Mar 14, 2025 Scritto da 

Parabole Misericordia

Lc 15,1-3.11-32  (Lc 15,1-32)

 

Valore dell’unicità imperfetta

 

Un Dio in ricerca dei perduti e disuguali, per dilatarci la vita

(Lc 15,1-10)

 

Perché Gesù parla di Gioia in riferimento all’unica pecorella?

Dice il Tao Tê Ching (x): «Preserva l’Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare?».

Anche nel cammino spirituale, Gesù si guarda bene dal proporre un universalismo dettato o pianificato, come se il suo fosse un modello ideale, «allo scopo di omogeneizzare» (Fratelli Tutti n.100).

Il tipo di Comunione che il Signore ci propone non mira a «un’uniformità unidimensionale che cerca di eliminare tutte le differenze e le tradizioni in una superficiale ricerca di unità».

Perché «il futuro non è “monocromatico” ma se ne abbiamo il coraggio è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» (da un Discorso ai giovani in Tokyo, novembre 2019).

 

Sebbene la pietà e la speranza dei rappresentanti della religiosità ufficiale fosse fondata su una struttura di sicurezze umane, etniche, culturali e una visione del Mistero consolidati da una grande tradizione, Gesù sgretola tutte le prevedibilità.

Nel Figlio, Dio viene rivelato non più come proprietà esclusiva, bensì Potenza d’Amore che perdona gli emarginati e smarriti: salva e crea, liberando. E mediante i discepoli dispiega il suo Volto che recupera, abbatte le barriere consuete, chiama moltitudini misere.

Sembra un’utopia impossibile da realizzare nel concreto (oggi della crisi sanitaria e globale) ma è il senso del passaggio di consegne alla Chiesa, chiamata a farsi incessante pungolo d’Infinito e fermento d’un mondo alternativo, per lo sviluppo umano integrale:

«Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!» (FT n.8).

 

Attraverso una domanda assurda (formulata in modo retorico) Gesù vuole destare la coscienza dei “giusti”: c’è una controparte di noi che suppone di sé, molto pericolosa, perché porta all’esclusione, all’abbandono.

Invece l’Amore inesauribile cerca. E trova l’imperfetto e irrequieto.

La palude di energia stagnante che si genera accentuando i confini non fa crescere nessuno: blocca nelle solite posizioni e lascia che ciascuno si arrangi o si perda. Per disinteresse interessato - che impoverisce tutti.

Tutto ciò faceva cadere le virtù creative nella disperazione.

E faceva precipitare chi era fuori del giro degli eletti - anteposti che non avevano nulla di superiore. Infatti Lc li tratteggia del tutto incapaci di trasalire di gioia umana per il progresso altrui.

Calcolatori, recitanti e conformi - i dirigenti (fondamentalisti o sofisticati) non sanno della realtà, e usano la religione come un’arma.

Invece Dio è agli antipodi degli sterilizzati finti - o del pensiero disincarnato - e alla ricerca di colui che vaga malfermo, facilmente si disorienta, smarrisce la strada. 

Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino. Per questo motivo il Padre è alla ricerca dell’insufficiente.

La persona così limpida e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro i lati apparentemente detestabili. Forse ch’egli stesso non apprezza.

Questo il principio di Redenzione che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore” - nella Fede generando però autostima, credito, pienezza e gioia.

 

L’impegno del purificatore e l’impeto del riformatore sono “mestieri” che in apparenza si contrappongono, ma facili facili… e tipici di chi pensa che le cose da contestare e cambiare siano sempre fuori di sé.

Ad esempio nei meccanismi, nelle regole generali, nell’assetto giuridico, nelle visioni del mondo, negli aspetti formali (o istrionici) invece che nell’artigianato del bene particolare concreto; così via.

Sembrano scuse per non guardarsi dentro e mettersi in gioco, per non incontrare i propri stati profondi in tutti i versanti e non solo nelle linee guida. E recuperare o rallegrare individui concretamente smarriti, tristi, in tutti i lati oscuri e difficili.

Ma Dio è agli antipodi degli sterilizzati di maniera o degli idealisti finti, e alla ricerca dell’insufficiente: colui che vaga e smarrisce la strada. Peccatore eppure vero, quindi più disposto all’Amore genuino.

La persona trasparente e spontanea - anche se debole - cela la sua parte migliore e ricchezza vocazionale proprio dietro gli aspetti apparentemente detestabili (forse ch’egli stesso non apprezza).

Chiediamo allora soluzione alle nuove energie interpersonali misteriose, imprevedibili, che entrano in gioco; da dentro le cose.

Senza interferire con idee di passato o di futuro che non vediamo, ovvero opponendosi ad esse. Piuttosto possedendone l’anima, il suo farmaco spontaneo.

Questo il principio della Salvezza che sbalordisce e rende interessante i nostri percorsi [spesso distratti, condotti a fiuto, come “a tentativo ed errore”] - generando infine autostima, credito e gioia.

 

L’idea che l’Altissimo sia un notaio o principe di un foro, e che operi netta distinzione fra giusti e trasgressori, è caricatura.

Del resto, una vita da salvati non è produzione propria, né possesso esclusivo o proprietà privata - che si capovolge in doppiezza.

Non è l’atteggiamento schizzinoso, né quello cerebrale, che unisce a Lui. Il Padre non blandisce amicizie supponenti, né ha interessi esterni.

Egli si rallegra con tutti, ed è il bisogno che lo attira a noi. Quindi non temiamo di farci trovare e lasciarci riportare (v.5)... in Casa sua, che è casa nostra.

Se c’è uno smarrimento, vi sarà un ritrovamento, e questo non è una perdita per nessuno - salvo per gli invidiosi nemici della libertà (v.2).

L’Eterno infatti non si compiace di emarginazioni, né intende spegnere il lucignolo fumigante.

Gesù non viene per puntare il dito sui momenti no, ma per recuperare, facendo leva sul coinvolgimento intimo. Forza invincibile di fedeltà.

Questo lo stile d’una Chiesa dal Cuore Sacro, amabile, elevato e benedetto.

[Ciò che attira a partecipare ed esprimersi è sentirsi capiti, restituiti a dignità piena - non condannati].

Diceva Carlo Carretto: «È sentendosi amato, non criticato, che l’uomo inizia il suo cammino di trasformazione».

 

Come sottolinea ancora l’enciclica Fratelli Tutti:

Gesù - nostro Motore e Motivo - «aveva un cuore aperto, che faceva propri i drammi degli altri» (n.84).

E aggiunge ad esempio della nostra grande Tradizione:

«Le persone possono sviluppare alcuni atteggiamenti che presentano come valori morali: fortezza, sobrietà, laboriosità e altre virtù. Ma per orientare adeguatamente gli atti [...] bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione [...] Altrimenti avremo solo apparenza».

«San Bonaventura spiegava che le altre virtù, senza la carità, a rigore non adempiono i comandamenti come Dio li intende» (n.91).

 

Nelle sètte o nei gruppi d’ispirazione unilaterale, per emarginazione saccente le ricchezze umane e spirituali vengono depositate in luogo appartato, così invecchiano e sviliscono.

Nelle assemblee dei figli sono invece condivise: si accrescono e comunicano; moltiplicandosi rinverdiscono, con beneficio universale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa ti attira della Chiesa? Nei confronti coi primi della classe, ti senti giudicato o adeguato?

Provi l’Amore che salva, anche se permani incerto?

 

 

Fierezza reciproca, nessun avvilito

(Lc 15,11-32)

 

Non avevo mai capito cosa c’entrava la Misericordia di Dio con la mia dignità: come mai la posa dei figli [che prima o poi tornano] doveva essere quella raffigurata da Rembrandt - uno ritto, l’altro in ginocchio?

Se il giovane scappa perché l’atmosfera allestita dalle pretese dei fratelli maggiori è insopportabile, dovrebbe pure radersi la testa e stare in penitenza - sperando al massimo di essere oggetto di compassione?

No, altrimenti il padrone di casa non avrebbe rivestito il figlio fuggito con talare e anello, ossia nominandolo - dissennato - nuovo responsabile dell’amministrazione della casa. Come fosse tutto regolare.

 

Nell’Anno del Padre ammiravo sì l’arte cromatica dell’opera ora all’Ermitage, ma la composizione e il senso delle figure non mi tornava.

Piedi consunti, calzature inservibili, potevo anche capirli. Ma non la posizione da scapestrato, alla ricerca d’una empatia assurda e forzata.

L’abito lacero in più punti, senza una cintura dignitosa - forse venduta per necessità - e sostituita da un misero cordino da sguattero, d’accordo.

Però lo spadino appeso al fianco destro mi sembrava illustrasse che malgrado in disgrazia e con la testa rasata da schiavo, il giovanotto non avesse perduto il suo cinico opportunismo.

Nella mia grammatica spirituale di allora, invece, la pelata alludeva già all’idea del nascituro.

In Seminario mi rendevo conto che al di là degli accadimenti, siamo generati incessantemente come creature fresche e pulite; mai umiliate.

L’accento di questo Vangelo nelle liturgie penitenziali mi tintinnava d’ambiguo: protagonista è il Padre cedevole, non l’agire sbilenco del figlio che scappa e torna per calcolo (e scapperà di nuovo).

Mani affusolate e robuste: solo le Sue sono così complete.

Nei corsi di Liturgia avevo anche imparato il senso del “rosso”: regalità in grado di riavvolgere il perduto; colore all’unisono con la tenerezza della carne e la sua viva generosità.

Ed è tutto carnale il suo chinarsi per stra-baciare [cadendo sul collo: così il testo greco] il ritrovato e rinato.

Non è un gesto da notaio che riscontra, ma che accorcia le distanze e toglie il disonore delle fratture, incolmabili con la Perfezione.

Giustifica: crea il giusto dove giustizia non c’è.

Il contrario del figlio maggiore, ritto e certo del suo dare e avere; non sollecito a rialzare nessuno, figuriamoci il debole.

Ha uno sguardo che vede il misero solo nell’esteriore, non coglie la scena dal di dentro.

Il fratello maggiore resta rigido e indignato: niente sinfonie e cori, ma si rende conto solo del suo efficiente servigio.

E piagnucola perfino, perché in tutto immagina di dover chiedere permesso, anche di poter fare festa (v.29): l’infantilismo dell’obbediente... formalista e tarato.

 

All’icona ufficiale dell’anno del Padre preferivo il focus del quadro di Andrea Palma alla Galleria Borghese - sebbene meno esteticamente creativo e affascinante.

Compresi oltre approfondendo il testo. Ed ebbi percezione del senso biblico d’un comandamento soppresso [ma punto di forza e distinzione nell’approccio con Dio, specificità della spiritualità evangelicale]: «non ti farai immagine» (Es 20,3-4ss; Dt 5,8ss).

Il precetto antico suppone che le raffigurazioni tolgano smalto al Logos e al Tu-per-tu, spersonalizzando la relazione col Padre: esse forse la deviano e confondono.

Proprio le fattezze più attraenti, descrittive o decorative, sono talora in grado di smorzare la forza dirompente della Parola missionaria, dal tono crudo e graffiante, affatto intimista.

[Nell’arte sacra, soprattutto il figurativo latino ha pretese che fanno impallidire l’impulso del Testo, non di rado normalizzato secondo cliché “culturale” e morale].

 

Il figlio non torna perché intimamente pentito, bensì per opportunismo e sola fame - e si prepara un discorso che potrebbe convincere il genitore. In effetti ha commosso molte generazioni.

Il Padre impedisce di terminare la frase già pronta (vv.18-19), proprio nel punto in cui il figlio intendeva esprimersi quale servo messo a salario (vv.21-22). Questa è tutta la partita.

Grazie alla sua esperienza radicale nel cammino di fede, Andrea Palma, l’artista di secondo piano, meno quotato ma religioso dei frati di s. Domenico, intuiva ciò che tutta l’iconografia tradizionale - catturata da luoghi comuni - non aveva mai colto.

Il Richiamo della celebre parabola non è per il giovanottino irritato, disinibito e spendaccione, poi pentito per finta - bensì destinato ai “primogeniti” (vv.2-3) che ancora rapiscono il Gratis.

Il Padre si era dimostrato rispettoso della coscienza e addirittura cedevole, ma con gesto fermo non consente d’inginocchiarsi.

Egli impedisce con decisione di fare l’unico errore che davvero gli preme che evitiamo, perché rovineremmo non solo la caratura morale d’un tratto di esistenza, ma la vita intera anche del prossimo - divenendo ridicoli, dissociati e ostili come i “maggiori”.

Al cospetto di Dio siamo pari, non sotto. Non umilia, non discredita, non pretende che ci pieghiamo di fronte a Lui o a qualche guru che impone artifici esterni.

Bello sapere che - malgrado gli sguardi arcigni dei gendarmi maggiori - anch’io sarei sempre caduto in piedi.

Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.

 

 

Nessun avvilito

 

L’Amore è una Festa, non uno scambio di favori.

Quindi non siamo segnati a vita, perché Egli sa che le nostre fughe paradossali sono dettate da una necessità (o legittima fissazione): respirare.

E dobbiamo essere fieri di noi stessi.

Dentro casa non esiste libertà, perché i “fratelli maggiori” sono talora insopportabili.

Impongono prestazioni, capiscono tutto, controllano qualsiasi virgola; immaginano che ciascuno debba percepire stipendio secondo meriti, ritmo, capacità, fatica, ore di straordinario, (maniere e) Signorsì.

Arcigni su qualsiasi cosa, piagnucolano solo perché immaginano che si debba chiedere permesso all’autorità anche di gioire della vita e fare baccano gratuitamente.

Il loro “dovere e obbedire” uccide la Tenerezza.

Il Padre viceversa impedisce che ci sentiamo dei degradati, perciò non vuole ascoltare l’elenco delle trasgressioni che il “puro” non sa ma immagina e scioccamente scandisce, perché le reprime dentro e nel segreto le coltiva [identificandole col piacere!].

Non vuole che facciamo l’errore che rovina la vita intera e non qualche tratto di cammino: sentirci salariati.

In tal guisa, ci educa a far prevalere il bene sul male, senz’avvilire nessuno.

 

Dappertutto troviamo un padrone che sfrutta. E anche se poi torniamo a Casa solo per calcolo, Dio impedisce che ci mettiamo in ginocchio.

Recitiamo il Padre Nostro in piedi: con Lui siamo sempre dei valorosi faccia a faccia, e gradisce «sinfonie e cori».

 

 

Per una interiorizzazione del discernimento

 

Sebbene il Padre non sia compreso da nessuno dei suoi intimi, svetta restando cedevole senza contegno alcuno.

Non perché buonista e perbene, bensì Sapiente: la vita di entrambi i figli non sarebbe avanzata esasperandone i fulcri, rinnegando forze, poli, lati dell’anima, ma integrando tali potenze e assumendole a supplemento. Riconoscendole e coalizzandole.

La celebre parabola è priva di esito per il fatto che la conclusione certa della trama non esiste e non deve.

I due [che siamo ciascuno di noi, in contemporanea, nell’intimo] continueranno la solita storia indecente, ossia a essere dentro e fuori Casa.

Tutto ciò in modo sfacciato. Ma così conosceranno le tante pendici di se stessi - anche in opposizione.

 

È l’aspetto forse più rilevante: sulla base dei differenti moti dell’anima e degli accadimenti, ciascuno è chiamato alla sua (imprevedibile) sintesi.

Essa può variare non solo in situazione, ma anche rispetto alle diverse età, nello Spirito.

Via via la soluzione si fa strada, ma non affiora ricalcando regolarità di vicende decorose - da donne e uomini alienati.

Figlio maggiore e minore sono aspetti compresenti in ciascuno.

È una condizione paradossale, che però consente di essere più ricchi: ad es. non sempre nevrotici, gretti, stressanti e impegnatissimi come il figlio maggiore; non solo scapestrati, epidermici e impulsivi come il minore.

Il cambiamento e il calibro variegato sono risorse che innescano sia pause che fughe in avanti, e il Padre lo sa.

Dio ci vuole completi: capaci d’immaginare e pensare, ma anche solidi.

Mentre un padre padrone ci collocherebbe dove gli occorre e gli basterebbe che fossimo dei servili portaborse del capo.

Così staremmo buoni e collocati lì dove ci mette per i suoi bisogni. 

Funzionari... senza quella duttile collaborazione che spalanca l’esperienza variegata e un correlativo valore aggiunto - in grado di elaborare e di essere.

Così e nell’Esodo di ciascun carattere.

Evolvendo il poliedro della personalità, e crescendo nella libertà; verso un’alleanza e integrazione sempre più convinte, e il suo compimento nell’Amore.

 

In situazioni che ristagnano, la spinta della comprensione senza condizioni e l’amicizia che rende forte il debole fanno da terapia insuperabile - stimolo a continuare il percorso.

In Viaggio, esse sono relazioni che accettano e accolgono, ospitano e benedicono i contrasti (nel caso dei due, affidabilità e fantasia, ad es.).

Lasciando affiorare i declivi in conflitto, tutte le disposizioni e talenti... sia la migliore conoscenza di sé che i rapporti esterni, diventano territori di nuova espressione.

Dilatazione di vita, per energie plastiche innate, che fanno ricca l’anima e confermano [o contestano e denunciano, in caso di conformismo] le inclinazioni personali.

Le guide spirituali legate alla religiosità consuetudinaria e dozzinale tendono a farci rinnegare le contraddizioni. Ma questo taglio ripiega la persona, snerva le forze e impoverisce la situazione anche intima, annientando le sue normali pulsioni.

E inoculando l’idea che Dio stesso sia un totem riduzionista, non la Sorgente, l’esuberanza della vita e la piattaforma dell’Essere che sperimentiamo nelle particolari essenze.

Non di rado la religiosità moralisteggiante riduce la vita nello Spirito a bazzecole, infangandoci dentro pozzanghere.

Viceversa, la comunione con il Padre gode di percepire la forza della Totalità piena, che fa incontrare il giorno e la notte.

 

L’anima si sente in forma solo se il magma delle potenze in contrasto che intuisce e coglie vengono riconosciute, benedette.

Le tante sfumature consentono di misurarci su diverse unità, e avere consapevolezza dei risvolti opposti - da cui germineranno versanti intermedi.

Trascurare di dare loro il benvenuto è infruttuoso: non potremmo affrontare in modo incondizionato le sfaccettature della realtà e la moltitudine di personaggi che portiamo dentro.

Sono forze che ci soccorrono, recuperano, integrano, completano, secondo le vicende o la personale sensibilità.

Se rimaniamo chiusi in un idolo, in un’idea cesellata, in una mansione, in un ruolo, in delle maniere, in vezzi anche iperattivi e perbene, o fintamente trasgressivi, da recitare, perderemmo opportunità e capacità di ricreare noi stessi, la Chiesa, il mondo.

L’evangelizzazione stessa deve poter assumere variazioni impreviste; così l’attività missionaria, che fa spesso il paio con un’anima intraprendente, ricca di discrepanze che aprono la ricerca del dialogo e il rischio dell’empatia; travalicando il cosiddetto “carisma”.

 

La contraddizione abita ciascuno di noi e il Padre misericordioso non chiama nessuno a mettersi camicie di forza interiori o esteriori a pennello.

Non intende assorbire la vita delle nostre sottigliezze e sfumature, né ridurre la compresenza dei volti.

Sa che l’evoluzione di ciascuno si abbina a un linguaggio esperienziale variegato; in grado a suo tempo di coniugare ricchezza antica, inclinazioni personali anche momentanee, e novità impensate.

Se rinneghiamo l’universo molteplice dell’anima e la moltitudine delle sue antinomie, idiomi e personaggi compresenti - come i due figli entrambi contraddittori ma infine complementari - mai avremmo a disposizione tutte le prospettive per una crescita dell’onda vitale e per l’evoluzione nella forza espressiva della Fede.

 

Dice il Tao Tê Ching (xix): «V’è altro cui attenersi: mostrati semplice e mantieniti grezzo».

Nell’Opera dello Spirito, Occasioni di Ricchezza per tutti, e... nessun avvilito.

Ormai tutti liberi. Che meraviglia, un ostensorio del genere! Un Corpo vivo del Cristo che profuma di Condivisione!

È questa la bella e regale consapevolezza che spiana e rende credibile ogni contenuto dell’Annuncio (vv.1-2).

D’ora in poi, la distinzione fra credenti o meno sarà assai più profonda che fra puri e impuri, performanti o meno.

Tutta un’altra caratura - e principio di una esistenza da salvati.

 

Cristo chiama, accoglie e redime anche il figlio scombinato e quello preciso (in noi) ossia il lato più rubricista - o logoro - della nostra personalità.

Anche il nostro carattere insopportabile o giustamente odiato (quello rigido e quello distratto).

Li farà addirittura fiorire: diventeranno aspetti irrinunciabili e vincenti della futura testimonianza.

Dice il Tao Tê Ching [XLV]: «La grande dirittura è come sinuosità, la grande abilità è come inettitudine, la grande eloquenza è come balbettio».

 

Padre Misericordioso e figlio prodigo: la Fierezza sarà reciproca.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quando mi colgo ipocrita e stretto di cuore? Quando mi accorgo invece di essere protagonista di quel che il Padre condivide?

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Knowing God, knowing Christ, always means loving him, becoming, in a sense, one with him by virtue of that knowledge and love. Our life becomes authentic and true life, and thus eternal life, when we know the One who is the source of all being and all life (Pope Benedict)
Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita (Papa Benedetto)
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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