Mar 10, 2026 Scritto da 

4a Domenica di Quaresima

4a Domenica di Quaresima (anno A)

(Gv 9,1-41)

 

Giovanni 9:8 Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?».

Giovanni 9:9 Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».

Giovanni 9:10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

Giovanni 9:11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Và a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista».

Giovanni 9:12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

Giovanni 9:13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

Giovanni 9:41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane».

 

I vv. 8-9 nel presentare gli attori principali di questa inchiesta, la gente e il cieco, pongono sotto indagine l'identità del cieco guarito, che viene definito come “mendicante” e che “stava seduto”.  L'essere seduto parla di una condizione di vita che rendeva incapace l'uomo di una qualsiasi autonomia, ponendolo ai margini della vita sociale e religiosa. Ad accentuare questo stato di cose viene sottolineato come la sua vita miserevole dipendesse dalla generosità dei passanti. Ma è il suo stato di cecità che lo isola e lo immobilizza completamente, impedendogli un qualsiasi normale rapporto sociale. In buona sostanza viene qui descritto lo stato spirituale di un Israele reso cieco da una religiosità fondata sulla lettera della Legge e che lo rendeva incapace di una qualsiasi evoluzione spirituale verso Dio, riducendo il suo rapporto ad una mera esecuzione fisica della Torah. Israele, dunque, era spiritualmente in panne. Su questo stato di cose si accende il dibattito sotto forma di indagine. Attori di questa indagine sono “quelli che lo avevano visto prima”.

Ci si trova di fronte ad un'indagine posta all'interno di un quadro confuso e incerto, da un susseguirsi di pareri discordi e convulsi: “Alcuni dicevano: È lui; altri dicevano: No, ma gli assomiglia. Ed egli diceva: sono io!” (v. 9). Tutti i verbi sono posti all'imperfetto indicativo per indicare la continuità di questo interrogarsi, di questo indagare, che solo il cieco risanato è in grado, almeno in parte, di dipanare.

Il v. 10 pone la questione fondamentale: “Allora gli chiesero: Come dunque ti furono aperti gli occhi?”. Si tratta ancora di un'indagine superficiale perché si chiede soltanto come sia avvenuta la sua guarigione. Ma qui Giovanni pone di fatto un principio sistematico di interpretazione dei segni: di fronte ad un evento straordinario e portentoso è necessario interrogarsi, indagare sul suo compiersi, ma senza fermarsi alle apparenze, interrogandosi piuttosto su queste, trascenderle per giungere a ciò che esse esprimono. Serve dunque una seconda lettura più profonda perché i miracoli, ancor prima di essere espressione dell'irrompere della potenza divina in mezzo agli uomini, sono dei segni che rimandano a ciò che essi significano nelle loro apparenze. Proprio per questo il cieco dettaglierà quanto gli è successo, perché, riflettendo e indagando sul segno si giunga a scoprire quella luce che lo ha illuminato (v. 11).

I vv. 11-12 riportano da un lato la testimonianza del cieco guarito, che descrive quanto gli è successo, ma senza andare oltre (v. 11); dall'altro compare la prima domanda di senso: “Dov'è questo tale?” (v. 12), che spingerà oltre la ricerca e l'indagine su Gesù, portando il caso alle autorità religiose (v. 13).

La prima risposta che il cieco dà ai suoi interlocutori è una indicazione generica: “Quell'uomo che si chiama Gesù”. Significativo qui l'uso del termine “anthrōpos” che indica un uomo in senso generico, non ben definito, denunciando in tal modo una conoscenza ancora imperfetta del suo guaritore. Egli certo ne conosce il nome, ma soltanto per sentito dire (“si chiama Gesù”); sa che attraverso una sua ritualità e dei comandi da lui impartiti e di cui non conosce il senso, gli ha acceso la luce negli occhi e nel cuore; ma gli manca ancora l'esperienza diretta, che, sola, gli può fornire una conoscenza piena, portando a compimento il suo cammino di illuminazione. Ma prima di giungere a questo egli deve attraversare ancora molti interrogativi e superare molti ostacoli; deve dare ancora altre testimonianze, difendere e annunciare lui stesso il suo salvatore, e, cacciato dalla sinagoga, giungere fino ad una scelta obbligata, quella dell'abbandono della sua vita precedente. Soltanto a questo punto egli lo incontrerà e lo proclamerà “Signore” (v. 38).

Ma quanto il cieco risanato ha attestato ai suoi interlocutori (v. 11) è ancora del tutto insufficiente per definire chi veramente sia questo Gesù. Si rende, quindi, necessario trovarlo, sapere dove si trova: “Gli dissero: Dov'è questo tale? Rispose: non lo so”. Il nome di Gesù è sostituito da un pronome (“questo tale”), che indica come la conoscenza di Gesù sia ancora superficiale e abbia quindi bisogno di una maggiore investigazione prima di giungere al nome, che nella cultura degli antichi indica l'essenza stessa della persona. L'esito di questa ricerca, infatti, risulta inefficace: “Non lo so”, letteralmente “Non ho visto” (ouk oida) e quindi non so. È dunque l'assenza del vedere, la sua cecità che gli ha impedito di cogliere “Dove” si trova il suo salvatore. Certo il cieco risanato ha incontrato Gesù, che lo ha guarito, ma questa esperienza di Gesù egli l'ha fatta quando ancora era cieco, quando ancora doveva arrivare alla vasca di Siloe e lavarsi con l'acqua viva. Fu dunque un incontro salvifico sì, ma che richiedeva tutto un cammino per giungere pienamente a vedere il suo salvatore. Per questo egli ancora “Non sa”.

È dunque giocoforza che la ricerca continui, ora presso le autorità religiose, quelle che dovrebbero essere la luce che illumina Israele. Il cieco viene condotto presso i farisei per essere sottoposto alla loro valutazione. Significativa l'annotazione con cui termina il v. 13: “quello che era stato cieco”, per sottolineare, da un lato, l'avvenuto cambiamento di stato di vita: da cieco a vedente; da incredulo a credente; dall'altro, per indicare che qui sotto processo ci sta andando quello che era un tempo cieco, cioè un giudeo poi convertitosi al cristianesimo. Infatti la presa di posizione di questo che era stato cieco a favore di Gesù, che emergerà sempre più evidente man mano che il racconto procede, e la sua espulsione finale dalla sinagoga stanno ad indicare la rottura di questo ex cieco con il giudaismo.

Questo dunque il contesto entro cui va letto il dibattimento processuale, che vede i Farisei nelle vesti del giudice per le indagini preliminari, e il cieco guarito in quelle momentaneamente di persona informata sui fatti e poi in quella di imputato. Su questo sfondo processuale emerge un po' alla volta l'identità di Gesù, che si concluderà con l'espulsione del cieco dalla sinagoga, presupposto indispensabile per poter incontrare Gesù e riconoscerlo nella sua divinità.

Il v. 41, nel concludere il racconto, riporta la risposta di Gesù a questo giudaismo che si riteneva illuminato dalla Torah: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane”. La sentenza, che di fatto è una implicita accusa di presunzione, innesca un confronto tra il cieco nato, metafora di un giudaismo disponibile e accogliente, che è giunto alla piena illuminazione; e questo giudaismo saccente, che convinto di essere illuminato dalla Torah, e sui cui parametri anche Gesù era stato valutato come peccatore (v. 16), si era precluso ogni possibilità di accesso al Mistero. Non vi è dunque una evoluzione né spirituale né culturale per questo tipo di giudaismo. Per questa sua impermeabilità al manifestarsi del Cristo di Dio, questo giudaismo rimane nel suo peccato, che per Giovanni è incredulità, che in ultima analisi altro non è che il rifiuto di Dio.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
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  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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Jesus wants to help his listeners take the right approach to the prescriptions of the Commandments given to Moses, urging them to be open to God who teaches  us true freedom and responsibility through the Law. It is a matter of living it as an instrument of freedom (Pope Francis)
Gesù vuole aiutare i suoi ascoltatori ad avere un approccio giusto alle prescrizioni dei Comandamenti dati a Mosè, esortando ad essere disponibili a Dio che ci educa alla vera libertà e responsabilità mediante la Legge. Si tratta di viverla come uno strumento di libertà (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The true prophet does not obey others as he does God, and puts himself at the service of the truth, ready to pay in person. It is true that Jesus was a prophet of love, but love has a truth of its own. Indeed, love and truth are two names of the same reality, two names of God (Pope Benedict)
Il vero profeta non obbedisce ad altri che a Dio e si mette al servizio della verità, pronto a pagare di persona. E’ vero che Gesù è il profeta dell’amore, ma l’amore ha la sua verità. Anzi, amore e verità sono due nomi della stessa realtà, due nomi di Dio (Papa Benedetto)
“Give me a drink” (v. 7). Breaking every barrier, he begins a dialogue in which he reveals to the woman the mystery of living water, that is, of the Holy Spirit, God’s gift [Pope Francis]
«Dammi da bere» (v. 7). Così, rompendo ogni barriera, comincia un dialogo in cui svela a quella donna il mistero dell’acqua viva, cioè dello Spirito Santo, dono di Dio [Papa Francesco]
The mystery of ‘home-coming’ wonderfully expresses the encounter between the Father and humanity, between mercy and misery, in a circle of love that touches not only the son who was lost, but is extended to all (Pope John Paul II)
Il mistero del ‘ritorno-a-casa’ esprime mirabilmente l’incontro tra il Padre e l’umanità, tra la misericordia e la miseria, in un circolo d’amore che non riguarda solo il figlio perduto, ma si estende a tutti (Papa Giovanni Paolo II)
The image of the vineyard is clear: it represents the people whom the Lord has chosen and formed with such care; the servants sent by the landowner are the prophets, sent by God, while the son represents Jesus. And just as the prophets were rejected, so too Christ was rejected and killed (Pope Francis)
L’immagine della vigna è chiara: rappresenta il popolo che il Signore si è scelto e ha formato con tanta cura; i servi mandati dal padrone sono i profeti, inviati da Dio, mentre il figlio è figura di Gesù. E come furono rifiutati i profeti, così anche il Cristo è stato respinto e ucciso (Papa Francesco)
‘Lazarus’ means ‘God helps’. Lazarus, who is lying at the gate, is a living reminder to the rich man to remember God, but the rich man does not receive that reminder. Hence, he will be condemned not because of his wealth, but for being incapable of feeling compassion for Lazarus and for not coming to his aid. In the second part of the parable, we again meet Lazarus and the rich man after their death (vv. 22-31). In the hereafter the situation is reversed [Pope Francis]

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