Gen 17, 2026 Scritto da 

Conversione, Chiamata, Regno Vicino

(Mt 4,12-23)

 

Conversione e Regno Vicino

 

Accogliere e non trasferire valutazioni

(Mt 4,12-17)

 

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra e la felicità bussa alla porta, convertendoci a qualcosa di profondamente nuovo: scelte di luce in vece del giudizio, del possesso, dell’esercizio del potere, dello sfoggio di gloria.

Il Vangelo di Mt è stato scritto per sostenere le comunità di Galilea e Siria, composte di giudei convertiti, i quali soffrivano le accuse d’aver tradito le promesse del Patto e accolto i pagani.

Scopo del testo è far emergere la figura di Gesù Messia [non più il figlio di Davide] che reca salvezza, dispiegata oltre i perimetri: non solo al popolo eletto e agli osservanti dei suoi cliché normativi.

Egli non esclude nessuno, e tutti devono sentirsi adeguati.

Già nella genealogia iniziale, Mt preannuncia l’ecclesiologia universale del nuovo Rabbi qual fonte di benedizione ampia, anche fuori d’Israele e le osservanze.

Realtà non ambiziosa, alternativa all’Impero o alla vita di culture ristrette - assolutamente non allestita né retta da noi.

 

Per incoraggiare i suoi fedeli a non temere di essere esclusi, e riconoscersi nel Maestro, l’evangelista ribadisce appunto il criterio di redenzione senza confini.

Lo fa nel testo dei Magi e in quello in oggetto: una salvezza proposta come in viaggio, e senza troppo battagliare contro.

La triste situazione dei tempi antichi (vv.14-16) è alle spalle.

Persino nel Discorso de «il Monte» - al quale Mt 4 prepara l’uditorio - l’autore evangelista sottolinea lo specifico della vocazione delle fraternità cristiane.

Loro tratto speciale: volgersi a tutta la terra, persino i nemici. Senza presunzione, senza preclusione alcuna.

In Cristo, non c’è più imperfezione, sbaglio o condizione malferma che possa tenerci distanti.

Ciascuno è indispensabile e prezioso. Tutti sono legittimati. Nessuno deve espiare.

In tal guisa, la Chiamata a non sentirsi emarginati, la Vocazione a non trascurarsi e non trascurare, viene ribadita in modo diffuso in tutto il libro.

 

L’Araldo autentico e divino non alza il tono né il ritmo, non spezza la canna incrinata (Mt 12,2-3), supera le frontiere di purità e razza.

Tale la base della buona formazione degli intimi; nessun gap culturale, etnico, né di bagaglio religioso.

Il giovane Annunciatore poi invia i discepoli a tutti i popoli - nello stile dell’aprirsi senza remore, e non fare gli schizzinosi.

L’idea compiuta di ciò che oggi chiameremmo “cultura dell’incontro”, nasceva già nel confronto con la realtà interna della scuola del Battista.

Il figlio di Zaccaria ed Elisabetta pretendeva essere in grado di ben preparare la Venuta del Regno. Viceversa, esso permaneva imprevedibile.

Un ambiente - quello di Giovanni - in cui l’Annuncio non era unicamente positivo, né sempre pieno di vita e solo di gioia e accoglienza: spesso di giudizio e taglio netto.

Il Battezzatore non legittimava pienamente la spontaneità, i modi propri di ciascuno. Non spegneva i timori; né le paure di ogni anima perplessa, di poter essere “sbagliata”.

Invece, se il Regno dalle sfaccettature inattese è qui, non c’è che da viverlo appieno e con stupore.

 

Al seguito del Battista [e allievo, insieme ai suoi primi discepoli] il nuovo Maestro aveva colto in modo definitivo la differenza tra dinamiche ascetiche riduzioniste e il progetto di salvezza del Padre.

Stimolo verso un’umanizzazione a tutto tondo - fondata sullo scambio di doni, la libertà creativa dell’amore, e uno spirito di larga comprensione.

 

La missione luminosa e di carattere universale del Figlio di Dio non viene capita se non da pochissimi - tutta gente fragile e di poco conto - e tardava ad affermarsi.

È la condizione dei fedeli cui si rivolge Mt.

Gli amici del Signore non devono lasciarsi andare, se non riescono a convincere tutti, immediatamente.

Troppo difficile far credere ai religiosi veterani e alle loro realtà consolidate che nessuno ha l’esclusiva.

Anche i forti e sicuri di sé devono solo accettare la Vita che viene - figuriamoci deboli ed erranti.

Ma sino a quando lo stesso Precursore non viene imprigionato e messo a tacere, anche il Messia autentico vive quasi all’ombra dell’ultimo dei Profeti antichi (cf. Gv 3,22-23).

Poi si vede costretto a fuggire persino dal suo piccolo villaggio, tradizionalista e nazionalista (Mt 4,12-13.25).

Nessuno riusciva a credere ad un Regno senza grandi proclami e ardue condizioni.

Sembrava impossibile che l’Eterno potesse condividere la sua vita a maglie larghe; già fra noi, così ordinaria e niente di eccezionale.

Come fosse un Padre che trascende ma ci accosta tutti, senza previe condizioni di purità.

 

Sembrava improbabile passare dall’idea d’imminenza dell’impero di potenza annunciato, a una sua presenza quotidiana e non clamorosa.

A maggior ragione - tutto ciò, nella Persona del Messia servitore; non giustiziere, né capo, o vendicatore autosufficiente.

Vicinanza tanto dimessa, nulla di clamoroso, proprio al pari dei suoi amici, convertiti appunto dal giudaismo popolare e dal paganesimo.

Per animare le chiese in un momento critico, Mt fa emergere nella stessa vicenda del Signore il vissuto caratteristico e i medesimi picchi di discriminazione patiti dai poveri membri delle sue minuscole fraternità.

Al pari di Gesù, essi non dovevano lasciarsi prendere da spavento, condanne, grettezza d’idee separatiste e distintive, né dal sentirsi minoranza - o da timori per i rischi di persecuzione.

Infatti, i rinati da tale Spirito largo non dovevano soffocare più le loro tendenze, inclinazioni innate, percependo la mente e le capacità naturali come conflitto da aggiustare secondo modelli.

Non siamo chiamati a una piccola e stagnante delega, bensì a essere Luce e Presenza - in movimento - verso noi stessi e le moltitudini che riconosciamo dentro e fuori di noi (vv.23-25).

Anche con Fede silenziosa e non forsennata.

 

Il Carattere sapienziale innato trasmesso da Dio creatore a ciascuno può affiorare ovunque, nell’autenticità dell’Evangelo.

La Parola valica i sacri confini: in specie quando essa si fa eco non artificioso della nostra essenza, e richiamo dell’istinto bonario.

È una Voce nuova: che ricompone l’intima energia di tutti, e dispiega la sua Guida superiore.

Appello radicale che in ogni donna e uomo indirizza e compie persino i disturbi - un mondo che ci appartiene, solo apparentemente inferiore.

E va oltre l’assoluto pio dei piani esclusivi o delle mortificazioni.

Una realtà che non trasferisce valutazioni al di là della persona - ma la sa attendere e non detta procedure, misure, cadenze altrui; elettive.

Nessun primo piano, neppure religiosamente “corretto”.

Apertura, non sforzo.

 

Commentando il Tao Tê Ching (i) il maestro Ho-shang Kung afferma: «Mistero è il Cielo. Dice che tanto l’uomo che ha desideri quanto quello che non ne ha, ricevono parimenti il ch’ì dal Cielo».

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Come puoi evitare le chiusure culturali, dottrinali o di carisma (già tutto progettato-regolato), e vivere l’universalità della nuova umanizzazione? 

Qual è il metro di valutazione con cui la tua realtà ecclesiale approccia i diversi?

 

 

Significato di “Vangeli”, e Guarigione integrale

 

Nella liturgia odierna l'evangelista Matteo presenta l'inizio della missione pubblica di Cristo. Essa consiste essenzialmente nella predicazione del Regno di Dio e nella guarigione dei malati, a dimostrare che questo Regno si è fatto vicino, anzi, è ormai venuto in mezzo a noi. Gesù comincia a predicare in Galilea, la regione in cui è cresciuto, territorio di "periferia" rispetto al centro della nazione ebraica, che è la Giudea, e in essa Gerusalemme. Ma il profeta Isaia aveva preannunciato che quella terra, assegnata alle tribù di Zabulon e di Neftali, avrebbe conosciuto un futuro glorioso: il popolo immerso nelle tenebre avrebbe visto una grande luce (cfr Is 8, 23-9, 1), la luce di Cristo e del suo Vangelo (cfr Mt 4, 12-16). Il termine "vangelo", ai tempi di Gesù, era usato dagli imperatori romani per i loro proclami. Indipendentemente dal contenuto, essi erano definiti "buone novelle", cioè annunci di salvezza, perché l'imperatore era considerato come il signore del mondo ed ogni suo editto come foriero di bene. Applicare questa parola alla predicazione di Gesù ebbe dunque un senso fortemente critico, come dire: Dio, non l'imperatore, è il Signore del mondo, e il vero Vangelo è quello di Gesù Cristo.

La "buona notizia" che Gesù proclama si riassume in queste parole: "Il regno di Dio - o regno dei cieli - è vicino" (Mt 4, 17; Mc 1, 15). Che significa questa espressione? Non indica certo un regno terreno delimitato nello spazio e nel tempo, ma annuncia che è Dio a regnare, che è Dio il Signore e la sua signoria è presente, attuale, si sta realizzando. La novità del messaggio di Cristo è dunque che Dio in Lui si è fatto vicino, regna ormai in mezzo a noi, come dimostrano i miracoli e le guarigioni che compie. Dio regna nel mondo mediante il suo Figlio fatto uomo e con la forza dello Spirito Santo, che viene chiamato "dito di Dio" (cfr Lc 11, 20). Dove arriva Gesù, lo Spirito creatore reca vita e gli uomini sono sanati dalle malattie del corpo e dello spirito. La signoria di Dio si manifesta allora nella guarigione integrale dell'uomo. Con ciò Gesù vuole rivelare il volto del vero Dio, il Dio vicino, pieno di misericordia per ogni essere umano; il Dio che ci fa dono della vita in abbondanza, della sua stessa vita. Il regno di Dio è pertanto la vita che si afferma sulla morte, la luce della verità che disperde le tenebre dell'ignoranza e della menzogna.

Preghiamo Maria Santissima, affinché ottenga sempre alla Chiesa la stessa passione per il Regno di Dio che animò la missione di Gesù Cristo: passione per Dio, per la sua signoria d'amore e di vita; passione per l'uomo, incontrato in verità col desiderio di donargli il tesoro più prezioso: l'amore di Dio, suo Creatore e Padre.

[Papa Benedetto, Angelus 27 gennaio 2008]

 

 

Traversata ardua, Felicità non scadente

 

La Chiamata dei pescatori

(Mt 4,18-23)

 

Non è la chiamata del capo, ma l’invito dell’Amico, che vive in prima persona ciò che annuncia, esponendosi.

È lui che rischia e precede, porgendosi come Agnello. Non si mette seduto a fare lezione e insegnare dottrine.

La sua «Lieta Notizia» [Mc 1,15] rivela un volto divino opposto a quello predicato dalle guide ufficiali: il Padre non assorbe le nostre energie, ma le dona in pienezza e gratis.

«Convertitevi perché si è fatto vicino il Regno dei cieli» (v.17) è celebre il parallelo di Mc: «Convertitevi e credete nel Vangelo».

Entrambe le espressioni, di fatto, endiadi: ad es. i due termini coordinati «convertitevi e credete» esprimono un medesimo significato. 

Ma non in senso separatista o dottrinale.

In breve:

Il Regno è vicino se grazie al nostro coinvolgimento Dio viene sulla terra per sostituire il tran-tran, e la felicità bussa alla porta.

Trasformazione che giunge; mutamento che irrompe. Non lo si progetta addirittura nei minimi dettagli; non lo si edifica come fosse una impalcatura.

Esso ci volge a qualcosa di profondamente nuovo: scelte di luce in vece del giudizio, del possesso, dell’esercizio del potere, dello sfoggio di gloria.

 

Il Battista pretendeva preparare la Venuta del Messia; Gesù proclama il Regno già accanto e profondamente conforme agli uomini - presente, quindi semplicemente da accogliere, per vivere appieno.

Al seguito di Giovanni [allievo, insieme ai suoi primi discepoli] il nuovo Maestro aveva colto in modo definitivo la differenza tra dinamiche ascetiche - riduzioniste - e il progetto di salvezza del Padre.

Stimolo verso un’umanizzazione a tutto tondo fondata sullo scambio di doni, la libertà creativa dell’amore, e uno spirito di larga comprensione.

La missione luminosa e di carattere universale del Figlio non viene capita se non da pochissimi - tutta gente fragile e di poco conto - e tarda ad affermarsi.

Troppo difficile far credere ai religiosi giudaizzanti di lungo corso e alle loro realtà consolidate che nessuno ha l’esclusiva: tutti devono solo accettare le nuove Promesse del Patto.

 

Sino a quando Giovanni [ancora più celebre del Cristo persino durante la sua vita pubblica] non viene imprigionato e messo a tacere, il Figlio di Dio vive quasi all’ombra del Precursore (cf. Gv 3,22-23).

Poi si vede costretto a fuggire anche dal suo piccolo villaggio, tradizionalista e nazionalista (Mt 4,12-13).

Nessuno poteva credere a una realtà divina senza grandi proclami e ardue condizioni.

Nessuno avrebbe immaginato una Gerusalemme diffusa, già fra noi, così spontanea, ordinaria e a maglie larghe - che trascende ma ci accosta tutti.

Troppo difficile passare dall’idea d’imminenza dell’impero di potenza, a una sua Presenza unitiva, non clamorosa - nella Persona d’un Messia servitore, non giustiziere autosufficiente.

Vicinanza tanto dimessa, niente di eccezionale, al pari dei suoi fedeli - “convertiti” sia dalla religione dei padri che dal paganesimo, perciò emarginati.

 

Nel Primo Testamento la Galilea compare solo di sfuggita, perché i Giudei osservanti non ne apprezzavano la contaminazione di credenze.

Eppure, quella regione di persone sospette diventa la terra del cambiamento di rotta.

In concreto, l’inatteso invito alla Conversione sul suolo di Galilea (v.18) significa: «Girate la scala di valori!».

C’è infatti una libertà da riconquistare, ma la scena è rapida, perché il giovane Maestro insegna non come fanno i saccenti: con la vita.

Ad Abramo Dio dice «Va’ nella terra che ti indicherò». Gesù non dice «Andate», bensì «Venite».

Abramo è solo un inviato; il discepolo di Cristo in cammino ripropone una Persona, tutta la sua vicenda.

Si interessa alla vita reale: non propugna il ritorno al Tempio, alla religione antica, al culto che avrebbe dovuto rabberciarne la pratica già riconosciuta.

In tal guisa, ecco i primi chiamati: da «pescatori» a «pescatori di uomini» (vv.18-19). Il senso dell’espressione è più chiaro in Lc 5,10 [testo greco].

La nostra missione è sollevare alla vita coloro che non respirano più, e soffocano, avvolti da onde impetuose (le forze della negatività).

Vero compito dell’Apostolo è tirar fuori ciascuno dall’ambito inquinato, dove si vive in modo disumanizzante.

E collocare tutti in un’acqua trasparente, con valori che non sono più quelli della società ripiegata e corrotta - habitat di blocchi ossessivi, utile solo a forti, svelti e astuti.

Il Figlio di Dio chiama per invitarci a tagliar via ciò che degrada l’esperienza della pienezza personale.

Egli promuove in ciascuno il dna del Dio comunionale. Trasmesso interiormente e senza condizioni.

[Commentando il passo del Tao Tê Ching (LXV), il maestro Ho-shang Kung sottolinea:

«L’uomo che possiede la misteriosa virtù è contrapposto e diverso dalle creature: queste vogliono accrescere se stesse, la misteriosa virtù conferisce agli altri»].

 

Fondamentale è abbandonare le «reti» (v.20): ciò che avviluppa, impedisce, arresta. Anche la «barca» (v.22), ossia il modo di gestire il lavoro.

Persino il «padre» (v.22): la tradizione imposta, che offusca la Luce nuova.

Tutte maglie da spezzare.

Infatti il Signore deve iniziare ben lontano dalla regione osservante e dalla città santa - Giudea, Gerusalemme capitale.

Significa un nuovo approccio, anche se in esso si può continuare a svolgere la vita precedente.

Ma i valori non sono più statici e banali: ricerca del consenso, sistemarsi, trattenere per sé; così via.

Sfavillii fatui, che inculcano idoli esteriori.

Troppo “regolari” e normali, uniformanti; senza unicità né picchi decisivi. Essi pongono mille ostacoli alla libera espressione che ci spetta.

 

Per dare questi inauditi impulsi Gesù non sceglie ambienti sacrali e persone forse devote che non saprebbero rigenerare nessuno.

Sorvola i palazzi di corte, dai quali non sarebbe nato nulla (cf. Gv. 4,1-4).

Neppure designa qualcuno col titolo che spetta a Lui solo: «Pastore».

E ancora oggi non si capisce perché tutte le tradizioni denominazionali si sono (poi immediatamente) riempite di “pastori”, ossia guide, insegnanti, direttori del “gregge”.

 

Abbiamo bisogno di attenzione, non di dirigisti che giudicano e pongono sentenze d’inadeguatezza. Né desideriamo binari che non ci riguardano, modelli mentali inutili.

La donna e l’uomo d’ogni tempo hanno necessità solo di sostegno sapiente; di compagni di viaggio che aiutano a scoprire i lati nascosti, incogniti, segreti, che possono fiorire.

Maestri che ci lascino completare, consentendo alla personalità di sposare gli aspetti ancora in ombra.

Tale alleanza interiore sarà sorgente di realizzazione, senso di fiducia e pienezza di vita.

Ma a tale scopo bisogna che qualcuno ci insegni a distrarre la mente dal conosciuto, e così intraprendere la Via del “più in là”.

Certo, un pericolo per coloro che amano interpretare le cose con senso di permanenza: insomma, nessuna scorciatoia priva d’incognite.

Strada che cambia la propria e altrui atmosfera mentale; sorvola il modo usato, qualunquista, epidermico, di vedere le cose.

Qui, stando nella nostra Chiamata e naturalezza, saremo noi stessi a tutto tondo. E ci sorprenderemo.

Eccoci nell’azzardo del Dono accolto: solo così in grado di contattare i nostri stati profondi; conoscersi, quindi realizzare sogni inattesi di esperienza aperta e completa.

Appunto, attivando energie sopite.

Come Gesù, in grado di mettere in azione chiunque s’incontra; recuperando i lati opposti e le eccentricità, per un ideale umanizzante, totale.

 

Dice la Sapienza naturale, nel Tao Tê Ching (LXV):

«In antico chi ben praticava il Tao [la Via], con essa non rendeva perspicace il popolo, ma con essa si sforzava di renderlo ottuso».

La tematica - dal punto di vista biblico evangelico - è appunto in chiave di Esodo: chiara l’allusione al «mare» [v.16; in realtà un lago].

Pertanto, la «Conversione» in avanti che il nuovo Rabbi propone non è un movimento ad U - come spesso si dice.

«Conversione» non riguarda il ritorno devoto al culto e al Tempio, ma un cambio di mentalità e orientamento.

E «Regno di Dio» non allude a un mondo “nei” Cieli: non si parla di aldilà, ma di ambiti in cui si vivono le Beatitudini.

«Conversione»? Autentica, senza i castighi della religione che mortifica. Né - come poi purtroppo avverrà - la sottomissione delle coscienze.

Ovvio, neppure soggezione alcuna al giro dei profitti senza condivisione.

 

L’ottusità del potere antico, andante, insulso, provinciale - anche di venatura ecclesiastica - è credere che a una voce di denuncia non possa subentrare un Araldo più incisivo.

Invece sì (vv.11-12).

 

In Cristo lanceremo cambiamenti radicali, facendo emergere e attivando nella gente consapevolezze che valgono e durano nel tempo.

Non più quell’insistere nella ricerca di sicurezze finte, patinate, glamour o di carta pesta, ma un saper trasmettere vita, prendendosi tutti i rischi dell’amore.

La Fede si staglierà ovunque sulla devozione omologante, buona per tutte le stagioni. Per il fatto che non progetta una stasi ulteriore, bensì un Cammino senza posa.

Via, patria, e modo di vedere il mondo, disancorati dalle certezze di scarso peso specifico: infine producono situazioni tanto rassicuranti quanto scadenti.

Allora saremo noi stessi a tutto tondo nella potenza dello Spirito [cf. passo parallelo Lc 4,14] ossia nell’incognita dell’Amore imprevedibile.

E nel rischio della contaminazione: solo così in grado di realizzare anche gli altrui sogni di vita aperta e completa, che va oltre (Lc 4,15).

Come Gesù, e in Lui, per i fratelli. Col suo nuovo modo di attivarsi e marciare.

Non: tenute all’indietro, onde “predisporre” assicurazioni e quel mettere a punto secondo cliché di maniera.

 

Rotta in avanti senza più i retroscena: ogni traiettoria è personale.

Orientamento che ci trascina in esplorazione e azione, verso un ideale totale.

Apertura, non sforzo.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Tieni alle assicurazioni? Quali certezze devi ancora lasciare alle spalle?

Coltivi aperture vitali?

Nella Chiesa senti vicinanza e vita in avanti?

O prevalgono i retroscena, i giudizi fatti, le catalogazioni, l’anonimato, lo sfoggio, il distacco?

Se incontrassi Gesù che cammina, percorre, va oltre: come e secondo quali inclinazioni pensi che la tua sterilità potrebbe diventare feconda?

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches  us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
The image of the vineyard is clear: it represents the people whom the Lord has chosen and formed with such care; the servants sent by the landowner are the prophets, sent by God, while the son represents Jesus. And just as the prophets were rejected, so too Christ was rejected and killed (Pope Francis)
L’immagine della vigna è chiara: rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso (Papa Francesco)
‘Lazarus’ means ‘God helps’. Lazarus, who is lying at the gate, is a living reminder to the rich man to remember God, but the rich man does not receive that reminder. Hence, he will be condemned not because of his wealth, but for being incapable of feeling compassion for Lazarus and for not coming to his aid. In the second part of the parable, we again meet Lazarus and the rich man after their death (vv. 22-31). In the hereafter the situation is reversed [Pope Francis]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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