Dic 22, 2025 Scritto da 

Lumen ad revelationem gentium

1. Lumen ad revelationem gentium: Luce per illuminare le genti (cfr Lc 2, 32).

Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù fu portato da Maria e Giuseppe al Tempio per essere presentato al Signore (cfr Lc 2, 22), secondo quanto è scritto nella Legge di Mosè: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2, 23); e per offrire in sacrificio “una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge” (Lc 2, 24).

Nel ricordare questi eventi, la liturgia segue intenzionalmente e con precisione il ritmo degli avvenimenti evangelici: la scadenza dei quaranta giorni dalla nascita di Cristo. Altrettanto farà in seguito per quanto concerne il periodo che va dalla risurrezione all’ascensione al cielo.

Tre elementi fondamentali emergono nell’evento evangelico che oggi si celebra: il mistero della venuta, la realtà dell’incontro e la proclamazione della profezia.

2. Innanzitutto il mistero della venuta. Le letture bibliche, che abbiamo ascoltato sottolineano la straordinarietà di questa venuta di Dio: lo annuncia con trasporto e gioia il profeta Malachia, la canta il Salmo responsoriale, la descrive il testo del Vangelo secondo Luca. Basta, ad esempio, porsi in ascolto del Salmo responsoriale: “Sollevate, porte, i vostri frontali . . ., ed entri il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore potente in battaglia . . . Il Signore degli eserciti è il re della gloria” (Sal 23, 7-8.10).

Entra nel Tempio di Gerusalemme l’atteso per secoli, Colui che è il compimento delle promesse dell’Antica Alleanza: il Messia annunziato. Il Salmista lo chiama “Re della gloria”. Solo più tardi diverrà chiaro che il suo Regno non è di questo mondo (cfr Gv 18, 36) e che quanti appartengono a questo mondo stanno preparando per Lui, non una corona regale, ma una corona di spine.

La liturgia, tuttavia, guarda oltre. Vede in quel Bimbo di quaranta giorni la “luce” destinata ad illuminare le nazioni e lo presenta come la “gloria” del popolo d’Israele (cfr Lc 2, 32). Egli è Colui che dovrà sconfiggere la morte, come annuncia la Lettera agli Ebrei, spiegando il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’Egli ne è divenuto partecipe” (Eb 2, 14), avendo assunto la natura umana.

Dopo aver descritto il mistero dell’Incarnazione, l’Autore della Lettera agli Ebrei presenta quello della Redenzione: “Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2, 17-18). Ecco una profonda e toccante presentazione del mistero di Cristo. Il brano della Lettera agli Ebrei ci aiuta a comprendere meglio perché questa venuta a Gerusalemme del neonato Figlio di Maria sia un evento decisivo per la storia della salvezza. Il Tempio fin dalla sua costruzione attendeva in un modo del tutto singolare Colui che era stato promesso. La sua venuta riveste, pertanto, un significato sacerdotale: “Ecce sacerdos magnus”; ecco, il vero ed eterno sommo Sacerdote entra nel Tempio.

3. Il secondo elemento caratteristico dell’odierna Celebrazione è la realtà dell’incontro. Anche se nessuno è ad attendere Giuseppe e Maria che giungono, confusi tra la gente, con il piccolo Gesù, nel Tempio di Gerusalemme avviene qualcosa di molto singolare. Qui essi incontrano delle persone guidate dallo Spirito Santo: l’anziano Simeone, del quale scrive san Luca: “Uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore” (Lc 2, 25-26), e la profetessa Anna che, avendo vissuto “col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova . . . Aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal Tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere” (Lc 2, 36-37). L’Evangelista prosegue: “Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme” (Lc 2, 38).

Simeone ed Anna: un uomo e una donna, rappresentanti dell’Antica Alleanza che, in un certo senso, avevano vissuto l’intera loro esistenza in vista del momento in cui il Tempio di Gerusalemme sarebbe stato visitato dall’atteso Messia. Simeone ed Anna comprendono che il momento è finalmente giunto e, rassicurati dall’incontro, possono affrontare con la pace nel cuore l’ultimo tratto della loro vita: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza” (Lc 2, 29-30).

In questo incontro discreto le parole ed i gesti esprimono efficacemente la realtà dell’evento che si compie. La venuta del Messia non è passata inosservata. È stata riconosciuta mediante lo sguardo penetrante della fede, che il vecchio Simeone manifesta nelle sue toccanti parole.

4. Il terzo elemento che emerge in questa festa è la profezia: oggi risuonano parole davvero profetiche. Con il cantico ispirato di Simeone la Liturgia delle Ore conclude ogni giorno la giornata: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza . . ., luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele” (Lc 2, 29-32).

L’anziano Simeone aggiunge rivolto a Maria: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 34-35).

Così, dunque, mentre siamo ancora all’alba della vita di Gesù, siamo già orientati al Calvario. È sulla croce che Gesù si confermerà in modo definitivo come segno di contraddizione, ed è là che il cuore della Madre verrà trafitto dalla spada del dolore. Tutto ci è detto fin dall’inizio, nel quarantesimo giorno dopo la nascita di Gesù, nella festa della presentazione di Gesù al Tempio, assai importante nella liturgia della Chiesa.

5. Carissimi Fratelli e Sorelle! L’odierna ricorrenza si arricchisce quest’anno di un nuovo significato. Per la prima volta, infatti, celebriamo la Giornata della Vita Consacrata.

A tutti voi, cari Religiosi e Religiose, ed a voi, cari Fratelli e Sorelle membri degli Istituti Secolari e delle Società di Vita Apostolica, è affidato il compito di proclamare con la parola e con l’esempio il primato dell’Assoluto su ogni realtà umana. È un impegno urgente in questo nostro tempo, che non di rado sembra avere smarrito il senso autentico di Dio. Come ho ricordato nel Messaggio a voi diretto per questa prima Giornata della Vita consacrata, ai nostri giorni “c’è davvero una grande urgenza che la vita consacrata si mostri sempre più “piena di gioia e di Spirito Santo”, si spinga con slancio sulle vie della missione, si accrediti in forza della testimonianza vissuta, giacché “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni” (Giovanni Paolo II, Messaggio per la I Giornata della Vita consacrata, 6 genn. 1997). Possa la vostra missione nella Chiesa e nel mondo essere luce e sorgente di speranza.

Insieme con l’anziano Simeone e con la profetessa Anna andiamo incontro al Signore nel suo Tempio. Accogliamo la luce della sua Rivelazione, impegnandoci a diffonderla verso i nostri fratelli, in vista dell’ormai prossimo Grande Giubileo del Duemila.

Ci accompagni la Vergine Santa,
Madre della Speranza e della gioia,
e ottenga per tutti i credenti
di essere testimoni della salvezza,
che Dio ha preparato davanti a tutti i popoli
nel suo Figlio incarnato, Gesù Cristo,
luce per illuminare le genti
e gloria del suo popolo Israele.
Amen!

[Papa Giovanni Paolo II, omelia 2 febbraio 1997]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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And this is the problem: when the People put down roots in the land and are the depository of the Law, they are tempted to place their security and joy in something that is no longer the Word of God: in possessions, in power, in other ‘gods’ that in reality are useless, they are idols. Of course, the Law of God remains but it is no longer the most important thing, the rule of life; rather, it becomes a camouflage, a cover-up, while life follows other paths, other rules, interests that are often forms of egoism, both individual and collective. Thus religion loses its authentic meaning, which is to live listening to God in order to do his will — that is the truth of our being — and thus we live well, in true freedom, and it is reduced to practising secondary customs which instead satisfy the human need to feel in God’s place. This is a serious threat to every religion which Jesus encountered in his time and which, unfortunately, is also to be found in Christianity. Jesus’ words against the scribes and Pharisees in today’s Gospel should therefore be food for thought for us as well (Pope Benedict)
Ed ecco il problema: quando il popolo si stabilisce nella terra, ed è depositario della Legge, è tentato di riporre la sua sicurezza e la sua gioia in qualcosa che non è più la Parola del Signore: nei beni, nel potere, in altre ‘divinità’ che in realtà sono vane, sono idoli. Certo, la Legge di Dio rimane, ma non è più la cosa più importante, la regola della vita; diventa piuttosto un rivestimento, una copertura, mentre la vita segue altre strade, altre regole, interessi spesso egoistici individuali e di gruppo. E così la religione smarrisce il suo senso autentico che è vivere in ascolto di Dio per fare la sua volontà - che è la verità del nostro essere - e così vivere bene, nella vera libertà, e si riduce a pratica di usanze secondarie, che soddisfano piuttosto il bisogno umano di sentirsi a posto con Dio. Ed è questo un grave rischio di ogni religione, che Gesù ha riscontrato nel suo tempo, ma che si può verificare, purtroppo, anche nella cristianità. Perciò le parole di Gesù nel Vangelo di oggi contro gli scribi e i farisei devono far pensare anche noi (Papa Benedetto)
Salt, in the cultures of the Middle East, calls to mind several values such as the Covenant, solidarity, life and wisdom. Light is the first work of God the Creator and is a source of life; the word of God is compared to light (Pope Benedict)
Il sale, nella cultura mediorientale, evoca diversi valori quali l’alleanza, la solidarietà, la vita e la sapienza. La luce è la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce (Papa Benedetto)
Even after his failure even in Nazareth (vv.1-6) - his heralds gladly confused the Servant [who was educating them] with the victorious, sighed, respected and glorious Messiah…
Ancora dopo il suo fallimento persino a Nazareth (vv.1-6) - i suoi banditori hanno ben volentieri confuso il Servo [che li stava educando] col Messia vincitore, sospirato, rispettato e glorioso…
During more than 40 years of his reign, Herod Antipas had created a class of functionaries and a system of privileged people who had in their hands the government, the tax authorities, the economy, the justice, every aspect of civil and police life, and his command covered the territory extensively…
Durante più di 40 anni di regno, Erode Antipa aveva creato una classe di funzionari e un sistema di privilegiati che avevano in pugno il governo, il fisco, l’economia, la giustizia, ogni aspetto della vita civile e di polizia, e il suo comando copriva capillarmente il territorio…

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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don Giuseppe Nespeca

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