don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Domenica, 15 Febbraio 2026 05:39

Ha segnato la cultura cristiana

Il Vangelo odierno insiste proprio sulla regalità universale di Cristo giudice, con la stupenda parabola del giudizio finale, che san Matteo ha collocato immediatamente prima del racconto della Passione (25,31-46). Le immagini sono semplici, il linguaggio è popolare, ma il messaggio è estremamente importante: è la verità sul nostro destino ultimo e sul criterio con cui saremo valutati. "Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto" (Mt 25,35) e così via. Chi non conosce questa pagina? Fa parte della nostra civiltà. Ha segnato la storia dei popoli di cultura cristiana: la gerarchia di valori, le istituzioni, le molteplici opere benefiche e sociali. In effetti, il regno di Cristo non è di questo mondo, ma porta a compimento tutto il bene che, grazie a Dio, esiste nell’uomo e nella storia. Se mettiamo in pratica l’amore per il nostro prossimo, secondo il messaggio evangelico, allora facciamo spazio alla signoria di Dio, e il suo regno si realizza in mezzo a noi. Se invece ciascuno pensa solo ai propri interessi, il mondo non può che andare in rovina.

Cari amici, il regno di Dio non è una questione di onori e di apparenze, ma, come scrive san Paolo, è "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Al Signore sta a cuore il nostro bene, cioè che ogni uomo abbia la vita, e che specialmente i suoi figli più "piccoli" possano accedere al banchetto che lui ha preparato per tutti. Perciò, non sa che farsene di quelle forme ipocrite di chi dice "Signore, Signore" e poi trascura i suoi comandamenti (cfr Mt 7,21). Nel suo regno eterno, Dio accoglie quanti si sforzano giorno per giorno di mettere in pratica la sua parola. Per questo la Vergine Maria, la più umile di tutte le creature, è la più grande ai suoi occhi e siede Regina alla destra di Cristo Re. Alla sua celeste intercessione vogliamo affidarci ancora una volta con fiducia filiale, per poter realizzare la nostra missione cristiana nel mondo.

[Papa Benedetto, Angelus 23 novembre 2008]

Il “cielo” come pienezza di intimità con Dio

Lettura: 1 Gv 3, 2-3

1. Quando sarà passata la figura di questo mondo, coloro che hanno accolto Dio nella loro vita e si sono sinceramente aperti al suo amore almeno al momento della morte, potranno godere di quella pienezza di comunione con Dio, che costituisce il traguardo dell’esistenza umana.

Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, “questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata 'il cielo'. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva” (n. 1024).

Vogliamo oggi cercare di cogliere il senso biblico del “cielo”, per poter comprendere meglio la realtà cui questa espressione rimanda.

2. Nel linguaggio biblico il “cielo” quando è unito alla “terra”, indica una parte dell’universo. A proposito della creazione, la Scrittura dice: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1, 1).

Sul piano metaforico il cielo è inteso come abitazione di Dio, che in questo si distingue dagli uomini (cfr Sal 104, 2s.; 115,16; Is 66, 1). Egli dall’alto dei cieli vede e giudica (cfr Sal 113, 4-9), e discende quando lo si invoca (cfr Sal 18,7.10; 144,5). Tuttavia la metafora biblica fa bene intendere che Dio né si identifica con il cielo né può essere racchiuso nel cielo (cfr 1 Re 8, 27); e ciò è vero, nonostante che in alcuni passi del primo libro dei Maccabei “il Cielo” sia semplicemente un nome di Dio (1 Mac 3, 18.19.50.60; 4, 24.55).

Alla raffigurazione del cielo, quale dimora trascendente del Dio vivo, si aggiunge quella di luogo a cui anche i credenti possono per grazia ascendere, come nell'Antico Testamento emerge dalle vicenda di Enoc (cfr Gn 5, 24) e di Elia (cfr 2 Re 2, 11). Il cielo diventa così figura della vita in Dio. In questo senso, Gesù parla di “ricompensa nei cieli” (Mt 5, 12) ed esorta ad “accumulare tesori nel cielo” (ivi 6, 20; cfr 19, 21).

3. Il Nuovo Testamento approfondisce l'idea del cielo anche in rapporto al mistero di Cristo. Per indicare che il sacrificio del Redentore assume valore perfetto e definitivo, la Lettera agli Ebrei afferma che Gesù “ha attraversato i cieli” (Eb 4, 14) e “non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso” (Ivi 9, 24). I credenti, poi, in quanto amati in modo speciale da parte del Padre, vengono risuscitati con Cristo e sono resi cittadini del cielo. Vale la pena di ascoltare quanto in proposito l’apostolo Paolo ci comunica in un testo di grande intensità: “Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Ef 2, 4-7). La paternità di Dio, ricco di misericordia, viene sperimentata dalle creature attraverso l’amore del Figlio di Dio crocifisso e risorto, il quale come Signore siede nei cieli alla destra del Padre.

4. La partecipazione alla completa intimità con il Padre, dopo il percorso della nostra vita terrena, passa dunque attraverso l’inserimento nel mistero pasquale del Cristo. San Paolo sottolinea con vivida immagine spaziale questo nostro andare verso Cristo nei cieli alla fine dei tempi: “Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro [i morti risuscitati] tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole” (1 Ts 4, 17-18).

Nel quadro della Rivelazione sappiamo che il “cielo” o la “beatitudine” nella quale ci troveremo non è un’astrazione, neppure un luogo fisico tra le nubi, ma un rapporto vivo e personale con la Trinità Santa. È l’incontro con il Padre che si realizza in Cristo Risorto grazie alla comunione dello Spirito Santo.

Occorre mantenere sempre una certa sobrietà nel descrivere queste ‘realtà ultime’, giacché la loro rappresentazione rimane sempre inadeguata. Oggi il linguaggio personalistico riesce a dire meno impropriamente la situazione di felicità e di pace in cui ci stabilirà la comunione definitiva con Dio.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza l’insegnamento ecclesiale circa questa verità affermando che “con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha ‘aperto’ il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della Redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui” (n. 1026).

5. Questa situazione finale può essere tuttavia anticipata in qualche modo oggi, sia nella vita sacramentale, di cui l’Eucaristia è il centro, sia nel dono di sé mediante la carità fraterna. Se sapremo godere ordinatamente dei beni che il Signore ci elargisce ogni giorno, sperimenteremo già quella gioia e quella pace di cui un giorno godremo pienamente. Sappiamo che in questa fase terrena tutto è sotto il segno del limite, tuttavia il pensiero delle realtà ‘ultime’ ci aiuta a vivere bene le realtà ‘penultime’. Siamo consapevoli che mentre camminiamo in questo mondo siamo chiamati a cercare “le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio” (Col 3, 1), per essere con lui nel compimento escatologico, quando nello Spirito egli riconcilierà totalmente con il Padre “le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1, 20).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 21 luglio 1999]

Ma il paradosso cristiano è che il Giudice non riveste una regalità temibile, ma è un pastore pieno di mitezza e di misericordia.

Gesù, infatti, in questa parabola del giudizio finale, si serve dell’immagine del pastore. Prende le immagini dal profeta Ezechiele, che aveva parlato dell’intervento di Dio in favore del popolo, contro i cattivi pastori d’Israele (cfr 34,1-10). Questi erano stati crudeli, sfruttatori, preferendo pascere sé stessi piuttosto che il gregge; pertanto Dio stesso promette di prendersi cura personalmente del suo gregge, difendendolo dalle ingiustizie e dai soprusi. Questa promessa di Dio per il suo popolo si è realizzata pienamente in Gesù Cristo, il Pastore: proprio Lui è il Buon Pastore. Anche Lui stesso dice di sé: «Io sono il buon pastore» (Gv 10,11.14).

Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi. E indica così il criterio del giudizio: esso sarà preso in base all’amore concreto dato o negato a queste persone, perché Lui stesso, il giudice, è presente in ciascuna di esse. Lui è giudice, Lui è Dio-uomo, ma Lui è anche il povero, Lui è nascosto, è presente nella persona dei poveri che Lui menziona proprio lì. Dice Gesù: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto (o non avete fatto) a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete (o non l’avete) fatto a me» (vv. 40.45). Saremo giudicati sull’amore. Il giudizio sarà sull’amore. Non sul sentimento, no: saremo giudicati sulle opere, sulla compassione che si fa vicinanza e aiuto premuroso.

Io mi avvicino a Gesù presente nella persona dei malati, dei poveri, dei sofferenti, dei carcerati, di coloro che hanno fame e sete di giustizia? Mi avvicino a Gesù presente lì? Questa è la domanda di oggi.

Dunque, il Signore, alla fine del mondo, passerà in rassegna il suo gregge, e lo farà non solo dalla parte del pastore, ma anche dalla parte delle pecore, con le quali Lui si è identificato. E ci chiederà: “Sei stato un po’ pastore come me?”. “Sei stato pastore di me che ero presente in questa gente che era nel bisogno, o sei stato indifferente?”. Fratelli e sorelle, guardiamoci dalla logica dell’indifferenza, di quello che ci viene in mente subito: guardare da un’altra parte quando vediamo un problema. Ricordiamo la parabola del Buon Samaritano. Quel povero uomo, ferito dai briganti, buttato per terra, fra la vita e la morte, era lì solo. Passò un sacerdote, vide, e se ne andò, guardò da un’altra parte. Passò un levita, vide e guardò da un’altra parte. Io, davanti ai miei fratelli e sorelle nel bisogno, sono indifferente come questo sacerdote, come questo levita, e guardo da un’altra parte? Sarò giudicato su questo: su come mi sono avvicinato, di come ho guardato Gesù presente nei bisognosi. Questa è la logica, e non lo dico io, lo dice Gesù: “Quello che avete fatto a questo, a questo, a questo, lo avete fatto a me. E quello che non avete fatto a questo, a questo, a questo, non lo avete fatto a me, perché io ero lì”. Che Gesù ci insegni questa logica, questa logica della prossimità, dell’avvicinarsi a Lui, con amore, nella persona dei più sofferenti.

Chiediamo alla Vergine Maria di insegnarci a regnare nel servire. La Madonna, assunta in Cielo, ha ricevuto dal suo Figlio la corona regale, perché lo ha seguito fedelmente – è la prima discepola - nella via dell’Amore. Impariamo da lei a entrare fin da ora nel Regno di Dio, attraverso la porta del servizio umile e generoso. E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me”.

[Papa Francesco, Angelus 22 novembre 2020]

 

Ma viene a noi ogni giorno

 

La pagina evangelica si apre con una visione grandiosa. Gesù, rivolgendosi ai suoi discepoli, dice: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria» (Mt 25,31). Si tratta dell’introduzione solenne del racconto del giudizio universale. Dopo aver vissuto l’esistenza terrena in umiltà e povertà, Gesù si presenta ora nella gloria divina che gli appartiene, circondato dalle schiere angeliche. L’umanità intera è convocata davanti a Lui ed Egli esercita la sua autorità separando gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre.

A quelli che ha posto alla sua destra dice: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (vv. 34-36). I giusti rimangono sorpresi, perché non ricordano di aver mai incontrato Gesù, e tanto meno di averlo aiutato in quel modo; ma Egli dichiara: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (v. 40). Questa parola non finisce mai di colpirci, perché ci rivela fino a che punto arriva l’amore di Dio: fino al punto di immedesimarsi con noi, ma non quando stiamo bene, quando siamo sani e felici, no, ma quando siamo nel bisogno. E in questo modo nascosto Lui si lascia incontrare, ci tende la mano come mendicante.  Così Gesù rivela il criterio decisivo del suo giudizio, cioè l’amore concreto per il prossimo in difficoltà. E così si rivela il potere dell’amore, la regalità di Dio: solidale con chi soffre per suscitare dappertutto atteggiamenti e opere di misericordia.

La parabola del giudizio prosegue presentando il re che allontana da sé quelli che durante la loro vita non si sono preoccupati delle necessità dei fratelli. Anche in questo caso costoro rimangono sorpresi e chiedono: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?» (v. 44). Sottinteso: “Se ti avessimo visto, sicuramente ti avremmo aiutato!”. Ma il re risponderà: «Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me» (v. 45). Alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore, cioè sul nostro concreto impegno di amare e servire Gesù nei nostri fratelli più piccoli e bisognosi. Quel mendicante, quel bisognoso che tende la mano è Gesù; quell’ammalato che devo visitare è Gesù; quel carcerato è Gesù; quell’affamato è Gesù. Pensiamo a questo.

Gesù verrà alla fine dei tempi per giudicare tutte le nazioni, ma viene a noi ogni giorno, in tanti modi, e ci chiede di accoglierlo. La Vergine Maria ci aiuti a incontrarlo e riceverlo nella sua Parola e nell’Eucaristia, e nello stesso tempo nei fratelli e nelle sorelle che soffrono la fame, la malattia, l’oppressione, l’ingiustizia. Possano i nostri cuori accoglierlo nell’oggi della nostra vita, perché siamo da Lui accolti nell’eternità del suo Regno di luce e di pace.

[Papa Francesco, Angelus 26 novembre 2017]

Giovedì, 12 Febbraio 2026 19:27

Tutto Gesù, e le Tentazioni

Domenica, 08 Febbraio 2026 20:57

6a Domenica T.O.

VI Domenica Tempo Ordinario (anno A)  [15 febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Il tema delle due vie, tanto caro ai profeti, tocca il tema della libertà dell’uomo e della sua responsabilità. Le letture di questa domenica ci aiutano a meglio capire come non sbagliare strada nella vita

 

Prima Lettura dal libro del Siracide (15,15-20 NV 15, 16-21) 

Dio ci ha creati liberi e Ben Sira il Saggio ci propone qui una riflessione sulla libertà dell’uomo che si articola in tre punti: PRIMO, il male è esterno all’uomo; SECONDO, l’uomo è libero di scegliere tra il male e il bene; TERZO, scegliere il bene significa anche scegliere la felicità. PRIMO: il male è esterno all’uomo perché non fa parte della nostra natura, ed è già una grande notizia; perché se il male facesse parte della nostra natura, non ci sarebbe alcuna speranza di salvezza: non ce ne potremmo mai liberare. Questa, per esempio, era la concezione dei Babilonesi, al contrario, la Bibbia è molto più ottimista: afferma che il male è esterno all’uomo; Dio non ha creato il male e non è lui che ci spinge a compierlo. Egli dunque non è responsabile del male che commettiamo. È il senso dell’ultimo versetto  di questa Lettura: “A nessuno (Dio) ha comandato di essere empio, e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. Mentre poco prima di questo brano, Ben Sira scrive: “Non dire: “È il Signore che mi ha fatto deviare...Non dire: “È lui che mi ha fatto smarrire” (Sir 15,11-12).

Se Dio avesse creato Adamo come un essere in parte buono e in parte cattivo, come immaginavano i Babilonesi, il male farebbe parte della nostra natura. Ma Dio è solo amore, e il male gli è totalmente estraneo. Il racconto della caduta di Adamo ed Eva, nel libro della Genesi, è stato scritto proprio per far comprendere che il male è esterno all’uomo, poiché viene introdotto dal serpente e si diffonde nel mondo nel momento in cui l’uomo comincia a diffidare di Dio. Ritroviamo la stessa affermazione nella lettera di san Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: “La tentazione viene da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno”. In altre parole, il male è totalmente estraneo a Dio: egli non può spingere a compierlo. E san Giacomo continua: “Ciascuno invece è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce” (Gc 1,13-14). SECONDO: l’uomo è libero e può scegliere il male o il bene. Questa certezza è stata acquisita lentamente dal popolo d’Israele; eppure, anche qui, la Bibbia è inequivocabile: Dio ha creato l’uomo libero. Perché questa certezza maturasse in Israele, è stato necessario che il popolo sperimentasse l’azione liberatrice di Dio in ogni tappa della sua storia, a cominciare dall’esperienza della liberazione dall’Egitto. Tutta la fede d’Israele è nata dalla sua esperienza storica: Dio è il suo liberatore; e poco a poco si è compreso che ciò che è vero oggi lo era già al momento della creazione, e quindi si è dedotto che Dio ha creato l’uomo libero. Occorrerà dunque imparare a conciliare queste due certezze bibliche: che Dio è onnipotente e che, tuttavia, di fronte a lui l’uomo è libero. Ed è proprio perché l’uomo è libero di scegliere che si può parlare di peccato: la nozione stessa di peccato presuppone la libertà; se non fossimo liberi, i nostri errori non potrebbero essere chiamati peccati. Forse, per entrare un po’ in questo mistero, dobbiamo ricordare che l’onnipotenza di Dio è quella dell’amore: lo sappiamo bene, solo l’amore vero rende l’altro libero. Per guidare l’uomo nelle sue scelte, Dio gli ha dato la sua Legge e il libro del Deuteronomio lo sottolinea con forza:Cf  Dt 30,11-14.).  TERZO: scegliere il bene significa scegliere la felicità. Leggiamo nel testo: “Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che avrà scelto”. Detto in altri termini, è nella fedeltà a Dio che l’uomo trova la vera felicità. Allontanarsi da lui significa, prima o poi, procurarsi la propria infelicità. In modo figurato si dice che l’uomo si trova costantemente a un bivio: due strade si aprono davanti a lui (nella Bibbia si parla di due «vie»). Una via conduce alla luce, alla gioia, alla vita: beati coloro che la percorrono. L’altra è una via di notte e di tenebra e, in definitiva, non porta che tristezza e morte. Infelici coloro che vi si smarriscono. Anche qui non si può fare a meno di pensare al racconto della caduta di Adamo ed Eva: la loro cattiva scelta li ha condotti sulla via sbagliata. Il tema delle due vie è molto frequente nella Bibbia, in particolare nel libro del Deuteronomio (30,15-20). Secondo il tema delle due vie, non siamo mai definitivamente prigionieri, neppure dopo scelte sbagliate, poiché è sempre possibile tornare indietro. Con il Battesimo siamo innestati in Cristo, il quale in ogni istante ci dona la forza di scegliere di nuovo la via buona: è per questo che lo chiamiamo Redentore, cioè Liberatore. Ben Sira diceva che dipende dalla nostra scelta restare fedeli e , da battezzati, dobbiamo aggiungere: restiamo fedeli con la grazia di Gesù Cristo.

 

Salmo responsoriale (118/119)

Questo salmo fa perfettamente eco alla prima lettura tratta da Ben Sira: è la stessa meditazione che prosegue; l’idea sviluppata (in modo diverso, certo, ma in piena coerenza) in questi due testi è che l’umanità trova la propria felicità solo nella fiducia in Dio e nell’obbedienza ai suoi comandamenti: “Beato chi è integro nella lsua via, e  cammina nella Legge del Signore”. La sventura e la morte cominciano per l’uomo nel momento in cui egli si allontana dalla via della fiducia serena. Infatti, lasciar entrare in noi il sospetto nei confronti di Dio e dei suoi comandamenti e, di conseguenza, fare di testa propria significa imboccare una cattiva strada senza uscita. È esattamente il problema di Adamo ed Eva nel racconto della caduta nel paradiso terrestre. Ritroviamo, come in filigrana, il tema delle due vie di cui parla la prima lettura: se diamo ascolto a Ben Sira, siamo viandanti perpetui, costretti a verificare continuamente il nostro cammino… Beati tra noi coloro che hanno trovato la strada giusta! Perché, delle due vie che si aprono costantemente davanti a noi, una conduce alla felicità, l’altra all’infelicità. Il credente sperimenta la dolcezza della fedeltà ai comandamenti di Dio: è questo che il salmo vuole dirci. È il salmo più lungo del Salterio (176 versetti con 22 strofe di 8 versetti) e i pochi versetti proposti oggi non ne costituiscono che una piccolissima parte, l’equivalente di una sola strofa. Perché ventidue strofe? Perché ventidue sono le lettere dell’alfabeto ebraico: ogni versetto di ciascuna strofa comincia con la stessa lettera e le strofe si susseguono secondo l’ordine alfabetico. In letteratura si parla di “acrostico” anche se qui non si tratta di virtuosismo letterario, ma di una vera professione di fede: questo salmo è un poema in onore della Legge, una meditazione sul dono di Dio che è la Legge, cioè i comandamenti. Anzi, più che di un salmo, sarebbe meglio parlare di una litania in onore della Legge: qualcosa che ci è piuttosto estraneo. Infatti, una delle caratteristiche della Bibbia, per noi un po’ sorprendente, è il vero amore per la Legge che abita il credente biblico. I comandamenti non sono subiti come una dominazione che Dio eserciterebbe su di noi, ma come consigli, gli unici validi per condurre una vita felice. “Beati gli uomini integri nella loro via, che camminano secondo la Legge del Signore”: quando l’uomo biblico pronuncia questa frase, la pensa con tutto il cuore. Non si tratta ovviamente di una magia: uomini fedeli alla Legge possono incontrare ogni sorta di sventure nel corso della loro vita; ma, in questi casi tragici, il credente sa che solo il cammino della fiducia in Dio può donargli la pace dell’anima. La Legge è accolta come un dono che Dio fa al suo popolo, mettendolo in guardia da tutte le false strade; è l’espressione della sollecitudine del Padre per i suoi figli, così come noi, talvolta, mettiamo in guardia un bambino o un amico da ciò che ci sembra pericoloso per lui. Si dice che Dio dona la sua Legge ed essa è davvero considerata come un regalo. Infatti, Dio non si è limitato a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto; lasciato a se stesso, Israele avrebbe rischiato di ricadere in altre schiavitù forse ancora peggiori. Donando la sua Legge, Dio offriva in qualche modo il manuale d’uso della libertà. La Legge è dunque espressione dell’amore di Dio per il suo popolo. Occorre dire che non si è dovuto attendere il Nuovo Testamento per scoprire che Dio è Amore e che, in definitiva, la Legge non ha altro scopo che condurci sulla via dell’amore. Tutta la Bibbia è la storia dell’apprendimento del popolo eletto alla scuola dell’amore e della vita fraterna. Il libro del Deuteronomio affermava: “Ascolta, Israele: il Signore nostro Dio è l’Unico; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza» (Dt 6,4). E il libro del Levitico proseguiva: “Amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18). Più tardi, Gesù, unendo questi due comandamenti, ha potuto dire che essi riassumono tutta la Legge giudaica. Torniamo alla Beatitudine del primo versetto di questo salmo: “Beato l’uomo che segue la Legge del Signore”. La parola “beato”, lo abbiamo già imparato, può essere tradotta con l’espressione “in cammino” per cui il senso di questo versetto sarebbe: “Cammina con fiducia, uomo che osservi la Legge del Signore”. L’uomo biblico è talmente convinto che in questo è in gioco la sua vita e la sua felicità, che questa litania di cui parlavo poco fa è in realtà una preghiera. Dopo i primi tre versetti, che sono affermazioni sulla felicità degli uomini fedeli alla Legge, i restanti centosettantatré versetti si rivolgono direttamente a Dio, in uno stile ora contemplativo, ora supplice, con invocazioni come: “Apri i miei occhi, perché io contempli le meraviglie della tua Legge”. E la litania continua, ripetendo senza sosta quasi le stesse formule: per esempio, in ebraico, in ogni strofa ricorrono sempre gli stessi otto termini per descrivere la Legge. Solo gli innamorati osano ripetersi così, senza rischiare di stancarsi. Otto parole sempre le stesse e anche otto versetti in ciascuna delle ventidue strofe: il numero otto, nella Bibbia, è il numero della nuova Creazione. La prima Creazione è stata compiuta da Dio in sette giorni; l’ottavo giorno sarà dunque quello della Creazione rinnovata, dei “cieli nuovi e della terra nuova”, secondo un’altra espressione biblica. Essa potrà finalmente manifestarsi quando tutta l’umanità vivrà secondo la Legge di Dio, cioè nell’amore, poiché è la stessa cosa. Altri elementi della simbologia del numero otto: nell’arca di Noè c’erano quattro coppie umane (otto persone); a risurrezione di Cristo è avvenuta di domenica, giorno che è insieme il primo e l’ottavo della settimana. er questo motivo i battisteri dei primi secoli erano spesso ottagonali; ancora oggi incontriamo numerosi campanili ottagonali.

APPROFONDIMENTO: gli otto termini del vocabolario della Legge, considerati sinonimi che esprimono le diverse sfaccettature dell’amore di Dio che si dona nella sua Legge: Comandamenti: ordinare, comandare; Legge: deriva da una radice che non significa «prescrivere», ma «insegnare»; essa indica la via per andare a Dio. È una pedagogia, un accompagnamento che Dio ci offre: un dono; Parola: la Parola di Dio è sempre creatrice, parola d’amore: «Dio disse… e così avvenne» (Gen 1). Sappiamo bene che anche «ti amo» è una parola creatrice; Promessa: la Parola di Dio è sempre promessa e fedeltà; Giudizi: trattare con giustizia; Decreti: dal verbo «incidere», «scrivere sulla pietra» (le tavole della Legge); Precetti: ciò che Dio ci ha affidato; Testimonianze: della fedeltà di Dio.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2,6-10)

Domenica scorsa, san Paolo opponeva già la sapienza umana alla sapienza di Dio: “La vostra fede – diceva – non si fonda sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio”. E insisteva nel dire che il mistero di Cristo non ha nulla a che vedere con i nostri ragionamenti: agli occhi degli uomini il Vangelo appare come una follia e insensati sono coloro che vi scommettono la propria vita. Questa insistenza sul termine “sapienza” forse ci sorprende, ma Paolo si rivolge ai Corinzi, cioè a dei Greci per i quali la sapienza è la virtù più preziosa.

Oggi Paolo continua sulla stessa linea: l’annuncio del mistero di Dio può sembrare follia agli occhi del mondo, ma si tratta di una sapienza infinitamente più alta, la sapienza di Dio. “Tra coloro che sono perfetti parliamo sì di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo…parliamo invece della sapienza di Dio”. Tocca a noi scegliere se vivere secondo la sapienza del mondo, lo spirito del mondo, oppure secondo la sapienza di Dio: due sapienze totalmente contraddittorie. Ritorna qui il tema delle altre letture di questa domenica: la prima lettura tratta dal libro del Siracide e il salmo 118/119 sviluppavano entrambi, ciascuno a modo suo il tema delle due vie: l’uomo è posto al crocevia di due strade ed è libero di scegliere il proprio cammino; una via conduce alla vita e alla felicità; l’altra sprofonda nella notte, nella morte, e in definitiva non offre che false gioie. “Sapienza di Dio che è rimasta nascosta” (v.7): una delle grandi affermazioni della Bibbia è che l’uomo non può comprendere tutto del mistero della vita e della creazione né il mistero di Dio stesso. Questo limite fa parte del nostro stesso essere. In proposito leggiamo nel Deuteronomio: “Le cose nascoste appartengono al Signore nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre, affinché mettiamo in pratica tutte le parole di questa Legge» (Dt 29,28). Ciò significa: Dio tutto conosce, e noi conosciamo solo ciò che egli ha voluto rivelarci, a cominciare dalla Legge, che è la chiave di tutto il resto. Torniamo ancora una volta al libro della Genesi che racconta il giardino di Eden dove c’erano alberi di ogni specie, “belli a vedersi e buoni da mangiare” (Gn 2,9); e c’erano anche due alberi particolari: uno, posto in mezzo al giardino, era l’albero della vita; l’altro, situato in un luogo non precisato, si chiamava albero della conoscenza di ciò che rende felici o infelici. Ad Adamo era permesso mangiare del frutto dell’albero della vita, anzi era raccomandato, poiché Dio aveva detto: “Potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino… tranne uno”. Solo il frutto dell’albero della conoscenza era proibito. È un modo figurato per dire che l’uomo non può conoscere tutto e deve accettare questo limite: Al Signore nostro Dio appartengono le cose nascoste, dice il Deuteronomio. Al contrario, la Torah, la Legge, che è l’albero della vita, è affidata all’uomo: praticare la Legge significa nutrirsi giorno dopo giorno di ciò che ci farà vivere.

Riprendo quest’espressione: Sapienza rimasta nascosta, stabilita da Dio prima dei secoli per la nostra gloria (cf v7). Paolo insiste più volte nelle sue lettere sul fatto che il progetto di Dio è stabilito da tutta l’eternità e non c’è mai stato un ripensamento e un cambio perché lo svolgersi del progetto di Dio non cambia secondo il comportamento dell’umanità: non possiamo immaginare che prima Dio creò il mondo perfetto fino al giorno in cui Adamo commise la colpa e allora, per riparare ha pensato di mandare suo Figlio. Contro questa concezione, Paolo sviluppa in molte sue lettere l’idea che il ruolo di Gesù Cristo è previsto da tutta l’eternità e che il disegno di Dio precede tutta la storia umana. Lo dice chiaramente nella lettera agli Efesini (cf Ef 1,9-10), oppure, nella lettera ai Romani (cf Rm 16,25-26). Il compimento di questo progetto, come dice Paolo, è “darci la gloria”: la gloria un attributo di Dio e di lui solo e la nostra vocazione sarà partecipare alla sua gloria. Questa espressione è, per Paolo, un altro modo di parlare del progetto di Dio di riunirci tutti in Gesù Cristo e farci partecipi della gloria della Trinità, come leggiamo nella lettera agli Efesini. Scrive ancora san Paolo:” Ma come sta scritto: Quelle cose che occhio non vide né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (v.9). Quando afferma “Come sta scritto” si riferisce al profeta Isaia che dice: “Mai si è udito, mai si è sentito dire, mai occhio ha visto un dio, fuori di te, che agisca così per chi confida in lui» (Is 64,3). Ecco lo stupore del credente gratificato dalla rivelazione dei misteri di Dio. E continua: “quelle cose… Dio le ha preparate per coloro che lo amano”. Ma ci possono essere persone per le quali questo non sarebbe stato preparato? Ci ssono dunque privilegiati ed esclusi? Certamente no: il progetto di Dio è per tutti; ma vi possono partecipare solo coloro che hanno lo vogliono a cuore aperto e del cuore ognuno è unico padrone. E’ il tema della fiducia in Dio perché il mistero del suo disegno provvidenziale si apre solo ai piccoli come dice Gesù: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (cf Mt11,25 e Lc 10,21). Siccome tutti siamo piccoli, basta saperlo riconoscere umilmente e con fiducia in Dio 

 

Dal Vangelo secondo Matteo (5,17-37)

Il Regno avanza lentamente ma con sicurezza. Questo Vangelo di Matteo 5 ci permette di capire come il Regno di Dio avanza nella storia: non per rottura, ma per compimento. Il verbo chiave, che san Matteo mette sulle labbra di Gesù – “Non sono venuto ad abolire, ma a portare a compimento”. Tutta la Bibbia, fin da Abramo, è orientata verso un compimento progressivo del disegno benevolo di Dio. Il cristiano, infatti, non vive di nostalgia del passato, ma di attesa operosa: giudica la storia non in base ai successi immediati, ma all’avanzamento del Regno. È per questo che si può dire che la Messa domenicale è la “riunione del cantiere del Regno”: il luogo in cui si verifica se il Vangelo sta realmente trasformando la vita. Una crescita lenta, inscritta nella Legge.  L’evangelista mostra che questa lentezza non è un difetto, ma il metodo stesso di Dio. La Legge data a Mosè ha rappresentato le prime tappe: indicare il minimo vitale perché la convivenza fosse possibile – non uccidere, non rubare, non mentire. Era già un passo decisivo rispetto alla legge del più forte. Gesù non cancella queste acquisizioni; al contrario, le porta a maturazione. Le antitesi («Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…») manifestano questo avanzare del Regno: non solo evitare l’omicidio, ma estirpare l’ira; non solo evitare l’adulterio, ma purificare lo sguardo; non solo evitare il falso giuramento, ma vivere nella verità della parola. Ogni volta il Regno fa un passo avanti, perché il cuore dell’uomo viene lentamente convertito. E così il Regno cresce attraverso le relazioni. Il testo metteva in luce un punto decisivo: i comandamenti rinnovati da Gesù riguardano tutti le relazioni con gli altri: riconciliazione con il fratello, rispetto della donna, parola affidabile, amore del nemico. Se il disegno misericordioso di Dio è, come dice Paolo, riunire tutti in Cristo, allora ogni passo verso una fraternità più vera è già un avanzamento del Regno. Per questo Gesù non si limita a insegnare a pregare “Venga il tuo Regno”, ma indica come farlo venire: attraverso scelte concrete, quotidiane, spesso nascoste, ma reali. All’inizio del discorso, Matteo pone le Beatitudini che descrivono coloro che permettono al Regno di avanzare: non i potenti, ma i poveri in spirito, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace. Sono i piccoli ai quali il Padre rivela i suoi misteri. Anche qui il Regno non avanza per forza o spettacolarità, ma per umiltà e fedeltà.

Il Regno avanza come il sale che scompare e come la luce che rischiara senza rumore. È una crescita che si misura sul lungo periodo, non sull’immediato. Per questo Gesù può dire alla fine del capitolo: “Siate perfetti” (Mt 5,48), cioè portati a compimento. Non è un ideale irraggiungibile, ma la meta di un cammino che Dio stesso accompagna. Il Regno di Dio non irrompe, ma cresce; non elimina il passato, ma lo porta a pienezza; non avanza con la forza, ma con la conversione del cuore. Ogni passo in più nell’amore, ogni relazione riconciliata, ogni parola resa vera: è così, lentamente ma con sicurezza, che il Regno viene.

 

+Giovanni D’Ercole

Qualche giorno fa  apprendo dal quotidiano di un altro caso di accoltellamento di una ragazza di 22 anni. E’ stata pugnalata perché ascoltava la musica a un volume troppo alto, infastidendo l’aggressore.

Negli ultimi tempi diversi eventi del genere sono stati riportati dai mezzi di comunicazione; episodi con protagonisti giovani - tutti per futili motivi. Chi per uno sguardo di troppo alla ragazza del cuore, chi per un apprezzamento un po’ osé ecc.

Purtroppo molti giovani negli ultimi tempi aggrediscono i simili con coltelli che portano con  sé. 

Da premettere che come tutti gli oggetti, il coltello non ha solo una valenza negativa. Esso viene usato in cucina, per lavorare; nelle mani di un cuoco abile diventa qualcosa di prezioso. 

Nelle società primitive veniva usato per difendersi dagli animali e dai nemici.

Oggi nel mondo giovanile e non solo se pensiamo ai numerosi femminicidi dove si uccide con una ferocia inaudita, e sembra stia diventando una specie di status.

Tale arnese  viene percepito come un segno di durezza e di forza; maggiormente in giovani che si sentono ai margini. 

Gli episodi di violenza che accadono tra due individui non hanno motivi fondati, ma la scintilla che li fa scattare è un motivo banale, talora frivolo.

Spesso l’uso del coltello - arma facile da procurarsi - è insita in tizi contigui a gang giovanili, per  poterne fare parte e diventarne appunto affiliati. Qui è come se tale oggetto possa essere una “bacchetta magica” contro il senso di malessere interiore, le delusioni affettive e sociali. E tale arma ci farebbe sentire invincibili, o magari solo più forti. 

Escluso gli addetti ai lavori, abituarsi a portare un’arma con sé può avere delle ripercussioni sul nostro modi di essere. Ci si abitua; e possiamo vieppiù tendere a episodi di aggressività verso gli altri. 

Uscire di casa e portare con se’ un coltello - prima o poi, alla minima contrarietà, si è  tentati di usarlo; alimentando cosi la paura e con la probabilità di diventare a sua volta una vittima. Così a lungo andare la nostra psiche “tira fuori” aspetti di noi che magari giacevano “dormienti” in angoli riposti della nostra inconsapevolezza.

L’uomo arriva a seguire un comportamento antisociale. E nei molti obiettivi che cerca di raggiungere, a volte tale comportamento può risultare anche nocivo per sé.

Sono dei soggetti che hanno un livello intellettivo nella norma; a volte anche superiore.

Nella mia esperienza di casi simili, inviati dal Tribunale dei Minori al Servizio di Neuropsichiatria Infantile, gli episodi di violenza con il coltello erano associati a un basso livello intellettivo.

Questi soggetti sovente vanno incontro a insuccessi in ogni iniziativa che prendono, aumentando così il loro senso di frustrazione.

Generalmente tendono  a mentire e spesso sfruttano gli altri dando poca importanza ai valori morali.

Abitualmente non dicono quasi mai la verità, neanche quando fanno una promessa (che solitamente non mantengono), mostrando nessun turbamento e mantenendo con freddezza le loro posizioni.

Essi possono subire l’influsso di film, di  culture ancestrali, che possono rafforzare in loro una inclinazione all’uso di tali armi; senza  che siano coscienti delle possibili conseguenze e di eventuali crescendo di violenza 

A noi ”giovani del passato” è stato insegnato e trasmesso di saper reagire in modo costruttivo alle difficoltà e alle mortificazioni che la vita inevitabilmente ci reca. 

Oggi tuttavia sembra che tutto sia dovuto, che la privazione di qualcosa in questo eccesso di benessere sia insopportabile. 

E allora soprattutto in individui emotivamente instabili scatta qualcosa che li rende capaci di far del male; si va verso un’aggressività insana, malata. Non verso quella “sana grinta” che aiuta a superare gli ostacoli della vita.

Molte volte ho sentito dire dalle persone che mi hanno preceduto e forse anche da qualche lettura che ora non ricordo, che la belva più crudele è l’uomo. Nel suo cuore si annidano due anime: una fatta di socievolezza e spinta al prossimo, l’altra di gelosia e rivalità, di crudeltà verso gli altri.

Abitualmente le persone con queste problematiche tendono a essere disonesti, a mentire e raggirare il prossimo; a cercare di sfruttarlo, dimenticando i principi morali appresi.

Questa gente si considera sempre ‘la migliore’. Se questo non viene avvertito, sale la rabbia - in maniera consapevole o meno.

Nel caso di ferite arrecate, costoro non provano rimorso alcuno; e nessun senso di colpa.

Il limite tra ciò che è legale e ciò che non lo è diventa labile. Tendiamo a agire in modo impulsivo, senza considerare l’effetto delle nostre azioni sugli altri.

Conseguentemente si scende sempre più in basso. Sono a che gli altri serviranno solo per ottenere ciò che vogliamo.

Spesso al comportamento violento o addirittura venato di sadismo, è associato un certo piacere.

E qui si tende anche a partecipare a scontri con il “potere” .

A livello collettivo, basta guardare agli ultimi fatti accaduti a Torino - dove la violenza si accanisce verso i rappresentanti della legge; contro coloro che rappresentano la regola e cercano di ripristinare la legalità’.

Senza aderenza a ideologie, personalmente sono convinto, lasciando da parte l’adesione a ideologie partitiche, che i limiti vadano ripristinati fin dall’infanzia. In modo tale che un bambino possa crescere con una chiara distinzione fra ciò che è Bene e quanto rappresenta il Male.

 

Dott. Francesco Giovannozzi, Psicologo-Psicoterapeuta.

Mercoledì, 04 Febbraio 2026 10:34

5a Domenica T.O.

V Domenica Tempo Ordinario (anno A) [8 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ci avviciniamo alla Quaresima. Cominciamo a prepararci spiritualmente. Dopo la sesta domenica, il 15 febbraio, entreremo in Quaresima.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (58,7-10)

A prima vista, questo testo potrebbe sembrare una bella lezione morale, e non sarebbe già poco. In realtà, però, dice molto di più. Il contesto è quello della fine del VI secolo a.C.: il ritorno dall’Esilio è avvenuto, ma restano profonde ferite, “le devastazioni del passato” e le rovine da ricostruire. A Gerusalemme la pratica religiosa è stata ristabilita e, in buona fede, si cerca di piacere a Dio. Tuttavia, il profeta deve trasmettere un messaggio delicato: il culto che piace a Dio non è quello che il popolo immagina. I digiuni sono spettacolari, ma la vita quotidiana è segnata da liti, violenze e avidità. Per questo Isaia denuncia un culto che pretende di ottenere il favore di Dio senza conversione del cuore: “Digiunate tra contese e percuotendo con pugni violenti… È forse questo il digiuno che io preferisco?” (Is 58,4-5).

Siamo di fronte a uno dei testi più forti dell’Antico Testamento, che scuote le nostre idee su Dio e sulla religione e risponde con grande chiarezza a una domanda fondamentale: che cosa si aspetta Dio da noi? Questi pochi versetti biblici  sono il frutto di una lunga maturazione nella fede di Israele. Da Abramo in poi, si è cercato ciò che piace a Dio: prima i sacrifici umani, poi quelli di animali, quindi digiuni, offerte e preghiere. Ma lungo tutta questa storia, i profeti non hanno smesso di ricordare che il vero culto non può separarsi dalla vita dell’Alleanza vissuta ogni giorno. Per questo Isaia proclama: il digiuno che Dio vuole è sciogliere le catene dell’ingiustizia, liberare gli oppressi, spezzare ogni giogo. Agli occhi di Dio, ogni gesto che libera il fratello vale più del digiuno più austero. Segue allora l’elenco dei gesti concreti: nutrire l’affamato, dissetare l’assetato, accogliere il povero senza casa, vestire chi è nudo, soccorrere ogni miseria umana. È qui che si misura la verità della fede. Tre osservazioni concludono il messaggio: Primo: questi gesti sono l’imitazione dell’opera stessa di Dio, che Israele ha sperimentato sempre come liberatore e misericordioso. L’uomo è davvero chiamato a essere immagine di Dio, e il modo in cui tratta gli altri rivela il suo rapporto con Lui. Secondo: quando Isaia promette “la gloria del Signore”(v.8) a chi si prende cura del povero, non parla di una ricompensa esterna, ma di una realtà: chi agisce come Dio riflette la sua presenza, diventa luce nelle tenebre, perché “dove c’è amore, lì c’è Dio”. Terzo: ogni gesto di giustizia, liberazione e condivisione è un passo verso il Regno di Dio, quel Regno di giustizia e di amore che l’Antico Testamento attende e che il Vangelo delle Beatitudini presenta come costruito giorno dopo giorno dai miti, dai pacifici e dagli affamati di giustizia.

 

*Salmo responsoriale (111/112)

Ogni anno, durante la festa delle Capanne, questa festa che ancora oggi dura una settimana in autunno, tutto il popolo compiva quella che potremmo chiamare la sua “professione di fede”: rinnovava l’Alleanza con Dio e si impegnava nuovamente a rispettare la Legge. Il Salmo 111/112 era certamente cantato in questa occasione. L’intero salmo è di per sé un piccolo trattato sulla vita nell’Alleanza: per comprenderlo meglio, bisogna leggerlo dall’inizio. Vi leggo il primo verso: “Alleluia! Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà!”. Innanzitutto, quindi, il salmo comincia con la parola Alleluia, letteralmente “Lodate Dio”, che è la parola chiave dei credenti: quando l’uomo della Bibbia ci invita a lodare Dio, è proprio per il dono dell’Alleanza. Poi, questo salmo è un salmo alfabetico: cioè contiene ventidue versetti, tanti quanti sono le lettere dell’alfabeto ebraico; la prima parola di ogni versetto comincia con una lettera dell’alfabeto nell’ordine alfabetico. È un modo per affermare che l’Alleanza con Dio riguarda tutta la vita dell’uomo e che la Legge di Dio è il solo cammino di felicità per l’intera esistenza, dalla A alla Z. Infine, il primo versetto inizia con la parola “beato”, rivolta all’uomo che sa rimanere sul cammino dell’Alleanza. Questo ricorda subito il Vangelo delle Beatitudini, che risuona dello stesso termine “beato”: Gesù usa qui una parola molto comune nella Bibbia, ma che purtroppo la nostra traduzione italiana non rende completamente. Nel suo commento ai Salmi, André Chouraqui osservava che la radice ebraica di questa parola (beato l’uomo Ashrê hā’îsh) ha come significato fondamentale il cammino, il passo dell’uomo sulla strada senza ostacoli che conduce al Signore. Si tratta quindi “meno della felicità che del cammino che ad essa conduce”. Per questo lo stesso Chouraqui traduceva “Beato” con “In cammino”, sottointeso: siete sulla buona strada, continuate. Generalmente, nella Bibbia, la parola “beato” non va da sola: è contrapposta al suo opposto “infelice” ( benedetto si dice barùk e maledetto ‘arūr). L’idea generale è che nella vita ci sono percorsi falsi da evitare; alcune scelte o comportamenti conducono al bene, altri, contrari, portano solo infelicità. E se leggiamo tutto il salmo, ci accorgiamo che è costruito in questo modo. Anche il Salmo 1, più conosciuto, è strutturato allo stesso modo: prima descrive i buoni percorsi, il cammino verso la felicità, e solo brevemente i cattivi, perché non vale la pena soffermarsi Qui, la buona scelta è indicata già nel primo verso: “Beato l’uomo che teme il Signore!”. Ritroviamo  questa espressione frequente nell’Antico Testamento: la “paura di Dio”. Purtroppo, nella lettura liturgica, manca la seconda parte del verso; ve la leggo intera: “Beato l’uomo che teme il Signore, che ama con tutto sé stesso la sua volontà.” Ecco dunque una definizione di “timore di Dio”: è l’amore della sua volontà, perché si agisce in fiducia. La paura del Signore non è paura in senso negativo: infatti, poco più avanti, un altro verso lo precisa bene: L’uomo retto… confida nel Signore. Sicuro è il suo cuore” (vv7-8). Il “timore di Dio” nel senso biblico è insieme consapevolezza della santità di Dio, riconoscimento di tutto ciò che Egli fa per l’uomo e, poiché è il nostro Creatore, attenzione a obbedirgli: solo Lui sa cosa è bene per noi. È un atteggiamento filiale di rispetto e obbedienza fiduciosa. Israele scopre così due verità: Dio è il Tutto-Altro, ma si fa anche Tutto-Vicino. È infinitamente potente, ma questa potenza è quella dell’amore. Non abbiamo nulla da temere, perché Egli può e vuole la nostra felicità! Nel Salmo 102/103 leggiamo: “Come la tenerezza del padre verso i figli, così la tenerezza del Signore verso chi lo teme.” Temere il Signore significa avere verso di Lui un atteggiamento rispettoso e fiducioso. Significa anche “appoggiarsi a Lui”. Ecco la giusta attitudine verso Dio, quella che mette l’uomo sulla buona strada: “Beato l’uomo che teme il Signore!” Ed ecco anche la giusta attitudine verso gli altri: “L’uomo retto, misericordioso , pietoso e giusto…egli dona largamente ai poveri”(vv4,8). Il salmo precedente (110/111), molto simile a questo, usa le stesse parole “giustizia, tenerezza e misericordia” per Dio e per l’uomo. L’osservanza quotidiana della Legge, nella vita di tutti i giorni, dalla A alla Z, come simboleggia l’alfabeto del salmo, ci plasma alla somiglianza di Dio. Ho detto somiglianza, perché il salmista ricorda che il Signore resta il Tutto-Altro: le formule non sono identiche. Per Dio si dice che Egli È giustizia, tenerezza e misericordia, mentre per l’uomo il salmista dice “è uomo di giustizia, di tenerezza, di misericordia”, cioè sono virtù che pratica, non il suo essere intrinseco. Queste virtù vengono da Dio e l’uomo le riflette in qualche modo. E poiché la sua azione è a immagine di Dio, l’uomo retto diventa luce per gli altri:”spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti”(v.4). Qui si sente un eco della prima lettura tratta dal profeta Isaia: “Condividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto, , vestire c chi è nudo… allora la tua luce sorgerà come l’aurora.”(58,7). Quando doniamo e condividiamo, siamo più a immagine di Dio, che è dono puro. A nostra misura, riflettiamo la sua luce.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (2,1-5)

 San Paolo, come spesso, procede per contrasti: la prima opposizione è che il mistero di Dio è completamente diverso dalla sapienza degli uomini; la seconda opposizione riguarda il linguaggio dell’apostolo che annuncia il mistero, molto diverso dal bel parlare umano, dall’eloquenza. Riprendiamo queste due opposizioni: mistero di Dio / sapienza umana; linguaggio del cristiano / eloquenza o arte oratoria. Prima opposizione: mistero di Dio o sapienza umana. Paolo dice di essere venuto “per annunciare il mistero di Dio”; per mistero va inteso il “disegno misericordioso” di Dio , che sarà sviluppato più tardi nella Lettera agli Efesini (Ef 1,3-14): questo disegno è di fare dell’umanità una comunione perfetta di amore attorno a Gesù Cristo, fondata sui valori dell’amore, del servizio reciproco, del dono e del perdono. Gesù lo mette già in pratica lungo tutta la sua vita terrena. Siamo quindi lontanissimi dall’idea di un Dio potente in senso militare, come talvolta alcuni immaginano. Questo mistero di Dio si realizza tramite un “Messia crocifisso”, del tutto contrario alla logica umana, quasi un paradosso. Paolo afferma che Gesù di Nazareth è il Messia, ma non come lo si aspettava: non lo si attendeva crocifisso; secondo la nostra logica, la crocifissione sembrava provare il contrario, perché tutti ricordavano una famosa frase del Deuteronomio: chi era condannato a morte per la legge era considerato maledetto da Dio (Dt 21,22-23). Eppure, questo disegno del Dio onnipotente è nulla meno che Gesù Cristo, come dice Paolo. Nel testimoniare la sua fede, Paolo non ha nulla da annunciare se non Gesù Cristo: Egli è il centro della storia umana, del progetto di Dio e della sua fede. Non vuole sapere nulla di altro: “Ritenni infatti di non sapere altro..  che Gesù Cristo”. Dietro questa frase si intravedono le difficoltà di resistere alle pressioni, agli insulti e alle persecuzioni già presenti. Questo Messia crocifisso ci mostra la vera sapienza, la sapienza di Dio: dono e perdono, rifiuto della violenza… tutto il messaggio del Vangelo delle Beatitudini. Di fronte a questa sapienza divina, la sapienza umana è ragionamento, persuasione, forza e potenza; questa sapienza non può comprendere il messaggio del Vangelo. Infatti, Paolo ha sperimentato un fallimento ad Atene, il centro della filosofia (At17,16-34). Seconda opposizione: linguaggio del predicatore o arte oratoria. Paolo non ha alcuna pretesa di eloquenza: questo già ci rassicura, se non siamo abili oratori. Ma va oltre: per lui l’eloquenza, l’arte oratoria, la capacità di persuadere sono addirittura un ostacolo, incompatibili con il messaggio del Vangelo. Annunciare il Vangelo non significa sfoggiare conoscenza né imporre argomenti. Interessante notare che nella parola “convincere” c’è “vincere”: forse non siamo al posto giusto se pensiamo di annunciare la religione dell’Amore. La fede, come l’amore, non si persuade… Provate a convincere qualcuno ad amarvi: l’amore non si dimostra, non si ragiona. Lo stesso vale per il mistero di Dio: lo si può solo penetrare gradualmente. Il mistero di un Messia povero, Messia-Servitore, Messia crocifisso, non può essere annunciato con mezzi di potenza: sarebbe il contrario del mistero stesso! È nella povertà che il Vangelo si annuncia: questo ci dovrebbe dare coraggio! Il Messia povero può essere annunciato solo con mezzi poveri; il Messia servo solo da servi. Non ti preoccupare se non sei  un grande oratore: la nostra povertà di linguaggio è l’unica compatibile con il Vangelo. Paolo va oltre e dice addirittura che la nostra povertà è condizione necessaria della predicazione: essa lascia spazio all’azione di Dio. Non è Paolo a convincere i Corinzi, ma lo Spirito di Dio, che conferisce alla predicazione la forza della verità, facendo scoprire Cristo. Ne consegue che non è la forza del nostro ragionamento a  convincere: la fede non si fonda sulla sapienza umana, ma sulla potenza dello Spirito di Dio. Noi possiamo solo prestargli la nostra voce. Ovviamente come per Paolo, ciò richiede un atto di fede enorme: È nella mia debolezza, tremante e timoroso, che sono venuto da voi. Il mio linguaggio, la mia predicazione non avevano nulla a che fare con la sapienza che convince; ma si manifestavano lo Spirito e la sua potenza, affinché la vostra fede non si fondasse sulla sapienza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. Quando sembra che il cerchio dei credenti si restringa, quando sogneremmo strumenti mediatici, elettronici o finanziari potenti, ci fa bene sentire che l’annuncio del Vangelo si adatta meglio ai mezzi poveri. Ma per accettarlo bisogna ammettere che lo Spirito Santo è il miglior predicatore, e che la testimonianza della nostra povertà è la predicazione migliore.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (5, 13 -16)

Se una lampada è bella è meglio, ma non è la cosa più importante! Ciò che si chiede prima di tutto è che illumini perché se non illumina bene non si vede nulla. Quanto al sale, la sua vocazione è scomparire svolgendo il suo compito: se manca, il piatto sarà meno buono. A ben vedere sale e luce non esistono per sé stessi. Gesù dice ai discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo”: ciò che conta è la terra, il mondo; il sale e la luce contano solo in rapporto alla terra e al mondo! Dicendo ai discepoli che sono sale e luce, Gesù li mette in situazione missionaria: Voi che ricevete le mie parole, diventate per questo stesso motivo sale e luce per il mondo: la vostra presenza è indispensabile. In altre parole, la Chiesa esiste solo per evangelizzare il mondo. Questo ci rimette al nostro posto! Già la Bibbia ricordava al popolo di Israele che era il popolo eletto, ma al servizio del mondo; questa lezione vale anche per noi. Tornando a sale e luce: ci si può chiedere qual è il punto in comune tra questi due elementi a cui Gesù paragona i discepoli. Possiamo rispondere che entrambi sono rivelatori: il sale esalta il sapore del cibo, la luce rivela la bellezza delle persone e del mondo. Il cibo esiste prima di ricevere il sale; il mondo e gli esseri esistono prima di essere illuminati. Ci dice molto sulla missione che Gesù affida ai suoi discepoli, a noi: nessuno ha bisogno di noi per esistere, ma abbiamo un ruolo specifico da svolgere. Sale della terra: siamo qui per rivelare agli uomini il sapore della loro vita. Gli uomini non ci aspettano per compiere gesti d’amore e di condivisione, talvolta meravigliosi. Evangelizzare significa dire che il Regno è in mezzo a voi, in ogni gesto, in ogni parola d’amore e “dove c’è amore, lì c’è Dio.” Luce del mondo: siamo qui per valorizzare la bellezza di questo mondo. È lo sguardo d’amore che rivela il vero volto delle persone e delle cose. Lo Spirito Santo ci è stato dato proprio per entrare in sintonia con ogni gesto o parola che viene da Lui. Ma questo può avvenire solo con discrezione e umiltà. Troppo sale rovina il gusto del cibo; una luce troppo forte schiaccia ciò che vuole illuminare. Per essere sale e luce, bisogna amare molto, amare davvero. I testi di oggi ce lo ripetono in modi diversi ma coerenti. L’evangelizzazione non è una conquista; la Nuova Evangelizzazione non è una riconquista. L’annuncio del Vangelo avviene solo nella presenza d’amore. Ricordiamo l’avvertimento di Paolo ai Corinzi nella seconda lettura: solo i poveri e gli umili possono predicare il Regno. Questa presenza d’amore può essere molto esigente, come mostra la prima lettura: il collegamento tra Isaia e il Vangelo è molto significativo. Essere luce del mondo significa mettersi al servizio dei fratelli; Isaia è concreto: condividere pane o vestiti, abbattere tutti gli ostacoli che impediscono la libertà degli uomini. Anche il Salmo di questa domenica dice lo stesso: “l’uomo retto”, cioè colui che condivide generosamente le sue ricchezze, è luce per gli altri. Attraverso le sue parole e i suoi gesti d’amore, gli altri scopriranno la fonte di ogni amore: come dice Gesù. Vedendo ciò che i discepoli fanno di bene, gli uomini renderanno gloria al Padre che è nei cieli, cioè scopriranno che il progetto di Dio per l’umanità è un progetto di pace e giustizia. Al contrario, come potranno gli uomini credere al progetto d’amore di Dio se noi, suoi ambasciatori, non moltiplichiamo i gesti di solidarietà e giustizia che la società richiede? Il sale è sempre in pericolo di perdere sapore: è facile dimenticare le parole forti del profeta Isaia, ascoltate nella prima lettura; e non è un caso se la liturgia ce le propone poco prima dell’inizio della Quaresima, tempo in cui rifletteremo su quale digiuno Dio preferisca. Ultima osservazione: il Vangelo di oggi (sale e luce) segue immediatamente la proclamazione delle Beatitudini in Matteo di domenica scorsa. Vi è quindi un legame tra i due passi, che possono illuminarsi a vicenda. Forse il modo migliore di essere sale e luce è vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, cioè all’opposto dello spirito del mondo: accettare umiltà, dolcezza, purezza, giustizia; essere artigiani di pace in ogni circostanza; e, soprattutto, accettare la povertà e la mancanza, con un solo obiettivo: “perché vedano le vostre opere buone  e rendano  gloria al Padre nostro che. è nei cieli”. Complementi: Secondo il documento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa “Lumen Gentium”, la vera luce del mondo non siamo noi, è Gesù Cristo. Dicendo ai discepoli che sono luce, Gesù rivela che è Dio stesso a brillare attraverso di loro, perché nella Scrittura, come nel Concilio, è sempre chiarito che tutta la luce viene da Dio.

 

+Giovanni D’Ercole

Domenica, 01 Febbraio 2026 12:12

Presentazione di Gesù al Tempio

Presentazione di Gesù al Tempio [2 Febbraio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Ecco anche un breve commento dei testi della liturgia della festa della presentazione di Gesù al Tempio.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Malachia (3,1-4)

Il testo di Malachia nasce in un contesto di crisi: non c’è più il re davidico, il popolo è sottomesso ai Persiani e l’autorità è nelle mani dei sacerdoti. Per questo il profeta insiste sull’alleanza con i leviti, ricordandone l’origine divina e denunciandone la corruzione presente. L’annuncio centrale è la venuta imminente del Signore nel suo tempio, chiamato anche Angelo dell’Alleanza: non un semplice messaggero, ma Dio stesso che viene a ristabilire l’Alleanza. Questa venuta è insieme desiderata e temibile, perché è una venuta di giudizio che purifica: non distrugge l’uomo, ma elimina il male che è in lui. Prima di questa venuta, Dio invia un messaggero che prepara il cammino mediante la chiamata alla conversione. Il Nuovo Testamento riconoscerà in Giovanni Battista questo precursore e in Gesù stesso l’Angelo dell’Alleanza annunciato da Malachia. Il messaggio resta attuale: Dio entra nel suo tempio per rinnovare l’Alleanza, purificare il culto e ricondurre il suo popolo alla fedeltà del cuore.

 

*Salmo responsoriale (23/24, 7, 8, 9, 10)

L’espressione poetica “Alzate, o porte, la vostra fronte” (v.9) è un’iperbole che celebra la maestà del “re della gloria”, cioè Dio stesso, che entra solennemente nel Tempio di Gerusalemme. Le porte non si aprono soltanto: si innalzano, come se l’edificio stesso dovesse farsi più grande per accogliere la presenza divina. Il salmo rimanda alla solenne dedicazione del primo Tempio da parte di Salomone (circa 950 a.C.), quando l’Arca dell’Alleanza fu portata in processione nella Città santa, tra canti, musiche e sacrifici. L’Arca, posta nel Santo dei Santi sotto le ali dei cherubini, rappresentava il trono invisibile di Dio in mezzo al suo popolo. I cherubini, lontani dall’immaginario degli angioletti, erano figure maestose e simboliche, segno della sovranità divina. Il salmo sembra strutturato come un dialogo liturgico tra due cori: uno invita le porte ad aprirsi, l’altro proclama l’identità del re della gloria come il Signore forte e vittorioso. I titoli guerrieri ricordano che Dio ha accompagnato Israele nelle sue lotte per la libertà e la sopravvivenza: l’Arca era il segno della sua presenza nei combattimenti del popolo. Anche dopo la scomparsa dell’Arca, soprattutto dopo l’Esilio babilonese, questo salmo continuò a essere cantato nel Tempio. Proprio l’assenza dell’Arca ne accrebbe il valore spirituale: Israele imparò che la presenza di Dio non è legata a un oggetto, per quanto sacro e carico di memoria. Col passare dei secoli, il salmo assunse un significato messianico: l’invocazione “entri il re della gloria” divenne l’espressione dell’attesa del Messia, il re definitivo che avrebbe vinto il male e inaugurato un’umanità rinnovata. Il “Signore degli eserciti” venne progressivamente compreso come Dio dell’universo, non più solo Dio di Israele ma Signore di tutta l’umanità. Per questo la liturgia cristiana canta questo salmo nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio: è una professione di fede che riconosce in quel bambino il vero re della gloria, Dio stesso che entra nel suo Tempio e viene incontro al suo popolo.

 

*Seconda Lettura dalla lettera a gli Ebrei (2,14-18)

La Lettera agli Ebrei nasce in un clima di polemica: i cristiani di origine ebraica venivano accusati di seguire un Messia che non poteva essere sacerdote secondo la Legge. L’autore risponde mostrando che Gesù realizza il sacerdozio in modo nuovo e definitivo. Pur non appartenendo alla tribù di Levi, Gesù è sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, cioè in una forma più antica e universale. Egli non riproduce il sacerdozio dell’Antico Testamento, ma lo porta a compimento, realizzandone la finalità profonda. Gesù è vero sacerdote perché:è pienamente solidale con l’umanità, condividendone debolezza, sofferenza e morte; è in piena comunione con Dio, come dimostra la sua risurrezione; ristabilisce l’Alleanza, liberando l’uomo dalla paura e dalla schiavitù della morte. La salvezza è offerta a tutti, ma riguarda in particolare i “figli di Abramo”, cioè coloro che vivono nella fede come fiducia. L’Alleanza è dono gratuito di Dio, ma richiede una risposta libera: accoglierla o rifiutarla resta responsabilità dell’uomo.

 

*Dal vangelo secondo san Luca (2, 22 – 40)

  Il racconto della Presentazione di Gesù al Tempio è costruito con grande cura e mette in evidenza due elementi fondamentali: la Legge e lo Spirito. Nei primi versetti Luca insiste più volte sulla Legge d’Israele, non come semplice insieme di prescrizioni, ma come espressione della fede e dell’attesa del popolo. La vita di Gesù inizia all’interno della fede d’Israele: Maria e Giuseppe compiono i gesti prescritti con devozione, inserendo il bambino nella storia e nella speranza del loro popolo. Il primo messaggio di Luca è chiaro: la salvezza dell’umanità nasce dentro la Legge d’Israele. È in questo contesto che il Verbo di Dio si è incarnato e che il progetto di amore di Dio per l’umanità ha preso forma. Subito dopo entra in scena Simeone, guidato dallo Spirito Santo, anch’esso nominato più volte. È lo Spirito che gli rivela l’identità del bambino: Gesù è il Salvatore preparato da Dio davanti a tutti i popoli. Le parole di Simeone riassumono l’intero Antico Testamento come una lunga preparazione al compimento della salvezza, che non riguarda solo Israele ma tutta l’umanità. Israele è la “gloria” perché è stato scelto come strumento di salvezza universale. L’evento avviene nel Tempio di Gerusalemme, luogo decisivo per Luca: qui si realizza la profezia di Malachia sull’ingresso improvviso del Signore nel suo Tempio. Gesù è riconosciuto come l’Angelo dell’Alleanza, il Signore stesso che viene a visitare il suo popolo. Le immagini di luce e di gloria usate da Simeone si collocano pienamente in questa prospettiva. Il racconto richiama anche il Salmo del “re della gloria”: l’atteso Messia regale entra nel Tempio, non con la potenza esteriore, ma nella povertà di un neonato. Tuttavia la scena è solenne e carica di gloria, perché in quel bambino è presente tutta l’attesa d’Israele, rappresentata da Simeone e Anna, figure della speranza fedele. Con il cantico di Simeone si afferma che Gesù è il Messia e la gloria di Dio: con lui la gloria divina entra nel Santuario. Questo significa che Gesù non solo porta la gloria di Dio, ma è la gloria di Dio, è Dio stesso presente in mezzo al suo popolo. Con la sua venuta, il tempo della Legge giunge al suo compimento: l’Angelo dell’Alleanza è entrato nel Tempio per donare lo Spirito, illuminare le nazioni e inaugurare il tempo nuovo della salvezza universale.

+Giovanni D’Ercole

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In addition to physical hunger man carries within him another hunger — all of us have this hunger — a more important hunger, which cannot be satisfied with ordinary food. It is a hunger for life, a hunger for eternity which He alone can satisfy, as he is «the bread of life» (Pope Francis)
Oltre alla fame fisica l’uomo porta in sé un’altra fame – tutti noi abbiamo questa fame – una fame più importante, che non può essere saziata con un cibo ordinario. Si tratta di fame di vita, di fame di eternità che Lui solo può appagare, in quanto è «il pane della vita» (Papa Francesco)
The Eucharist draws us into Jesus' act of self-oblation. More than just statically receiving the incarnate Logos, we enter into the very dynamic of his self-giving [Pope Benedict]
L'Eucaristia ci attira nell'atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione [Papa Benedetto]
Jesus, the true bread of life that satisfies our hunger for meaning and for truth, cannot be “earned” with human work; he comes to us only as a gift of God’s love, as a work of God (Pope Benedict)
Gesù, vero pane di vita che sazia la nostra fame di senso, di verità, non si può «guadagnare» con il lavoro umano; viene a noi soltanto come dono dell’amore di Dio, come opera di Dio (Papa Benedetto)
The locality of Emmaus has not been identified with certainty. There are various hypotheses and this one is not without an evocativeness of its own for it allows us to think that Emmaus actually represents every place: the road that leads there is the road every Christian, every person, takes. The Risen Jesus makes himself our travelling companion as we go on our way, to rekindle the warmth of faith and hope in our hearts and to break the bread of eternal life (Pope Benedict)
La località di Emmaus non è stata identificata con certezza. Vi sono diverse ipotesi, e questo non è privo di una sua suggestione, perché ci lascia pensare che Emmaus rappresenti in realtà ogni luogo:  la strada che vi conduce è il cammino di ogni cristiano, anzi, di ogni uomo. Sulle nostre strade Gesù risorto si fa compagno di viaggio, per riaccendere nei nostri cuori il calore della fede e della speranza e spezzare il pane della vita eterna (Papa Benedetto)
Romano Guardini wrote that the Lord “is always close, being at the root of our being. Yet we must experience our relationship with God between the poles of distance and closeness. By closeness we are strengthened, by distance we are put to the test” (Pope Benedict)
Romano Guardini scrive che il Signore “è sempre vicino, essendo alla radice del nostro essere. Tuttavia, dobbiamo sperimentare il nostro rapporto con Dio tra i poli della lontananza e della vicinanza. Dalla vicinanza siamo fortificati, dalla lontananza messi alla prova” (Papa Benedetto)
In recounting the "sign" of bread, the Evangelist emphasizes that Christ, before distributing the food, blessed it with a prayer of thanksgiving (cf. v. 11). The Greek term used is eucharistein and it refers directly to the Last Supper, though, in fact, John refers here not to the institution of the Eucharist but to the washing of the feet. The Eucharist is mentioned here in anticipation of the great symbol of the Bread of Life [Pope Benedict]
Narrando il “segno” dei pani, l’Evangelista sottolinea che Cristo, prima di distribuirli, li benedisse con una preghiera di ringraziamento (cfr v. 11). Il verbo è eucharistein, e rimanda direttamente al racconto dell’Ultima Cena, nel quale, in effetti, Giovanni non riferisce l’istituzione dell’Eucaristia, bensì la lavanda dei piedi. L’Eucaristia è qui come anticipata nel grande segno del pane della vita [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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