: “Io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me. Più tardi, Gesù citerà precisamente questa profezia riferendosi a Giovanni Battista. Chiedendo alla gente chi erano andati a vedere dirà che Giovanni Battista è “più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te; egli preparerà la tua strada davanti a te”(Mt 11,7-10 e Lc 7,27). Con queste parole, Gesù identificava sé stesso come l’Angelo dell’alleanza che viene nel suo tempio e lo capiremo meglio approfondendo il Vangelo di san Luca oggi, festa della Presentazione del Signore
*Salmo responsoriale 23/24 (7, 8, 9, 10)
“Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. Quest’espressione è solenne e un po’ sorprendente dato che è difficile immaginare che i lintei delle porte possano sollevarsi. Siamo in un contesto poetico e l’iperbole serve a esprimere la maestà di questo Re di gloria che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione “re della gloria” è riferita a Dio stesso, il Signore dell’universo. Il pensiero va alla grande festa della Dedicazione del primo Tempio, realizzata dal re Salomone intorno al 950 a.C. Con la fantasia rivediamo l’enorme processione, le gradinate gremite di fedeli… Come leggiamo nel salmo 67/68: “Appare il tuo corteo, Dio, il corteo del mio Dio, del mio re, nel santuario. Precedono i cantori, seguono i suonatori di cetra, insieme a fanciulle che suonano tamburelli” (Sal 67,25-26). La Dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone è descritta nel primo libro dei Re. In quell’occasione Salomone radunò a Gerusalemme gli anziani d’Israele, i capi delle tribù, i prìncipi delle famiglie dei figli d’Israele, per far salire l’Arca del Signore dalla città di Davide, cioè da Sion nel mese di Etanim, il settimo mese, durante la festa delle Capanne. Quando tutti gli anziani d’Israele erano arrivati, i sacerdoti portarono l’Arca, la tenda del convegno e tutti gli oggetti sacri che si trovavano nella tenda e fu sacrificato così tanto bestiame minuto e grande che non si poteva contare né enumerare. I sacerdoti sistemarono l’Arca dell’Alleanza del Signore al suo posto, nella camera interna della Casa, il Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini. I cherubini, nella Bibbia, non assomigliano ai piccoli angioletti della nostra immaginazione, ma sono animali alati con volto umano, più simili a grandi sfingi egiziane. In Mesopotamia, erano i guardiani dei templi. Nel Tempio di Gerusalemme, sopra l’Arca dell’Alleanza si trovavano due statue di legno dorato raffiguranti questi esseri. Le loro ali spiegate sopra l’Arca simboleggiavano il trono di Dio. In questo contesto, possiamo immaginare la folla e un coro che canta: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. E un altro coro risponde: “Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia”. Dietro i termini che richiamano la guerra, che oggi possono sorprenderci, dobbiamo leggere il ricordo di tutte le battaglie necessarie a Israele per conquistarsi uno spazio vitale. Sin dal dono della Legge sul Sinai, l’Arca accompagnava il popolo d’Israele in ogni battaglia, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. L’ipotesi più comune è che questo salmo sia molto antico, poiché si è persa ogni traccia dell’Arca dall’esilio babilonese. Nessun testo biblico parla chiaramente di essa né durante né dopo l’esilio, ma si sa che finì come parte del bottino portato via da Nabucodonosor durante la presa di Gerusalemme. Fu nascosta poi da Geremia sul monte Nebo, come raccontano alcuni? Nessuno lo sa. Eppure questo salmo è stato cantato regolarmente nelle cerimonie del Tempio di Gerusalemme persino molto dopo l’esilio babilonese, in un’epoca in cui non vi era più nessuna processione intorno all’Arca. Proprio per questo ha acquisito maggiore importanza: avendo perso definitivamente l’Arca dell’’Alleanza, segno tangibile della presenza di Dio, il salmo rappresentava tutto ciò che restava dello splendore passato. Insegnava al popolo il necessario distacco: la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto carico di memoria. Inoltre, con il passare dei secoli, questo salmo ha assunto un significato nuovo: “Entri il re della gloria” è diventato il grido di impazienza per la venuta del Messia. Venga finalmente il Re eterno che regnerà sull’umanità rinnovata alla fine dei tempi! Sarà davvero il “Signore valoroso in battaglia” colui cioè che vince definitivamente il Male e le potenze della morte; sarà davvero il Signore, Dio dell’universo e tutta l’umanità parteciperà alla sua vittoria. Questa era l’attesa d’Israele, che cresceva di secolo in secolo. Non stupisce, dunque, che la liturgia cristiana canti il salmo 23/24 il giorno in cui celebra la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme: un modo per affermare che questo bambino è il re della gloria, cioè Dio stesso.
*Seconda Lettura Dalla lettera agli Ebrei ( 2,14-18)
Il tema della mediazione di Cristo è fondamentale nella Lettera agli Ebrei. E' senz’altro utile ricordare che fu scritta in un contesto di non poche polemiche e proprio da questa lettera possiamo intuire il tipo di obiezioni che i primi cristiani di origine ebraica dovevano affrontare. Essi si sentivano dire continuamente: Il vostro Gesù non è il Messia; abbiamo bisogno di un sacerdote, e lui non lo è. Era quindi fondamentale per un cristiano del I° secolo sapere che Cristo è veramente sacerdote, essendo l’istituzione del sacerdozio centrale nell’Antico Testamento, come abbiamo notato anche nella prima lettura tratta dal libro di Malachia, che è l’ultimo dell’Antico Testamento. Ora, un’istituzione così importante nella storia del popolo ebraico e per la sua sopravvivenza, non poteva essere ignorata nel Nuovo Testamento. Gesù però, secondo la legge ebraica, non era sacerdote e non poteva aspirare a esserlo, tanto meno poteva considerarsi sommo sacerdote. Discendeva da Davide, quindi dalla tribù di Giuda, e per nulla da quella di Levi e l’autore della Lettera lo sa bene e afferma chiaramente (cf Eb 7,14). La Lettera agli Ebrei risponde: Gesù non è sommo sacerdote discendente da Aronne, ma lo è a somiglianza di Melchisedek. Questo personaggio menzionato nel capitolo 14 della Genesi visse molto prima di Mosè e di Aronne ed è legato ad Abramo. Eppure viene chiamato “sacerdote del Dio Altissimo” (Cf. Gn 14,18-20). Dunque Gesù è effettivamente sommo sacerdote, a suo modo, in continuità con l’Antico Testamento. Ecco precisamente lo scopo della Lettera agli Ebrei: mostrarci come Gesù realizzi l’istituzione del sacerdozio e realizzare nel linguaggio biblico non significa riprodurre il modello dell’Antico Testamento, ma portarlo alla sua piena perfezione. Vediamo allora i tre aspetti del sacerdozio antico e quali ne erano gli elementi essenziali: Il sacerdote era un mediatore, un membro del popolo ammesso a comunicare con la santità di Dio e, in cambio, trasmetteva al popolo i doni e le benedizioni di Dio. Nel brano odierno si sottolinea che Gesù è davvero un membro del popolo: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe… perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli…” (Eb 2,14-17). Essere «simile» significa condividere le stesse debolezze: tentazioni, prove, sofferenza e morte. Gesù ha condiviso la nostra povera condizione umana e per avvicinare Dio all’uomo, si è fatto uno di noi annullando così la distanza tra Dio e l’uomo. Inoltre il sacerdote doveva essere ammesso a comunicare con la santità di Dio che è il Santo, cioè il totalmente Altro (Kadosh, El Elyon, HaKadosh HaMufla), come spesso ci ricorda la Bibbia. Per avvicinarsi al Dio santo, i sacerdoti venivano sottoposti a riti di separazione: bagni rituali, unzioni, vestizioni e sacrifici. Anche i luoghi sacri in cui i sacerdoti officiavano erano separati dagli spazi di vita comune del popolo. Con Gesù, tutto ciò è stravolto: egli non si è mai separato dalla vita del suo popolo, anzi si è mescolato con i piccoli, gli emarginati, gli impuri. Eppure, dice la Lettera agli Ebrei, abbiamo una prova certa che Gesù è il Giusto per eccellenza, il Figlio di Dio, il Santo: la sua resurrezione sconfiggendo la morte ha ristabilito l’Alleanza con Dio, che era l’obiettivo stesso dei sacerdoti. Ora siamo liberi e il più grande nemico della libertà è la paura. Ma, grazie a Gesù, non abbiamo più nulla da temere perché conosciamo l’amore di Dio. Chi ci faceva dubitare di questo amore era satana, ma mediante la morte, Gesù l’ ha ridotto all’impotenza.(cf 2,14-15). La sofferenza di Gesù mostra fin dove arriva l’amore di Dio per noi. Infine una domanda: Perché in questa Lettera si parla dei «figli di Abramo» e non dei «figli di Adamo»? Dice infatti. “Non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo”. La risposta è perché Abramo, nella meditazione biblica, rappresenta la fede, intesa come fiducia e a noi resta la libertà di non essere figli di Abramo, cioè credenti. Sta a noi decidere se entrare o no nel progetto di Dio.
*Dal Vangelo secondo Luca (2, 22 – 40)
Nel racconto dell’evangelista Luca emerge una doppia insistenza: prima sulla Legge, poi sullo Spirito. Nei primi versetti (vv. 22-24), egli cita tre volte la Legge per rimarcare che la vita del bambino inizia sotto il segno della Legge. Va però chiarito che Luca cita la Legge d’Israele non come una serie di comandamenti scritti e anzi si potrebbe sostituire la parola “Legge” con “Fede di Israele”. La vita della Famiglia di Nazaret è tutta impregnata della fede e, quando si presentano al Tempio di Gerusalemme per adempiere le usanze giudaiche, lo fanno con un atteggiamento di fervore. Il primo messaggio di Luca è questo: la salvezza di tutta l’umanità ha preso forma nel quadro della Legge d’Israele, della fede di Israele: in una parola, il Verbo di Dio si è incarnato in questo contesto e così si è compiuto il disegno misericordioso di Dio per l’umanità. Poi entra in scena Simeone, spinto dallo Spirito, menzionato anch’esso tre volte. È dunque lo Spirito che ispira a Simeone le parole che rivelano il mistero di questo bambino: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza”. E’ bene riprendere queste parole di Simeone una per una: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli”. L’Antico Testamento è la storia di questa lunga e paziente preparazione da parte di Dio per la salvezza dell’umanità. E si tratta proprio della salvezza dell’umanità, non solo del popolo d’Israele. È esattamente ciò che Simeone precisa: “Luce per irivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. La gloria di Israele, infatti, sta nell’essere stato scelto non per se stesso, ma per tutta l’umanità. Con il progredire della storia, durante tutte le vicende dell’Antico Testamento il popolo che Dio si è scelto ha scoperto sempre più chiaramente che il progetto di salvezza di Dio riguarda l’intera umanità. inoltre tutto questo avviene nel Tempio. Per Luca il messaggio è fondamentale e lo comunica a noi: assistiamo già all’ingresso glorioso di Gesù, Signore e Salvatore, nel tempio di Gerusalemme, come aveva annunciato il profeta Malachia. Questo è proprio l’incipit della prima lettura: “Così dice il Signore Dio: Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore degli eserciti”.
Luca riconosce in Gesù l’Angelo dell’Alleanza che entra nel suo tempio. Le parole di Simeone sulla gloria e sulla luce si collocano perfettamente in questa linea: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Un’altra eco del vangelo di oggi nell’Antico Testamento si trova nel Salmo: “Chi è questo re di gloria? Alzate, o porte, la vostra fronte”. Il salmo attendeva un Messia-re discendente di Davide; sappiamo che il re di gloria è questo bambino. Luca descrive una scena maestosa di gloria: tutta la lunga attesa di Israele è rappresentata da due personaggi, Simeone e Anna. “Simeone, uomo giusto e pio aspettava la consolazione d’Israele”. Quanto ad Anna, si può pensare che, se parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme, era perché anche lei viveva con impazienza l’attesa del Messia. Quando Simeone proclama: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola., perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele», afferma chiaramente che questo bambino è il Messia, il riflesso della gloria di Dio. Con Gesù, è la Gloria di Dio che entra nel Santuario; il che equivale a dire che Gesù è la Gloria, che egli è Dio stesso. Da questo momento, il tempo della Legge è compiuto. L’Angelo dell’Alleanza è entrato nel suo tempio per diffondere lo Spirito sull’intera umanità di ogni razza e cultura.
P.S. Per un ulteriore approfondimento, visto che questa pagina evangelica la ritroviamo anche nella festa della Santa Famiglia di Nazaret, unisco qualche nota supplementare.
L’attesa del Messia era viva nel popolo ebraico all’epoca della nascita di Gesù, ma non tutti ne parlavano allo stesso modo anche se l’impazienza era condivisa da tutti. Alcuni parlavano della “Consolazione di Israele”, come Simeone, altri della “liberazione di Gerusalemme”, come la profetessa Anna. Alcuni aspettavano un re, discendente di Davide, che avrebbe scacciato gli occupanti, rappresentanti del potere romano. Altri attendevano un Messia completamente diverso: Isaia lo aveva lungamente descritto e lo chiamava “il Servo di Dio”.
A coloro che aspettavano un re, i racconti dell’Annunciazione e della Natività hanno mostrato che Gesù era proprio colui che attendevano. Per esempio, l’angelo nell’Annunciazione aveva detto a Maria: “Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre; regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Certamente la giovane di Nazaret rimase sorpresa, tuttavia il messaggio era chiaro. Eppure nel racconto della presentazione di Gesù al Tempio, non si parla di questo aspetto della personalità del bambino appena nato. E d’altronde, il bambino che entra nel Tempio tra le braccia dei suoi genitori non è nato in un palazzo reale, ma in una famiglia modesta e in condizioni precarie. Sembra piuttosto che san Luca ci inviti a riconoscere nel bambino presentato nel Tempio, il servo annunciato da Isaia nei capitoli 42, 49, 50 e 52-53: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio (42, 1)… Il Signore mi ha chiamato fin dal seno materno, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome (I49, 1)…Ogni mattina fa attento il mio orecchio, perché io ascolti come i discepoli; il Signore Dio ha aperto il mio orecchio” (50, 4-5). Un tal modo di esprimersi dichiara che questo servo era molto docile alla parola di Dio; e aveva ricevuto la missione di portare la salvezza a tutto il mondo. Isaia diceva: “Ti ho posto come alleanza per i popoli, come luce delle nazioni” (42, 6)… “Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (49, 6). Il che mostra che già all’epoca di Isaia si era compreso che il progetto d’amore e di salvezza di Dio riguarda tutta l’umanità e non solo il popolo d’Israele. Infine, Isaia non nascondeva il terribile destino che attendeva questo salvatore: egli avrebbe compiuto la sua missione di salvezza per tutti, ma la sua parola, ritenuta troppo scomoda, avrebbe suscitato persecuzioni e disprezzo. Ricordiamo questo passo: “Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che strappavano la barba” (50, 6). Probabilmente sotto l’ispirazione dello Spirito Santo e grazie alla sua conoscenza delle profezie di Isaia, Simeone capì immediatamente che il bambino era il Servo annunciato dal profeta. Intuì il destino doloroso di Gesù, la cui parola ispirata sarebbe stata rifiutata dalla maggioranza dei suoi contemporanei. Disse a Maria: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Simeone comprese che era giunta l’ora della salvezza per tutta l’umanità: “Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Sì, Gesù è il Messia Servo, descritto nei “Canti del Servo del Signore” d’Isaia (42,49,50,52-53) colui che porta la salvezza: “Per mezzo suo si compirà la volontà del Signore” (53, 10).
+Giovanni D’Ercole
Offro anche su richiesta di qualcuno una breve sintesi che è possibile diffondere tra i fedeli. Domenica prossima 2 Febbraio 2025 celebriamo la Presentazione del Signore e
prepariamoci dando un rapido sguardo alla parola di Dio che ascolteremo nella santa Messa
*Prima Lettura Dal libro del profeta Malachia (3,1-4)
Siamo in presenza di un misterioso frammento profetico visto da molti come una testimonianza di universalismo, di libertà e di speranza. Non è però facile capire come accogliere questo testo. Il profeta Malachia insiste tanto sul Tempio, sui leviti (o sacerdoti), sulle offerte e su tutto ciò che riguarda il culto perché Israele era sotto il dominio persiano e il popolo ebraico era comandato dai sacerdoti i quali erano i rappresentanti di Dio presso il suo popolo. L’alleanza con i sacerdoti era al servizio dell’alleanza di Dio con il suo popolo ed è proprio di questa alleanza che qui si tratta. Malachia si rivolge a tutti coloro che aspettano, desiderano, cercano e annuncia loro che non hanno atteso, cercato, desiderato invano e il loro desiderio, la loro attesa saranno esauditi perché presto arriverà L’Angelo dell’Alleanza cioè Dio stesso. Come scrive Malachia: “Io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me. Più tardi, Gesù citerà precisamente questa profezia riferendosi a Giovanni Battista. Chiedendo alla gente chi erano andati a vedere dirà che Giovanni Battista è “più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te; egli preparerà la tua strada davanti a te”(Mt 11,7-10 e Lc 7,27). Con queste parole, Gesù identificava sé stesso come l’Angelo dell’alleanza che viene nel suo tempio e lo capiremo meglio approfondendo il Vangelo di san Luca oggi, festa della Presentazione del Signore
*Salmo responsoriale 23/24 (7, 8, 9, 10)
“Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. Quest’espressione è solenne e un po’ sorprendente dato che è difficile immaginare che i lintei delle porte possano sollevarsi. Siamo in un contesto poetico e l’iperbole serve a esprimere la maestà di questo Re di gloria che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. L’espressione “re della gloria” è riferita a Dio stesso, il Signore dell’universo. Possiamo immaginare la folla e un coro che canta: “Alzate, o porte, la vostra fronte, alzatevi soglie antiche, ed entri il re della gloria”. E un altro coro risponde: “Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e valoroso, il Signore valoroso in battaglia”. Questo salmo è stato cantato nelle cerimonie del Tempio di Gerusalemme persino molto dopo l’esilio babilonese, in un’epoca in cui non vi era più nessuna processione intorno all’Arca. Proprio per questo ha acquisito maggiore importanza: avendo perso definitivamente l’Arca dell’’Alleanza, segno tangibile della presenza di Dio, il salmo rappresentava tutto ciò che restava dello splendore passato. Insegnava al popolo il necessario distacco: la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto carico di memoria. Inoltre, con il passare dei secoli, questo salmo ha assunto un significato nuovo: “Entri il re della gloria” è diventato il grido di impazienza per la venuta del Messia. Venga finalmente il Re eterno che regnerà sull’umanità rinnovata alla fine dei tempi! Questa era l’attesa d’Israele, che cresceva di secolo in secolo. Non stupisce, dunque, che la liturgia cristiana canti il salmo 23/24 il giorno in cui celebra la Presentazione di Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme: un modo per affermare che questo bambino è il re della gloria, cioè Dio stesso.
*Seconda Lettura Dalla lettera agli Ebrei ( 2,14-18)
Il tema della mediazione di Cristo è fondamentale nella Lettera agli Ebrei. E' senz’altro utile ricordare che fu scritta in un contesto di non poche polemiche e proprio da questa lettera possiamo intuire il tipo di obiezioni che i primi cristiani di origine ebraica dovevano affrontare. Essi si sentivano dire continuamente: Il vostro Gesù non è il Messia; abbiamo bisogno di un sacerdote, e lui non lo è. Era quindi fondamentale per un cristiano del I° secolo sapere che Cristo è veramente sacerdote. Gesù però, secondo la legge ebraica, non era sacerdote e non poteva aspirare a esserlo, tanto meno poteva considerarsi sommo sacerdote. La Lettera agli Ebrei risponde: Gesù non è sommo sacerdote discendente da Aronne, ma lo è a somiglianza di Melchisedek, personaggio che appare nel capitolo 14 della Genesi e visse molto prima di Mosè e di Aronne ed è legato ad Abramo. Eppure viene chiamato “sacerdote del Dio Altissimo” (Cf. Gn 14,18-20). Dunque Gesù è effettivamente sommo sacerdote, a suo modo, in continuità con l’Antico Testamento. Ecco precisamente lo scopo della Lettera agli Ebrei: mostrarci come Gesù realizzi l’istituzione del sacerdozio e realizzare nel linguaggio biblico non significa riprodurre il modello dell’Antico Testamento, ma portarlo alla sua piena perfezione. Infine una domanda: Perché in questa Lettera si parla dei «figli di Abramo» e non dei «figli di Adamo»? Dice infatti. “Non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo”. La risposta è perché Abramo, nella meditazione biblica, rappresenta la fede, intesa come fiducia e a noi resta la libertà di non essere figli di Abramo, cioè credenti. Sta a noi decidere se entrare o no nel progetto di Dio.
*Dal Vangelo secondo Luca (2, 22 – 40)
Nel racconto dell’evangelista Luca emerge una doppia insistenza: prima sulla Legge, poi sullo Spirito. Nei primi versetti (vv. 22-24), egli cita tre volte la Legge per rimarcare che la vita del bambino inizia sotto il segno della Legge. Va però chiarito che Luca cita la Legge d’Israele non come una serie di comandamenti scritti e anzi si potrebbe sostituire la parola “Legge” con “Fede di Israele” e la vita della Famiglia di Nazaret è tutta impregnata di questa fede. Il primo messaggio di Luca è questo: la salvezza di tutta l’umanità ha preso forma nel quadro della Legge d’Israele, della fede di Israele: in una parola, il Verbo di Dio si è incarnato in questo contesto e così si è compiuto il disegno misericordioso di Dio per l’umanità. Poi entra in scena Simeone, spinto dallo Spirito, menzionato anch’esso tre volte. È dunque lo Spirito che ispira a Simeone le parole che rivelano il mistero di questo bambino: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli”. L’Antico Testamento è la storia di questa lunga e paziente preparazione da parte di Dio per la salvezza dell’umanità. E si tratta proprio della salvezza dell’umanità, non solo del popolo d’Israele. È esattamente ciò che Simeone precisa: “Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. La gloria di Israele, infatti, sta nell’essere stato scelto non per se stesso, ma per tutta l’umanità. Per Luca il messaggio è fondamentale e lo comunica a noi: assistiamo già all’ingresso glorioso di Gesù, Signore e Salvatore, nel tempio di Gerusalemme, come aveva annunciato il profeta Malachia. Luca riconosce in Gesù l’Angelo dell’Alleanza che entra nel suo tempio. Il salmo attendeva un Messia-re discendente di Davide; sappiamo che il re di gloria è questo bambino. Luca descrive una scena maestosa di gloria: tutta la lunga attesa di Israele è rappresentata da due personaggi, Simeone e Anna. “Simeone, uomo giusto e pio aspettava la consolazione d’Israele”. Quanto ad Anna, si può pensare che, se parlava del bambino a quanti aspettavano la liberazione di Gerusalemme, era perché anche lei viveva con impazienza l’attesa del Messia. Quando Simeone proclama: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola., perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza “afferma chiaramente che questo bambino è il Messia. Con Gesù, la Gloria di Dio entra nel Santuario; il che equivale a dire che Gesù è la Gloria, Dio stesso entrato nel suo tempio per diffondere lo Spirito sull’intera umanità.
+Giovanni D’Ercole
III Domenica Tempo Ordinario (anno C) [26 gennaio 2025]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Questa domenica, 26 gennaio 2025, ricorre la VI Domenica della Parola di Dio. Nella Basilica di San Pietro sarà papa Francesco a presiederla nel contesto dell’Anno Giubilare. Il motto scelto è ripreso dal libro dei Salmi: «Spero nella tua Parola» (Sal 119,74).
III Domenica Tempo Ordinario Anno C
*Prima Lettura dal Libro di Neemia (8, 2-4a. 5-6. 8-10)
Per noi che cominciamo a lamentarci quando le liturgie durano più di un’ora, saremmo sicuramente ben serviti restando tutti insieme in piedi dall’alba fino a mezzogiorno, come un solo uomo: uomini, donne e bambini. E durante un cosi lungo tempo per ascoltare letture in ebraico, una lingua che ormai non si comprendeva più, anche se lo scriba, il lettore, si interrompeva di tanto in tanto per lasciare spazio al traduttore, che traduceva il testo in aramaico, lingua comunemente usata a Gerusalemme. Quanti partecipano non sembrano stanchi né trovano il tempo troppo lungo: al contrario, tutti piangono di commozione, cantano e continuamente intervengono acclamando insieme con le mani alzate: Amen! Esdra, il sacerdote, e Neemia, il governatore, possono ritenersi soddisfatti perché sono riusciti a ridare fiducia al popolo che, dopo l’esilio babilonese, continua ad attraversare un periodo complicato e difficile.
Abbiamo qui una bella testimonianza della ricostruzione del “focolare nazionale” d’Israele dopo la deportazione babilonese. Siamo a Gerusalemme intorno al 450 a.C.: l’esilio a Babilonia era ormai finito e si era riusciti finalmente dopo tante polemiche a ricostruire il Tempio di Gerusalemme, anche se non era proprio come quello di Salomone e a riprendere anche la vita della comunità. Potremmo dire che tutto andava bene, ma non è così e il morale era a terra perché la gente sembrava aver perso la speranza, che sempre aveva conservato pur nei tratti più sofferti della sua esistenza. La verità è che permanevano le cicatrici dei drammi del secolo precedente perché non era semplice riprendere a vivere dopo l’invasione e il saccheggio della città. Anzi, le cicatrici restarono per generazioni: cicatrici dell’esilio stesso, ma anche quelle del ritorno in patria dato che con la deportazione a Babilonia si era perso tutto. Il ritorno tanto atteso non è stato un trionfo, ma occasione di scontro tra quanti erano rimasti a Gerusalemme e ormai avevano cominciato una loro vita introducendo persino riti pagani e la “comunità del ritorno” che dopo oltre cinquant’anni pensava di trovare quanto i loro antenati avevano lasciato, cosa del resto impossibile e che creava seri scontri tra di loro. Il miracolo è che quel periodo, pur terribile, è stato molto fecondo perché la fede d’Israele sopravvisse alla prova. Non solo questo popolo mantenne intatta la sua fede durante l’esilio, in mezzo a tutti i pericoli dell’idolatria, ma rimase unito e crebbe persino il suo fervore. Tutto ciò grazie ai sacerdoti e ai profeti, che hanno compiuto un lavoro pastorale instancabile. Fu, per esempio, un periodo di intensa rilettura e meditazione delle Scritture dato che uno degli scopi principali durante i cinquant’anni di esilio fu quello di orientare tutte le speranze verso il ritorno nella terra promessa. Tuttavia il ritorno, tanto auspicato, si rivelò una doccia fredda perché, come l’esperienza insegna, tra il sogno e la realtà c’è quasi sempre un abisso. A ben vedere, il grande problema del ritorno, come abbiamo visto nei testi di Isaia per l’Epifania e la seconda domenica del Tempo Ordinario (domenica scorsa), fu la difficoltà di vivere insieme tra quelli che erano rientrati da Babilonia pieni di ideali e progetti, la cosiddetta “comunità di ritorno”, e quanti invece nel frattempo si erano stabiliti a Gerusalemme. Tra di loro non c’era un fossato, ma un vero baratro: alcuni erano pagani che avevano occupato il territorio e recato con sé culti idolatrici e le loro preoccupazioni erano lontane anni luce dalle molteplici esigenze della legge ebraica. Le loro priorità erano incompatibili con le richieste della Torah. La ricostruzione del Tempio si scontrò con la loro ostilità, e i membri meno ferventi della comunità ebraica furono spesso tentati dal lassismo prevalente. Le autorità erano particolarmente preoccupate per questo rilassamento religioso, che continuava ad aggravarsi a causa dei numerosi matrimoni tra ebrei e pagani e diventava praticamente impossibile preservare la purezza e le esigenze della fede in tali condizioni. E’ a questo punto che Esdra, il sacerdote e Neemia, il governatore laico, unirono le forze e riuscirono a ottenere insieme dal re di Persia, Artaserse, una missione per ricostruire le mura della città e pieni poteri per riorganizzare questo popolo. Va ricordato che si era ancora sotto il dominio persiano. Esdra e Neemia fecero il massimo possibile per risollevare la situazione e per ridare forza e svegliare il morale del popolo. La comunità ebraica aveva tanto più bisogno di coesione poiché ormai viveva quotidianamente a contatto con il paganesimo e l’indifferenza religiosa. Nella storia d’Israele, l’unità del popolo è sempre stata costruita in nome dell’Alleanza con Dio e i pilastri dell’Alleanza restano sempre gli stessi: sono cioè la Terra, la Città Santa, il Tempio e la Parola di Dio. Poiché erano rientrati in patria la Terra c’era; Neemia, il governatore si dedicò a riorganizzare la Città Santa, Gerusalemme e il Tempio si riuscì a ricostruirlo. Restava la Parola che venne proclamata durante una gigantesca celebrazione all’aperto.
Era importante curare ogni dettaglio per la messa in scena della celebrazione di cui qui si parla: anche la data venne scelta con attenzione e si riprese un’antica tradizione, una grande festa in occasione di quella che allora era la data del Capodanno: “il primo giorno del settimo mese”. Per l’occasione fu costruita una tribuna in legno che dominava il popolo e da quel palco in alto il sacerdote e i traduttori proclamarono la Parola. L’omelia poi fu un invito a fare festa: mangiate, bevete, perché è giorno di gioia, giorno del vostro raduno intorno alla Parola di Dio. Non è più tempo per lacrime e nemmeno di tristezza e commozione. C’è qui una lezione che può esserci utile: per rinsaldare la comunità, Esdra e Neemia non fanno la morale al popolo, ma propongono una festa intorno alla Parola di Dio. Per ravvivare il senso di famiglia non c’è di meglio che organizzare e condividere in maniera regolare momenti di gioiosa festa condivisa.
*Salmo responsoriale (18 (19), 8. 9. 10. 15)
Si incontra più volte questo salmo e abbiamo quindi già avuto l’occasione di sottolineare l’importanza per Israele della Legge che è un valore estremamente positivo, così come importante è il timore di Dio, un atteggiamento anch’esso profondamente positivo e filiale. Ci sono diversi passaggi dell’Antico Testamento in cui la Legge è presentata come un cammino: se un figlio di Israele vuole essere felice, deve fare attenzione a non deviare né a destra né a sinistra. Oggi, per comprendere meglio questo salmo, propongo di rileggere il libro del Deuteronomio. Il libro del Deuteronomio è relativamente tardivo, scritto in un periodo in cui il regno di Giuda, il regno del sud, si stava pericolosamente allontanando dalla pratica della Legge. Questo libro risuonò dunque come un grido d’allarme: Se non volete che vi accada la stessa catastrofe che ha colpito il regno del Nord, fareste bene a cambiare condotta. È quindi un rimando a tutti i comandamenti di Mosè e ai suoi avvertimenti. Il Deuteronomio contiene inoltre una meditazione sul ruolo della Legge il cui unico scopo è educare il popolo e mantenerlo sul retto cammino. Se Dio tiene così tanto al fatto che il suo popolo rimanga sulla retta via, è perché questo è l’unico modo per vivere felicemente e portare a compimento la vocazione di essere un popolo eletto fra le nazioni. Il re di Gerusalemme, Giosia, intraprese una riforma religiosa profonda intorno al 620 a.C., appoggiandosi proprio sul libro del Deuteronomio. Mentre noi saremmo inclini a vedere la legge come un peso, appare invece chiaro nella Bibbia che è uno strumento di libertà. Per aiutare a capire questo è Interessante nella tradizione biblica l’immagine dell’aquila che insegna ai suoi piccoli a volare. Gli ornitologi che hanno osservato le aquile nel deserto del Sinai raccontano che, quando i piccoli si lanciano, i genitori rimangono nelle vicinanze e planano sopra di loro tracciando ampi cerchi; quando i piccoli sono stanchi, possono in qualsiasi momento riposarsi (nel doppio senso di riprendere fiato e posarsi sulle ali dei genitori) per poi rilanciarsi una volta recuperate le forze. Il fine ultimo, naturalmente, è che i piccoli diventino presto capaci di cavarsela da soli. L’autore biblico ha preso questa immagine per spiegare che Dio dà la sua Legge agli uomini per insegnare loro a volare con le proprie ali. Non c’è ombra di dominio in questo, tutt’altro; liberando il suo popolo dalla schiavitù in Egitto, il Signore ha dimostrato una volta per tutte che il suo unico obiettivo è liberare il suo popolo. Ecco cosa dice il libro del Deuteronomio: “Il Signore trovò il suo popolo in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo educò, lo allevò, lo custodì come sulla pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le sue ali” (Dt 32, 9-11). Un Dio che vuole l’uomo libero! Questo è il messaggio che si trasmette fedelmente di generazione in generazione: «Domani, quando tuo figlio ti chiederà: perché queste prescrizioni, queste leggi e queste usanze che il Signore nostro Dio vi ha comandato?» allora risponderai a tuo figlio: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto, ma con mano potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto… Il Signore ci ha comandato di mettere in pratica tutte queste leggi e di temere il Signore nostro Dio, affinché fossimo sempre felici e ci mantenesse in vita come oggi» (Dt 6, 20-24). Quando il re Giosia cercò di riportare il suo popolo sul retto cammino, si comprese quanto importante fosse per lui far conoscere questo libro, che ripete in tutti i modi questo messaggio: la via più breve per essere un popolo libero e felice è vivere secondo i comandi del Dio d’Israele. Sottinteso, se i vostri fratelli del Nord sono finiti così male, è perché hanno dimenticato questa verità elementare (da tenere sempre presente la divisione fra il regno del sud, regno di Giuda e quello del nord, il regno d’Israele e come il regno del nord a causa di alleanze con popoli stranieri finì per essere occupato e praticamente distrutto). E ora, ricorda Giosia, non è solo la salvezza del regno del Sud a essere in gioco – che ovviamente era la sua prima preoccupazione – ma la salvezza dell’intera umanità. E come potrà il popolo eletto essere testimone del Dio liberatore dinanzi a tutte le genti se non si comporta esso stesso come un popolo libero e ricade invece nelle costanti tentazioni dell’umanità: idolatria, ingiustizia sociale, lotta per il potere?
Nel corso della storia, gli autori biblici hanno preso gradualmente coscienza di questa responsabilità che Dio ha affidato al suo popolo proponendogli la sua Alleanza: «Al Signore nostro Dio appartengono le cose nascoste, mentre quelle rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, affinché siano messe in pratica tutte le parole di questa Legge» (Dt 29, 28). Questo ispira a Israele un grande orgoglio che mai diventa presunzione; se necessario, il Deuteronomio richiama il popolo all’umiltà: «Se il Signore si è affezionato a voi e vi ha scelti, non è perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli, perché siete il più piccolo di tutti» (Dt 7, 7); e ancora: «Riconosci che non è perché sei giusto che il Signore tuo Dio ti dà in possesso questa terra buona, perché tu sei un popolo dalla dura cervice» (Dt 9, 6).
l nostro salmo oggi riprende questa lezione di umiltà: «I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi” (v.9). “I precetti del Signore sono retti”: ecco un bel modo per dire che solo Dio è saggio. Non serve allora credersi furbi, ma lasciarsi piuttosto guidare da lui con semplicità. A tal proposito il re Giosia avrà ripetuto volentieri questo richiamo per incoraggiare i suoi sudditi : «Sì, questo comando che oggi ti ordino non è troppo difficile per te, né fuori dalla tua portata. Non è in cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo a prendercelo, affinché ce lo faccia udire e possiamo metterlo in pratica? Non è neppure al di là del mare, perché tu dica: Chi attraverserà il mare per noi a prendercelo, affinché ce lo faccia udire e possiamo metterlo in pratica? Sì, la parola è molto vicina a te: è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica». La pratica umile e quotidiana della Legge può trasformare gradualmente un intero popolo; come dice ancora il salmo: «Il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi” Dt 30, 11)..
Un’ultima osservazione: Il libro del Deuteronomio, che noi oggi conosciamo, è posteriore a Giosia; tuttavia le basi erano ben poste già in un manoscritto trovato dagli operai di Giosia durante la restaurazione del tempio di Gerusalemme (cf. Secondo Libro dei Re 22,8-13 e Secondo Libro delle Cronache 34,14-19). Si tratta di un interessante manoscritto portato probabilmente dai rifugiati del regno del Nord dopo la caduta di Samaria nel 721 e che costituiva una solida esortazione per una vera conversione e un invito a tornare alla pratica dei comandamenti. Gli studiosi ritengono che faccia parte dei capitoli 12-26 del libro del Deuteronomio.
*Seconda Lettura dalla Prima Lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (12, 12-30)
San Paolo in maniera semplice e diretta afferma che ciascuno nella comunità cristiana e civile ha un compito da svolgere e il suo posto da occupare stando attenti l’uno all’altro: non bisogna disprezzarsi a vicenda, e anzi occorre ricordare che tutti hanno bisogno di tutti. Il lungo ragionamento di Paolo è prova di una situazione concreta: la comunità di Corinto affrontava esattamente gli stessi problemi che conosciamo noi oggi.
Per dare una lezione ai suoi fedeli, Paolo ricorre a un metodo che funziona meglio di qualsiasi discorso: propone loro un esempio con una parabola che in realtà non ha inventato del tutto perché usa una favola che tutti conoscevano e la adatta al suo obiettivo. Si tratta di una narrazione allegorica più nota come l’apologo “la pancia e le membra” di Menenio Agrippa, un console e diplomatico romano del V secolo a.C. In verità questa narrazione è già presente in Esopo, narratore e favolista dell’antica Grecia (VI secolo a.C.) come pure in Fedro (contemporaneo di Gesù 20 a. C. - 50 d.C.) entrambi ben noti al tempo di san Paolo. Questa parabola si trova nella Storia Romana di Tito Livio e Jean Fontaine (1621-1695) l’ha ripresa e trasformata in versi nel IX libro delle sue favole. Come tutte le favole, comincia con: C’era una volta un uomo come tutti gli altri… tranne per il fatto che, in lui, tutte le membra parlavano e discutevano tra loro, ma non tutte mostravano un buon carattere, a quanto pare, probabilmente perché alcune avevano l’impressione di essere meno considerate o un po’ sfruttate. Un giorno, durante una discussione, i piedi e le mani si ribellarono contro lo stomaco: perché lo stomaco, lui, si limitava a mangiare e bere ciò che le altre membra gli procuravano e tutto il piacere era per lui? Non era certo lo stomaco a stancarsi lavorando, coltivando la vigna, facendo la spesa, tagliando la carne, masticando e via dicendo. Allora decisero tutte le membra semplicemente di scioperare e da quel momento, nessuno si sarebbe più mosso: lo stomaco avrebbe visto cosa gli sarebbe successo. In questo modo se lo stomaco moriva la soddisfazione sarebbe stata di chi aveva smesso di lavorare. Avevano però dimenticato una cosa molto semplice: se lo stomaco muore di fame, non sarà l’unico a soffrirne. Quel corpo, come tutti gli altri, era un tutt’uno, e tutti hanno bisogno di tutti!
San Paolo riprese dunque dal patrimonio culturale del suo tempo una parabola molto facile da capire. E, se qualcuno non avesse compresa, si prese la briga di spiegare lui stesso il significato della parabola del corpo e delle membra illustrandone l’insegnamento. Per Paolo, la morale è chiara: le nostre diversità sono una ricchezza, a patto di usarle come strumenti per l’unità. Uno dei punti salienti del discorso di Paolo è che, nemmeno per un istante, parla in termini di gerarchia o superiorità: giudei o pagani, schiavi o uomini liberi dato che tutte le nostre distinzioni umane non contano più. Ormai conta una sola cosa: il nostro Battesimo nello stesso Spirito, la nostra partecipazione a un unico corpo, il corpo di Cristo.
Le prospettive di Dio sono completamente diverse come Gesù ha chiaramente insegnato ai suoi apostoli: “Tra voi non sarà così” (Mt20, 25-28). Paolo sa tuttavia che questa maniera di vedere le cose, non pensare più in termini di superiorità, gerarchia, avanzamenti o onori, è molto difficile e allora insiste sul rispetto che bisogna riservare a tutti: semplicemente perché la dignità più alta, l’unica che conta, è essere tutti membra dell’unico corpo di Cristo.
Il rispetto, nel senso etimologico del termine, è una questione di sguardo: a volte, le persone che ci sembrano o riteniamo poco importanti non le vediamo nemmeno, il nostro sguardo non si sofferma su di loro. A tutti può capitare di sentirsi ignorati agli occhi di qualcuno: il suo sguardo scivolava su di noi come se non esistessimo. Non è così?
Insomma, Paolo ci offre una grande lezione di rispetto: rispetto delle diversità, da un lato, e rispetto della dignità di ciascuno, qualunque sia la funzione che svolge e il ruolo sociale che riveste. So che non è semplice, ma è necessario avere uno sguardo meno egoista per scoprire ciò che di singolare ciascuno di noi può apportare nella vita delle nostre famiglie, delle nostre comunità e nella società. C’è chi è una mente pensante, chi è un ricercatore, un inventore, un organizzatore… C’è chi ha fiuto, chi sa essere paziente, chi è chiaroveggente, chi ha il dono della parola e chi è più bravo nello scrivere e c’è chi soffre una malattia o è molto povero materialmente e spiritualmente ma tutti possono offrire qualcosa agli altri. Si potrebbe continuare nell’enumerare i tanti carismi da scoprire e valorizzare: basta orientare bene lo sguardo. Se domenica scorsa, seconda domenica del Tempo ordinario, leggendo l’inizio del capitolo 12 della prima lettera ai Corinti, sembrava che fosse un inno alla diversità, lo sviluppo odierno è un richiamo all’unità attraverso il rispetto delle differenze.
*Dal Vangelo secondo Luca (1,1-4;4,14-21)
Nelle domeniche del tempo ordinario dell’Anno liturgico C ci accompagna l’evangelista Luca e di lui abbiamo già potuto meditare il racconto della nascita e dell’infanzia di Gesù nel tempo di Natale. Sappiamo molto poco su come sono stati scritti i vangeli e, in particolare, sulle loro date di composizione. Tuttavia, dal vangelo odierno possiamo dedurre alcune precisazioni. Ci fu certamente una predicazione orale prima che i vangeli venissero messi per iscritto, poiché Luca dice a Teofilo di voler permettergli di verificare «la solidità degli insegnamenti che ha ricevuto». Luca riconosce anche di non essere stato un testimone oculare degli eventi; ha potuto informarsi solo tramite i testimoni oculari, il che implica che questi erano ancora vivi quando scrisse. Possiamo dunque supporre che la predicazione sulla risurrezione di Cristo sia iniziata già a partire dalla Pentecoste e che il vangelo di Luca sia stato scritto più tardi, ma prima della morte degli ultimi testimoni oculari, fissando così una data limite intorno all’80-90 d.C.
Quanto leggiamo oggi si colloca dopo il battesimo di Gesù e il racconto delle sue tentazioni nel deserto. Apparentemente, tutto sembrava procedere bene per Gesù che inizia la sua missione pubblicamente dopo la morte di Giovanni Battista. Scrive l’evangelista: “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle sinagoghe dei Giudei, e gli rendevano lode”. Quel sabato mattina Gesù, da buon ebreo tornato da un viaggio, si recò per il culto nella sinagoga. Nulla di sorprendente se gli affidano una lettura, dato che ogni fedele aveva il diritto di leggere le Scritture. La celebrazione nella sinagoga si svolse normalmente, fino a quando Gesù lesse il testo del giorno, che era un celebre passo del profeta Isaia. Nel grande silenzio che seguì la lettura, Gesù affermò con tranquillità qualcosa di straordinario: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Seguì qualche minuto di imbarazzato silenzio, il tempo necessario per interpretare il significato delle sue parole. Infatti i presenti si aspettavano che Gesù facesse un commento, come era consuetudine, ma non un commento capace di sorprendere tutti. E’ difficile oggi a noi immaginare l’audacia di quell’affermazione così pacata di Gesù, ma per i suoi contemporanei, quel venerabile testo del profeta Isaia era riferito al Messia. Soltanto il Re-Messia, quando sarebbe venuto, avrebbe potuto permettersi di affermare: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione…” Dall’inizio della monarchia, infatti, il rito di consacrazione dei re prevedeva un’unzione con olio. Questo gesto era il segno che Dio stesso ispirava il re in modo permanente per renderlo capace di compiere la sua missione di salvare il popolo. Si diceva allora che il re era «mashiach», che in ebraico significa semplicemente «unto» e che in italiano è tradotto con Messia mentre in greco con Christos e in latino Christus.
Al tempo di Gesù, non c’erano più re sul trono di Gerusalemme, ma si attendeva che Dio inviasse finalmente il re ideale, che avrebbe portato al suo popolo libertà, giustizia e pace. In particolare, nella Palestina occupata dai Romani, si attendeva colui che avrebbe liberato il popolo dall’occupazione romana. Chiaramente, Gesù di Nazareth, il figlio del falegname, non poteva pretendere di essere quel Re-Messia atteso. Come avrebbero potuto riconoscere il Messia che aspettavano in Gesù umile falegname in terra di Galilea? Eppure era davvero il Messia. Bisogna riconoscere che Gesù non ha smesso di sorprendere i suoi contemporanei. San Luca sottolinea, introducendo questo passo, che Gesù era accompagnato dalla potenza dello Spirito, caratteristica essenziale del Messia. Ma questa è l’affermazione di Luca, il cristiano; gli abitanti di Nazareth, invece, non sapevano che, realmente, lo Spirito del Signore riposava su Gesù. C’è poi da aggiungere quest’osservazione sul brano evangelico appena ascoltato. Gesù cita il profeta Isaia e la citazione l’attribuisce a sé stesso, la fa propria come un vero discorso programmatico: “Lo Spirito del Signore è sopra di me… Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare un anno di grazia del Signore. Della profezia di Isaia (61,1-2) egli non legge e anzi salta del tutto l’ultima parte del versetto 2, che dice: “…e un giorno di vendetta per il nostro Dio.” Si tratta di un’omissione significativa perché si concentra sull’annuncio della grazia e della liberazione, lasciando da parte l’idea di vendetta e tutto il suo ministero è centrato sulla misericordia, sulla salvezza e sull’amore di Dio, piuttosto che sul giudizio o sulla punizione immediata. Quest’omissione dell’ultima frase di Isaia e l’applicazione del passo a sé stesso hanno urtato i suoi ascoltatori per diverse ragioni. Anzitutto gli abitanti di Nazareth si aspettavano un Messia che avrebbe liberato Israele dai suoi oppressori, soprattutto dai Romani, e avrebbe portato giustizia e vendetta contro i nemici del popolo ebraico. L’omissione del “giorno di vendetta del nostro Dio” sembrava allontanare l’idea di un Messia politico e giustiziere. Proclamando un messaggio di grazia e salvezza universale, Gesù sfidava le loro attese nazionalistiche. In merito alla sua dichiarazione, cioè che la profezia di Isaia si realizza in Lui, molti dei presenti la ritenevano scandalosa e presuntuosa perché lo conoscevano come il “figlio del falegname” (Luca 4,22) che viveva tra loro, e non riuscivano a conciliare la sua umile origine con l’idea di un inviato di Dio. inoltre Gesù, quando più tardi menzionerà gli episodi di Elia ed Eliseo (Luca 4,25-27), andrà a sottolineare il fatto che Dio spesso è intervenuto per il bene di pagani come la vedova di Sarepta in Sidone o Naaman il Siro e questo mostrava che la salvezza e la grazia di Dio non erano esclusivamente per Israele, ma anche per i pagani. Proclamare quest’universalismo però offendeva l’orgoglio nazionale e religioso dei suoi ascoltatori. Infine, molti ebrei dell’epoca speravano in un giudizio immediato contro i nemici di Israele. Il fatto che Gesù enfatizzasse solo il tempo di grazia senza menzionare la vendetta poteva essere percepito come una negazione della giustizia divina contro i malvagi e questo urtava coloro che desideravano una liberazione rapida e definitiva. La combinazione di tanti elementi fa comprendere la reazione violenta dei suoi concittadini che tentano di cacciarlo dalla sinagoga e persino di ucciderlo gettandolo da una rupe (Luca 4,28-30). Infine, l rifiuto di Gesù da parte dei suoi compaesani diventa un simbolo del rifiuto più ampio che Egli incontrerà nel suo ministero.
Una nota informativa. Durante le prime domeniche del Tempo Ordinario nei cicli liturgici A, B, C la liturgia ci fa rileggere la Prima Lettera di San Paolo ai Corinti. E’ una lettura semicontinua, che inizia la prima domenica del Tempo Ordinario e termina la domenica che precede Mercoledì delle Ceneri.
Anno A. Le letture si concentrano principalmente sui primi quattro capitoli della lettera.
Tema principale: l’unità della Chiesa e la centralità di Cristo.
*Domenica I: 1Cor 1,1-3 – Saluto iniziale e chiamata alla santità.
*Domenica II: 1Cor 1,10-13.17 – Esortazione all’unità nella comunità cristiana.
*Domenica III: 1Cor 1,26-31 – La sapienza di Dio contro la sapienza umana.
*Domenica IV: 1Cor 2,1-5 – La predicazione fondata sulla potenza dello Spirito.
Anno B. Le letture proseguono nei capitoli 6-9 della lettera. Tema principale: la vita morale e le responsabilità personali e comunitarie.
*Domenica II: 1Cor 6,13c-15a.17-20 – Il corpo come tempio dello Spirito Santo.
*Domenica III: 1Cor 7,29-31 – L’urgenza di vivere in vista del Regno di Dio.
*Domenica IV: 1Cor 8,1b-7.10-13 – La responsabilità verso i fratelli più deboli nella fede.
*Domenica V: 1Cor 9,16-19.22-23 – San Paolo come apostolo che si fa tutto per tutti.
Anno C Le letture si concentrano sui capitoli 12-15 della lettera. Tema principale: i carismi, l’amore cristiano e la risurrezione.
*Domenica II: 1Cor 12,4-11 – Diversità di carismi, un unico Spirito.
*Domenica III: 1Cor 12,12-30 – La Chiesa come corpo di Cristo.
*Domenica IV: 1Cor 13,4-13 – L’inno alla carità.
*Domenica V: 1Cor 15,12. 16- 20 – La risurrezione dei morti come fondamento della fede.
Ogni anno liturgico utilizza una sezione diversa della lettera per riflettere sulle diverse esigenze e temi della vita cristiana. Si evidenziano temi chiave come l’unità, la carità, la vita morale e la speranza nella risurrezione. Questo schema semicontinuo consente ai fedeli di approfondire progressivamente l’insegnamento dell’apostolo Paolo.
+Giovanni D’Ercole
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!
2a Domenica del Tempo Ordinario (anno C) [19 gennaio 2025]
*Prima Lettura dal libro del profeta isaia (62,1-5)
Quanta tenerezza mostra Dio verso il popolo d’Israele che poteva davvero sentirsi abbandonato, soprattutto nel contesto del ritorno dall’esilio! Infatti, pur tornati da Babilonia nel 538 a.C., il Tempio fu ricostruito solo a partire dal 521 e in questo periodo di attesa si insinuò un senso di abbandono. Per contrastare questa disperazione, Isaia, ispirato da Dio, scrive questo splendido testo per proclamare che Dio non ha dimenticato il suo popolo né la sua città prediletta. E presto tutti lo sapranno! “Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te”. Il profeta Isaia non manca certo di audacia! Per ben due volte, in questi pochi versetti appare il desiderio amoroso come espressione dei sentimenti di Dio verso il suo popolo. L’amore divino emerge in queste coraggiose espressioni: “Non ti chiameranno più ‘abbandonata’, né la tua terra sarà chiamata ‘devastata’, ma ti chiameranno ‘mia desiderata’ (letteralmente: il mio desiderio è in te), e la tua terra sarà chiamata ‘sposata cioè sposa mia’, perché il Signore trova in te la sua delizia (meglio il suo desiderio d’amore) e la tua terra avrà uno sposo.” Qui c’è una vera e propria dichiarazione d’amore! Neppure uno sposo direbbe di più alla sua amata: sarai la mia sposa… Sarai bella come una corona, come un diadema d’oro nelle mie mani… sarai la mia gioia. Come non essere colpiti dalla bellezza del vocabolario e dalla poesia che traspare da questo testo? Vi troviamo il parallelismo delle frasi, così caratteristico dei Salmi: “Per amore di Sion non tacerò, / per amore di Gerusalemme non mi darò pace… Sarai una corona splendente nella mano del Signore/ un diadema regale tra le dita del tuo Dio… Ti chiameranno ‘Mia Preferita’, e la tua terra sarà detta ‘Sposata’. Perché il Signore ti ha scelta, / e la tua terra avrà uno sposo”.
Questo testo si potrebbe chiamare il “poema d’amore di Dio” e il profeta Isaia esercita il ministero profetico fra il 740 a.C. e il 701 a.C durante il regno di vari re di Giuda tra cui Ozia, Iotam, Acaz, Ezechia in un periodo di grandi cambiamenti politici e minacce soprattutto a causa dell’espansione del ‘impero degli Assiri. Isaia è stato il primo ad avere l’audacia di usare un tale linguaggio. Anche se Dio ama l’umanità di un amore così grande, ciò era vero fin dall’origine, tuttavia l’umanità non era pronta a comprenderlo. La rivelazione di Dio come sposo, così come quella di Dio-Padre, è stata possibile solo dopo diversi secoli di storia biblica. All’inizio dell’Alleanza tra Dio e il suo popolo, questa nozione sarebbe stata ambigua. Gli altri popoli concepivano troppo facilmente i loro dèi a immagine degli uomini e delle loro vicende familiari. In una prima fase della rivelazione bisognava piuttosto scoprire il Dio unico totalmente Altro rispetto all’uomo e accogliere la sua Alleanza. Fu dunque il profeta Osea, il primo a paragonare il popolo di Israele a una sposa. Definiva “adultèri” le infedeltà del popolo, cioè le sue ricadute nell’idolatria. Dopo di lui, Geremia, Ezechiele, il Secondo Isaia e il Terzo Isaia (autore del testo che leggiamo oggi) svilupparono il tema delle nozze tra Dio e il suo popolo; nei loro scritti troviamo tutto il vocabolario degli sponsali: i nomi affettuosi, la veste nuziale, la corona della sposa, la fedeltà, ma anche la gelosia, l’adulterio.
Ecco qualche esempio: Osea scrive: “Mi chiamerai ‘mio sposo’… Ti farò mia sposa per sempre… nella giustizia e nel diritto, nella fedeltà e nella tenerezza” (2,18.21). Nel secondo Isaia leggiamo: “Il tuo sposo è colui che ti ha creata… Si può forse rifiutare la donna della propria giovinezza? Nella mia fedeltà eterna ti mostro la mia tenerezza.» (Is 54, 5…8). Il testo più impressionante su questo tema è sicuramente il Cantico dei Cantici: si presenta come un lungo dialogo amoroso, composto da sette poemi. A dire il vero, in nessun punto i due innamorati sono identificati, ma la tradizione ebraica lo interpreta come una parabola dell’amore di Dio per l’umanità. La prova è che questo testo viene proclamato durante la celebrazione della Pasqua, la grande festa dell’Alleanza di Dio con il suo popolo e, attraverso esso, con tutta l’umanità. Nel brano odierno, uno dei passatempi preferiti dello sposo sembra essere dare nuovi nomi alla sua amata. Sapete quanto sia importante il nome nelle relazioni umane: ciò a cui non posso o non so dare il nome non esiste per me. Dare il nome a qualcuno significa già conoscerlo; e quando il rapporto con una persona si approfondisce, non è raro sentire il bisogno di darle un soprannome. Nella vita di coppia o in famiglia, diminutivi e soprannomi hanno un ruolo importante. Anche la Bibbia riflette questa esperienza fondamentale della vita umana; il nome ha un’importanza enorme, perché rivela il mistero della persona, la sua essenza profonda, la sua vocazione e missione. Spesso viene spiegato il significato del nome dei personaggi principali: ad esempio, l’angelo annuncia che il nome di Gesù significa “Dio salva”, indicando che quel bambino salverà l’umanità in nome di Dio. A volte Dio cambia il nome di qualcuno nel momento in cui gli affida una nuova missione: Abram diventa Abramo, Sarai diventa Sara, Giacobbe diventa Israele e Simone diventa Pietro. Nel testo di oggi, dunque, è Dio a dare nuovi nomi a Gerusalemme: da “abbandonata” diventa “mia gioia”, da “terra devastata” diventa “sposata”.
*Salmo Responsoriale (dal Sal 95/96, 1-2a, 2b-3. 7-8a, 9a-10)
Questo salmo invita a contemplare la gloria di Dio: la sua salvezza, le sue meraviglie, la sua potenza. “Cantate al Signore un canto nuovo… cantate al Signore, benedite il suo nome””. Nulla di sorprendente: in Israele, infatti, è abitudine costante ricordare l’opera di Dio lungo i secoli per liberare il suo popolo da tutto ciò che ostacola la sua felicità. Di giorno in giorno Israele proclama la sua salvezza… di giorno in giorno Israele fa memoria delle opere di Dio, delle sue meraviglie, ovvero della sua incessante azione di liberazione… di giorno in giorno Israele testimonia che Dio lo ha liberato dall’Egitto prima e poi da ogni forma di schiavitù. E la più terribile di tutte le schiavitù è sbagliarsi su chi sia Dio, riporre la propria fiducia in falsi valori, in falsi dèi che possono solo deludere, in idoli. Israele ha il privilegio immenso, l’onore straordinario, la gioia di sapere e proclamare che “il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno” (come afferma la professione di fede ebraica, lo Shema Israel). E la fede in Lui è l’unica via di felicità per l’uomo. Questo è il messaggio che Israele trasmette al mondo: “Dite tra le genti: Il Signore regna!”
Riprendiamo l’espressione: “Dite alle genti”. Nel linguaggio biblico, le nazioni o le genti indicano tutti i popoli diversi da Israele, i cosiddetti goyîm, ossia il resto dell’umanità, i non circoncisi, come dice san Paolo. Nei testi biblici, il termine goyîm assume significati diversi, a volte persino contraddittori. Talvolta ha un’accezione decisamente negativa: ad esempio, il libro del Deuteronomio parla delle “abominazioni delle genti” e questa condanna si riferisce al loro politeismo, alle loro pratiche religiose in generale e, in particolare, ai sacrifici umani. Il popolo eletto deve restare fedele a Dio senza compromessi, scoprendo il vero volto dell’unico Dio. Per questo nella prima fase della rivelazione, è necessario evitare ogni contatto con le genti o nazioni, percepite come un rischio di contagio idolatrico. La storia di Israele dimostra quanto più volte sia stato reale questo rischio! Inoltre, nella mentalità dell’epoca, dove le divinità erano viste come alleate nei conflitti, era inconcepibile immaginare un Dio che parteggiasse per tutti i popoli contemporaneamente. In questo salmo, però, si badi bene che il termine “ genti” non è più negativo: le “genti” sono tutti coloro che non appartengono al popolo di Israele, ma che sono comunque destinatari della salvezza di Dio, esattamente come il popolo eletto. Questo salmo, quindi, è stato composto in epoca relativamente tarda, probabilmente dopo l’esilio a Babilonia, quando Israele iniziava a comprendere che il Dio unico è il Dio di tutto l’universo e di tutta l’umanità, e che la sua salvezza non è riservata a Israele.
“Annunciate… a tutti i popoli dite le sue meraviglie”. Per arrivare a questa comprensione, Dio ha guidato il popolo eletto attraverso un lungo e paziente percorso pedagogico. Israele ha gradualmente aperto il cuore, accettando che il suo Dio fosse anche il Dio di tutti gli uomini, impegnato nella ricerca della felicità di tutti, non solo della propria. Il popolo eletto ha compreso di essere il fratello maggiore, non il figlio unico: la sua vocazione è quella di aprire la strada agli altri popoli nella lunga marcia dell’umanità verso Dio. E arriverà il giorno in cui tutti i popoli, senza eccezione, riconosceranno Dio come unico Dio. Allora, l’intera umanità riporrà la propria fiducia solo in Lui. Il salmo esprime questa speranza universale: “Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome”.
Gli ultimi versetti del salmo, che questa domenica non leggiamo, offrono una sorta di anticipazione della fine dei tempi perché arriverà il giorno nel quale tutta la creazione celebrerà la gloria di Dio: “Gioisca il cielo! Esulti la terra! Le onde del mare fremano, / i campi siano in festa e gli alberi della foresta danzino di gioia davanti al Signore”. Quel giorno vedremo danzare persino gli alberi! Il presente però non è facile. Occorre perseverare nella fede e testimoniare la propria fede davanti alle genti/ nazioni e la lotta contro l’idolatria, contro i falsi dèi, non è mai del tutto vinta. Quanto attuale è questo salmo!
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 12,4-1)
Questa lettera ai Corinzi risale a venti secoli fa ma è sorprendentemente attuale. Come restare cristiani in un mondo che ha valori completamente diversi? Come discernere, tra le idee che circolano, quelle compatibili con la fede cristiana? Come convivere con i non cristiani senza venir meno alla carità, ma anche senza perdere la nostra identità? Il mondo attorno a noi parla di sesso e di denaro… Come possiamo evangelizzarlo? Queste erano le domande dei cristiani di Corinto, appena convertiti in un mondo prevalentemente pagano. Son in verità le stesse domande che ci poniamo oggi, noi cristiani in una società che non privilegia più i valori del vangelo e le risposte di Paolo ci riguardano tutte. Egli affronta le divisioni nella comunità, i problemi della vita coniugale specialmente quando i coniugi non condividono la stessa fede, come pure l’urgenza di rimanere saldi di fronte al proliferare di nuove idee ed emergenti nuovi culti religiosi. Nell’ambito di ciascuno di questi temi, Paolo rimette le cose al loro posto. Tuttavia, come sempre, quando tratta argomenti concreti, Paolo ci ricorda prima di tutto dove porre il fondamento, cioè nel Battesimo. Lo aveva già ben preannunciato Giovanni Battista parlando del Battesimo inaugurato da Cristo con il quale veniamo immersi nel fuoco dello Spirito (Mt 3,11), ed è lo Spirito che ora agisce in noi secondo le nostre diversità. Paolo lo ribadisce: “tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole”. A Corinto, come nel resto del mondo ellenistico, si idolatrava l’intelligenza e si ambiva alla saggezza spesso attraverso la filosofia. A coloro che cercavano di giungere alla saggezza tramite il ragionamento rigoroso, Paolo risponde che la vera saggezza, che è l’unica conoscenza che conta, non si raggiunge con discorsi, ma è un dono di Dio data per mezzo dello Spirito. Non c’è pertanto motivo di vantarsene: tutto è dono. La parola “dono” (o il verbo “dare”) compare in questo testo ben sette volte! Anche se tale concetto esiste nella Bibbia, Paolo però riprende ciò che Israele aveva già compreso - ovvero che solo Dio conosce e rivela la vera saggezza - e la sua novità consiste nel parlare dello Spirito come di una Persona. Si distacca così totalmente dalle speculazioni filosofiche dell’epoca: non propone una nuova scuola di filosofia, ma annuncia Qualcuno e i doni distribuiti ai membri della comunità cristiana non riguardano il potere o il sapere, ma una nuova esistenza interiore. In questo passaggio, dove il nome dello Spirito ricorre sette volte, pur rivolto ai Corinzi, non parla di loro, ma esclusivamente dello Spirito all’opera nella comunità cristiana, che con pazienza e costanza orienta tutti verso il Padre (ci ispira a dire «Abba» – Padre) e verso i fratelli. Paolo chiarisce che a ognuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. I Corinzi, attratti da fenomeni spirituali straordinari, vengono così ricondotti all’essenziale: l’obiettivo è il bene di tutti, perché lo Spirito è l’Amore in persona. Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. Ed allora le nostre diversità ci rendono capaci, ciascuno a suo modo, di manifestare l’unico Amore di Dio. Una delle lezioni di questo testo di Paolo è imparare a gioire delle differenze che rappresentano le molteplici sfaccettature di ciò che l’Amore ci permette di realizzare, rispettando l’unicità di ciascuno. Consideriamo dunque la varietà di razze, lingue, doni, arti, invenzioni… una tale diversità è la ricchezza della Chiesa e del mondo, purché sia vissuta nell’amore. Dio vuole che l’umanità sia come un’orchestra: una stessa ispirazione, espressioni diverse e complementari, strumenti differenti che creano una sinfonia purché tutti suonino nella stessa tonalità; altrimenti, si ha una cacofonia! La sinfonia di cui parla Paolo è il canto d’amore che la Chiesa è chiamata a intonare al mondo. Potremmo definirlo un “inno all’amore”, come esiste l’inno alla gioia o l’inno alla vita di celebri musicisti. La complementarità nella Chiesa non è dunque questione di ruoli o funzioni per strutturarla con un organigramma ben definito. È qualcosa di molto più importante e sublime: la missione affidata alla Chiesa di rivelare l’Amore. Quanto mai opportuna è questo testo di san Paolo in questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani!
*Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,1-11)
San Giovanni usa un linguaggio diverso dagli altri evangelisti e occorre imparare a scoprire che le cose importanti vengono spesso dette tra le righe. Per lui, questo primo “segno” (così lo chiama) di Gesù a Cana è di enorme rilevanza: da solo evoca il grande mistero del progetto di Dio sull’umanità, il mistero della nuova creazione, mistero di Alleanza e di Nozze tra Dio e il suo popolo. Il Prologo, ossia l’inizio del primo capitolo del suo vangelo, è una grande meditazione su questo mistero e il racconto del miracolo di Cana in fondo è la stessa meditazione espressa però sotto forma di narrazione. Questi due testi, posti all’inizio del vangelo e riletti in simmetrica contemplazione, ci aiutano a introdurci alla comprensione di tutto ciò che seguirà. Cercheremo dunque di leggere il racconto delle nozze di Cana avendo in mente e nel cuore il Prologo. Sono due testi che “abbracciano” la “settimana inaugurale” della vita pubblica di Gesù. Settimana che inizia con Giovanni Battista sulle rive del Giordano interrogato dai farisei sulla sua missione mentre già annuncia la venuta di Gesù. Il giorno dopo, egli lo vede avvicinarsi e lo riconosce come “il Figlio di Dio, colui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1,33-34). Il giorno successivo (notare la precisione di Giovanni che sembra richiamare il primo capitolo della Genesi dove l’autore sacro ogni volta annota: “fu sera e fu mattina”), altri due discepoli di Giovanni Battista lasciano il suo gruppo per seguire Gesù, che li invita a trascorrere la serata con lui. Il giorno seguente, Gesù parte per la Galilea con alcuni discepoli. In Galilea, tre giorni dopo, si svolge il miracolo di Cana e l’evangelista inizia il racconto dicendo: ”Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea”. Se contiamo i giorni dall’inizio siamo giunti al “settimo giorno” e il riferimento a una settimana o a un “settimo giorno” non può essere casuale perché il “settimo giorno” richiama sempre il compimento della creazione. “Questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù”: siamo alla fine del brano e Giovanni annota che fu l’inizio; anche nel Prologo afferma: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”. Siamo qui nel contesto dei sette giorni della creazione, mentre nelle nozze di Cana viene annotata l’ora delle nozze tra Dio e l’umanità mostrando che quest’evento si situa nel settimo giorno della nuova creazione. A Cana Gesù non si limita a moltiplicare il vino, ma lo crea. Come all’inizio di tutte le cose, il Verbo, rivolto verso Dio, aveva creato il mondo, ora inaugura una nuova creazione. E si tratta di nozze! Il parallelismo poi continua: il sesto giorno della Creazione, Dio aveva completato la sua opera creando la coppia umana a sua immagine; il settimo giorno della nuova creazione, Gesù partecipa a un banchetto nuziale ed è un modo per dire che il progetto creatore di Dio è, in definitiva, un progetto di Alleanza, un progetto di Nozze. (Molto probabilmente la prima lettura - Isaia 62 che parla di Israele come «gioia di Dio» e di Dio come sposo del suo popolo- è stata posta proprio in relazione a questa pagina evangelica). I Padri della Chiesa hanno visto nel miracolo di Cana la realizzazione della promessa divina: qui iniziano le nozze di Dio con l’umanità. Ma che significato riveste il termine l’ora? Per Giovanni si tratta d’un termine simbolico di cruciale valore perché si riferisce all’Ora in cui il progetto di Dio si compie in Cristo. Quando Gesù dice a Maria:” Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora” sta pensando alla sua missione più grande: realizzare le nozze tra Dio e l’umanità. La frase (Donna, che vuoi da me?) sorprende e ha generato molte discussioni. In greco, la frase significa “Che c’è tra me e te?”, cioè “tu non puoi comprendere”. Qui Gesù si confronta con il mistero della sua missione: deve compiere un miracolo, creare del vino, e rivelare così la sua natura divina? In questa scena si potrebbe cogliere un’eco delle tentazioni nei Vangeli sinottici: nel deserto, Gesù aveva rifiutato di trasformare le pietre in pane, perché sarebbe stato un miracolo per sé stesso. A Cana, invece, crea il vino per la gioia degli altri. Il Figlio di Dio compie miracoli solo per il bene dell’umanità. C’è poi il riferimento al “terzo giorno” non certamente casuale. Rimanda alla Resurrezione e collega Cana alla Pasqua. È lì, nella morte e resurrezione di Cristo, che l’Alleanza sarà definitivamente sigillata. Quando Giovanni dice: “E manifestò la sua gloria”, allude alla gloria definitiva della Resurrezione. In questa prospettiva, Cana diventa il primo segno visibile della gloria di Cristo, preludio alla gloria piena del Risorto.
Alcune annotazioni finali su un testo che meriterebbe una ben più lunga riflessione
1 - “Il terzo giorno”: da sola, questa precisione è certamente un messaggio; anche in questo caso, non si tratta di una semplice annotazione aneddotica per riempire un diario, ma di una meditazione teologica: la memoria dei discepoli è per sempre segnata da un certo terzo giorno, quello della Risurrezione. Essa ci rimanda dunque all’altra estremità, per così dire, della vita pubblica di Gesù: alla Passione, morte e Risurrezione di Cristo. È un modo per Giovanni di dirci che lì, e solo lì, l’Alleanza di Dio con l’umanità sarà definitivamente sigillata e saranno celebrate le sue nozze con l’umanità. Del resto, l’ultima frase, “Manifestò la sua gloria”, è anche un’allusione alla Risurrezione. Nel Prologo Giovanni diceva: “ Il Verbo si è fatto carne e ha abitato tra noi e noi abbiamo visto la sua gloria”… . È proprio a Cana che i discepoli videro per la prima volta la gloria di Gesù, in attesa della manifestazione definitiva della gloria di Dio sul volto del Cristo, morto e risorto.
2. L’evangelista Giovanni specifica che Cana è in Galilea, il che amplia notevolmente la prospettiva: la Galilea, tradizionalmente, è considerata il paese dei pagani, un crocevia di popoli; Isaia la chiamava “il paese dell’ombra, la Galilea delle genti”. Dio quindi sposa l’intera umanità, non solo alcuni privilegiati.
3. “Donna, che vuoi da me?” Non cerchiamo di minimizzare l’evidente vivacità di questa reazione del Figlio verso sua madre. In ebraico, questa frase generalmente esprime una divergenza di opinioni, a volte persino ostilità (Gdc 11,12; Mc 1,24; 2 Sam 16,10; 2 Sam 19,23); riconosciamo però che si tratta di casi estremi. La riflessione di Gesù potrebbe somigliare di più a quella della vedova di Sarepta nei confronti di Elia al momento della morte di suo figlio (1 Re 17,18): ella considera la presenza del profeta come un intervento inopportuno. Tuttavia, la difficoltà rimane: Gesù, mite e umile di cuore, manca forse di rispetto verso sua madre? In realtà, forse qui si intravede un’ammissione implicita di un autentico conflitto interiore del Figlio riguardo alla sua missione. Colui che non si permetteva di compiere miracoli per il proprio beneficio (come trasformare le pietre in pane) doveva qui trasformare l’acqua in vino? Qui si tocca la profondità del mistero di Cristo, un mistero che egli stesso ha gradualmente scoperto: essendo pienamente uomo, ha dovuto crescere poco a poco, come ciascuno di noi, nella comprensione della sua missione.
4. Le giare d’acqua di Cana sono di pietra, e Giovanni lo sottolinea intenzionalmente: le brocche di terracotta venivano usate per l’acqua potabile, mentre le giare di pietra erano destinate all’acqua per le abluzioni rituali. È proprio quest’acqua, simbolo dell’Alleanza, che si è trasformata nel vino delle nozze.
5. I discepoli scopriranno il miracolo solo in seguito, perché gli unici che sono realmente a conoscenza del fatto, come sottolinea san Giovanni, sono i servitori (versetto 9): essi lo sapevano, per così dire, “nella loro carne”, perché furono loro ad attingere l’acqua, a trasportarla, e tutto ciò in un’obbedienza cieca, senza forse comprendere a cosa sarebbe servita quell’acqua. Ovviamente, non ci deve sorprende troppo che i poveri, in questo caso gli ultimi - i servi - siano i primi a essere a conoscenza del progetto di Dio!
+Giovanni D’Ercole
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco i commenti delle letture di questa domenica
Solennità del Battesimo di Gesù anno C [12 gennaio 2025]
*Lettura dal libro del profeta Isaia (40, 1-5.9-11)
Questo è l’inizio di uno dei passaggi più belli del Libro di Isaia, chiamato il “Libretto della Consolazione d’Israele” perché le prime parole sono: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”. Questa frase, da sola, è già una buona notizia sorprendente, quasi inaspettata, per chi la sa ascoltare. Le espressioni “il mio popolo” e “il vostro Dio” richiamano l’Alleanza ed esprime la consapevolezza che se anche la relazione tra Dio e il suo popolo è in crisi l’amore non è finito. In effetti proprio questa era la preoccupazione degli esiliati. Durante l’esilio a Babilonia, cioè tra il 587 e il 538 a.C., ci si poteva chiedere: Dio ha abbandonato il suo popolo? Ha forse rinunciato alla sua Alleanza? Si è stancato delle nostre infedeltà reiterate a tutti i livelli? L’obiettivo principale del Libretto della Consolazione di Isaia è affermare che non è così e Dio ribadisce ancora: “Sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”.
Mi limito a seguire il testo con qualche commento:
+“Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta”, dice Isaia. Questo significa che la schiavitù a Babilonia è finita; è quindi un annuncio di liberazione e del ritorno a Gerusalemme.
+“La sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati”. Secondo la legge di Israele, un ladro doveva restituire il doppio dei beni rubati (ad esempio due animali per uno). Parlare al passato di questa doppia punizione era un modo figurato per dire che la liberazione era vicina, poiché la pena era stata scontata. I “peccati” di Gerusalemme e il suo “crimine”, menzionati dal profeta, erano tutte le infrazioni all’Alleanza: i culti idolatri, le violazioni del sabato e delle altre prescrizioni della Legge, ma soprattutto le numerose mancanze di giustizia e, più grave di tutto, il disprezzo per i poveri. Il popolo ebraico ha sempre considerato l’esilio come la conseguenza di tutte queste infedeltà, poiché all’epoca si credeva ancora che Dio punisse le colpe.
+“Una voce grida” (v. 3): l’autore di questo libretto non ci dice chi sia e si presenta come la voce che grida da parte di Dio; tradizionalmente viene chiamiato il secondo Isaia. “Una voce grida: Nel deserto preparate la via del Signore”. Una volta, nella storia di Israele, Dio preparò nel deserto la strada che condusse il popolo dalla schiavitù alla libertà, dall’Egitto alla Terra Promessa; ebbene, dice il profeta, come il Signore ha liberato il suo popolo dall’oppressione egiziana, oggi lo libererà da quella babilonese.
+La strada della libertà. “Spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata”. Era usanza dei vincitori costringere i vinti a enormi lavori di livellamento per preparare una via trionfale per il ritorno del re vittorioso. Peggio ancora: una volta all’anno, a Babilonia, durante la festa del dio Marduk, gli schiavi ebrei dovevano compiere questi lavori di livellamento per preparare il passaggio del corteo con il re e le statue dell’idolo in testa. Per gli ebrei credenti, era un’umiliazione e un dolore profondi. Ora Isaia, incaricato di annunciare la fine della schiavitù e il ritorno a casa, dice: questa volta, sarà nel deserto tra Babilonia e Gerusalemme che traccerete una strada. E non sarà per un idolo pagano, ma per voi e il vostro Dio che vi guiderà.
+“Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno perché la bocca del Signore ha parlato”. Si potrebbe tradurre: Dio sarà finalmente riconosciuto come Dio e tutti vedranno che Egli ha mantenuto le sue promesse.
+“Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion”. “Alza la voce non temere, annuncia alla città di Giuda”. Si noti il parallelismo di queste due frasi: un parallelismo perfetto, volto a sottolineare questa Buona Notizia indirizzata a Sion o Gerusalemme, ovvero al popolo, non alla città. Il contenuto della Buona Notizia segue immediatamente: “Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore viene con potenza; il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede”.
+“Come un pastore fa pascolare il suo gregge e con il suo braccio raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. Qui ritroviamo in Isaia l’immagine cara a un altro profeta contemporaneo, Ezechiele. La giustapposizione di queste due immagini (un re trionfante, un pastore) può sorprendere, ma l’ideale del re in Israele comprendeva entrambi gli aspetti: un buon re era un pastore pieno di premure per il suo popolo, ma anche un re trionfante sui nemici, proprio per proteggere il suo popolo. Questo testo risuonava come una straordinaria notizia per i contemporanei di Isaia, nel VI secolo a.C. Cinque o sei secoli dopo, quando Giovanni Battista vide Gesù di Nazaret avvicinarsi al Giordano per ricevere il Battesimo, queste parole di Isaia risuonarono in lui, e fu colto da un’evidenza folgorante: ecco colui che radunerà definitivamente il gregge del Padre… Ecco colui che trasformerà i sentieri tortuosi degli uomini in strade di luce… Ecco colui che restituirà al popolo di Dio la sua dignità… Ecco colui nel quale si rivela la gloria (cioè la presenza) del Signore. Finito il tempo dei profeti, ormai Dio stesso è in mezzo a noi
*Salmo responsoriale (103 (104),1c-3a.3bc-4.24-25.27-28.29-30)
Il salmo 103/104, di cui leggiamo oggi alcuni estratti può essere confrontato con l’inno del faraone Akhenaton. Si tratta di una preghiera che proviene dall’Egitto: un inno rivolto al sole dal re Amenofi IV, marito di Nefertiti. È noto che questo faraone dedicò una parte significativa delle sue energie all’instaurazione di una nuova religione: sostituì il culto di Amon (il cui clero gli sembrava troppo potente) con quello del Dio Aton, ossia il sole. In questa occasione, prese il nuovo nome di Akhenaton. La sua preghiera è stata trovata incisa su una tomba a Tell El-Amarna, in Egitto (sulle rive del Nilo). Vale la pena leggere il testo:
“Tu ti levi splendido all’orizzonte del cielo, Sole vivente che vivi dall’origine. Risplendi all’orizzonte dell’est, hai riempito ogni terra con la tua bellezza. Sei splendido, grande, brillante, ti innalzi sopra tutte le terre. Quante sono le tue opere, misteriose ai nostri occhi! Unico Dio, non hai simili, hai creato la terra secondo il tuo cuore. Gli esseri si formano sotto la tua mano come li hai voluti. Tu risplendi ed essi vivono; tu tramonti ed essi muoiono. Tu hai la durata della vita in te stesso, si vive di te. Gli occhi si volgono alla tua bellezza fino a che ti nascondi, e ogni lavoro termina quando tramonti a occidente.”
Appare evidente che questo inno, rivolto in Egitto al dio-sole, somigli moltissimo al salmo 103/104, composto in Israele. Tuttavia, il testo egizio è più antico: risale al XIV secolo a.C., un periodo in cui gli ebrei erano schiavi in Egitto. Si può dunque supporre che abbiano avuto occasione di ascoltare questo poema rivolto al dio-sole, e lo abbiano adattato trasformandolo alla luce della loro nuova religione, quella del Dio che li aveva liberati dall’Egitto. Sebbene però i due testi si somiglino, differiscono ancora molto e soprattutto su due punti fondamentali:
1. Il Dio d’Israele è personale e unico, che ha offerto al suo popolo una relazione di alleanza. È un Dio con un progetto sull’umanità, un Dio che vuole l’uomo libero. Ad esempio, il salmo inizia e termina con l’acclamazione: “Benedici il Signore, anima mia,” espressione tipica dell’alleanza tra il popolo d’Israele e il suo Dio. Inoltre, il nome usato per designare Dio è il famoso nome dell’alleanza, rappresentato dalle quattro lettere YHVH, che non si pronunciano ma ricordano la presenza eterna di Dio con il suo popolo. Questo nome è tradotto nel testo con la parola “Signore”.
2. Dio è il creatore, il sole è una creatura. Nella visione biblica, a differenza della preghiera del faraone Akhenaton, solo Dio è Dio e il sole non è altro che una creatura priva di volontà propria. In altri versetti del salmo, si afferma: “Hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del tramonto. Stendi le tenebre e viene la notte” (v.v. 19-20).
In altre parole, se il sole ha un qualsiasi potere, è Dio, e solo Dio, che glielo ha dato. Allo stesso modo, nel libro della Genesi, per sottolineare il ruolo subordinato del sole e della luna, l’autore del primo capitolo della Genesi non li nomina nemmeno, ma li chiama semplicemente: “I due grandi luminari: il maggiore per governare il giorno, il minore per governare la notte” (Gn 1,16). In sostanza, sono strumenti della creazione.
In Israele Il Salmo 103/104 veniva cantato per lodare Dio creatore, re di tutta la creazione. È particolarmente evidente nella frase:“Mandi il tuo soffio: sono creati; rinnovi la faccia della terra”, che richiama il testo della Genesi: “Il Sgnore Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo; soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un essere vivente” (Gn 2,7).
Per esprimere che Dio è re, si usa il linguaggio di corte: “Sei rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un mantello!” Come se Dio indossasse un mantello regale! Altrove, il salmista esclama:
“Sei tanto grande, Signore, mio Dio!” : un’acclamazione regale tradizionale in Israele.
Va poi considerato questo salmo in connessione con il Battesimo di Gesù che oggi celebriamo. Quando la liturgia propone questo salmo per la festa del Battesimo di Cristo, a prima vista può sembrare un accostamento sorprendente. Tuttavia, il legame emerge in due aspetti: 1.Proclamazione di Gesù come Figlio di Dio: Durante il Battesimo, una voce dal cielo dichiara: “Tu sei il Figlio amato; in te ho posto il mio compiacimento.”
2. Nuova creazione: L’episodio del Battesimo richiama il soffio di Dio che aleggiava sulle acque nella Genesi (Gn 1,2). Quando Gesù viene battezzato, il cielo si apre e lo Spirito Santo discende su di lui come una colomba, segnando l’inizio della nuova creazione.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito (2,11-14 ; 3,4-7)
Riprendo qui quanto già ho pubblicato commentando questa stessa lettera a Natale sia nella messa della notte che nella messa dell’aurora. San Paolo affidò al suo discepolo Tito la responsabilità delle comunità cristiane di Creta. Il compito non era facile, poiché i Cretesi avevano una pessima reputazione all’epoca; un poeta locale, Epimenide di Cnosso, nel VI secolo a.C., li definì “Cretesi, sempre bugiardi, brutte bestie, fannulloni”. Paolo, citandolo, conferma: “Questa testimonianza è vera” (Tt 1,12-13). Nonostante ciò, Paolo e Tito cercarono di trasformare questi Cretesi pieni di difetti in cristiani. La lettera a Tito contiene i consigli del fondatore della comunità a colui che ne è ora responsabile. Include raccomandazioni molto concrete per i membri della comunità: anziani e giovani, uomini e donne, padroni e schiavi. Anche i responsabili non sono trascurati; Paolo insiste sulla serietà della vita richiesta a loro, facendo capire che questo non era scontato (Tt 1,7-8). E la serie di consigli che l’postolo da, evidenzia i progressi ancora da compiere. Per Paolo, la morale cristiana si radica nell’evento che segna la svolta nella storia del mondo: la nascita di Cristo. Quando Paolo afferma “la grazia di Dio si è manifestata”, intende dire “Dio si è fatto uomo”. Da allora, il nostro modo di essere umani è trasformato: “Egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo” (Tt 3,5). La trasformazione dell’intera umanità è in programma, poiché il progetto di Dio, previsto da tutta l’eternità, è di riunirci tutti attorno a Gesù Cristo, superando divisioni, rivalità e odi, per diventare un solo uomo. Paolo afferma: “Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo” (Tt 2,13). “Nell’attesa” implica che, prima o poi, ciò avverrà.
Questa certezza e l’attesa sono il motore di tutta la liturgia: durante la celebrazione, i cristiani non sono rivolti al passato, ma sono già un solo uomo in piedi, rivolto al futuro. Quando verrà la fine del mondo, si potrà dire: “E si alzarono come un solo uomo. E quest’uomo aveva per nome Gesù Cristo”.
Una nota storica: Sulla nascita di una comunità cristiana a Creta, alcuni studiosi ipotizzano quanto segue: secondo gli Atti degli Apostoli, la nave che trasportava Paolo prigioniero in attesa di un giudizio a Roma fece scalo in un luogo chiamato “Bei Porti” (Kaloi Limenes) nel sud dell’isola. Tuttavia, Luca non menziona la nascita di una comunità in quell’occasione, e Tito non faceva parte del viaggio. È noto che, dopo numerose peripezie, questo viaggio si concluse come previsto a Roma, dove Paolo fu imprigionato per due anni in condizioni assimilabili a una “residenza sorvegliata”. Si suppone che questa prigionia romana si sia conclusa con una liberazione. Paolo avrebbe quindi intrapreso un quarto viaggio missionario, durante il quale evangelizzò Creta. Per ragioni di stile, vocabolario e persino di verosimiglianza cronologica, molti esperti delle lettere paoline ritengono che questa lettera a Tito (così come le due lettere a Timoteo) sia stata scritta solo alla fine del I secolo, circa trent’anni dopo la morte di Paolo, ma in fedeltà al suo pensiero e per sostenere la sua opera. Indipendentemente dall’epoca in cui questa lettera è stata redatta, è evidente che le difficoltà dei Cretesi persistevano.
*Vangelo secondo san Luca (3,15-22)
Tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) narrano l’evento del Battesimo di Cristo, ciascuno a modo suo. Giovanni, invece, non lo racconta direttamente, ma vi fa riferimento. Luca ha un approccio particolare, che cercherò qui di evidenziare. Ad esempio, il suo testo inizia con “Mentre tutto il popolo veniva battezzato”: Luca è l’unico a menzionare che il popolo si faceva battezzare; è anche l’unico a menzionare la preghiera di Gesù: “Mentre tutto il popolo veniva battezzato e, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera”; questo accostamento è tipico di Luca: uomo tra gli uomini, Gesù non smette di essere al contempo unito al Padre. Luca desidera sottolineare così tanto l’umanità di Gesù che, solo nel suo Vangelo, curiosamente, il racconto del Battesimo è seguito immediatamente da una genealogia. A differenza della genealogia posta all’inizio del Vangelo di Matteo, che parte da Abramo e discende fino a Gesù passando per Davide e Giuseppe, la genealogia di Gesù in Luca parte da lui e risale ai suoi antenati; era (come si pensava, dice Luca) figlio di Giuseppe, figlio di Davide, figlio di Abramo… Ma Luca risale ancora più indietro: ci dice che Gesù è “figlio di Adamo, figlio di Dio”. Ciò indica chiaramente che, al momento della stesura del suo Vangelo, i primi cristiani avevano compreso questa relazione privilegiata di Gesù di Nazareth con Dio: egli era il Figlio di Dio nel vero senso del termine. “Tu sei il Figlio mio, l’amato”, dice la voce dal cielo. Il seguito non è esclusivo di Luca: Matteo e Marco usano termini simili. Mentre Gesù pregava, “il cielo si aprì”: in tre parole, un evento decisivo! La comunicazione tra cielo e terra è ristabilita; la preghiera del popolo credente è stata ascoltata; da secoli, questa era l’attesa del popolo ebraico. “Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi, davanti a te sussulterebbero i monti, come il fuoco incendia le stoppie, come il fuoco fa bollire le acque”, diceva Isaia (Is 63,19-64,1). Le acque sono presenti, poiché ciò avviene presso il Giordano; il fuoco è evocato: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”, diceva Giovanni Battista. E Luca continua: “E discese sopra di lui lo Spirito Santo, in forma corporea, come una colomba”. Qui lo Spirito non è associato alla violenza del fuoco, ma alla colomba, simbolo di dolcezza e fragilità. Non è una contraddizione: forza e violenza… dolcezza e fragilità, tale è l’amore, tale è lo Spirito.
I quattro evangelisti menzionano questa manifestazione dello Spirito sotto forma di colomba: nei tre Vangeli sinottici, le espressioni sono molto simili: Matteo e Marco dicono che lo Spirito discende “come una colomba”, mentre in Luca “lo Spirito Santo discese su Gesù in forma corporea, come una colomba”. Nel Vangelo di Giovanni, è Giovanni Battista che, in seguito, racconta la scena: “Ho visto lo Spirito discendere dal cielo come una colomba e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: ‘Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza in Spirito Santo’. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,32-34).
Questa rappresentazione della colomba è certamente molto significativa, poiché tutti e quattro gli evangelisti l’hanno riportata. Cosa poteva evocare per loro? Nell’Antico Testamento, richiama innanzitutto la Creazione: il testo della Genesi non menziona la colomba, dice semplicemente “lo spirito di Dio aleggiava sulle acque” (Gn 1,2). Ma nella meditazione ebraica, si era imparato a riconoscere in questo soffio lo stesso Spirito di Dio; e un commento rabbinico della Genesi afferma: “Lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque come una colomba che aleggia sopra i suoi piccoli, ma non li tocca” (Talmud di Babilonia). Inoltre, la colomba evocava l’Alleanza tra Dio e l’umanità, rinnovata dopo il diluvio; si ricorda il rilascio della colomba da parte di Noè: è stata lei a indicare a Noè che il diluvio era terminato e che la vita poteva riprendere. Ancora più significativo, l’amato del Cantico dei Cantici chiama la sua amata “mia colomba, nelle fenditure della roccia… mia sorella, mia amica, mia colomba, mia tutta pura” (Ct 2,14; 5,2). Ora, il popolo ebraico legge il Cantico dei Cantici come la dichiarazione d’amore di Dio all’umanità. Siamo quindi all’alba di una nuova era: nuova Creazione, nuova Alleanza.
In quel momento, dice Luca, “venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il Figlio mio l’amato, in te ho posto il mio compiacimento’”. Non vi è dubbio che questa voce sia quella di Dio stesso: da molto tempo, il popolo d’Israele non aveva più profeti, ma i rabbini affermavano che nulla impedisce a Dio di rivelarsi direttamente e che la sua voce, proveniente dai cieli, geme come una colomba. Ora, questa frase “venne una voce dal cielo: ‘Tu sei il Figlio mio l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’” non era nuova per gli orecchi ebraici: era tanto più solenne, poiché erano le parole con cui i profeti parlavano del Messia. In quel momento, Giovanni Battista comprese: la colomba dello Spirito designava il Messia. Una domanda sorge spontanea: perché Gesù, che non aveva peccato, chiese di essere battezzato? Si potrebbe rispondere che sarebbe stato sorprendente il contrario. Come avrebbe potuto dissociarsi dal grande movimento delle folle desiderose di conversione che si accalcavano attorno al Battista? Inoltre, Luca aveva certamente in mente i Canti del Servo del secondo libro di Isaia: “È stato annoverato tra i malfattori” (Is 53,12). Luca stesso lo cita nel cuore della Passione (Lc 22,37).
Il battesimo di Gesù ha un significato profondo: pur essendo senza peccato, Egli si sottopone a questo rito per identificarsi con l’umanità peccatrice e per adempiere ogni giustizia. Questo gesto prefigura la sua missione di Redentore, che porterà a compimento attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Inoltre, il battesimo di Gesù segna l’inizio del suo ministero pubblico di Gesù ed è manifestazione della Trinità, con la voce del Padre e la discesa dello Spirito Santo in forma di colomba su Gesù, il figlio amato del Padre.
+Giovanni D’Ercole
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga!
Con gli auguri ancora freschi per questo nuovo anno, ecco il commento delle letture della solennità dell’Epifania
Epifania del Signore [6 gennaio 2025]
*Prima Lettura dal Libro del profeta Isaia (60,1-6)
Il richiamo ai simboli dell’oro, incenso e mirra, presente in questo testo del profeta Isaia, l’hanno fatto scegliere per l’odierna festa dell’Epifania del Signore con evidente connessione ai doni dei Magi, ma c’è molto di più. Da notare tutte le espressioni di luce che sono in questo passaggio: “Rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te”…(come sorge il sole) su di te risplende il Signore , la sua gloria appare su di te… cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere”. Insomma la tua luce, lo splendore della tua aurora ti renderà radiosa. Contrariamente a quel che si può immaginare, come spesso capita con i profeti che coltivano la speranza, dobbiamo dedurre immediatamente che l’umore generale in quel momento era piuttosto cupo. Perché l’umore generale era cupo, e che cosa suggerisce il profeta per invitare il popolo alla speranza? Per quanto riguarda l’umore, guardiamo al contesto: questo testo fa parte degli ultimi capitoli del libro di Isaia; siamo negli anni 525-520 a.C., cioè circa quindici o vent’anni dopo il ritorno dall’esilio a Babilonia. I deportati erano tornati in patria, e si credeva che la felicità si sarebbe stabilita, ma questo ritorno tanto atteso non ha soddisfatto tutte le aspettative. C’erano quelli che, rimasti nel paese, avevano vissuto il periodo di guerra e occupazione; gli esuli tornati dall’esilio speravano di ritrovare il loro posto e i loro beni. Poiché l’esilio durò cinquant’anni, coloro che erano partiti erano morti là e i superstiti rientrati in patria erano i loro figli o nipoti. Questo non doveva semplificare le riunioni, tanto più che coloro che tornavano non potevano pretendere di recuperare l’eredità dei loro genitori perché, proprio a causa del lungo periodo di cinquant’anni, i beni degli assenti e degli esiliati erano stati occupati e altri se ne erano impossessati. Inoltre molti stranieri si erano stabiliti nella città di Gerusalemme e in tutto il paese e vi avevano introdotto altre usanze, altre religioni. Appare evidente che quest’ammasso di persone tanto diverse non costituiva un clima ideale per vivere insieme. Prima causa di disaccordo fu la ricostruzione del Tempio. Fin dal ritorno dall’esilio, autorizzato nel 538 dal re Ciro, i primi rientrati, che formavano la cosiddetta “comunità del ritorno”, avevano ristabilito l’antico altare del Tempio di Gerusalemme e avevano ripreso a celebrare il culto come in passato. Si volle al tempo stesso cominciare la ricostruzione del Tempio, ma alcune persone considerate eretiche vollero intervenire. Si tratta di un miscuglio di ebrei rimasti nel paese e di popolazioni straniere pagane insediate lì dall’occupante mescolate insieme persino attraverso dei matrimoni che avevano preso abitudini giudicate eretiche dagli ebrei che tornavano dall’Esilio e per questo motivo la “comunità del ritorno” rifiutò che il Tempio del Dio unico fosse costruito da persone che poi vi avrebbero celebrato altri culti. Questo rifiuto fu mal accolto e coloro che erano stati respinti si opposero con tutti i mezzi: il risultato fu l’arresto dei lavori e il tramonto del sogno di ricostruire il Tempio. Con il passare degli anni crebbe e si diffuse lo scoraggiamento. La tristezza e lo sconforto non sono però degni del popolo portatore delle promesse di Dio e per questo Isaia insieme al profeta Aggeo decisero di risvegliare i loro compatrioti invitandoli a non piangersi addosso e a mettersi al lavoro per ricostruire il Tempio. Conoscendo questo contesto, il linguaggio quasi trionfante d’Isaia ci sorprende, ma è il linguaggio abituale nei profeti. Se promettono tutta questa luce è perché il popolo è moralmente a terra e ci si trova nella notte più cupa. Tuttavia è proprio durante la notte che si scrutano i segni del sorgere del giorno e il ruolo del profeta è ridare coraggio annunciando l’alba del nuovo giorno. E’ chiaro: più il profeta insiste sul tema della luce più vuol dire che il popolo è oppresso dal buio dello scoramento. Per risollevarne il morale Isaia e Aggeo insistono su un solo argomento fondamentale per gli ebrei: Gerusalemme è la Città santa, scelta da Dio per farvi dimorare il segno della sua presenza. Dio stesso si è impegnato con il re Salomone, decidendo che “qui sarà il mio Nome”. Possiamo così sintetizzare e attualizzare il messaggio di Isaia: “Vi sentite in un tunnel, nel buio più profondo, ma alla fine del tunnel vi attende la luce. Ricardatevi la promessa: giunge il Giorno in cui tutti riconosceranno in Gerusalemme la Città santa”. E allora non lasciatevi abbattere e mettetevi al lavoro, dedicate tutte le vostre forze a ricostruire il Tempio come avete promesso. In ogni tempo quando ci si sente scoraggiati dalle difficoltà e si brancola nel buio dell’incertezza occorrono profeti che ridestano il coraggio della speranza. Isaia lo fa capire con determinazione e questo è il suo ragionamento: quando si è credenti, anche il buio più oscuro non riesce a soffocare la speranza. E qui non si tratta di promessa legata a un trionfo politico, ma della promessa di Dio: un giorno l’intera umanità sarà finalmente riunita in un’armonia perfetta nella Città santa.
*Salmo Responsoriale (71/72)
Questo salmo ci fa assistere all’incoronazione di un nuovo re, quando i sacerdoti pronunciano su di lui preghiere che raccolgono i desideri e i sogni del popolo all’inizio di ogni nuovo regno. Si auspica la potenza politica per il re, la pace e la giustizia, la felicità, la ricchezza e prosperità per tutti e il popolo eletto ha il vantaggio di sapere che questi sogni degli uomini coincidono con il progetto stesso di Dio. L’ultima strofa del salmo, che non fa parte dell’odierna liturgia, cambia però tono: non si parla più del re terreno, ma di Dio: “Benedetto sia il Signore, il Dio d’Israele, lui solo compie meraviglie! Benedetto sia per sempre il suo nome glorioso, tutta la terra sia piena della sua gloria! Amen! Amen!”. Ed è proprio quest’ultima strofa a offrire la chiave per capire l’intero salmo composto e cantato dopo l’esilio a Babilonia (quindi tra il 500 e il 100 a.C.), in un’epoca in cui non c’era più un re in Israele. I voti e le preghiere non riguardano quindi un re in carne e ossa, ma il futuro re promesso da Dio, il re-messia. E poiché si tratta di una promessa di Dio, si può essere certi che si realizzerà. L’intera Bibbia è attraversata da questa speranza indistruttibile: la storia umana ha un fine, un senso dove il termine “senso” significa due cose: sia “significato” che “direzione”. Dio ha un unico progetto che ispira tutte le vicende della Bibbia e assume nomi diversi secondo i diversi autori: è il “Giorno di Dio” per i profeti, il “regno dei cieli” per l’evangelista Matteo, il “disegno della sua benevolenza (eudokia) ” per san Paolo (Ef1,9-10). Dio ama l’umanità e ripropone instancabilmente il suo progetto di felicità. Progetto che sarà realizzato dal messia che viene invocato ogni qualvolta si cantano i salmi nel Tempio di Gerusalemme.
Il salmo 71 è la descrizione del re ideale, che Israele attende da secoli: quando nasce Gesù, sono passati circa 1000 anni da quando il profeta Natan si recò dal re Davide da parte di Dio e gli fece la promessa di cui parla il nostro salmo. (cf 2 Sam 7,12-16). Di secolo in secolo, la promessa è stata ribadita e meglio precisata. La certezza della fedeltà di Dio alle sue promesse ha permesso di scoprire a poco a poco tutta la sua ricchezza e le sue conseguenze; se questo re meritava davvero il titolo di figlio di Dio, allora sarebbe stato a immagine di Dio, re di giustizia e di pace. A ogni incoronazione di un nuovo re, la promessa veniva ripetuta su di lui e si tornava a sognare, ma il popolo ebraico attende ancora, e bisogna riconoscere che il regno ideale non ha ancora visto la luce sulla terra. Si finirebbe quasi per credere che sia solo un’utopia. I credenti però sanno che non si tratta di un’utopia ma di una promessa di Dio, quindi di una certezza. E l’intera Bibbia è attraversata da questa certezza, speranza invincibile che il progetto di Dio si realizzerà. È il miracolo della fede: di fronte a questa promessa ogni volta delusa, due diverse reazioni sono possibili: il non credente dice “ve l’avevo detto, non accadrà mai”; il credente afferma risolutamente “pazienza, poiché Dio l’ha promesso, non può rinnegare se stesso”, come ricorda san Paolo (2 Tm 2,13). Oggi, il popolo ebraico canta questo salmo nell’attesa del re-messia e in certe sinagoghe gli ebrei manifestano la loro impazienza di vedere il messia recitando questa professione di fede di Mosè Maimonide, filosofo, medico e giurista ebreo (1135-1204) di Toledo in Spagna: “Credo con fede certa che il messia verrà, e anche se tarda a venire, nonostante tutto, io aspetterò fino al giorno del suo arrivo”. Noi, cristiani, lo applichiamo a Gesù Cristo e ci sembra che i magi venuti dall’Oriente abbiano iniziato a realizzare la promessa: “I re di Tarsis e delle isole porteranno doni, i re di Saba e di Seba offriranno tributi… Tutti i re si prostreranno davanti a lui, tutte le nazioni lo serviranno”. E non è lontano il giorno in cui tutta l’umanità accoglierà il Cristo e si realizzerà il regno del suo amore.
*Seconda Lettura, dalla lettera di san Paolo Apostolo agli Efesini (3,2-6)
Questo testo è tratto dal capitolo terzo della Lettera agli Efesini, e nel primo capitolo Paolo ha usato la famosa espressione “il disegno d’amore della sua volontà” (v.5), “facendoci conoscere il mistero della sua volontà” (v 9). Ritroviamo qui la parola “mistero” che per san Paolo non è un segreto che Dio custodisce gelosamente; al contrario, è la sua intimità, nella quale ci fa entrare. Paolo spiega meglio affermando: “Per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero”: il mistero è il disegno di amore che Dio rivela progressivamente. Tutta la storia biblica è una lunga, lenta e paziente pedagogia che Dio utilizza per introdurre il suo popolo in questo suo mistero, nella sua intimità. L’esperienza mostra che non si può insegnare a un bambino tutto in una volta; va educato con pazienza, giorno per giorno e a seconda delle circostanze. Non si possono dare lezioni teoriche in anticipo su vita, morte, matrimonio o famiglia. Il bambino scopre la famiglia vivendo con i genitori, i nonni e i fratelli e sorelle: quando la famiglia celebra un matrimonio o una nascita, quando affronta un lutto, il bambino vive questi eventi con i parenti i quali, pian piano, lo accompagnano nella scoperta della vita. Dio ha usato la stessa pedagogia con il suo popolo rivelandosi progressivamente. Questa rivelazione con Cristo ha compiuto un passo decisivo per cui la storia si divide in due periodi, prima di Cristo e dopo Cristo e spiega l’apostolo che questo mistero “non é stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito” e chiarisce ancor più che il mistero di cui parla è Cristo stesso, il centro del mondo e della storia e l’universo intero sarà un giorno riunito in lui, come le membra sono unite al capo. Nella frase “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose” (1,10), la parola greca che traduciamo con capo significa proprio la testa. Si tratta inoltre davvero dell’universo intero e Paolo precisa che “le genti sono chiamate in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo”. In altre parole si può dire che l’eredità è Cristo, la Promessa è Cristo, il Corpo èCristo, Il disegno di amore di Dio è che Cristo sia il centro del mondo e che l’universo intero sia riunito in lui. Quando nel Padre Nostro diciamo “sia fatta la tua volontà”, parliamo proprio di questo progetto divino e, ripetendo quest’invocazione, ci impregniamo sempre di più del desiderio del Giorno in cui tale progetto sarà pienamente realizzato. Paolo spiega che questo progetto riguarda l’umanità intera, non solo il popolo ebreo: è l’universalismo del piano di Dio, dimensione universale scoperta progressivamente nella Bibbia e ben radicata nel popolo di Israele, visto che si fa risalire ad Abramo la promessa della benedizione di tutta l’umanità: “In te saranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3). Il passaggio di Isaia che leggiamo nella prima lettura della festa dell’Epifania è esattamente su questa linea. Ovviamente, se un profeta come Isaia ha ritenuto opportuno insistervi, è perché si tendeva a dimenticarlo. Allo stesso modo, al tempo di Cristo, se Paolo precisa che “le genti sono chiamate in Cristo Gesù a condividere a la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo” è perché ciò non era scontato. Dobbiamo fare uno sforzo d’immaginazione: non ci troviamo affatto nella stessa situazione dei contemporanei di Paolo; per noi, nel ventunesimo secolo, questa è un’evidenza: la gran parte di noi non sono di origine ebraica e trovano normale il fatto che tutti noi partecipiamo alla salvezza recata dal Messia. Dopo duemila anni di cristianesimo, sappiamo che Israele rimane il popolo eletto, perché, come dice altrove san Paolo, “Dio non può rinnegare sé stesso”, ma crediamo di essere anche noi in questo piano chiamati a testimoniare il vangelo nel mondo. Al tempo di Cristo, però, la situazione era diversa. Gesù è nato all’interno del popolo ebraico: questa era la logica del piano di Dio e dell’elezione di Israele. I Giudei erano il popolo eletto, scelto da Dio per essere apostoli, testimoni e strumenti della salvezza di tutta l’umanità. I giudei diventati cristiani hanno avuto difficoltà, talvolta, ad accettare l’ammissione di ex pagani nelle loro comunità e san Paolo ricorda loro che anche i pagani, ormai, possono essere apostoli e testimoni della salvezza. Del resto, l’episodio dei Magi, narrato da Matteo nel Vangelo dell’Epifania, ci dice esattamente la stessa cosa. Le ultime parole di questa seconda lettura risuonano come un invito: “le genti sono chiamate in Cristo Gesù a condividere a la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del vangelo”. Certamente Dio attende la nostra collaborazione al suo disegno d’amore: i Magi allora hanno visto una stella e si sono messi in cammino. Per tanti nostri contemporanei, non ci sarà una stella nel cielo, ma siamo noi i testimoni di Cristo e per questo bisognosi di diventare pieni di luce e di gioia.
*Dal Vangelo secondo Matteo ( 2,1-12)
Innanzitutto un’osservazione storica: l’episodio dei Magi narrato dall’evangelista Matteo ci dà uno dei rari indizi sulla data di nascita esatta di Gesù. La data della morte di Erode il Grande è certa: 4 a.C. (visse dal 73 al 4 a.C.) e, poiché fece uccidere tutti i bambini di età inferiore ai due anni, si trattava di bambini nati tra il 6 e il 4 a.C. Quindi, Gesù nacque probabilmente tra il 6 e il 5 a.C. L’errore di calcolo avvenne nel VI secolo, quando un monaco, Dionigi il Piccolo, stabilì, a giusto titolo, di contare gli anni a partire dalla nascita di Gesù, e non più dalla fondazione di Roma. All’epoca, come si desume anche da altre fonti storiche,
molto viva era l’attesa del Messia e se ne parlava dappertutto. Tutti pregavano Dio affinché affrettasse la sua venuta e alcuni Giudei pensavano che sarebbe stato un re: un discendente di Davide che avrebbe regnato sul trono di Gerusalemme, dopo ver scacciato i Romani e stabilito definitivamente pace, giustizia e fraternità in Israele. Altri con più ottimismo speravano persino che questa felicità si sarebbe estesa al mondo intero. In questo senso, si citavano diverse profezie convergenti dell’Antico Testamento: innanzitutto, quella di Balaam nel Libro dei Numeri. La ricordo: nel momento in cui le tribù d’Israele si avvicinavano alla Terra Promessa sotto la guida di Mosè, attraversando le pianure di Moab (oggi in Giordania), il re di Moab, Balak, aveva convocato Balaam (profeta e indovino pagano) affinché maledicesse questi invasori. Ma, ispirato da Dio, Balaam, anziché maledire, aveva pronunciato profezie di felicità e gloria per Israele, dicendo in particolare: “Io lo vedo, lo contemplo: da Giacobbe spunta una stella, da Israele si alza uno scettro” (Num 24,17). Il re di Moab si era infuriato, perché aveva interpretato questa profezia come l’annuncio della sua futura sconfitta contro Israele. Ma in Israele, nei secoli successivi, questa bella promessa era stata trasmessa con cura, arrivando a pensare che il regno del Messia sarebbe stato annunciato dall’apparizione di una stella. Ecco perché il re Erode, consultato dai Magi riguardo a una stella, prese la questione molto seriamente. Un’altra profezia riguardante il Messia è quella di Michea: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo tra i capoluoghi di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”. Una profezia perfettamente in linea con la promessa fatta da Dio a Davide, secondo cui la sua dinastia non si sarebbe mai estinta e avrebbe portato al paese la felicità tanto attesa.
I Magi, probabilmente, non sapevano tutte queste cose: erano astrologi e si erano messi in cammino semplicemente perché avevano visto sorgere una nuova stella. Arrivati a Gerusalemme, si informarono presso le autorità locali. Ed è qui che incontriamo la prima sorpresa del racconto di Matteo: da una parte, i Magi, pagani che non hanno preconcetti, sono alla ricerca del Messia e alla fine lo troveranno guardando l’astro visibile a tutti. Dall’altra parte, ci sono quelli che conoscono le Scritture, gli scribi d’Israele che possono citarle senza errori e possono rivelarne il significato… a condizione, però, che essi stessi si lascino guidare dalle Scritture, ma purtroppo non muovono un dito; non si spingeranno nemmeno da Gerusalemme a Betlemme e quindi non incontreranno il Bambino nella mangiatoia. E’ davvero una provocazione: coloro che attendevano il Messia come gli scribi non riescono a vedere e quindi non incontrano il Messia, mentre i magi estranei alle scritture si lasciano guidare dalla stella , che tutti vedevano, e arrivano all’incontro con Gesù. Quanto a Erode, è tutta un’altra storia. Mettiamoci nei suoi panni: è il re dei Giudei, riconosciuto come tale dal potere romano. È molto fiero del suo titolo e ferocemente geloso di chiunque possa offuscarlo. Non dimentichiamo che ha fatto assassinare diversi membri della sua famiglia, compresi i suoi stessi figli. Ogni volta che qualcuno diventava un po’ troppo popolare, Erode lo faceva eliminare per gelosia. E ora si diffonde una voce in città: degli astrologi stranieri hanno compiuto un lungo viaggio e dicono: “Abbiamo visto sorgere una stella del tutto eccezionale; sappiamo che annuncia la nascita di un bambino-re… altrettanto eccezionale. Sicuramente è nato il vero re dei Giudei!”. Possiamo immaginare la furia e l’angoscia di Erode. Così, quando san Matteo dice: “Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme”, si tratta sicuramente di un modo molto delicato di esprimersi. Ovviamente, Erode non poteva mostrare la sua rabbia; doveva saper manovrare: il suo obiettivo era ottenere qualche informazione su questo bambino, un potenziale rivale da eliminare. Perciò si informa prima di tutto sul luogo. Matteo scrive che convocò i capi dei sacerdoti e gli scribi per chiedere loro dove sarebbe nato il Messia. Ed è qui che interviene la profezia di Michea: il Messia sarebbe nato a Betlemme. Erode si informa inoltre sull’età del bambino, perché aveva già in mente un piano per eliminarlo. Convocò i Magi per chiedere loro il momento preciso in cui era apparsa la stella. Non conosciamo la loro risposta, ma gli eventi successivi ci permettono di dedurla: Erode ordinò di uccidere tutti i bambini di età inferiore ai due anni, prendendo così un ampio margine. Molto probabilmente, nel racconto della visita dei Magi, Matteo ci offre già un riassunto di tutta la vita di Gesù: sin dall’inizio, a Betlemme, incontrò l’ostilità e la collera delle autorità politiche e religiose. Non lo riconoscono come il Messia, lo trattano da impostore e alla fine lo eliminano crocifiggendolo come un malfattore . Eppure, era davvero il Messia. Grande lezione di fede per tutti! E’ proprio vero: solamente chi cerca Dio con sincerità e senza preconcetti arriva, come i Magi, a incontrarlo e a entrare nel piano della sua Misericordia infinita
N.B. Unisco questa preghiera tratta dal libretto di preghiere del santuario Santissima Trinità Misericordia di Maccio – Como
PREGHIERA ALLA SS. TRINITÀ PER IL DONO DELLA FEDE
Signore, sostieni la mia Fede!
O Mio Signor, o Mio Dio,
con fede profondissima son qui prostrato a Te.
Tu sei Speranza Certa in cui son fatto salvo!
Tu sei Misericordia che in Te tutto m’attiri!
Tu sei la Carità, Tu Tutto a me donato!
Tu sei l’Amore Eterno in cui il mio cuor s’acqueta!
Per questo Dono immenso,
di Te che Tutto sei e a me Tutto Ti doni,
del buio de la mia notte la Luce il velo squarcia,
e canto e prego e grido, con quanta fede io possa:
Io credo, io credo, io credo,
in te Dio Uno e Trino, mio Unico Signore!
Tu, Padre, Tu, Principio, che d’essa sei la Fonte;
Tu, Figlio, Eterno Verbo, per Cui essa s’accresce;
Tu, Spirito Divino, che in essa me confermi.
Tu, Trinità Santissima, Mistero impenetrabile di Te Unico Dio,
nel Sacrificio Santo del Dio che si fa Figlio,
fa’ che io trovi ognora Cibo, Conforto e Forza
e l’Acqua che purifica,
per render più salda e santa,
in Te che sei la Via, La Verità e la Vita,
per la sicura mano de la Virgo Purissima
che a Te, e da Te per me, Tu Amor, Madre facesti,
fermo e sicur restando
nel seno della tua Santa ed Amata Sposa,
la Fede che, nel Figlio, mi unisce e fa’ dono a Te!
+ Giovanni D’Ercole
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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