don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Turnover nella Chiesa, antidoto all’unilateralità

(Mt 5,1-12)

 

Ci sentiamo effimeri e spesso delusi, eppure vogliamo essere felici, non solo qua e là: siamo incerti, eppure cerchiamo gioia piena e duratura.

Ovvio che possiamo trovarla solo in una proposta sconcertante.

 

Nel Vangelo di Mt Gesù è il nuovo Mosè che sale su «il Monte». Ma il giovane Legislatore non proclama norme su un codice di pietra, bensì la propria esperienza del Padre… «vedendo le folle» (v.1).

All’incrocio fra condizione divina e pienezza d’umanizzazione, il nuovo Rabbi delinea una sorta di suo Autoritratto: da Figlio; in favore dei suoi fratelli. Radunati in spirito di Famiglia.

Un germoglio di mondo ospitale - che nelle sue piccole chiese Mt vuole incoraggiare. Dove non c’è l’uomo al di sopra e quello sempre sotto; o il personaggio davanti e quello dietro.

Solo rivolgimenti umanizzanti [come appunto l’inversione dei ruoli e delle condizioni] che rinsaldano il tessuto concorde.

Dunque nella Casa di tutti dovrà esserci ricambio e capovolgimento di figure, situazioni e criteri di eminenza, quindi catene di comando - segni del Regno che Viene. 

Rovesciamento in grado di acuire le sensibilità alla Comunione [a quel tempo era vivace l’attrito fra esperti giudaizzanti, primi della classe, e ultimi arrivati alle soglie delle fraternità di fede].

 

Su «il Monte» viene annunciata l’opera discreta dello Spirito, che designa il carattere d’una santità modesta, animata dall’Amore di dono, in sé divinizzante e umanizzante [qualità che si manifesta nei cosiddetti “poveri in Spirito”].

Il discepolo autentico giunge infatti sino alle lacrime: esse esprimono la dimensione di energia intima che purifica le idee esterne; ci fa veri da dentro, essenziali fuori.

L’afflizione guida a rientrare in se stessi; ripropone il contatto con la nostra terra e le virtù che rigenerano.

Tristezza che nella condizione di finitudine e limite consapevole, rende empatici, splendidamente umani.

Intimamente insoddisfatti: oppositori delle ingiustizie. Perché ogni persona che non viene collocata nella condizione di poter esprimere le proprie capacità è un insulto al Disegno di Salvezza.

In ciascun estromesso si cela infatti come un Artista cui non è dato esprimersi, che non viene scoperto né valorizzato in favore di sé e degli altri; piuttosto, considerato estraneo o un deviante.

 

Lo Spirito di Cristo s’identifica spontaneamente non con la consueta energia aggressiva delle belve, di chi prevale perché più astuto e forte.

Siamo donne e uomini caratterizzati da cuore di carne - non di bestia (Dan 7).

Le Beatitudini - nuovo Decalogo de «il Monte» - alludono appunto a una sorta di condizione divina incarnata e trasmissibile a chiunque, pacificata e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire.

Non si tratta d’una proposta che ricaccia indietro le eccentricità: viceversa assai simpatica e amabile, inclusiva.

Quella del Beato è perciò la condizione che rende Unici - non la santità normata da procedure, che sta sempre ad aborrire il pericolo dell’inconsueto.

Neppure esclude il nostro diritto a fare qualcosa di grande... ma non lo identifica con l’avere, il potere, l’apparire.

Non c’è da vincere “la gara”. E il Signore ci fa riflettere sull’autentica realizzazione: non si tratta d’una conquista esteriore.

 

Beato è il tratto e l’esito dello sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità - carattere paradossale.

Il Signore si compiace di coloro che intraprendono tale orientamento, dove i suoi sentimenti diventano profondamente nostri.

Consanguinei; già qui e ora in grado di sperimentare la vita beata del Cielo: essere con e per gli altri, essendo se stessi.

 

 

[4.a Domenica T.O. (anno A)  1 febbraio 2026]

Turnover nella Chiesa, antidoto all’unilateralità

(Mt 5,1-12)

 

Nel Vangelo di Mt Gesù è il nuovo Mosè che sale su «il Monte». Ma il giovane Legislatore non proclama norme su un codice di pietra, bensì la propria esperienza del Padre… «vedendo le folle» (v.1).

All’incrocio fra condizione divina e pienezza d’umanizzazione, il nuovo Rabbi delinea una sorta di suo Autoritratto: da Figlio; in favore dei suoi fratelli. Radunati in spirito di Famiglia.

Un germoglio di mondo ospitale - che nelle sue piccole chiese Mt vuole incoraggiare. Dove non c’è l’uomo al di sopra e quello sempre sotto; o il personaggio davanti e quello dietro.

Solo rivolgimenti umanizzanti [come appunto l’inversione dei ruoli e delle condizioni] che rinsaldano il tessuto concorde.

Dunque nella Casa di tutti dovrà esserci ricambio e capovolgimento di figure, situazioni e criteri di eminenza, quindi catene di comando - segni del Regno che Viene. 

Rovesciamento in grado di acuire le sensibilità alla Comunione [a quel tempo era vivace l’attrito fra esperti giudaizzanti, primi della classe, e ultimi arrivati alle soglie delle fraternità di fede].

 

Allora la mentalità delle precedenze e della supremazia era radicata al punto che tutte le religioni riconoscevano le gerarchie.

Coloro che si ritenevano in diritto di precedenza [nella comunità!] hanno sempre sollevato una questione di apparente ovvietà:

Non è forse nell’ordine naturale delle cose che nell’umana società ci siano primi e ultimi, dotti e ignoranti, sovrani e sudditi?

In fondo, il principio giuridico che un tempo regolava ad es. tutto il diritto di proprietà privata nel mondo latino è anche il motto in epigrafe di un noto quotidiano cattolico ufficiale: Unicuique Suum.

Anche Leone XIII, papa delle Encicliche sociali, riconosceva che «nella società umana è secondo l'ordine stabilito da Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei; obbligo di carità dei ricchi e dei possidenti è quello di sovvenire ai poveri e agli indigenti».

Era la mentalità d'un peccato di semplice omissione: basta che poi si faccia la carità.

La posizione del Signore è molto molto diversa: il potente non è affatto il benedetto da Dio - come si supponeva fossero anche i ricchi patriarchi del Primo Testamento.

Il loro mondo estraneo, i palazzi, e persino il vestiario ricercato, sono perfetta metafora del vuoto interiore e dell’effimero di cui si beano.

Il loro ingozzarsi è segno d’un abisso intimo da colmare - una sorta di fame nervosa, che percepisce vertigine.

Così via, di alienazione in alienazione.

Su «il Monte» viene viceversa annunciata l’opera discreta dello Spirito, che designa il carattere d’una santità modesta, animata dall’Amore di dono, in sé divinizzante e umanizzante [qualità che si manifesta nei cosiddetti “poveri in Spirito”].

Santità la quale supera la fiction antica dei dominatori, i quali si accavallavano uno sull’altro recitando lo stesso copione.

Sinora infatti la massa permaneva a bocca asciutta: qualsiasi fosse il sovrano che s’impadronisse del potere, il gregge minuto restava sottomesso, triste e soffocato; indegno persino di presentarsi al Signore.

Tutti condannati e inadeguati.

Anche il popolo dei discepoli è accorato, perché non accetta le sperequazioni della società piramidale, la quale tende a livellare e annientare i Doni di Dio diffusi nell’umanità intera - di qualsiasi ceto sociale.

Il discepolo autentico giunge infatti sino alle lacrime: esse esprimono la dimensione di energia intima che purifica le idee esterne; ci fa veri da dentro, essenziali fuori.

L’afflizione guida a rientrare in se stessi; ripropone il contatto con la nostra terra e le virtù primordiali, che rigenerano.

Tristezza che nella condizione di finitudine e limite consapevole, rende empatici, splendidamente umani.

Intimamente insoddisfatti: oppositori delle ingiustizie. Perché ogni persona che non viene collocata nella condizione di poter esprimere le proprie capacità è un insulto al Disegno di Salvezza.

Non si tratta di elemosina o filantropia: è una scelta precisa, sociale (v.5).

In ciascun estromesso si cela infatti come un Artista cui non è dato esprimersi, che non viene scoperto né valorizzato in favore di sé e degli altri; piuttosto, considerato estraneo o un deviante.

Annalena Tonelli parlava infatti degli ultimi cui desiderava diminuire il dolore come di «Mozart assassinati»: ella desiderava recuperarli e coinvolgerli, per arricchire insieme. Avendo viscere materne - e il cuore nella miseria dei fratelli abbandonati.

 

Identica severità vigeva nelle religioni, i cui capi elargivano al popolo una forte e volgare pulsione da orda nazionalista, e il contentino dei gregari.

Invece nel Regno di Gesù devono mancare i ranghi - per questo il piano degli ambiziosi e privi d’errore non collima col suo.

Lo Spirito di Cristo s’identifica spontaneamente non con la consueta energia aggressiva delle belve, di chi prevale perché più astuto e forte - ma con la persona che mette se stessa a disposizione.

Siamo donne e uomini caratterizzati da cuore di carne - non di bestia (Dan 7).

 

Le Beatitudini - nuovo Decalogo de «il Monte» - alludono appunto a una sorta di condizione divina incarnata e trasmissibile a chiunque, pacificata e creativa come l’amore, quindi tutta da scoprire.

 

Beato è il tratto e l’esito dello sviluppo vero e pieno del progetto divino sull’umanità.

Nei Vangeli tale carattere non viene ostacolato dai frequentatori dei luoghi di malaffare, ma paradossalmente dagli habitué dei recinti sacri.

Secondo Gesù la purità di cuore non è legata all’incontaminatezza legale esterna - come si credeva in tutte le devozioni - bensì allo sguardo purificato e alla mancanza di doppiezza. 

La crescita e umanizzazione del popolo non è dunque contrastata dai peccatori, ma proprio da coloro che avrebbero il ministero di far conoscere a tutti il Volto di Dio!

Insomma, il carico di precomprensioni con il quale essi affrontano la realtà e le relazioni, non consente alle autorità costituite e fisse di riconoscere i richiami del Signore nei fatti della vita e della stessa Natura.

Così per i pacificatori.

Essi operano per la ricostruzione completa della Vita e della Fraternità, della stessa naturalezza e della Convivenza equa.

Tutto ciò, nello spirito di disinteresse che integra l’egoismo riconoscendo il Noi povero che si dilata nel mondo.

 

L’Autoritratto di Gesù come trapela dalle Beatitudini di Mt abbraccia l’icona d’un ragazzino - che a quel tempo non contava nulla.

Il Signore si riconosce appunto in un valletto di casa; un inserviente di bottega, che però ha in sé una misteriosa e gradevole scintilla divina.

È l’unica identificazione che Gesù ama e desidera consegnarci: quella di colui che non può permettersi di non riconoscere le esigenze altrui.

Dimensione di sacralità senza aureole distintive: non cinica, bensì condivisibile. Perché legata alla percezione e reciprocità istintiva, alla spontanea amicizia verso la donna e l’uomo - sperimentata nella somiglianza col Padre.

Ovvio: non si tratta d’una proposta compromessa con la solita trafila inesorabile [dottrina e disciplina] che ricaccia indietro le eccentricità: viceversa assai simpatica e amabile, inclusiva.

 

Quella del Beato è perciò la condizione che rende Unici - non la santità normata da procedure, che sta sempre ad aborrire, esorcizzare, il pericolo dell’inconsueto.

Proprio per questo - invece - la fissazione sulle antecedenze ha caratterizzato per secoli la vita della Chiesa; così come l’idolo feudale e monarchico della stabilità a vita.

Il Maestro non esclude il nostro diritto a fare qualcosa di grande... ma non lo identifica con l’avere, il potere, l’apparire.

Per un cammino di Beatitudine e Divinizzazione, il Maestro non eccita le pulsioni del trattenere, salire, dominare: non danno Felicità.

Conta piuttosto sulla nostra libertà spontanea di donare, scendere e servire - una franchigia affidata anzitutto ai primi della classe. Coloro che nella storia hanno fatto il callo a soverchiare gli altri di moralismi e astuzie.

 

Dio non rinnega le legittime pulsioni dell’io a essere riconosciuto. Non partecipiamo alla vita come fossimo destinati al fallimento, bensì come dei promossi - i quali non sopprimono i propri requisiti.

Ma non per vincere “la gara”. In tal guisa, il Signore ci fa riflettere sull’autentica realizzazione.

Non si tratta d’una conquista esteriore, ma intima e fatta propria. Essa è in grado così di scolpire la nostra inclinazione profonda, nella sua ricchezza di volti e nel tempo di un Percorso.

Aristotele affermava che - al di là di petizioni di principio artificiali o proclami apparenti - si ama davvero solo se stessi. È un punto di domanda non da poco.

Ammesso e non concesso, la crescita, promozione e fioritura delle nostre qualità si colloca all’interno d’una Via sapiente.

Sentiero persino interrotto che sa concedersi il giusto ritmo - anche per incontrare nuovi stati dell’essere.

L’amore genuino e maturo dilata i confini dell’ego amante del primato, della visibilità e del tornaconto. Lo integra con energie primordiali, sopite, cui non abbiamo dato spazio - comprendendo il Tu nell’io.

Itinerario e Vettore che poi espande le capacità e la vita. Altrimenti in ogni circostanza e purtroppo a qualsiasi età rimarremo nel gioco puerile di chi sgomita sui gradini per prevalere.

Come ha detto Papa Francesco circa i fenomeni mafiosi: «C’è bisogno di uomini e donne di Amore, non di onore!».

Scrive il Tao Tê Ching (XL): «La debolezza è quel che adopra il Tao». E il maestro Wang Pi commenta: «L’alto ha per basamento il basso, il nobile ha per fondamento il vile».

 

Ci sentiamo effimeri e spesso delusi, eppure vogliamo essere felici, non solo qua e là: siamo incerti, eppure cerchiamo gioia piena e duratura. Ovvio che possiamo trovarla solo in una proposta sconcertante.

Nei tempi antichi si pensava di poter incontrare Dio nelle emozioni inebrianti generate da esperienze di successo, tipiche degli uomini riusciti. Ma il Figlio perseguitato e crocifisso ne contesta l’esteriorità.

Altri appuntamenti decisivi erano considerati quelli sulle cime di alture suggestive, o il lasciarsi precipitare devoto e parossistico proprio dentro i recinti sacri che Gesù intendeva smantellare, costringendo il popolo a uscirne [Gv 10,1-16 testo greco].

Lutero interpreta il Figlio di Dio su il Monte quale «Mosissimus Moses». Tuttavia, Mt parla de “il Monte” - non una tribuna - come figura e contesto d’un Appello eterno, non solo destinato ai membri degli istituti di perfezione più attrezzati e in grado di salire.

In concreto, si tratta dei momenti in cui noi stessi incorporati alla completezza umana del Cristo sentiamo pienezza di essere: come il trascorrere dell’anima sposa nel suo centro sacro, e una speciale sintonia d’idee, parole e azioni fra la nostra natura - e la divina.

«Il Monte» è il luogo (teologico) in cui si abbandonano i pensieri, i saperi e i calcoli astuti, conformisti, della pianura mondana. Ove si livellano i presupposti della felicità ilare e passeggera [quella che dura un minuto o un’ora].

Dunque Beati i poveri «allo Spirito» - ovvero «per lo Spirito» - dice Gesù [v.3a testo greco].

Nella comunità cristiana è importante (appunto) arricchire insieme.

Il Signore si compiace di coloro che intraprendono tale orientamento, dove i suoi sentimenti diventano profondamente nostri - e importanti non sono le minuzie, bensì la direzione di marcia.

Dettagli particolari della vita d’amore sono lasciati alla creatività personale e alla varietà delle persone; sensibilità, culture, situazioni. 

Conta l’opzione fondamentale al bene e alla comunione, intesa non come uniformità - bensì convivialità delle differenze.

Non per disprezzare istericamente la ricchezza: si tratta di scambiarla, affinché si moltiplichi evitando di trattenere per sé. Altrimenti tutto diventa ostacolo insormontabile per la vita, e appannaggio dei più svelti.

Chi si è liberamente espropriato del superfluo onde condividerlo, lo fa «per lo Spirito» ossia per Amore: per libera scelta, con passione e senza distinzione fra beneficiari di cerchia e non.

Così l’arricchito diventa signore.

A sua volta, il miserabile può non essere povero «allo Spirito» se gonfio di sé, vanaglorioso, superbo, disinteressato agli altri; se privo di apertura di cuore, estraneo al dialogo, intenzionato a migliorare la propria condizione con compromessi e inganno - solo desideroso di sostituirsi ai ricchi per poi ricalcarne i modi menzogneri, soggioganti e opportunisti.

 

La rinuncia volontaria all’uso egoistico e mediocre delle proprie risorse materiali e sapienziali ci contraddistingue quali figli di Dio.

Consanguinei; già qui e ora in grado di sperimentare la vita beata del Cielo: essere con e per gli altri, essendo se stessi.

Infatti, la promessa che accompagna la prima Beatitudine (v.3a) non assicura l’accesso al Paradiso nell’aldilà, in un futuro lontano.

Lo scambio dei doni garantisce l’esperienza della stessa vita divina, proprio sulla terra.

Nelle religioni pagane la condizione di Vita Beata era caratteristica gelosa ed esclusiva delle divinità, che di malavoglia la partecipavano; e in modo rassicurante, solo dopo la morte. Comunque a metà.

In Cristo e per Via, malgrado i fallimenti parziali, o le nostre eventuali scarse capacità e fragilità naturali - anzi, a motivo di esse - scopriamo un Padre amico della Gioia piena, carica: Felicità immediata, energetica, senza limiti. Che sorge persino da stati malfermi.

Il Padre non è il Dio delle religioni che appannano e affannano la vita: non benedice l’ingordigia di pochi, che rende bisognose le moltitudini.

L’ultimo dei comandamenti imponeva di sentirsi appagati e non desiderare la roba altrui?

La prima delle Beatitudini propone di desiderare che anche gli altri abbiano le nostre medesime cose e possibilità di vita.

La dinamica dell’innamoramento suppone in ogni sua declinazione, una Pienezza fremente che sfocia ovunque - riconoscendo gli opposti in noi e il legittimo desiderio di compiutezza espressiva nei fratelli.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come superi il dubbio, ripiegandoti? Cosa annunci con la tua vita? Essa oltrepassa l’esperienza diretta? Conosci realtà che manifestano il Risorto? Come additi sentieri esuberanti di speranza? Oppure sei selettivo e taci?

 

 

 

Hanno fatto passare la Luce

 

Tutti i Santi, tra senso religioso e Fede

 

Incarnando lo spirito delle Beatitudini, ci chiediamo quale sia la differenza tra “sentire religioso” comune, e “vivere di Fede”.

Nelle devozioni antiche il Santo è l’uomo compos sui, perfetto e distaccato [ma prevedibile]; e il contrario di Santo è «peccatore».

Nella proposta di vita piena nel Signore, il «santo» è persona d’intesa comunicativa e che vive per la convivialità, creandola dove non c’è.

Nel cammino dei figli il Santo è sì l’uomo eccellente, ma nel suo senso compiuto - pieno e dinamico, poliedrico; perfino eccentrico. Non in una accezione unilaterale, moralistica o sentimentale.

Nella lingua latina perfìcere significa condurre a termine, andare sino in fondo.

In tale accezione completa e integrale, “perfetto” diventa un valore incarnato autentico: attributo possibile - d’ogni persona consapevole della propria condizione di vulnerabilità, e non la disprezza.

La donna e l’uomo di Fede valorizzano ogni occasione o emozione che mettono a nudo la condizione di nudità [non colpa] per aprire nuove strade e rinnovarsi.

In ottica di vita nello Spirito il santo [in ebraico Qadosh, attributo divino] è sì l’uomo «distacccato», ma non in senso parziale o fisico, bensì ideale.

Non è la persona che a un certo punto della vita prende le distanze dalla famiglia umana per intraprendere un sentiero di purificazione che la innalzerebbe. Illudendosi di migliorare.

Come sottolinea l'enciclica Fratelli Tutti: «Un essere umano [...] non si realizza, non sviluppa, non può trovare la propria pienezza [... e] non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri» (n.87).

Il testimone autentico non è animato dal disprezzo del caos esistenziale - né desideroso di appaltare le difficoltà di gestione della propria libertà consegnandola a un’agenzia alienante, dalla mentalità appartata (che risolva il dramma delle scelte personali).

In Cristo l’uomo è un «disgiunto» dalla mentalità comune, in quanto fedele a se stesso, al proprio Fuoco che non si estingue - alle passioni, alla propria irripetibile unicità e Vocazione.

E insieme, «separato» da criteri competitivi esterni: dell’avere, del potere, dell’apparire. Potenze autodistruttive.

A queste ultime, sostituisce concretamente la fraternità del donare, del servire e dello sminuirsi [dal “personaggio”]. Energie feconde.

Tutto per la Comunione globale, e in Verità anche con il proprio intimo seme caratteriale - evitando proselitismi e il farsi notare nelle passerelle.

Il vero credente conosce il suo limite redento, vede le possibilità dell’imperfezione... Così sostituisce i presupposti del trattenere per sé, del salire sugli altri e del dominarli, con un fondamentale trittico umanizzante: elargire, libertà di “scendere”, collaborare.

Questo l’autentico Distacco, che non fugge le proprie e altrui inclinazioni, né disprezza il tratto complesso della condizione umana.

In tal guisa, il «santo» vive la Beatitudine essenziale dei perseguitati (Mt 5,11-12; Lc 6,22-23) perché ha la libertà di “abbassarsi” per essere in sintonia con la propria essenza; coesistendo nella sua originalità.

In termini di Fede, il Santo non è più dunque un fisicamente «separato», bensì «Unito» a Cristo - e messo al bando come Lui, nei fratelli deboli.

Insomma, il Disegno divino è comporre Famiglia di piccoli e malfermi, non ritagliarsi un gruppo di amici “forti”, e “migliori” degli altri.

Solo quest’orizzonte di Focolare ci spinge a partire.

Di conseguenza, contrario di Santo non è «peccatore», bensì irrealizzato o incompiuto.

 

Vediamone ancora il motivo (vocazionale e per strade personali).

Gesù era amico di pubblicani e pubblici peccatori non perché migliori dei buoni, ma perché in religione i «giusti» risultano non di rado poco spontanei; rendendosi impermeabili, chiusi, refrattari all’azione dello Spirito.

Con sorpresa, il Signore stesso ha fatto ripetuta esperienza che proprio le persone devotamente carenti erano volte a interrogarsi, accorgersi, rielaborare, deviare dall’assuefazione - per l’edificazione di nuovi sentieri, anche procedendo a tastoni.

Non potendo godere del mantello perbenista di paraventi sociali, dopo una presa di coscienza della propria situazione (e nel tempo) - rispetto a coloro che si ritenevano “arrivati” e amici di Dio - da “lontani” diventavano persone più degli “impeccabili” disposte ad amare.

 

Il mettersi in discussione è fondamentale in ottica biblica.

Ad ogni pie’ sospinto la Scrittura ci propone una spiritualità dell’Esodo, ossia una strada di liberazione da pastoie e percorsa come a piedi, passo dopo passo. Quindi che valorizza sentieri di ricerca, esplorazione, scoperta di sé e della Novità di un Dio che non ripete, ma crea.

L’Appello che la Parola rivolge è a intraprendere un itinerario; questo il punto. E da sempre noi siamo «quelli della Via» e che non passano oltre, non girano lo sguardo dall’altra parte [cf. Lc 10,31-33; FT, 56ss].

 

Per la mentalità pagana classica, la donna e l’uomo sono essenzialmente “natura”, quindi il loro essere nel mondo è condizionato [ricordo che il mio professore di antropologia teologica Ignazio Sanna diceva addirittura «de-centrato»], persino determinato dalla nascita (fortunata o meno).

Secondo la Bibbia la donna e l’uomo sono creature, splendide e adeguate in sé alla propria missione, ma pellegrine e carenti.

Dio è Colui che li «chiama» a completarsi, recuperando gli aspetti difformi.

 

Per giungere a essere immagine e somiglianza del Signore, dobbiamo sviluppare capacità di risposta a una Vocazione che ci rende non dei fenomeni, né “perfetti” eccezionali, bensì Testimoni particolari.

Scelti per Nome, così come siamo; che abbracciano il loro essere profondo - anche inespresso - fino a riconoscerlo nel Tu, e dispiegarlo nel Noi.

La santità di una persona si coniuga dunque con moltissimi dei suoi stati d’insoddisfazione, di confine, e persino di fallimento parziale - ma sempre pensando e sentendo la realtà.

Per una Nuova Alleanza.

 

Nell’Antico Testamento il credente entrava in contatto con la purità divina frequentando luoghi sacri, adempiendo prescrizioni, recitando preghiere, rispettando tempi e spazi, scansando situazioni imbarazzanti; così via.

La nostra esperienza e coscienza attestano infallibilmente che l’osservanza rigorosa è troppo rara, o di maniera: dentro, spesso non ci corrisponde - né umanizza.

Essa diventa presto o tardi un castello di carte, malfermo tanto più punta “in alto”. Basta disporne una sola in modo maldestro, e la costruzione artificiosa crolla.

Ci rendiamo conto della nostra naturale impossibilità a soddisfare sterilizzazioni, mappe (altrui) e standard così elevati.

Con Gesù la Perfezione non riguarda il “pensiero”, né il rispetto di un Codice di osservanze astratto. La Compiutezza è in riferimento a una qualità di Esodo e Relazione.

In antichi contesti il cammino dei figli è stato ammantato d’una proposta misticheggiante o rinunciataria fatta di astinenze, digiuni, ritiri, vita appartata, adempimenti cultuali ossessivi... che in molte situazioni hanno costituito la trama portante della spiritualità pre-Conciliare.

Ma nella Scrittura i Santi non hanno l’aureola e neppure le ali.

Non sono tali per aver compiuto miracoli di guarigione incomparabili e stupefacenti: bensì donne e uomini inseriti nel mondo comune e negli aspetti più ordinari. 

Essi conoscono i problemi, le debolezze, le gioie e i dolori della vita quotidiana; la ricerca della propria identità-carattere, o inclinazione profonda.

E l’apostolato; la famiglia, l’educazione dei figli, il lavoro. La forza di seduzione del male, perfino.

 

Nel Primo Testamento «Qadosh» designava esclusivamente un attributo dell’Eterno [unica Persona non intermittente] - e la sua separatezza dall’intreccio delle spesso confuse ambizioni terrene.

Malgrado i difetti, però, in Cristo diventiamo capaci di ascolto, di percezione; quindi abilitati a cogliere ogni opportunità per rendere testimonianza della Gratuità innata, vitale, dell’iniziativa divina e reale.

Incessantemente la vita provvidente si propone e viene incontro per aprire varchi impensabili, che fanno breccia.

I suoi inediti tragitti di crescita rinnovano l’esistere tutto concatenato e conforme.

Ciò anche facendoci stupire delle risorse intime, prima inconsapevoli o inconfessate e sottaciute, ovvero imprevedibilmente nascoste dietro lati oscuri.

 

Quel ch’è Insigne non viene più spostato dietro nuvolette e collocato in recinti muniti.

Pertanto, avversario di Dio non sarà la trasgressione: diventa viceversa la mancanza di spirito di Comunione, nelle differenze.

Nemico della storia di Salvezza non è l’incompletezza religiosa, ma il divario dalle Beatitudini - e dallo spirito in fieri del «viandante» per il quale “peregrinare” è sinonimo [non paradossale] anche di “errare”.

Contrapposto di Dio non sono dunque “i peccati”, bensì «il» Peccato [al singolare, termine teologico, non moralistico].

“Peccato” è l’incapacità di corrispondere a una Chiamata indicativa, che fa da molla per completarci, per rigenerarci non parziali. Ciò armonizzando i lati opposti - nell’essere noi stessi ed essere-Con.

Qui è la Fede che «salva», nel punto in cui ci troviamo - perché annienta «il peccato del mondo» (Gv 1,29) ossia la disistima e senso di colpa; l’umiliazione delle distanze incolmabili.

Infatti Gesù non raccomanda dottrine, né di parcellizzare la propria vicenda con etilismi puntuali. Neppure prospetta alcuna religiosa scalata [in termini di progressività] condita di sforzi.

A nessuno nei Vangeli il Cristo dice «fatti santo», bensì con Lui, come Lui e in Lui - Unito, per incontrare incessantemente i propri stati profondi.

Riconoscendoli meglio, anche grazie al Tu e al Noi.

 

Il Santo è il piccolo, non l’eroe tutto d’un pezzo, uniforme, pronosticabile, scontato.

Santo è colui che percorrendo la propria via nella scia del Risorto, ha imparato a «identificarsi con l'altro, senza badare a dove [né] da dove [...] in definitiva sperimentando che gli altri sono sua stessa carne» (cf. FT 84).

Sabato, 24 Gennaio 2026 03:00

Non si tratta di una nuova ideologia

Cari fratelli e sorelle!

In questa quarta domenica del Tempo Ordinario, il Vangelo presenta il primo grande discorso che il Signore rivolge alla gente, sulle dolci colline intorno al Lago di Galilea. «Vedendo le folle – scrive san Matteo –, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro» (Mt 5,1-2). Gesù, nuovo Mosè, «prende posto sulla “cattedra” della montagna» (Gesù di Nazaret, Milano 2007, p. 88) e proclama «beati» i poveri in spirito, gli afflitti, i misericordiosi, quanti hanno fame della giustizia, i puri di cuore, i perseguitati (cfr Mt 5,3-10). Non si tratta di una nuova ideologia, ma di un insegnamento che viene dall’alto e tocca la condizione umana, proprio quella che il Signore, incarnandosi, ha voluto assumere, per salvarla. Perciò, «il Discorso della montagna è diretto a tutto il mondo, nel presente e nel futuro … e può essere compreso e vissuto solo nella sequela di Gesù, nel camminare con Lui» (Gesù di Nazaret, p. 92). Le Beatitudini sono un nuovo programma di vita, per liberarsi dai falsi valori del mondo e aprirsi ai veri beni, presenti e futuri. Quando, infatti, Dio consola, sazia la fame di giustizia, asciuga le lacrime degli afflitti, significa che, oltre a ricompensare ciascuno in modo sensibile, apre il Regno dei Cieli. «Le Beatitudini sono la trasposizione della croce e della risurrezione nell’esistenza dei discepoli» (ibid., p. 97). Esse rispecchiano la vita del Figlio di Dio che si lascia perseguitare, disprezzare fino alla condanna a morte, affinché agli uomini sia donata la salvezza.

Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco, in Filocalia, vol. 3, Torino 1985, p. 79). Il Vangelo delle Beatitudini si commenta con la storia stessa della Chiesa, la storia della santità cristiana, perché – come scrive san Paolo – «quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono» (1 Cor 1,27-28). Per questo la Chiesa non teme la povertà, il disprezzo, la persecuzione in una società spesso attratta dal benessere materiale e dal potere mondano. Sant’Agostino ci ricorda che «non giova soffrire questi mali, ma sopportarli per il nome di Gesù, non solo con animo sereno, ma anche con gioia» (De sermone Domini in monte, I, 5,13: CCL 35, 13).

Cari fratelli e sorelle, invochiamo la Vergine Maria, la Beata per eccellenza, chiedendo la forza di cercare il Signore (cfr Sof 2,3) e di seguirlo sempre, con gioia, sulla via delle Beatitudini.

[Papa Benedetto, Angelus 30 gennaio 2011]

3. “Beati voi”, dice “Beati i poveri in spirito, i miti e i misericordiosi, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati! Beati voi!”. Le parole  di Gesù  possono sembrare strane.  È strano che Gesù  esalti  coloro che il mondo considera in generale dei deboli. Dice loro: “Beati  voi che sembrate  perdenti, perché  siete i veri vincitori:  vostro è il Regno dei Cieli!”. Dette da lui che è “mite e umile di cuore” (Mt 11, 29), queste parole  lanciano una sfida che richiede  una metanoia profonda e costante dello spirito, una grande trasformazione del cuore.

Voi giovani comprenderete  il motivo per cui è necessario questo cambiamento  del cuore! Siete infatti consapevoli  di un'altra voce  dentro di voi  e intorno a voi, una voce contraddittoria. È una voce che dice: “Beati i superbi  e i violenti,  coloro che prosperano a qualunque costo, che non hanno scrupoli, che sono senza pietà, disonesti, che fanno la guerra invece della pace e perseguitano quanti sono di ostacolo sul loro cammino”. Questa voce  sembra avere senso in un mondo  in cui i violenti spesso trionfano e pare  che i disonesti abbiano successo. “Sì”  dice la voce del male “sono questi a vincere. Beati loro!”

4. Gesù offre  un messaggio molto diverso. Non lontano da qui egli chiamò i suoi primi discepoli, così come chiama voi ora.  La sua chiamata  ha sempre imposto una scelta fra  le due voci  in competizione per conquistare il vostro cuore,  anche ora, qui sulla collina, la scelta  fra il bene e il male, fra la vita e la morte. Quale voce  sceglieranno di seguire i giovani  del XXI secolo?  Riporre  la vostra fiducia in Gesù significa  scegliere  di credere in ciò che dice, indipendentemente da quanto ciò possa sembrare strano, e  scegliere  di non cedere alle lusinghe del male,  per quanto  attraenti possano sembrare.

Dopo tutto, Gesù non solo proclama le Beatitudini. Egli vive le Beatitudini. Egli è le Beatitudini. Guardandolo, vedrete  cosa significa  essere poveri in spirito, miti e misericordiosi, afflitti, avere fame e sete della giustizia, essere puri di cuore, operatori di pace, perseguitati. Per questo motivo ha il diritto  di affermare “Venite, seguitemi!”. Non dice semplicemente, “Fate ciò che dico”. Egli dice “Venite, seguitemi!”.

Voi ascoltate la sua voce  su questa collina e credete  a ciò che dice. Tuttavia,  come i primi discepoli sul mare di Galilea,  dovete abbandonare  le vostre barche  e le vostre reti e questo non è mai facile, in particolare  quando dovete affrontare un futuro incerto  e siete tentati di perdere la fiducia nella vostra eredità cristiana. Essere buoni Cristiani  può sembrare un'impresa superiore  alle vostre forze nel mondo di oggi. Tuttavia Gesù non resta a guardare  e non vi lascia soli ad affrontare tale sfida. È  sempre con voi  per trasformare la vostra debolezza in forza. CredeteGli quando vi dice: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti  si manifesta pienamente nella debolezza” (2 Cor 12, 9)!

5. I discepoli trascorsero  del tempo  con il Signore. Giunsero a conoscerlo e ad  amarlo  profondamente. Scoprirono il significato  di quanto l'Apostolo Pietro disse una volta a Gesù: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 68). Scoprirono  che le parole di vita eterna sono le parole  del Sinai e le parole  delle Beatitudini. Questo  è il messaggio che diffusero ovunque.

Al momento della sua Ascensione, Gesù affidò  ai suoi discepoli  una missione  e questa rassicurazione: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni... ecco, io sono con voi  tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 18-20). Da  duemila anni i seguaci di Cristo svolgono questa missione. Ora, all'alba del terzo millennio, tocca  a voi. Tocca  a voi  andare nel mondo  e annunciare il messaggio  dei Dieci Comandamenti  e delle Beatitudini.  Quando Dio parla, parla di cose  che hanno la più grande importanza per ogni persona,  per le persone  del XXI secolo non meno che per quelle  del primo secolo. I Dieci Comandamenti  e le Beatitudini parlano di verità  e di bontà,  di grazia  e di libertà, di quanto è necessario  per entrare  nel Regno di Cristo. Ora  tocca a voi  essere coraggiosi apostoli  di quel Regno!

Giovani della Terra Santa, giovani  del mondo, rispondete  al Signore  con un cuore aperto e volenteroso! Volenteroso e aperto come  il cuore della figlia più grande di Galilea, Maria, la Madre di Gesù. Come rispose? Disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello  che hai detto” (Lc 1, 38).

O Signore Gesù Cristo, in questo luogo  che hai conosciuto  e  che hai tanto amato,  ascolta  questi giovani cuori generosi! Continua a insegnare a questi giovani la verità dei Comandamenti e delle Beatitudini! Rendili gioiosi testimoni della tua verità  e apostoli convinti  del tuo Regno! Sii con loro sempre, in particolare  quando seguire te  e il Vangelo diviene difficile e arduo! Sarai tu la loro forza, sarai tu la loro vittoria!

O Signore Gesù, hai fatto di questi giovani degli amici tuoi: tienili per sempre vicino a te!

Amen!

[Papa Giovanni Paolo II, omelia ai giovani, Monte delle Beatitudini 24 marzo 2000]

Sabato, 24 Gennaio 2026 02:29

Il povero in spirito

La liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto “della montagna”, la “magna charta” del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano. Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio, «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»... – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico, questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio.

Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri – dei poveri in spirito – ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni, ai beni materiali, questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima. E l’uomo o la donna che fanno questo, che hanno questo atteggiamento “più ho, più voglio”, non sono felici e non arriveranno alla felicità. Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, docilità alla sua signoria: è Lui, il Signore, è Lui il Grande, non io sono grande perché ho tante cose! E’ Lui: Lui che ha voluto il mondo per tutti gli uomini e l’ha voluto perché gli uomini fossero felici.

Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte (fa il gesto), non chiuse (fa il gesto). Quando il cuore è chiuso (fa il gesto), è un cuore ristretto: neppure sa come amare. Quando il cuore è aperto (fa il gesto), va sulla strada dell’amore.

La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco in misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono.

[Papa Francesco, Angelus 29 gennaio 2017]

1. La vita spirituale ha bisogno di illuminazione e di guida. Per questo Gesù, nel fondare la Chiesa e nel mandare gli Apostoli nel mondo, ha affidato loro il compito di ammaestrare tutte le genti, come leggiamo nel Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 19-20), ma anche di “predicare il Vangelo a tutta la creazione”, come dice il testo canonico del Vangelo di Marco (Mc 16, 15). Anche San Paolo parla dell’apostolato come di una “illuminazione di tutti” (Ef 3, 9).

Ma quest’opera della Chiesa evangelizzatrice e docente appartiene al ministero degli Apostoli e dei loro successori e, a titolo diverso, a tutti i membri della Chiesa, per continuare per sempre l’opera di Cristo “unico Maestro” (Mt 23, 8), che ha portato all’umanità la pienezza della rivelazione di Dio. Rimane la necessità di un Maestro interiore, che faccia penetrare nello spirito e nel cuore degli uomini l’insegnamento di Gesù. È lo Spirito Santo, che Gesù stesso chiama “Spirito di verità”, e che promette come Colui che guiderà verso tutta la verità (cf. Gv 14, 17; 16, 13). Se Gesù ha detto di sé: “Io sono la verità” (Gv 14, 6), è questa verità di Cristo che lo Spirito Santo fa conoscere e diffonde: “Non parlerà di sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito . . . prenderà del mio e ve l’annunzierà” (Gv 16, 13-14). Lo Spirito è Luce dell’anima: “Lumen cordium”, come lo invochiamo nella Sequenza di Pentecoste.

2. Lo Spirito Santo è stato Luce e Maestro interiore per gli Apostoli che dovevano conoscere Cristo in profondità per poter assolvere il compito di suoi evangelizzatori. Lo è stato e lo è per la Chiesa, e, nella Chiesa, per i credenti di tutte le generazioni e in modo particolare per i teologi e i maestri di spirito, per i catechisti e i responsabili di comunità cristiane. Lo è stato e lo è anche per tutti coloro che, dentro e fuori dei confini visibili della Chiesa, vogliono seguire le vie di Dio con cuore sincero, e senza loro colpa non trovano chi li aiuti a decifrare gli enigmi dell’anima e a scoprire la verità rivelata. Voglia il Signore concedere a tutti i nostri fratelli - milioni e anzi miliardi di uomini - la grazia del raccoglimento e della docilità allo Spirito Santo in momenti che possono essere decisivi nella loro vita.

Per noi cristiani il magistero intimo dello Spirito Santo è una gioiosa certezza, fondata sulla parola di Cristo circa la venuta dell’“altro Paraclito”, che - diceva - “il Padre manderà nel mio nome. Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto” (Gv 14, 26). “Egli vi guiderà verso tutta la verità” (Gv 16, 13).

3. Come risulta da questo testo, Gesù non affida la sua parola soltanto alla memoria dei suoi uditori: questa memoria sarà aiutata dallo Spirito Santo, che ravviverà continuamente negli apostoli il ricordo degli eventi e il senso dei misteri evangelici.

Di fatto, lo Spirito Santo ha guidato gli Apostoli nella trasmissione della parola e della vita di Gesù, ispirando sia la loro predicazione orale e i loro scritti, sia la redazione dei Vangeli, come abbiamo visto a suo tempo nella catechesi sullo Spirito Santo e la rivelazione.

Ma è ancora Lui che ai lettori della Scrittura dà l’aiuto per capire il significato divino incluso nel testo di cui Egli stesso è l’ispiratore e l’autore principale: Lui solo può far conoscere “le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10), quali sono contenute nel testo sacro; Lui che è stato mandato per istruire i discepoli sugli insegnamenti del loro Maestro (cf. Gv 16, 13).

4. Di questo intimo magistero dello Spirito Santo ci parlano gli Apostoli stessi, primi trasmettitori della parola di Cristo. Scrive San Giovanni: “Ora voi avete l’unzione ricevuta dal Santo (Cristo) e tutti siete ammaestrati. Non vi ho scritto perché non conoscete la verità, ma perché la conoscete e perché nessuna menzogna viene dalla verità” (1 Gv 2, 20-21). Secondo i Padri della Chiesa e la maggioranza degli esegeti moderni, questa “unzione” (chrisma) designa lo Spirito Santo. San Giovanni afferma anzi che coloro che vivono secondo lo Spirito non hanno bisogno di altri maestri: “Quanto a voi - egli scrive - l’unzione che avete ricevuto da Lui rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in Lui, come essa vi insegna” (1 Gv 2, 27).

Anche l’apostolo Paolo parla di una comprensione secondo lo Spirito, che non è frutto di sapienza umana, ma di illuminazione divina: “L’uomo naturale (psichicòs) non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follie per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale (pneumaticòs) invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (1 Cor 2, 14-15).

Dunque i cristiani, avendo ricevuto lo Spirito Santo, unzione di Cristo, possiedono in se stessi una fonte di conoscenza della verità, e lo Spirito Santo è il Maestro sovrano che li illumina e guida.

5. Se sono docili e fedeli al suo magistero divino, lo Spirito Santo li preserva dall’errore rendendoli vittoriosi nel continuo conflitto tra “spirito della verità” e “spirito dell’errore” (cf. 1 Gv 4, 6). Lo spirito dell’errore, che non riconosce Cristo (cf. 1 Gv 4, 3), viene sparso dai “falsi profeti”, sempre presenti nel mondo, anche in mezzo al popolo cristiano, con un’azione ora scoperta e persino clamorosa, ora subdola e strisciante. Come Satana, anch’essi a volte si rivestono da “angeli di luce” (cf. 2 Cor 11, 14) e si presentano con apparenti carismi di ispirazione profetica e apocalittica. Questo avveniva già nei tempi apostolici. Perciò San Giovanni avverte: “Non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo” (1 Gv 4, 1). Lo Spirito Santo, come ha ricordato il Concilio Vaticano II (cf. Lumen gentium, 12), protegge il cristiano dall’errore facendogli discernere ciò che è genuino da ciò che è spurio. Da parte del cristiano, ci vorranno sempre buoni criteri di discernimento circa le cose che ascolta o legge in materia di religione, di Sacra Scrittura, di manifestazioni del soprannaturale ecc. Tali criteri sono la conformità al Vangelo, perché lo Spirito Santo non può non “prendere da Cristo”; la sintonia con l’insegnamento della Chiesa, fondata e mandata da Cristo a predicare la sua verità; la rettitudine della vita di chi parla o scrive; i frutti di santità derivanti da ciò che viene presentato o proposto.

6. Lo Spirito Santo insegna al cristiano la verità come principio di vita. Mostra l’applicazione concreta delle parole di Gesù nella vita di ognuno. Fa scoprire l’attualità del Vangelo e il suo valore per tutte le situazioni umane. Adatta l’intelligenza della verità ad ogni circostanza, affinché questa verità non rimanga soltanto astratta e speculativa, e liberi il cristiano dai pericoli della doppiezza e dell’ipocrisia.

Per questo lo Spirito Santo illumina ciascuno personalmente, per guidarlo nel suo comportamento, indicandogli la via da seguire, aprendogli almeno qualche spiraglio sul progetto del Padre circa la sua vita. È la grande grazia di luce che San Paolo chiedeva per i Colossesi: “l’intelligenza spirituale”, capace di far loro capire la volontà divina. Li assicurava infatti: “Non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate una piena conoscenza della sua (di Dio) volontà con ogni sapienza e intelligenza spirituale, perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona . . .” (Col 1, 9-10). Per noi tutti è necessaria questa grazia di luce, per conoscere bene la volontà di Dio su di noi e per essere in grado di vivere pienamente la nostra vocazione personale.

Non mancano mai i problemi, che a volte sembrano insolubili. Ma lo Spirito Santo soccorre nelle difficoltà ed illumina. Egli può rivelare la soluzione divina, come al momento dell’Annunciazione per il problema della conciliazione della maternità col desiderio di conservare la verginità. Anche quando non si tratti di un mistero unico come quello dell’intervento di Maria nell’Incarnazione del Verbo, si può dire che lo Spirito Santo possiede un’inventiva infinita, propria della mente divina, che sa provvedere a sciogliere i nodi delle vicende umane anche più complesse e impenetrabili.

7. Tutto ciò viene concesso e operato nell’anima dallo Spirito Santo mediante i suoi doni, grazie ai quali è possibile praticare un buon discernimento non secondo i criteri della sapienza umana, che è stoltezza davanti a Dio, ma di quella divina, che può sembrare stoltezza agli occhi degli uomini (cf. 1 Cor 1, 18.25). In realtà solo lo Spirito “scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1 Cor 2, 10-11). E se vi è opposizione fra lo spirito del mondo e lo Spirito di Dio, Paolo rammenta ai cristiani: “Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato” (1 Cor 2, 12). A differenza dell’“uomo naturale”, quello “spirituale” (pneumaticòs) è sinceramente aperto allo Spirito Santo, docile e fedele alle sue ispirazioni (cf. 1 Cor 2, 14-16). Perciò egli ha abitualmente la capacità di un retto giudizio sotto la guida della sapienza divina.

8. Un segno del reale contatto con lo Spirito Santo nel discernimento è e sarà sempre l’adesione alla verità rivelata come viene proposta dal magistero della Chiesa. Il Maestro interiore non ispira il dissenso, la disubbidienza, o anche solo la resistenza ingiustificata ai pastori e maestri stabiliti da Lui stesso nella Chiesa (cf. At 20, 29). All’autorità della Chiesa, come dice il Concilio nella costituzione Lumen gentium, spetta “di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5, 12.19-21)” (Lumen gentium, 12). È la linea di sapienza ecclesiale e pastorale che viene, anch’essa, dallo Spirito Santo.

[Papa Giovanni Paolo  II, Udienza Generale 24 aprile 1991]

Lunedì, 12 Gennaio 2026 11:46

2a Domenica T.O.

II Domenica Tempo Ordinario (anno A)  [18 Gennaio 2026]

 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Oggi inizia la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e riprende il Tempo Ordinario.

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (49,3...6)

Questo passo appartiene a un gruppo di quattro testi del profeta Isaia, chiamati i “Canti del Servo”. Essi risalgono al periodo drammatico dell’Esilio a Babilonia (VI secolo a.C.) e sono rivolti a un popolo scoraggiato, che arriva a chiedersi se Dio lo abbia dimenticato. Il profeta annuncia invece una parola decisiva: Israele è ancora il servo di Dio. L’Alleanza non è spezzata; Dio non solo non ha abbandonato il suo popolo, ma gli affida ancora una missione più grande. In questo canto il Servo non è un individuo particolare, ma il popolo di Israele nel suo insieme, come afferma chiaramente il testo: “Mio servo tu sei, Israele”. La sua vocazione è altrettanto chiara: manifestare la gloria di Dio. Questa gloria non è astratta, ma concreta: è l’opera di salvezza di Dio, qui identificata con il ritorno dall’esilio. La liberazione del popolo sarà la prova visibile che Dio è salvatore. Così, chi è stato salvato diventa testimone della salvezza davanti al mondo. Nella mentalità antica, la sconfitta e la deportazione di un popolo potevano sembrare il fallimento del suo Dio; la liberazione, invece, manifesterà ai popoli pagani la superiorità del Dio d’Israele. Essere “servo” significa quindi, da una parte, la certezza del sostegno di Dio, dall’altra, una missione: continuare a credere nella salvezza e a testimoniarla, affinché anche gli altri popoli riconoscano Dio come salvatore. Si comprende così l’annuncio finale: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Il progetto di Dio non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Qui l’attesa messianica evolve profondamente: il Messia non è più un re individuale, ma un soggetto collettivo, il popolo di Israele, che non esercita un potere politico ma svolge una missione di servizio. Resta una difficoltà: se il Servo è Israele, come può “radunare Israele”? Isaia si rivolge in realtà al “Resto”, il piccolo gruppo dei fedeli che non ha perso la fede durante l’esilio. Questo Resto ha il compito di ricondurre il popolo a Dio, cioè di convertirlo. Ma questa è solo la prima tappa: il rialzarsi di Israele diventa il segno iniziale del progetto di salvezza universale. Infine, il profeta insiste sull’origine divina di questo messaggio: non è frutto di invenzione umana, ma parola del Signore. In mezzo allo scoraggiamento, risuona una confessione di fiducia umile e profonda: la forza del Servo non è in se stesso, ma in Dio.

decisivo del Resto fedele. +Fondamento di tutto: la forza viene da Dio solo, non dall’uomo.

 

*Salmo responsoriale (39/40) 

L’affermazione del salmo 39/40 – “ sacrificio  e offerta  non gradisci” sorprende, perché i salmi erano cantati proprio nel tempio, mentre si offrivano sacrifici. In realtà il senso è chiaro: ciò che conta per Dio non è il rito in sé, ma l’atteggiamento del cuore che esso esprime. Per questo il salmista può dire: “Gli orecchi mi hai aperto”… allora ho detto: Ecco, io vengo”. Tutta la Bibbia racconta un lungo cammino educativo nella comprensione del  sacrificio, che procede di pari passo con la rivelazione del vero volto di Dio. Sacrificare significa “rendere sacro”, entrare in comunione con Dio; ma il modo di farlo cambia man mano che si comprende chi Dio è davvero. Israele non ha inventato il sacrificio: era una pratica comune ai popoli del Vicino Oriente. Tuttavia, fin dall’inizio, la fede biblica introduce una differenza decisiva: i sacrifici umani sono assolutamente proibiti. Dio è il Dio della vita, e non può chiedere la morte per avvicinarsi a Lui. Anche il racconto di Abramo e Isacco mostra che “sacrificare” non significa uccidere, ma offrire. Col passare dei secoli, avviene una vera conversione del sacrificio, che riguarda prima di tutto il suo significato. Se Dio è pensato come un essere da placare o da comprare, il sacrificio diventa un gesto magico. Se invece Dio è riconosciuto come colui che ama per primo e dona gratuitamente, allora il sacrificio diventa risposta d’amore e di riconoscenza, segno dell’Alleanza e non merce di scambio. La pedagogia biblica conduce così dalla logica del “dare per avere” alla logica della grazia: tutto è dono, e l’uomo è chiamato a rispondere con il “sacrificio delle labbra”, cioè con il rendimento di grazie. Anche la materia del sacrificio cambia: i profeti insegnano che il vero sacrificio gradito a Dio è far vivere, non dare la morte. Come dice Osea (6,6): “Voglio l’amore e non il sacrificio”. L’ideale ultimo è il servizio dei fratelli, espresso nei Canti del Servo di Isaia: una vita donata perché altri vivano. Il salmo 39/40 riassume questo cammino: Dio apre l’orecchio dell’uomo per entrare in un dialogo d’amore; nell’Alleanza nuova, il sacrificio diventa totalmente spirituale: “Ecco, io vengo”.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1,1-3)

Questo testo celebra la dignità di noi battezzati. È scelto per questo domenica, che segna il ritorno al tempo ordinario nella liturgia: ordinario non significa banale, ma semplicemente nell’ordine dell’anno. Ogni domenica celebriamo eventi straordinari: qui San Paolo ci ricorda la grandezza del nostro titolo di cristiani. Secondo Paolo, siamo coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo, riconoscendolo come Dio. Dire “Signore” significa che Gesù è il centro della nostra vita, della storia e del mondo. Per questo Paolo ci chiama “popolo santo”: essere santi non vuol dire perfetti, ma appartenere a Dio. Il battesimo ci consacra a Lui, e la comunità merita di essere onorata nella celebrazione eucaristica. Se Gesù non è veramente il nostro Signore, dobbiamo interrogarci sulla nostra fede. Paolo sottolinea più volte il nome di Cristo nella lettera, mostrando che la relazione con Lui è il fondamento della vita cristiana. Tutti i cristiani sono “chiamati”: Paolo stesso non sceglie di essere apostolo, ma è chiamato da Dio sul cammino di Damasco. La parola Chiesa (ecclesia) significa “chiamata”, e ogni comunità locale è chiamata a riflettere l’amore universale di Dio. La missione è universale, ma accessibile: Dio non ci chiede gesti straordinari, solo disponibilità alla Sua volontà, come ricorda il Salmo di oggi: “Ecco, io vengo”. La liturgia eucaristica riprende le parole di Paolo: nel gesto della pace e nel saluto “Il Signore sia con voi”, siamo immersi nella grazia e nella pace di Cristo. Questo testo è particolarmente adatto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: ci ricorda ciò che unisce i cristiani di tutto il mondo, chiamati a essere semi di una nuova umanità, che un giorno si riunirà nella grazia e nella pace attorno a Gesù Cristo. Il contesto storico di questa lettera: Corinto era città di grandi ricchezze e povertà, crocevia tra Adriatico ed Egeo, con una popolazione mista e contrasti sociali marcati. La comunità cristiana fondata da Paolo rifletteva queste differenze. La lettera ai Corinzi che leggiamo oggi è probabilmente la prima a noi giunta, scritta intorno al 55-56 d.C., per rispondere a domande specifiche della comunità.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)

Giovanni Battista proclama con solennità: “Ho visto e ho testimoniato che questo è il Figlio di Dio”. All’epoca, il titolo “Figlio di Dio” era sinonimo di Messia: riconoscerlo in Gesù significava annunciare il Messia atteso da Israele. Ogni re di Gerusalemme riceveva l’unzione e il titolo di Figlio di Dio come segno che lo Spirito lo guidava; ma a differenza dei re precedenti, Gesù è colui su cui lo Spirito ”dorme” permanentemente, indicando che tutta la sua missione sarà condotta dallo Spirito Santo. Giovanni Battista descrive Gesù anche come “l’Agnello di Dio colui che toglie il peccato del mondo”. La figura dell’agnello richiama tre immagini: L’agnello pasquale, segno di liberazione; Il Servo sofferente di Isaia, innocente che porta i peccati degli altri; L’agnello offerto da Dio, come nella prova di Abramo con Isacco. Gesù è quindi il Messia, il liberatore dell’umanità, ma non elimina immediatamente il peccato: ci offre la possibilità di liberarci da esso vivendo guidati dallo Spirito, con amore, gratuità e perdono. La salvezza non è di un solo uomo, ma di tutto il popolo dei credenti, il “Corpo di Cristo”. L’umanità nuova inizia in Gesù, attraverso la sua obbedienza e la sua piena comunione con Dio, offrendo un modello di vita nuova.

*Origene nel commentario sul vangelo di Giovanni scrive: “Così Giovanni chiama Gesù Agnello di Dio: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Con queste parole Giovanni dichiara che Cristo, colui che era prima di lui, è colui che porta via i peccati del mondo.

+Giovanni D’Ercole

Mercoledì, 07 Gennaio 2026 11:38

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore (anno A) [11 Gennaio 2026]

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga! Con oggi si chiude il tempo di Natale ringraziando la Provvidenza per aver potuto celebrare questo Mistero di Luce e di Pace  in un clima di serenità.

 

*Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (42, 1-4. 6-7)

Il Servo del Signore e la sua missione universale. Questo testo di Isaia è ricco e complesso, ma può essere diviso in due parti principali. In entrambe è Dio che parla, ma con due modalità: nella prima parte parla del suo Servo, nella seconda si rivolge direttamente a lui.Prima parte: Dio descrive il Servo come portatore di giustizia e diritto universale: “Alle nazioni porterà il diritto… non  verrà meno e non si abbatterà finché non avrà stabilito il diritto sulla terra vacillerà fino a stabilirlo sulla terra”. “Ti ho chiamato per la giustizia”: qui il giudizio non significa condanna, ma salvezza e liberazione. Il Servo agirà con dolcezza e rispetto per i fragili, non schiaccerà il debole né spegnerà la messa a rischio. La sua missione riguarda tutta l’umanità, perché Dio desidera che persino le isole lontane aspirino al suo diritto, alla sua salvezza. In tutto ciò, il Servo è sostenuto dallo Spirito di Dio: “Ecco il mio Servo che io sostengo… ho posto il mio spirito  su di lui”. Seconda parte: Dio chiarisce la missione del Servo: “perché tu apra gli occhi dei ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri… coloro che abitano nelle tenebre”. Qui il giudizio diventa liberazione totale, un’uscita dalle tenebre alla luce. La missione è universale: il Servo è luce delle nazioni, e Dio continua a sostenerlo: “Io, il Signore, ti ho chiamato…e  ti ho preso per mano”. Chi è questo Servo? Isaia non lo precisa, perché per i suoi contemporanei era chiaro: il Servo è il popolo d’Israele, chiamato a essere strumento privilegiato della salvezza. Il messianismo in Isaia non è individuale, ma collettivo: il piccolo nucleo fedele diventa luce e guida per il mondo intero. Gesù, al battesimo nel Giordano, prende la guida di questo popolo-servitore e realizza la missione annunciata dai profeti. Il messaggio chiave è questo: Il giudizio di Dio non è condanna ma liberazione e salvezza universale. Dio sostiene il Servo e affida a lui il compito di portare luce e giustizia a tutte le nazioni. La fedeltà e la potenza creatrice di Dio sono la garanzia della nostra speranza, anche nei momenti più difficili.

*Elementi importanti: +Testo diviso in due parti: Dio parla del Servo e direttamente al Servo. +Giudizio del Servo = salvezza e liberazione, non condanna e Missione universale: luce per le nazioni, apertura dei ciechi, liberazione dei prigionieri. +Dolcezza e cura per i fragili: “non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta”. +Sostegno dello Spirito di Dio sul Servo inteso come I come popolo d’Israele, messianismo collettivo. +Gesù al battesimo assume la guida del popolo-servitore. + Speranza fondata sulla fedeltà e potenza creatrice di Dio

 

 *Salmo responsoriale (28/29)

 Per comprendere questo salmo, bisogna immaginare la forza di un temporale violento, che scuote il paese dal Libano e l’Hermon fino al deserto di Qadesh. Il salmo descrive la voce del Signore come potente, tonante, fulminante, capace di spezzare i cedri e di spaventare il deserto. Questa voce ricorda la rivelazione al Sinai, quando Dio fece udire la sua voce a Mosè tra fuoco e fulmini, e ogni parola della Legge appariva come lampi di fuoco. Il nome di Dio (YHWH, il Signore) è ripetuto più volte, sottolineando la presenza viva di Dio e la sua azione salvifica. La ripetizione di “voce del Signore” richiama la Parola creatrice, come nel primi capitolo del libro della Genesi: la Parola di Dio è efficace, mentre le idoli sono impotenti. Il salmo insiste sulla sovranità di Dio: Dio è l’unico re legittimo, meritevole di gloria e adorazione, e presto tutti – popolo e potenze false – riconosceranno il suo dominio. La voce potente di Dio evoca anche la vittoria sulle acque e sul caos, come al tempo del diluvio o della liberazione d’Egitto, dimostrando il suo potere salvifico e liberatore. Il tema centrale è la gloria di Dio, ripetuta più volte, e l’anticipazione di un tempo in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua regalità. Il salmo si collega alla festa del Battesimo di Cristo, quando il Regno dei cieli si avvicina attraverso Gesù: Dio è finalmente riconosciuto re e la sua salvezza è annunciata a tutti.

*Elementi importanti: +Immagine potente del temporale: voce del Signore, fulmini, cedri spezzati e Riferimento al Sinai: Parola di Dio come fuoco, Legge e alleanza. +Ripetizione del nome di Dio: YHWH, segno di presenza e potere. +Parola creatrice: come in Genesi, la Parola è efficace, gli idoli impotenti. +Sovranità universale di Dio: unico re legittimo, meritevole di gloria. +Vittoria sulle acque e sul caos: diluvio, uscita dall’Egitto. +Gloria di Dio: tema centrale, anticipazione della sua riconoscenza universale. + Collegamento al Battesimo di Cristo: manifestazione del Regno dei cieli e della salvezza universale

 

*Seconda Lettura dagli Atti degli Apostoli (10,34-38)

In questo racconto di Atti 10, assistiamo a un vero momento rivoluzionario: Pietro, guidato dallo Spirito Santo, infrange tutte le regole sociali e religiose del suo tempo e varca la soglia della casa di un pagano, il centurione romano Cornelio. Cornelio è un uomo pio, che teme Dio, stimato dai Giudei per le sue elemosine e la sua giustizia, ma non circonciso. Egli riceve una visione: un angelo lo invita a mandare a chiamare Pietro a Joppe, dove soggiorna presso Simone il conciapelli. Allo stesso tempo, Pietro riceve una visione dal cielo: una grande tovaglia piena di animali gli ordina di mangiare, ma egli rifiuta perché, secondo la Legge, sono impuri. Una voce gli risponde: Ciò che Dio ha dichiarato puro, tu non lo dichiari impuro. Questo lo prepara a comprendere che nessun uomo è impuro agli occhi di Dio e che la fede non è più limitata da nazionalità o leggi rituali. Quando gli inviati di Cornelio arrivano, lo Spirito Santo conferma a Pietro: Seguili senza esitazione, sono io che li mando. Pietro scende, li accoglie e parte verso Cesarea con alcuni cristiani, consapevole dell’importanza dell’incontro. L’arrivo a casa di Cornelio è significativo: Pietro spiega a tutti che Dio è imparziale e accoglie chiunque lo teme e compie il bene, indipendentemente dalla nazione. Lo Spirito Santo cade su tutti i presenti, anche sui pagani, mostrando che il dono dello Spirito non è più riservato ai soli Giudei. Pietro conclude che anche questi pagani devono essere battezzati, perché hanno ricevuto lo Spirito Santo proprio come i credenti ebrei. Questo episodio compie quanto Gesù aveva promesso: gli apostoli sarebbero stati testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,8). L’elezione di Israele non è negata, ma la salvezza in Cristo è ora aperta a tutte le nazioni.

*Elementi importanti: +Rivoluzione missionaria: Pietro varca la soglia di un pagano per volontà dello Spirito Santo. Corneliopagano pio, che teme Dio, esempio di apertura spirituale +Visione di Pietro: nulla è impuro per Dio, apertura universale della fede e lo Spirito Santo guida Pietro, conferma la chiamata dei pagani. +Accoglienza e battesimo: anche i pagani ricevono lo Spirito e il sacramento dell’acqua. +Universalità del Vangelo: compimento della missione fino agli estremi confini della terra. +Equilibrio: elezione di Israele confermata, ma salvezza accessibile a tutti.

 

*Dal Vangelo secondo Matteo (3,13-17)

Il Battesimo di Gesù segna la sua prima manifestazione pubblica: fino a quel momento, per molti, egli è solo Gesù di Nazareth. Matteo lo presenta semplicemente come Gesù, che arriva dalla Galilea e si reca da Giovanni per essere battezzato nel Giordano. Questo gesto diventa il primo rivelarsi del suo vero ruolo di Messia agli occhi di tutti. Le immagini principali in questo testo sono: La marcia verso il Giordano: Gesù percorre la Galilea fino alle rive del fiume, come fanno gli altri Giudei che si recano da Giovanni per il battesimo di conversione. Il gesto di Giovanni Battista: inizialmente sorpreso e titubante, Giovanni riconosce in Gesù colui che è più grande di lui e che battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco. I cieli che si aprono e la colomba: i cieli aperti simboleggiano l’adempimento delle attese d’Israele; la colomba rappresenta lo Spirito Santo che scende su Gesù, ricordando la presenza divina sulla Creazione e sul Messia promesso. Le parole principali sono: Giovanni esprime il suo stupore: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te!» riconoscendo la grandezza di Gesù. Gesù risponde: Lascia fare per ora, perché così è necessario compiere ogni giustizia, cioè conformarsi pienamente al progetto di Dio. Questo mostra l’umiltà di Gesù e la sua completa solidarietà con l’umanità. La voce del Padre dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Con questa frase, Gesù è riconosciuto Messia-Re e Messia-Servo, realizzando le profezie di Isaia e la promessa davidica: Dio dichiara il suo amore e la sua missione salvifica su di lui. E questi sono i significati teologici e spirituali: Gesù si inserisce pienamente nella condizione umana, pur essendo senza peccato, prendendo il posto dei peccatori. Il Battesimo rappresenta una nuova creazione: le acque del Giordano simboleggiano la purificazione e il cammino verso la Terra promessa spirituale, guidata dallo Spirito. La scena rivela la Trinità: il Padre parla, il Figlio è battezzato, lo Spirito discende come colomba. Il Battesimo è l’inizio della costruzione del Corpo di Cristo: tutti coloro che partecipano al battesimo sono integrati a questa missione salvifica.

 

San Gregorio di Nazianzo scrive : “Cristo viene battezzato non per essere purificato, ma per purificare le acque.” (Oratio 39, In Sancta Lumina).

*Elementi importanti: +Prima manifestazione pubblica di Gesù: rivelazione del Messia. +Solidarietà con l’umanità: Gesù si pone tra i peccatori per compiere la giustizia di Dio. +Ruolo di Giovanni Battista: riconosce il Messia e il suo battesimo nello Spirito e nel fuoco. +Presenza dello Spirito Santo: simbolo della colomba, conferma la missione e la nuova creazione eVoce del Padre: conferma la filiazione divina e l’amore su Gesù. +Messia-Re e Messia-Servo: realizzazione delle profezie di Isaia e della promessa davitica. +Nuova creazione e cammino verso la Terra promessa spirituale: battesimo come ingresso nel Corpo di Cristo. +Rivelazione della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo presenti nel Battesimo. +Universalità del messaggio: il Battesimo apre la strada alla salvezza per tutta l’umanità.

+ Giovanni D’Ercole

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The school of faith is not a triumphal march but a journey marked daily by suffering and love, trials and faithfulness. Peter, who promised absolute fidelity, knew the bitterness and humiliation of denial:  the arrogant man learns the costly lesson of humility (Pope Benedict)
La scuola della fede non è una marcia trionfale, ma un cammino cosparso di sofferenze e di amore, di prove e di fedeltà da rinnovare ogni giorno. Pietro che aveva promesso fedeltà assoluta, conosce l’amarezza e l’umiliazione del rinnegamento: lo spavaldo apprende a sue spese l’umiltà (Papa Benedetto)
If, in his prophecy about the shepherd, Ezekiel was aiming to restore unity among the dispersed tribes of Israel (cf. Ez 34: 22-24), here it is a question not only of the unification of a dispersed Israel but of the unification of all the children of God, of humanity - of the Church of Jews and of pagans [Pope Benedict]
Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani [Papa Benedetto]
St Teresa of Avila wrote: «the last thing we should do is to withdraw from our greatest good and blessing, which is the most sacred humanity of Our Lord Jesus Christ» (cf. The Interior Castle, 6, ch. 7). Therefore, only by believing in Christ, by remaining united to him, may the disciples, among whom we too are, continue their permanent action in history [Pope Benedict]
Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia [Papa Benedetto]
Just as he did during his earthly existence, so today the risen Jesus walks along the streets of our life and sees us immersed in our activities, with all our desires and our needs. In the midst of our everyday circumstances he continues to speak to us; he calls us to live our life with him, for only he is capable of satisfying our thirst for hope (Pope Benedict)
Come avvenne nel corso della sua esistenza terrena, anche oggi Gesù, il Risorto, passa lungo le strade della nostra vita, e ci vede immersi nelle nostre attività, con i nostri desideri e i nostri bisogni. Proprio nel quotidiano continua a rivolgerci la sua parola; ci chiama a realizzare la nostra vita con Lui, il solo capace di appagare la nostra sete di speranza (Papa Benedetto)
"Beloved" of God (cf. Lk 1: 28). Origen observes that no such title had ever been given to a human being, and that it is unparalleled in all of Sacred Scripture (cf. In Lucam 6: 7). It is a title expressed in passive form, but this "passivity" of Mary, who has always been and is for ever "loved" by the Lord, implies her free consent, her personal and original response:  in being loved, in receiving the gift of God, Mary is fully active, because she accepts with personal generosity the wave of God's love poured out upon her [Pope Benedict]
"Amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta [Papa Benedetto]

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