don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Martedì, 28 Aprile 2026 05:02

Legame organico

La parabola della vite e dei tralci mette in evidenza, in modo particolare, quel legame, in un certo senso “organico”, che esiste tra Cristo e la Chiesa: tra Cristo e tutti coloro che da lui traggono la vita, così come il tralcio trae la vita dalla vite.

Ciò si riferisce ad ogni singolo uomo, e al tempo stesso si riferisce all’intera comunità del popolo di Dio: alla Chiesa.

La Chiesa intera - come un ricco “complesso” di tralci rimane in Cristo: nella vite. Da lui trae la vita. “Senza di lui essa non può far nulla”: nulla di veramente salvifico.

L’intera salvezza, la grazia tutta, si trova in lui: in Cristo. E in noi: negli uomini, da lui, e solo da lui e per mezzo di lui.

2. Vogliamo oggi ringraziare il Padre eterno, “il Padre infatti è il vignaiolo”, per questa vita che ci è stata rivelata e che è stata data a noi, uomini, in Gesù Cristo crocifisso e risorto.

Ringraziamo per il mistero pasquale, nel quale Cristo si è rivelato una volta per sempre come la vite, e in pari tempo ha rivelato il Padre suo come colui che coltiva.

Desideriamo che ogni uomo, ogni cristiano maturi in qualità di “divina coltura” del Padre - nel Figlio - nel Cristo risorto.

Desideriamo che ognuno, mediante tale legame “organico” con lui, porti molto frutto.

3. E proprio questa nostra preghiera desideriamo presentare alla Madre di Cristo, invitandola - laetare! - alla gioia pasquale della Chiesa.

Che ella ci aiuti a rimanere nel suo Figlio: in Cristo vite, perché costituiamo con lui un solo corpo, vivificato dallo Spirito della Pentecoste pasquale.

[Papa Giovanni Paolo II, Regina Coeli del 5 maggio 1985]

Martedì, 28 Aprile 2026 04:48

Non c’è vite senza tralci, e viceversa

Il Signore si presenta come la vera vite e parla di noi come i tralci che non possono vivere senza rimanere uniti a Lui. Dice così: «Io sono la vite, voi i tralci» (v. 5). Non c’è vite senza tralci, e viceversa. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, che è la sorgente della loro esistenza.

Gesù insiste sul verbo “rimanere”. Lo ripete ben sette volte nel brano evangelico odierno. Prima di lasciare questo mondo e andare al Padre, Gesù vuole rassicurare i suoi discepoli che possono continuare ad essere uniti a Lui. Dice: «Rimanete in me e io in voi» (v. 4). Questo rimanere non è un rimanere passivo, un “addormentarsi” nel Signore, lasciandosi cullare dalla vita. No, non è questo. Il rimanere in Lui, il rimanere in Gesù che Lui ci propone è un rimanere attivo, e anche reciproco. Perché? Perché i tralci senza la vite non possono fare nulla, hanno bisogno della linfa per crescere e per dare frutto; ma anche la vite ha bisogno dei tralci, perché i frutti non spuntano sul tronco dell’albero. È un bisogno reciproco, è un rimanere reciproco per dare frutto. Noi rimaniamo in Gesù e Gesù rimane in noi.

Prima di tutto noi abbiamo bisogno di Lui. Il Signore ci vuole dire che prima dell’osservanza dei suoi comandamenti, prima delle beatitudini, prima delle opere di misericordia, è necessario essere uniti a Lui, rimanere in Lui. Non possiamo essere buoni cristiani se non rimaniamo in Gesù. E invece con Lui possiamo tutto (cfr Fil 4,13). Con Lui possiamo tutto.

Ma anche Gesù, come la vite con i tralci, ha bisogno di noi. Forse ci sembra audace dire questo, e allora domandiamoci: in che senso Gesù ha bisogno di noi? Egli ha bisogno della nostra testimonianza. Il frutto che, come tralci, dobbiamo dare è la testimonianza della nostra vita cristiana. Dopo che Gesù è salito al Padre, è compito dei discepoli – è compito nostro – continuare ad annunciare il Vangelo, con la parola e con le opere. E i discepoli – noi, discepoli di Gesù – lo fanno testimoniando il suo amore: il frutto da portare è l’amore. Attaccati a Cristo, riceviamo i doni dello Spirito Santo, e così possiamo fare del bene al prossimo, fare del bene alla società, alla Chiesa. Dai frutti si riconosce l’albero. Una vita veramente cristiana dà testimonianza a Cristo.

E come possiamo riuscirci? Gesù ci dice: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (v. 7). Anche questo è audace: la sicurezza che quello che noi chiediamo ci sarà dato. La fecondità della nostra vita dipende dalla preghiera. Possiamo chiedere di pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù. E così amare i nostri fratelli e sorelle, a cominciare dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare nel mondo frutti di bontà, frutti di carità, frutti di pace.

Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria. Lei è rimasta sempre pienamente unita a Gesù e ha portato molto frutto. Ci aiuti lei a rimanere in Cristo, nel suo amore, nella sua parola, per testimoniare nel mondo il Signore Risorto.

[Papa Francesco, Angelus 2 maggio 2021]

Lunedì, 27 Aprile 2026 10:55

5a Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua  (anno A) [3 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli apostoli (6, 1-7)

Il problema della prima comunità cristiana nasce paradossalmente dal suo successo. In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica (At 6,1). Il numero cresceva così bene che l’unità diventava difficile. Ogni gruppo in espansione affronta la stessa domanda: come restare uniti quando si diventa numerosi? Numerosi quindi diversi. In fondo questa difficoltà era già in germe la mattina di Pentecoste. A Gerusalemme risiedevano Giudei devoti di ogni nazione sotto il cielo (cf. At 2,5). Quel giorno ci furono tremila conversioni, e altre seguirono nei mesi e negli anni successivi. Tutti erano giudei, perché la questione dei non-giudei si pose solo dopo, ma molti erano giudei venuti a Gerusalemme in pellegrinaggio da tutto l’Impero. Sono i giudei della Diaspora detti Ellenisti: la loro lingua madre non è l’ebraico né l’aramaico, ma il greco, che allora era la lingua comune in tutto il Mediterraneo. Così la giovane comunità si trova subito davanti alla “sfida delle lingue”. E sappiamo che la barriera della lingua è molto più di una difficoltà di traduzione: lingua materna diversa significa cultura, usanze, modi diversi di capire la vita e di risolvere i problemi. Se la lingua è una rete gettata sulla realtà delle cose, una lingua diversa è un’altra rete e raramente le maglie coincidono. Il problema concreto che si pose a Gerusalemme fu l’assistenza alle vedove. Prendersene cura era una regola del mondo giudaico e la comunità lo faceva volentieri, ma chi gestiva il servizio, reclutato nel gruppo maggioritario di lingua ebraica, tendeva a favorire le vedove del proprio gruppo e venivano trascurate le vedove di lingua greca. Queste lamentele non potevano che inasprirsi, finché arrivarono alle orecchie degli apostoli. La loro reazione sta in tre punti. Primo: convocano tutta l’assemblea dei discepoli perché ogni decisione si prende in plenaria, dato che sinodale è il funzionamento della Chiesa: Perché poi si è perso? Secondo: ricordano l’obiettivo. Si tratta di restare fedeli a tre esigenze della vita apostolica: la preghiera, il servizio della Parola e il servizio dei fratelli. Terzo: non hanno paura di proporre un’organizzazione nuova. Innovare non è infedeltà, al contrario: la fedeltà esige di sapersi adattare a condizioni nuove. Essere fedeli non è restare fissati sul passato, affidando per esempio tutti i compiti ai Dodici perché scelti da Gesù. Essere fedeli è tenere gli occhi fissi sull’obiettivo e l’obiettivo, come scrive l’evangelista Giovanni, è “che siano uno perché il mondo creda” (Gv17,21). Accettare le diversità è la sfida di ogni comunità che cresce, e, quando nascono i contrasti, separarsi non è la soluzione migliore, per questo gli apostoli non pensano di tagliare in due la comunità, greci da una parte ed ebrei dall’altra. Lo Spirito Santo ha suscitato conversioni numerose e diverse e ora ispira agli apostoli l’idea di organizzarsi diversamente per assumerne le conseguenze. I Dodici decidono quindi di nominare uomini capaci di assumere il servizio delle mense, visto che lì nasce il problema: “Cercate, fratelli, sette di voi, uomini stimati da tutti, pieni di Spirito Santo e di sapienza, e affideremo loro questo compito. Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. I sette scelti portano tutti nomi greci: facevano quindi parte quasi sicuramente del gruppo dei cristiani di lingua greca, da cui venivano le proteste. Nasce così un’istituzione nuova: questi servitori della comunità non hanno ancora un titolo e il testo non usa la parola “diacono”. Anche se non si deve identificare troppo in fretta questi uomini con i diaconi di oggi, resta però questo: lo Spirito ispira in ogni epoca innovazioni indispensabili per garantire fedelmente le diverse missioni e priorità della Chiesa. 

 

Salmo responsoriale (32/33)

Comincio da dove termina la lettura di questo salmo, perché lì c’è una chiave di lettura di tutto l’insieme. Riprendo il penultimo versetto, il v.18: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore”. Qui scopriamo una bella definizione di “timore di Dio”: temere il Signore è semplicemente mettere la nostra speranza nel suo amore. Il credente, in senso biblico, è una persona piena di speranza; e se lo è, qualunque cosa accada, è perché sa che “del suo amore è piena la terra”, come dice il versetto 5 che abbiamo ascoltato. Sapere che lo sguardo pieno d’amore del Signore è sempre su di noi è la sorgente della nostra speranza. Preciso che, nel testo ebraico, il nome Signore è quello rivelato a Mosè nel roveto ardente: il nome di quattro lettere YHWH che, per rispetto, i giudei non pronunciano mai, e che significa qualcosa come “Io sono, io sarò con voi, da sempre e per sempre, in ogni istante della vostra storia”. Questo nome ricorda a Israele la sollecitudine con cui Dio ha circondato il suo popolo in tutto l’Esodo. Se traduciamo “Dio veglia”, si rende bene questa vigilanza. Così comprendiamo il versetto seguente: “per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame” (v19). Sono allusioni all’uscita dall’Egitto: facendo attraversare il mare a piedi asciutti dietro Mosè, il Signore ha fatto scampare il popolo alla morte certa voluta dal faraone; poi, mandando dal cielo la manna nel deserto, ha realmente nutrito il suo popolo in tempo di fame. Allora la lode sgorga spontanea dal cuore di chi ha fatto l’esperienza della sollecitudine di Dio: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode” (v.1. L’espressione “uomini retti” può sorprenderci, eppure è abituale nella Bibbia. È considerato retto/giusto chi entra nel progetto di Dio, chi è unito a Dio come uno strumento musicale ben accordato. Lo si dice di Abramo: Abramo credette al Signore e ciò gli fu accreditato come giustizia (Gn15,6.). Ebbe fede, cioè si fidò di Dio e del suo progetto. Perciò potremmo tradurre “uomini retti”, in ebraico hassidim con “gli uomini dell’Alleanza”, o “gli uomini del disegno misericordioso di Dio”: quelli che hanno accolto la rivelazione della benevolenza di Dio e vi rispondono aderendo all’Alleanza. Questi titoli “uomini giusti”, “uomini retti” non indicano qualità morali perché il hassid è un uomo come gli altri, peccatore come gli altri, ma vive nell’Alleanza del Signore, vive nella fiducia verso il Dio fedele. E poiché ha scoperto il Dio della tenerezza e della fedeltà, molto logicamente vive nella lode: “Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bellala lode”. Questo invito alla lode era il canto d’ingresso di una liturgia di ringraziamento. Notiamo di passaggio un’indicazione su come si eseguivano i salmi e su almeno uno degli strumenti usati nel Tempio di Gerusalemme: questo salmo era probabilmente previsto con accompagnamento di arpa a dieci corde. Cantare al Signore un canto nuovo non significa un canto mai sentito, ma un canto nuovo nel senso che le parole d’amore, anche le più abituali sono sempre nuove. Quando gli innamorati dicono “ti amo”, non temono di ripetere le stesse parole, eppure la meraviglia è che quel canto è sempre nuovo. Ancora una nota: “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” (v, 4). Contrariamente alle apparenze, non si tratta di due affermazioni distinte, una sulla parola di Dio e l’altra sulle sue opere perché nella Bibbia la Parola di Dio è già intervento in atto: “Dio disse e fu fatto”, ripete il racconto della creazione nel primo libro della Genesi. Non è un caso se questo salmo ha ventidue versetti, corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico: è un omaggio alla Parola di Dio, come per dire che essa è il tutto della nostra vita, dalla A alla Z. E non è un complimento a vuoto perché Israele riconosce che dalla prima parola di Dio al suo popolo, Israele ha sperimentato contestualmente come la Parola promessa di liberazione é, nello stesso tempo, già intervento liberatore di Dio: in ogni epoca la Parola di Dio chiama alla libertà, ed è al tempo stesso forza divina che agisce nell’uomo per la conquista della libertà da ogni idolatria e da ogni schiavitù. Infine: “Egli ama il diritto e la giustizia; dell’amore del Signore è piena la terra” (v.5).  Qui si descrive la vocazione dell’intera creazione: Dio è amore e la Terra è chiamata a essere luogo dell’amore, del diritto e della giustizia. Ricordate il profeta Michea: Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio (Mi 6,8).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Pietro apostolo (2, 4-9)

In ebraico si usa lo stesso verbo per dire “costruire una casa”, “fondare una famiglia” e “fondare una società”. Per questo, già nell’Antico Testamento, i profeti usavano volentieri il linguaggio dell’edilizia per parlare della società umana. Isaia, per esempio, aveva inventato una parabola: paragonava il regno di Gerusalemme a un cantiere (Is28,16-17). Su quel cantiere c’era un blocco di pietra ammirevole che avrebbe dovuto diventare la pietra angolare dell’edificio, ma gli architetti disprezzavano quel blocco e preferivano usare pietre di scarsa qualità. Era il modo per accusare le autorità che abbandonavano i valori veri per fondare la società su valori falsi. Col tempo si prese l’abitudine di applicare il termine “pietra angolare” al Messia: lui avrebbe saputo riprendere e restaurare il cantiere di Dio. Pietro, a sua volta, sviluppa questo paragone per parlare di Cristo. Gesù, il Messia, è davvero la pietra più preziosa che Dio ha messo al centro dell’edificio; e si chiede a tutti gli uomini di diventare pietre di questa costruzione spirituale. Chi accetta di fare corpo con lui viene integrato nella costruzione, diventa lui stesso elemento portante. Ma naturalmente è una scelta da fare, e gli uomini possono scegliere anche nel senso opposto, cioè rifiutare il progetto e perfino sabotarlo. Allora tutto accade per loro come se la pietra maestra non fosse al cuore dell’edificio: è rimasta per terra, blocco ammirevole ma d’ingombro sul cantiere. La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra d’angolo, sasso d’inciampo e pietra di scandalo (cf1Pt 2,7-8). Il nostro Battesimo è stato l’ora della scelta. Da allora ci siamo integrati nella costruzione di quello che Pietro chiama il tempio spirituale, in opposizione al tempio di pietra di Gerusalemme dove si celebravano sacrifici di animali. Dall’inizio della storia l’umanità cerca di raggiungere Dio rendendogli il culto che crede degno di lui. Lungo il suo cammino, il popolo eletto ha scoperto il vero volto di Dio e ha imparato a vivere nella sua Alleanza. A poco a poco, alla luce dell’insegnamento dei profeti, si è scoperto che il vero tempio di Dio è l’umanità e che l’unico culto degno di lui è l’amore e il servizio dei fratelli, e non più i sacrifici di animali. Ma questo ci impegna terribilmente: il tempio di Gerusalemme era il segno della presenza di Dio nel suo popolo. Ormai il segno visibile agli occhi del mondo della presenza di Dio siamo noi, la Chiesa di Cristo. La frase di Pietro risuona allora come vocazione: “Quali pietre vive, siete costruiti anche voi come edificio spirituale” (1Pt 2,5). Pietro distingue tra chi si affida a Cristo e chi lo rifiuta. “Credere” e “rifiutare” sono due atti liberi e chi non accoglie Cristo, afferma Pietro, v’inciampa perché non obbedisce alla Parola. A questo erano destinati (cfv.5); questa frase dice solo la conseguenza della loro scelta libera, non una predestinazione per decisione arbitraria di Dio: il Dio liberatore non può che rispettare la nostra libertà. Alla presentazione di Gesù al tempio, Simeone l’aveva annunciato a Giuseppe e Maria: Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele (cfLc2,34). Simeone non dice una necessità voluta da Dio, ma le conseguenze della venuta di Gesù. Di fatto, la sua presenza è stata per alcuni occasione di conversione totale, mentre altri si sono induriti. Pietro conclude: “Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale” (1Pt 2,9). Il giorno del Battesimo, innestati in Cristo siamo diventati membra di Cristo, unico vero “sacerdote, profeta e re. In lui aggregati siamo diventati parte del suo popolo santo, abbiamo acquisito una nuova cittadinanza, quella del popolo di Dio e il nostro inno nazionale, ormai, è l’Alleluia. Pietro termina dicendoci che siamo incaricati di annunciare le opere meravigliose di colui che ci ha chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (14, 1-12)

Se Gesù comincia dicendo:” Non sia turbato il vostro cuore” (Gv14,1), è perché i discepoli non nascondevano la loro angoscia e se ne capisce la ragione. Si sapevano circondati dall’ostilità generale e avvertivano che il conto alla rovescia era iniziato. Quest’angoscia si raddoppiava, almeno per alcuni di loro, di un’orribile delusione: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (sottinteso dai Romani), diranno i discepoli di Emmaus (cfLc24,21). Gli apostoli condividevano questa speranza politica; ora il loro capo sta per essere condannato, giustiziato e finiscono le illusioni. Gesù si adopera a spostare la loro speranza: non colmerà l’attesa che i suoi miracoli hanno fatto nascere; non prenderà la testa della sollevazione nazionale contro l’occupante; al contrario non cesserà di predicare la non-violenza. La liberazione che è venuto a portare si situa su un altro piano: non vuole colmare l’attesa terrena e politica del Messia del suo popolo, ma far comprendere che è lui l’atteso da sempre.  Comincia facendo appello alla loro fede, cioè a quell’atteggiamento fondamentale del popolo giudaico che leggiamo in tutti i salmi perché la speranza può poggiarsi saldamente solo sulla fede. Per questo Gesù ritorna più volte su queste parole: “credere”, “non sia turbato il vostro cuore (poiché) voi credete in Dio”. Solo che una cosa è credere in Dio, e questo è acquisito, un’altra è credere in Gesù, proprio nel momento in cui sembra aver perso definitivamente la partita. Per accordare a Gesù la stessa fede che a Dio, bisogna, per i suoi contemporanei, fare un salto formidabile e Gesù cerca di far loro percepire l’unità profonda esistente tra il Padre e lui. Abbiamo qui la seconda linea di forza di questo testo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (frase che ripete due volte). E poi: “Chi ha visto me ha visto il Padre” e, quest’ultima frase risuona in modo del tutto particolare alla luce di ciò che accadrà qualche ora più tardi perché la rivelazione del Padre culmina quando Gesù muore sulla croce. Gesù morendo continua ad amare gli uomini, tutti gli uomini, e perdona perfino i suoi carnefici. Sarebbe necessario soffermarsi su ogni frase di quest’ultimo colloquio di Gesù con i suoi discepoli, addirittura su ciascuna delle parole cariche di tutta l’esperienza biblica: conoscere, vedere, dimorare, andare verso. Ogni parola è nello stesso tempo un evento, “opera”. Quando dice: “Io sono” alle orecchie giudaiche evoca chiaramente Dio stesso e osa dire: “Io sono la via, la verità e la vita” identificandosi con Dio stesso. E nello stesso tempo il Padre e lui sono due persone ben distinte, poiché Gesù dice:” Io sono la via” (sottinteso verso il Padre). Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Altro modo di dire “Io sono la via” o “Io sono la porta” come nel discorso del Buon Pastore. E quando noi siamo uniti a lui, si realizza il progetto divino della nostra solidarietà in Gesù Cristo con l’intera umanità. Questo è davvero un mistero e noi facciamo molta fatica a farcene un’idea, eppure è l’essenziale del disegno misericordioso di Dio, che sant’Agostino chiama il “Cristo totale”. Questa solidarietà in Gesù Cristo è presente in tutte le pagine del Nuovo Testamento. Paolo, per esempio, la evoca quando parla del Nuovo Adamo e anche quando dice che il Cristo è il capo del Corpo di cui noi siamo le membra. “Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi” (Rm 8,22): il parto di cui parla è quello del Corpo di Cristo appunto. Gesù stesso ha molto spesso usato l’espressione Figlio dell’Uomo per annunciare la vittoria definitiva dell’umanità intera radunata come un solo uomo. Prendendo sul serio l’espressione “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” e se consideriamo la solidarietà esistente fra tutti gli uomini in Gesù Cristo, allora bisogna anche dire che il Cristo non va verso il Padre senza di noi. È il senso di queste parole di Gesù: “Dove sono io, sarete anche voi”, e ancora “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”. Paolo lo afferma in altro modo quando scrive: “Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,39). Gesù termina con una promessa solenne: “Chi crede in me compirà le opere che io compio”. Dopo tutto ciò che Gesù ha appena detto su di sé, il termine “opere” non indica certamente solo miracoli perché in tutto l’Antico Testamento, quando si utilizza la parola “opera” parlando di Dio, si tratta   sempre di un richiamo alla grande opera di Dio per liberare il suo popolo. Ciò vuol dire che ormai i discepoli sono associati all’opera intrapresa da Dio per liberare l’umanità da ogni schiavitù fisica o morale. Questa promessa di Cristo ci stimola a credere che, se anche la storia mostra la presenza perdurante di molte forme di schiavitù, questa liberazione è possibile e si realizzerà. A ciascuno di noi offrire il proprio contributo.

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 27 Aprile 2026 03:36

Pace o tregua: l’Annuncio imperativo

(Gv 14,27-31)

 

Nei Vangeli la Pace-Shalôm di Cristo è un cenno di emancipazione dalle umiliazioni e dai rifiuti; assunto e reinterpretato in ordine all’imperativo dell’Annuncio apostolico.

Esso crea una nuova situazione.

E appunto, il «Vado e Vengo da voi» (v.28) è una endiadi semitica: due affermazioni unite, che si riferiscono al medesimo accadimento [generativo, vitale] di morte e vita completa.

L’espressione-evento non è tale da farsi soggetta a condizioni.

Termina l’arco del ministero terreno del Signore; si accende un’Alleanza.

Tempo della Parola e dell’azione diffuse, con risultati complessivi; di nuovi padri e madri, nuova Creazione.

Insomma, la Pace di Gesù non è uno stato, bensì un rapporto.

Piena attuazione dell’umano - condizione non più equilibrista, secondo convenzioni.

Piuttosto, adempimento ricalibrato sulla misura del Cristo in Persona, nell’Ora della Nascita.

 

Sulla bocca di Gesù, «Shalôm» [eccellenza e superamento delle benedizioni antiche] assume i lineamenti del significato proprio, messianico.

Presenza di ‘unzione’. Discrimine dei Vangeli e Annuncio essenziale (cf. Lc 10,5).

Ampiezza di ben-essere: senza questo prezioso codice di lettura la Parola del Signore resta incomprensibile, e la Missione cui siamo inviati diventa preda di ossessioni, le più sciatte, inautentiche.

Nei territori dell’impero la Pax Romana aveva tratti trionfalistici - era sinonimo di violenza, competizione, repressione di ribelli.

Come tregua armata, si faceva garante d’una economia prospera, ma assicurata nella sua dimensione sociale solo dalle disuguaglianze, in specie da una vasta base di schiavi.

La Pace che Gesù introduce non è un augurio qualunque di migliorie normali attese, ma la trasmissione della sua stessa Persona.

Tale propensione, vicenda, e Amicizia senza prezzo, ci stimola a un riordinamento, riconfigurazione, riorganizzazione completa di tutta la vita.

E spesso la butta all’aria, onde speronarne il quietismo di circostanza.

Nel nostro linguaggio, parleremmo forse di Felicità e nuovo ordine o assetto pubblico.

 

Essendo il desiderio segreto di ciascuno, nessuna difficoltà potrà spegnerne la promessa e potenza di realizzazione (v.30).

Shalôm è pienezza di esistenza salvata, “successo” nel nostro cammino di fioritura attraverso mille imprese.

Shalôm è perfezione e gioia completa, compimento dei desideri.

Vittoria del Patto fra Dio e il popolo. Sintonia e comunione senza fine tra impulso innato della nostra essenza particolare e compimento delle speranze.

Successo dell’Alleanza fra spinta dell’anima e conquiste evolutive sperimentate nella vita reale.

Shalôm - attuazione piena dell’umanità che ritrova se stessa - indica totalità vitale e compiuta di ogni aspirazione.

Qualità di rapporti nuovi che ne scaturiscono: il bene supremo d’una Presenza in atto, affidata a noi.

 

 

[Martedì 5.a sett. di Pasqua, 5 maggio 2026]

Lunedì, 27 Aprile 2026 03:32

Pace o tregua: l’Annuncio imperativo

(Gv 14,27-31)

 

I popoli semiti si auguravano la Pace nei loro incontri e commiati. Il tradizionale augurio di pace era anche greco.

Tuttavia nel Vangelo detto cenno, auspicio, o congedo, viene assunto e reinterpretato in ordine all’imperativo dell’Annuncio apostolico.

Lo Shalôm di Cristo è una sorta di emancipazione dalle umiliazioni della religione, e dai rifiuti subiti nel ministero terreno.

Diventa una parola distintiva, che designa la proprietà della Presenza divina messianica, fuori e dentro di noi.

Emblema epifanico, trasmette a ciascuno la felicità personale, riservata, del favore divino, per la crescita di tutti.

Non un premio meritato per le fatiche, né un presagio, bensì un Dono personale; non condizionante.

Proposta gratuita, dell’adesso, che si fa eccedente nel cammino. Passaggio cosmico e acutamente intimo.

Pienezza di essere e totalità senza confini, di Vita, che ci segna - ma nel senso di superamento delle aspettative.

 

La prosperità mondana e religiosa [in senso antico] si somigliano: opulenza che non nasce dalla Fede-amore.

Sembra una ricompensa per i servizi prestati, ovvero un ricatto per quelli attesi. Una potenza funesta.

Una sorta di beatitudine a mercimonio e sotto “giusto proposito”.

Dai lineamenti ambigui a tutti i livelli di relazione: con Dio, la comunità, il Tu e persino l’io.

Non è confronto ri-creativo con la Croce, che balza su.

 

Il «Vado e Vengo da voi» (v.28) è una endiadi semitica: due affermazioni unite, che si riferiscono al medesimo accadimento [generativo, vitale] di morte e vita completa, il quale crea una nuova situazione.

L’espressione-evento non è tale da farsi soggetta a condizioni.

Termina l’arco del ministero terreno del Signore; si accende un’Alleanza.

Tempo della Parola e dell’azione diffuse, con risultati complessivi di nuovi padri e madri, nuova Creazione.

Insomma, la Pace di Gesù non è uno stato, bensì un rapporto.

Piena attuazione dell’umano - condizione non più equilibrista, secondo convenzioni.

Piuttosto, adempimento ricalibrato sulla misura del Cristo in Persona, nell’Ora della Nascita.

 

Sulla bocca di Gesù, «Shalôm» [eccellenza e superamento delle benedizioni antiche] assume i lineamenti del significato proprio, messianico.

Presenza di ‘unzione’. Discrimine dei Vangeli e Annuncio essenziale (cf. Lc 10,5).

Ampiezza di ben-essere: senza questo prezioso codice di lettura la Parola del Signore resta incomprensibile, e la Missione cui siamo inviati diventa preda di ossessioni, le più sciatte, inautentiche.

Nei territori dell’impero la Pax Romana aveva tratti trionfalistici - era sinonimo di violenza, competizione, repressione di ribelli.

Come tregua armata, si faceva garante d’una economia prospera, ma assicurata nella sua dimensione sociale solo dalle disuguaglianze, in specie da una vasta base di schiavi.

La Pace che Gesù introduce non è un augurio qualunque, di migliorie normali attese; piuttosto, la trasmissione della sua stessa Persona.

Tale propensione, vicenda e Amicizia senza prezzo ci stimola a un riordinamento, riconfigurazione, riorganizzazione completa di tutta la vita.

E spesso la butta all’aria, onde speronarne il quietismo di circostanza.

Nel nostro linguaggio, parleremmo forse di Felicità e nuovo ordine e assetto pubblico.

 

Essendo il desiderio segreto di ciascuno, nessuna difficoltà potrà spegnerne la promessa e potenza di realizzazione (v.30).

Shalôm è pienezza di esistenza salvata, “successo” nel nostro cammino di fioritura attraverso mille imprese.

Shalôm è perfezione e gioia completa, compimento dei desideri.

Vittoria del Patto fra Dio e il popolo. Sintonia e comunione senza fine tra impulso innato della nostra essenza particolare e compimento delle speranze.

Successo dell’Alleanza fra spinta dell’anima e conquiste evolutive sperimentate nella vita reale.

Shalôm [attuazione piena dell’umanità che ritrova se stessa] indica totalità vitale e compiuta di ogni aspirazione.

Qualità di rapporti nuovi che ne scaturiscono: il bene supremo d’una Presenza in atto. Affidata a noi.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

La tua Pace è solco, cammino inconfondibile, eco di Cristo, o fiducia vuota - un’esenzione dalla lotta?

E la tua testimonianza per stabilire Dio sulla terra in cos’è concorrenziale, provocatoria, rinnovata, vivente?

 

 

Pace e Segni. Cittadelle e ideologia di potere

(Lc 19,41-44)

 

Ci piace essere sulla scia della moda o dell’opportunismo, ma respingere la Chiamata del Signore è grande responsabilità.

Bisogna riconoscere la Sua Visita, in Presenza, nell’ispirazione che emerge.

E scrutare i segni, cogliere i momenti di grazia invece di chiudersi ostilmente; non voltare le spalle.

Tutto questo cambia la vita in radice - guida al cuore della storia.

Gesù vuole espugnare le porte chiuse di ogni cittadella; anzitutto dell’osso più duro: Gerusalemme, la città santa.

Il territorio “eterno” è meno capace di accogliere le proposte del Signore - anche quelle sbandierate agli altri ma vissute in proprio con comportamenti qua e là aberranti (che costringono a ripetuti appelli).

Lì, gli estremisti del tornaconto antico o supermoderno restano tutti protesi a presidiare e coprire interessi, privilegi, abitudini, comodità.

Situazione che trascina i problemi stessi - i quali via via diventano cronici.

Non di rado i responsabili astuti rimangono seduti e chiusi nella difesa del mondo che vede solo se stesso, nella perfetta cupidità di ogni cosa vana.

Altro che fermento di conversione, motore della società, germe di vita nuova!

Risultato: la Verità tanto sbandierata rimane spesso ostaggio delle ingiustizie più bieche, che nel quotidiano consumano allegramente i peggiori tradimenti.

 

Anche Gesù si accorgeva della medesima situazione, immarcescibile, la quale produceva degrado e disumanizzazione.

Talora infatti ricerca del divino e tensione umana sono rese vane, a causa di un mondo ufficiale esclusivo, snob o settario - quello del sacro - che sembra sotto il segno di tutt’altra ‘divinità’.

Da parte dei “direttori”, la scelta di una ideologia di potere pasce d’illusioni.

Guida al proselitismo duro, ma conduce al disastro l’intero popolo - vessato, disprezzato, emarginato.

Offuscando lo sguardo, ciò non consente di liberarsi degli idoli più insidiosi che deturpano l’esistenza e la mente.

In tal guisa, l’ottica dirigista, superficiale e violenta, confonde e travia il cammino verso lo Shalôm.

Impossibile rendersi conto della Visita di Dio, nella città perenne della religiosità antica o dell’ideologia élitaria, disincarnata.

Un tempo, ecco trincee, uccisioni e distruzione delle mura e delle case da parte di Nabucodonosor; poi quella romana del 70, cui allude più direttamente il testo.

Ma la previsione lugubre si estende, e forse l’immagine del mucchio di rovine ci riguarda. Fondo storico, meditazione ecclesiale e pastorale.

 

Non di rado l’autorità competente ha continuato purtroppo a condannare Gesù-Pace come un malfattore da espellere.

Ma in filigrana il Cristo oggi si staglia nella posizione di Re, che a malincuore pronuncia una sentenza definitiva.

Forse lo fa persino sui suoi intimi, quando si lasciano andare al compromesso, al degrado ideale, alla corruzione venale [all’adorazione degli idoli].

Dove la salvezza è preparata, offerta e riproposta in modo così intenso ma invano, il rifiuto diventa più doloroso - così per noi e per questo Figlio appassionato, commovente, quasi affranto.

Eppure il ceto degli eletti ed esclusivisti sceglie ugualmente di cadere e rovinare, in tal guisa autodistruggendo la propria gente.

Ricevendo in cambio solo il becchime mondano d’un titolo da appuntarsi.

E nello stesso ‘spirito di permanenza’, rigettando il Messia servitore.

Misconoscendo anche nel tempo l’opera di Bene dei suoi testimoni autentici.

Pertanto, la Città delle città - il grande centro religioso - continuerà a perdere il suo speciale carattere di segno salvatore.

 

Ci sarà un compimento comunque, ma l’anticipazione si realizza ora.

Dunque: siamo col Redentore [resistenza all’oppressione e attività profetica senza acquiescenze] o con Gerusalemme [deviazioni coperte da docilità, amicizia del sovrano, notorietà, premi in denaro]?

Anche oggi è tempo di Visita del Maestro, che bussa e chiede il permesso di entrare, per aprire i sigilli dei grandi interrogativi della storia e della vita.

Il monito è globale, comunitario, e personale; di nuovo con lacrime di padre, di madre e di figlio.

Appello tuttora in fieri - per l’attuale tendenza culturale al nulla, alla resa e all’effimero.

 

L’enciclica Fratelli Tutti denuncia appunto il regresso di un mondo stravagante che - con un senso del “qui e ora” rattrappito - sembra aver imparato poco dalle tragedie del Novecento, sino a riaccendere conflitti anacronistici (nn.11.13).

 

Il Padre ha riservato alla Chiesa un Regno alternativo, e dove essa cerca di occupare il posto di altri, finisce solo per vivere di elemosine da rotocalco, e far stare i suoi figli più stretti.

Meglio non rovinare l’amore. Il farsi valere è maschera di nanerottoli, non virtù dei forti - né di famigliari.

Ma accorgendoci anche dei luoghi di rottura, e recuperando il passo sociale, è con nuovo acume evangelico che potremo rendere il Dio-per-tutti davvero operante e vivo, invece che affranto su di noi.

Ciò con migliore profitto a partire dal suo Popolo: dall’anima delle sue Fraternità di silenziosi agnelli, impegnati non a gestire posizioni, bensì nell’artigianato sine glossa della vita reale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Cosa ritieni sia nascosto ai tuoi occhi, ma precedentemente annunziato - e che piange amaro?

Con quale orientamento sei disposto a vivere nell’«artigianato della Pace», anche famigliare o sociale, mettendo da parte le inimicizie e l’effimero [cf. FT nn. 57. 100. 127. 176. 192. 197. 216-217. 225-236. 240-243. 254-262. 271-272. 278-285]?

 

 

Pace, nella Verità

 

11. Dinanzi ai rischi che l'umanità vive in questa nostra epoca, è compito di tutti i cattolici intensificare, in ogni parte del mondo, l'annuncio e la testimonianza del « Vangelo della pace », proclamando che il riconoscimento della piena verità di Dio è condizione previa e indispensabile per il consolidamento della verità della pace. Dio è Amore che salva, Padre amorevole che desidera vedere i suoi figli riconoscersi tra loro come fratelli, responsabilmente protesi a mettere i differenti talenti a servizio del bene comune della famiglia umana. Dio è inesauribile sorgente della speranza che dà senso alla vita personale e collettiva. Dio, solo Dio, rende efficace ogni opera di bene e di pace. La storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l'umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro. Ciò deve spronare i credenti in Cristo a farsi testimoni convincenti del Dio che è inseparabilmente verità e amore, mettendosi al servizio della pace, in un'ampia collaborazione ecumenica e con le altre religioni, come pure con tutti gli uomini di buona volontà.

[Papa Benedetto, Messaggio per la XXXIX Giornata Mondiale per la Pace, 2006]

Lunedì, 27 Aprile 2026 03:26

Non rifugiatevi in mondi paralleli

 

سَلامي أُعطيكُم 

[Vi do la mia pace!] (Gv 14,27), ci dice Cristo Gesù […]

Conosco le vostre difficoltà nella vita quotidiana, a causa della mancanza di stabilità e di sicurezza, della difficoltà di trovare un lavoro o ancora del sentimento di solitudine e di emarginazione. In un mondo in continuo movimento, siete messi a confronto con numerose e gravi sfide. Anche la disoccupazione e la precarietà non devono spingervi ad assaggiare il «miele amaro» dell'emigrazione, con lo sradicamento e la separazione in cambio di un futuro incerto. Per voi si tratta di essere protagonisti del futuro del vostro Paese, e di occupare il vostro ruolo nella società e nella Chiesa.

Voi avete un posto privilegiato nel mio cuore e nella Chiesa intera perché la Chiesa è sempre giovane! La Chiesa ha fiducia in voi. Conta su di voi. Siate giovani nella Chiesa! Siate giovani con la Chiesa! La Chiesa ha bisogno del vostro entusiasmo e della vostra creatività! La giovinezza è il momento in cui si aspira a grandi ideali e il periodo in cui si studia per prepararsi ad un mestiere ed ad un futuro. Ciò è importante e richiede tempo. Cercate ciò che è bello, e abbiate il gusto di fare ciò che è bene! Testimoniate la grandezza e la dignità del vostro corpo che «è per il Signore» (1 Cor 6,13). Abbiate la delicatezza e la rettitudine dei cuori puri! Nella scia del beato Giovanni Paolo II, anch’io vi ripeto: «Non abbiate paura. Aprite le porte dei vostri spiriti e dei vostri cuori a Cristo!». L'incontro con Lui «dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Enc. Deus caritas est, 1). In Lui, troverete la forza e il coraggio per avanzare sulle strade della vostra vita, superando le difficoltà e la sofferenza. In Lui, troverete la sorgente della gioia. Cristo vi dice: سَلامي أُعطيكُم [Vi do la mia pace!]. Qui è la vera rivoluzione portata da Cristo, quella dell'amore.

Le frustrazioni presenti non devono condurvi a rifugiarvi in mondi paralleli come quelli, tra gli altri, delle droghe di ogni tipo, o quello della tristezza della pornografia. Quanto alle reti sociali, esse sono interessanti ma possono facilmente trascinarvi alla dipendenza e alla confusione tra il reale e il virtuale. Cercate e vivete relazioni ricche di amicizia vera e nobile. Abbiate iniziative che diano senso e radici alla vostra esistenza, contrastando la superficialità e il facile consumismo! Voi siete sottoposti ugualmente ad un'altra tentazione, quella del denaro, questo idolo tirannico che acceca al punto da soffocare la persona e il suo cuore. Gli esempi che vi circondano non sono sempre i migliori. Molti dimenticano l'affermazione di Cristo che dice che non si può servire Dio e il denaro (cfr Lc 16,13). Cercate dei buoni maestri, delle guide spirituali che sappiano indicarvi la strada della maturità, lasciando ciò che è illusorio, ciò che è apparenza e menzogna.

Siate i portatori dell'amore di Cristo! Come? Volgendovi senza riserve verso Dio, suo Padre, che è la misura di ciò che è giusto, vero e buono. Meditate la Parola di Dio! Scoprite l'interesse e l'attualità del Vangelo. Pregate! La preghiera, i Sacramenti sono i mezzi sicuri ed efficaci per essere cristiani e vivere «radicati e costruiti su di lui [su Cristo], saldi nella fede » (Col 2,7). L'Anno della fede che sta per iniziare sarà l'occasione per scoprire il tesoro della fede ricevuta con il Battesimo. Potete approfondire il suo contenuto grazie allo studio del Catechismo, affinché la vostra fede sia viva e vissuta. Allora diventerete, per gli altri, testimoni dell'amore di Cristo. In Lui, tutti gli uomini sono nostri fratelli. La fraternità universale che Egli ha inaugurato sulla Croce riveste di una luce splendente ed esigente la rivoluzione dell'amore. «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34). Questo è il testamento di Gesù ed il segno del cristiano. Questa è la vera rivoluzione dell'amore!

E dunque, Cristo vi invita a fare come Lui, ad accogliere l'altro senza riserve, anche se appartiene ad una cultura, religione, nazione differente. Fargli posto, rispettarlo, essere buoni verso di lui, rende sempre più ricchi di umanità e forti della pace del Signore. So che molti tra voi partecipano alle diverse attività promosse dalle parrocchie, dalle scuole, dai movimenti, dalle associazioni. È bello impegnarsi con e per gli altri. Vivere insieme momenti di amicizia e di gioia permette di resistere ai germi di divisione, sempre da combattere! La fraternità è un anticipo del Cielo! E la vocazione del discepolo di Cristo è di essere «lievito» nella pasta, come affermava san Paolo: «Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta» (Gal 5,9). Siate i messaggeri del Vangelo della vita e dei valori della vita. Resistete coraggiosamente a tutto ciò che la nega: l'aborto, la violenza, il rifiuto e il disprezzo dell'altro, l'ingiustizia, la guerra. Così facendo diffonderete la pace intorno a voi. Non sono forse gli «operatori di pace» coloro che alla fine ammiriamo di più? Non è forse la pace il bene prezioso che tutta l'umanità ricerca? Non è forse un mondo di pace che vogliamo nel più profondo per noi e per gli altri? سَلامي أُعطيكُم [Vi do la mia pace!] ha detto Gesù. Egli ha vinto il male non mediante un altro male, ma prendendolo su di Sé ed annientandolo sulla croce mediante l'amore vissuto fino alla fine. Scoprire in verità il perdono e la misericordia di Dio, permette sempre di ripartire verso una vita nuova. Non è facile perdonare. Ma il perdono di Dio dà la forza della conversione, e la gioia di perdonare a propria volta. Il perdono e la riconciliazione sono vie di pace, ed aprono un futuro.

Cari amici, molti tra voi si chiedono certamente in modo più o meno consapevole: Che cosa Dio si aspetta da me? Qual è il suo progetto per me? Non vorrei annunciare al mondo la grandezza del suo amore mediante il sacerdozio, la vita consacrata o il matrimonio? Forse Cristo mi chiama a seguirlo più da vicino? Accogliete con fiducia queste domande. Trovate il tempo per riflettere su di esse e chiedere luce. Rispondete all’invito, offrendovi ogni giorno a Colui che vi chiama ad essere suoi amici. Cercate di seguire con cuore e generosità Cristo che, per amore, ci ha riscattati e ha dato la vita per ciascuno di noi. Conoscerete una gioia ed una pienezza insospettate! Rispondere alla vocazione di Cristo su di sé: qui sta il segreto della vera pace.

[Papa Benedetto, Incontro con i giovani del Libano a Beirut 15 settembre 2012]

Lunedì, 27 Aprile 2026 03:22

Diritto Naturale e Pace

5. Fin dagli albori della civiltà i raggruppamenti umani che venivano formandosi ebbero cura di stabilire tra loro intese e patti che evitassero l’arbitrario uso della forza e consentissero il tentativo di una soluzione pacifica delle controversie via via insorgenti. Accanto agli ordinamenti giuridici dei singoli popoli si costituì così progressivamente un altro complesso di norme, che fu qualificato col nome di ius gentium (diritto delle genti). Col passare del tempo, esso venne estendendosi e precisandosi alla luce delle vicende storiche dei vari popoli.

Questo processo subì una forte accelerazione con la nascita degli Stati moderni. A partire dal XVI secolo giuristi, filosofi e teologi si impegnarono nella elaborazione dei vari capitoli del diritto internazionale, ancorandolo a postulati fondamentali del diritto naturale. In questo cammino presero forma, con forza crescente, principi universali che sono anteriori e superiori al diritto interno degli Stati, e che tengono in conto l’unità e la comune vocazione della famiglia umana.

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XXXVII Giornata Mondiale della Pace]

Lunedì, 27 Aprile 2026 03:10

Tribolazioni Affidamento Pace

Nelle inevitabili «tribolazioni della vita» il cristiano deve affidarsi al Signore nella preghiera, con la certezza di ricevere quella «vera pace» che infonde «coraggio e speranza». Lo ha detto Papa Francesco nella messa celebrata martedì mattina, 5 maggio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Nella liturgia di oggi — ha fatto subito notare Francesco — ci sono tre parole che possono aiutarci nel nostro cammino di fede e di speranza». Così, ha spiegato, nella preghiera colletta «all’inizio della messa abbiamo chiesto al Signore di rafforzare la nostra fede e la nostra speranza». E «queste tre parole che vengono in queste letture sono “tribolazioni”, “affidamento” e “pace”».

Il Papa ha richiamato quanto accadde a Paolo, secondo il racconto degli Atti degli apostoli (14, 19-28): dopo essere stato bastonato, fu trascinato fuori dalla città per essere lapidato. E «quelli che lo perseguitavano hanno creduto che fosse morto». Dunque, Paolo «ha sofferto», ma poi, «quando si è ripreso», ha dato il consiglio di restare «saldi nella fede perché dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Francesco ha ricordato che «nella vita ci aspettano le tribolazioni: è parte della vita passare per momenti bui, momenti difficili».

Ma il consiglio di Paolo «di entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni non è un atteggiamento sadomasochista: è proprio la lotta cristiana». E la ragione, ha spiegato il Pontefice, è che, come dice Gesù, «il principe di questo mondo viene, è vicino e cerca di staccarci proprio dal regno di Dio, dalla parola di Gesù, dalla fede, dalla speranza». Per questo «abbiamo chiesto al Signore di rafforzare la fede e la speranza».

«Le tribolazioni» ci sono, dunque. Ma Gesù ci incoraggia ad avere coraggio: «Io ho vinto il mondo». E «lui è proprio sopra le tribolazioni, lui ci aiuta ad andare avanti». Significative, in proposito, sono le parole scelte da Gesù per spiegare «la parabola del seminatore»: quando «parla del seme che cade in terreno sassoso dice: è come una persona che riceve la parola con gioia e poi nel momento della tribolazione non se la sente, si scoraggia e viene meno».

Ecco allora il senso di «sopportare le tribolazioni». E «sopportare», ha affermato Francesco, «è una parola che Paolo usa tanto: è più di avere pazienza, è portare sulle spalle, portare il peso delle tribolazioni». Anche «la vita del cristiano ha dei momenti così». Ma «Gesù ci dice: “Abbiate coraggio in quel momento. Io ho vinto, anche voi sarete vincitori”». Così «questa prima parola ci illumina» per affrontare «i momenti più difficili della vita, quei momenti che ci fanno anche soffrire».

Francesco ha poi ricordato che Paolo, «dopo aver dato questo consiglio, organizza quella Chiesa, prega sui presbiteri, impone le mani e li affida al Signore». Ed ecco, dunque, la seconda parola: «affidamento». Infatti «un cristiano può portare avanti le tribolazioni e anche le persecuzioni affidandosi al Signore: soltanto lui è capace di darci la forza, di darci la perseveranza nella fede, di darci la speranza».

Bisogna saper «affidare al Signore qualcosa, affidare al Signore questo momento difficile, affidare al Signore me stesso, affidare al Signore i nostri fedeli, noi sacerdoti, vescovi, affidare al Signore le nostre famiglie, i nostri amici». Bisogna saper dire al Signore: «Prenditi cura di questi, sono i tuoi».

Però, ha messo in evidenza il Papa, è «una preghiera che non sempre noi facciamo: la preghiera di affidamento». È una bella preghiera cristiana quella di chi dice: «Signore ti affido questo, portalo tu avanti». È «l’atteggiamento della fiducia nel potere del Signore, anche nella tenerezza del Signore che è Padre». Perciò «quando si fa questa preghiera — ma vera, dal cuore — si sente che questa persona che è stata affidata al Signore è sicura: lui non delude mai».

Insomma, «la tribolazione ti fa soffrire, l’affidamento al Signore ti dà speranza e, di qua, viene la terza parola: la pace». Tutto questo, ha rimarcato il Pontefice, «ti dà pace». Ed è anche «quello che Gesù dice come congedo proprio ai suoi discepoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”», come si legge nel passo evangelico di Giovanni (14, 27-31) tratto dalla liturgia del giorno. Ma, ha avvertito Francesco, non si tratta di «una pace, una semplice tranquillità». Gesù tiene a precisare: «Io do una pace che non è quella che ti dà il mondo», quella cioè che può dare una certa condizione di tranquillità. Invece la pace che viene da Gesù «va dentro», è «una pace che ti dà anche forza, che rafforza quello che oggi abbiamo chiesto al Signore: la nostra fede e la nostra speranza».

In conclusione il Pontefice ha riproposto le «tre parole» che hanno scandito la sua riflessione: «tribolazioni, affidamento, pace». Non bisogna mai dimenticare che «nella vita dobbiamo andare su strade di tribolazione», perché «è la legge della vita»; ma ci si deve sempre ricordare proprio «in quei momenti» di «affidarsi al Signore». E «lui ci risponde con la pace». Infatti «il Signore è Padre che ci ama tanto e mai delude» ha riaffermato il Papa. E ha proseguito chiedendo che Dio «rafforzi la nostra fede e la nostra speranza», dandoci «la fiducia di vincere le tribolazioni, perché lui ha vinto il mondo», e «donando a tutti la sua pace».

[Papa Francesco, omelia s. Marta, in L’Osservatore Romano 06/05/2015]

Generatrici dal basso

(Gv 14,21-26)

 

L’amore del Padre ci unisce a Cristo attraverso una chiamata che si manifesta onda su onda. E su tale sentiero il Figlio stesso si rivela.

«I miei comandamenti» [v.21: genitivo soggettivo] è un’espressione teologica che designa la stessa Persona del Risorto in atto.

‘Persona’ dispiegata nella storia degli uomini grazie al suo Corpo mistico: il variegato Popolo di Dio, la cui poliedricità è valore aggiunto - non limite o contaminazione della purezza.

Beninteso, l’Amore è l’unica realtà che non si può “comandare”.

Ma Gesù lo designa e propugna tale per sottolineare il distacco dal Patto del Sinai, che riassume ma sostituisce.

La forma plurale «comandamenti» riconosce il ventaglio delle svariate forme di scambievolezza e personalizzazione dell’amore.

Nessun orientamento, dottrina, codice, potrà mai superarlo, o viceversa renderlo paludoso.

 

Gli Apostoli, condizionati dalla mentalità religiosa convenzionale - tutta passerelle - s’interrogano circa l’atteggiamento di Gesù, modesto e poco incline allo spettacolo (v.22).

Non accettano un Messia che non s’imponga all’attenzione di tutti, non stupisca il mondo, non urli proclami da forsennato.

Il Maestro preferisce che nella sua Parola riconosciamo una corrispondenza attiva con il desiderio di vita integrale che portiamo dentro (vv.23-24).

In detto Appello si annida infatti una simpatia, un’intesa, una freccia, una vigoria efficiente e creatrice, che si rende Fuoco e solidità di Presenza personale.

A partire dall’interno, al contempo fievole e squillante.

 

Nella cultura forense antica, «Paraclito» (v.26) era detto il personaggio eminente dell’assemblea - oggi diremmo una sorta di avvocato - che senza nulla dire si poneva accanto per giustificare l’imputato.

Tale attributo dello Spirito allude a un’intensità, intimo fondamento e reciprocità di Relazione silenziosa che si fa Persona, e sa dove andare.

Compagno che approva; che conduce il cuore, il carattere, la vita stessa, non alla gogna, bensì alla piena fioritura di noi stessi.

Esperienza che avviene senza terremoti, tuoni e folgori - parziali - ma attraverso l’azione dello Spirito che interiorizza, accompagna, nutre, rende aggiornata e viva l’interpretazione della Parola (v.26).

Il Messaggio dei Vangeli ha una radice generatrice che non può ridursi a un’esperienza unilaterale e ingombrante, tutta codificata e moralista ma vuota come nelle situazioni settarie, sempre in lotta con se stesse e il mondo.

 

Avventurandosi nel proprio Esodo, ciascuno scopre risorse celate e un amplificarsi di prospettive che dilatano e completano l’essere, allargando l’esperienza del carattere vocazionale che gli corrisponde.

Tra vita in cammino e Parola di Dio - regola d’oro che regala autostima - si accende una comprensione impredicibile, versatile, eclettica, non a senso unico, la quale travalica le concatenazioni identitarie.

Nella sua portata, il Richiamo rimane identico, ma nel tempo espande la consapevolezza delle sue sfaccettature - appunto, integrandole.

Espressività ricche e non già ratificate, Creatore e creatura non si esternano autenticamente in modo fisso, sancito, e in riferimento a un codice dottrina-disciplina, ma nella libertà eccedente della vita.

Realtà plausibile nell’avventura di Fede, ma che farebbe impazzire ogni religione esterna.

 

 

[Lunedì 5.a sett. di Pasqua, 4 maggio 2026]

Generatrici dal basso

(Gv 14,21-26)

 

L’amore del Padre ci unisce a Cristo attraverso una chiamata che si manifesta onda su onda. E su tale sentiero il Figlio stesso si rivela, anche grazie alla vita di comunità genuina.

Il passo di Vangelo riflette la catechesi a domande e risposte tipica delle comunità giovannee dell’Asia Minore, impegnate a interrogarsi: stavolta il tema dell’incomprensione è introdotta da Giuda, non l’Iscariota.

Anche i giudei avevano atteso un’uscita pubblica eloquente, per credere alla condizione divina di Gesù di Nazaret. Forse una manifestazione così dimessa non poteva che generare scetticismo.

Come mai in Lui si resta nella sfera del nascondimento, e i suoi stessi intimi non si scatenano nelle reazioni? Non sarebbe opportuno un colpo di scena aperto e sensazionale?

E perché vivere dal di dentro le difficoltà? Poi, come mai le relazioni considerate “importanti” erano valutate con avversione crescente, estranee, irritanti?

Ebbene, il messianismo vulnerabile del Cristo - in apparenza difensivo, evitante - non è del genere che dissipa i dubbi.

Egli permaneva spoglio. Così non ha smarrito la propria naturalità; quasi avesse percepito il pericolo delle aberrazioni altisonanti, tutte esterne.

Il Messia autentico proteggeva la sua identità, il suo carattere umano, spirituale, missionario. In tal guisa ha evitato tutti i titoli gloriosi eccessivi previsti nella cultura teologica nell’antico Israele.

 

La vita di Fede in noi continua anch’essa invisibile: non circondata di miracoli esteriori e sensazioni forti; piuttosto, innervata di convincimenti (riconosciuti in se stessi).

Nel tempo della nuova relazione con Dio e i fratelli, l’antico concetto di Unto del Signore che osserva e impone a tutte le nazioni la Legge del popolo eletto (con forza) non ha alcun rilievo.

In qualsiasi condizione e latitudine, Dio è sempre presente e operante, a partire dal nucleo, per farci ritrovare il respiro dell’essere.

Il Padre, il Figlio, e i credenti, formano nella mutua conoscenza un circolo di amore, reciprocità e ubbidienza a maglie larghe, mediante risposte libere non stereotipe né paralizzanti.

Non parcellizzate su dettagli e casistiche, bensì centrate su opzioni fondamentali.

 

«I miei comandamenti» [v.21: genitivo soggettivo] è un’espressione teologica che designa la stessa Persona del Risorto in atto.

‘Persona’ dispiegata nella storia degli uomini grazie al suo Corpo mistico: il variegato Popolo di Dio, la cui poliedricità è valore aggiunto - non limite o contaminazione della purezza.

Beninteso, l’Amore è l’unica realtà che non si può “comandare”.

Ma Gesù lo designa e propugna tale per sottolineare il distacco dal Patto del Sinai, che riassume eppur sostituisce.

La forma plurale «comandamenti» riconosce il ventaglio delle svariate forme di scambievolezza e personalizzazione dell’amore.

Nessun orientamento, dottrina, codice, potrà mai superarlo, o viceversa renderlo paludoso.

 

Nei Vangeli si parla di amore non in termini di sentimento [di emozione soggetta a flessioni, o che si regola sulla base delle perfezioni dell’amato] ma come azione reale, gesto che fa sentire l’altro libero e adeguato.

Il Popolo di Dio riflette Cristo nella misura in cui sviluppa il proprio destino vivendo totalmente di dono, risposta, scambio, e sovrabbondare nella Gratuità.

Tutto ciò in modo vieppiù inedito per ciascuna persona, per ogni situazione micro e macro-relazionale, età della vita, caratteristiche, tipologia di difetti, o paradigma culturale vigente.

Insomma, il Signore non gradisce che c’innalziamo staccandoci dalla terra e dai fratelli: l’onore dovuto al Padre è quello che porgiamo ai suoi figli.

Quindi non c’è bisogno di sollevarsi per vie di osservanza ascetica [“salire” come al piano superiore: l’ascensore è solo discendente].

 

È Lui che si rivela, proponendosi a noi: questa la sua letizia.

Viene giù dal “cielo”.

Si manifesta in noi stessi e dentro le pieghe della storia, palesando il desiderio di fondersi con la nostra vita (v.21) per accrescerla, completarla, e potenziarne le capacità [in termini qualitativi].

Gli Apostoli, condizionati dalla mentalità religiosa convenzionale - tutta passerelle - s’interrogano circa l’atteggiamento di Gesù, modesto e poco incline allo spettacolo (v.22).

Non accettano un Messia che non s’imponga all’attenzione di tutti, non stupisca il mondo, non urli proclami da forsennato.

Il Maestro preferisce che nella sua Parola riconosciamo una corrispondenza attiva con il desiderio di vita integrale che portiamo dentro (vv.23-24).

Tale Logos-evento va assunto nell’essere, quale Richiamo distinto dai luoghi comuni del pensiero diffuso, conformista, altrui.

In detto Appello si annida infatti una simpatia, un’intesa, una freccia, una vigoria efficiente e creatrice, che si rende Fuoco e solidità di Presenza personale, a partire dall’interno - al contempo fievole e squillante.

 

Nella cultura forense antica, «Paraclito» (v.26) era detto il personaggio eminente dell’assemblea - oggi diremmo una sorta di avvocato - che senza nulla dire si poneva accanto per giustificare l’imputato.

[Quest’ultimo poteva essere colpevole, ma meritevole di perdono; però aveva bisogno di una sorta di pubblico garante che ne garantisse la sorte. Ovvero poteva essere innocente, ma impossibilitato o incapace di trovare testimoni a suo favore che lo scagionassero…]

Tale attributo dello Spirito allude a un’intensità, intimo fondamento e reciprocità di Relazione silenziosa che si fa Persona, e sa dove andare.

Compagno che approva; che conduce il cuore, il carattere, la vita stessa, non alla gogna, bensì alla piena fioritura di noi stessi.

Grazie al Suo sostegno non c’incantiamo di ruoli altisonanti, parole forti; formule, impressioni, sentimenti tumultuosi: entriamo nella profondità esigente, compiuta, dell’Amore.

Allarghiamo il campo. Accogliamo una immagine guida diversa, che incalza e coglie di sorpresa, ma sottilmente. Essa non rinfaccia, né ci sgrida.

Esperienza che avviene senza terremoti, tuoni e folgori - parziali - ma attraverso l’azione dello Spirito che interiorizza, accompagna, nutre, rende aggiornata e viva l’interpretazione della Parola (v.26).

Il Messaggio dei Vangeli ha una radice generatrice che non può ridursi a un’esperienza unilaterale e ingombrante; tutta codificata e moralista ma vuota come nelle situazioni settarie, sempre in lotta con se stesse e il mondo. 

Avventurandosi nel proprio Esodo, ciascuno scopre risorse celate e un amplificarsi di prospettive che dilatano e completano l’essere, allargando l’esperienza del carattere vocazionale che gli corrisponde.

Tra vita in cammino e Parola di Dio - regola d’oro che infonde autostima - si accende una comprensione impredicibile, versatile, eclettica, non a senso unico, la quale travalica le concatenazioni identitarie.

Nella sua portata, il Richiamo rimane identico, ma nel tempo espande la consapevolezza delle sue sfaccettature - appunto, integrandole.

Espressività ricche e non già ratificate, Creatore e creatura non si esternano autenticamente in modo fisso, sancito, e in riferimento a un codice dottrina-disciplina, ma nella libertà eccedente della vita.

Anche oggi, al soverchiare dei nuovi bisogni e quesiti, si affaccia un sovrabbondare appropriato di nuove risposte - finalmente anche da parte del Magistero.

Plausibili nell’avventura di Fede, ma che farebbero impazzire ogni religione esterna.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Riconosci l’Opera dello Spirito o la rifiuti come una seccatura? Cosa ti colpisce del nuovo Magistero?

Ritrovi questa impostazione nell’Annuncio, nella Catechesi, nell’Animazione, nella Pastorale e nel tuo stesso Cammino?

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Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)

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