Feb 17, 2025 Scritto da 

Il Primo e il Servo

1. "Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto "(Mt 12, 18, cfr Is 42, 1- 4).

Il tema del Messaggio di questa 40a Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni ci invita a tornare alle radici della vocazione cristiana, alla storia del primo chiamato del Padre, il Figlio Gesù. Egli è "il servo" del Padre, profeticamente annunciato come colui che il Padre ha scelto e plasmato fin dal seno materno (cfr Is 49, 1-6), il prediletto che il Padre sostiene e di cui si compiace (cfr Is 42, 1-9), nel quale ha posto il suo spirito e a cui ha trasmesso la sua forza (cfr Is 49, 5) e che esalterà (cfr Is 52, 13-53,12).

Appare subito evidente il radicale senso positivo, che il testo ispirato dà al termine "servo". Mentre, nell'attuale cultura, colui che serve è considerato inferiore, nella storia sacra il servo è colui che è chiamato da Dio a compiere una particolare azione di salvezza e redenzione, colui che sa d'avere ricevuto tutto quel che ha ed è, e che dunque si sente anche chiamato a porre al servizio degli altri quanto ha ricevuto.

Il servizio nella Bibbia è sempre legato a una chiamata specifica che viene da Dio, e proprio per questo rappresenta il massimo compimento della dignità della creatura, o ciò che ne evoca tutta la dimensione misteriosa e trascendente. Così è stato anche nella vita di Gesù, il Servo fedele chiamato a compiere l'universale opera della redenzione.

2. "Come Agnello condotto al macello . . . " (Is 53, 7).

Nella Sacra Scrittura c'è un forte ed evidente legame tra servizio e redenzione, come pure tra servizio e sofferenza, tra Servo e Agnello di Dio. Il Messia è il Servo sofferente che si carica sulle spalle il peso del peccato umano, è l'Agnello "condotto al macello" (Is 53, 7) per pagare il prezzo delle colpe commesse dall'umanità e rendere così ad essa il servizio di cui più abbisogna. Il Servo è l'Agnello che, "maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca" (Is 53, 7), mostrando così una straordinaria forza: quella di non reagire al male con il male, ma di rispondere al male con il bene.

E' la mite energia del servo, che trova in Dio la sua forza e che da Lui, proprio per questo, è reso "luce delle nazioni" e operatore di salvezza (cfr Is 49, 5-6). La vocazione al servizio è sempre, misteriosamente, vocazione a prender parte in modo molto personale, anche costoso e sofferto, al ministero della salvezza.

3. ". . . come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire " (Mt 20, 28).

Gesù è davvero il modello perfetto del "servo" di cui parla la Scrittura. Egli è colui che s'è spogliato radicalmente di sé per assumere "la condizione di servo" (Fil 2, 7), e dedicarsi totalmente alle cose del Padre (cfr Lc 2, 49), quale Figlio prediletto in cui il Padre si compiace (cfr Mt 17, 5). Gesù non è venuto per esser servito, "ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20, 28); ha lavato i piedi dei suoi discepoli e ha obbedito al progetto del Padre fino alla morte e alla morte di croce (cfr Fil 2, 8). Per questo il Padre stesso lo ha esaltato dandogli un nome nuovo e facendolo Signore del cielo e della terra (cfr Fil 2, 9-11).

Come non leggere nella vicenda del "servo Gesù" la storia d'ogni vocazione, quella storia pensata dal Creatore per ogni essere umano, storia che inevitabilmente passa attraverso la chiamata a servire e culmina nella scoperta del nome nuovo, pensato da Dio per ciascuno? In tale "nome" ciascuno può cogliere la propria identità, orientandosi verso una realizzazione di se stesso che lo renderà libero e felice. Come non leggere, in particolare, nella parabola del Figlio, Servo e Signore, la storia vocazionale di chi è da Lui chiamato a seguirlo più da vicino, ad esser cioè servo nel ministero sacerdotale o nella consacrazione religiosa? In effetti, la vocazione sacerdotale o religiosa è sempre, per natura sua, vocazione al servizio generoso a Dio e al prossimo.

Il servizio diventa allora via e mediazione preziosa per giungere a meglio comprendere la propria vocazione. La diakonia è vero e proprio itinerario pastorale vocazionale (cfr Nuove vocazioni per una nuova Europa, 27c).

4. "Dove sono io, là sarà anche il mio servo " (Gv 12, 26).

Gesù, il Servo e il Signore, è anche colui che chiama. Chiama ad esser come Lui, perché solo nel servizio l'essere umano scopre la dignità propria ed altrui. Egli chiama a servire come Lui ha servito: quando le relazioni interpersonali sono ispirate al servizio reciproco, si crea un mondo nuovo, e in esso si sviluppa un'autentica cultura vocazionale.

Con questo messaggio, vorrei quasi prestare la voce a Gesù, per proporre a tanti giovani l'ideale del servizio, e aiutarli a superare le tentazioni dell'individualismo e l'illusione di procurarsi in tal modo la felicità. Nonostante certe spinte contrarie, pur presenti nella mentalità odierna, c'è nel cuore di molti giovani una naturale disposizione ad aprirsi all'altro, specie al più bisognoso. Ciò li rende generosi, capaci di empatia, disposti a dimenticare se stessi per anteporre l'altro ai propri interessi.

Servire, cari giovani, è vocazione del tutto naturale, perché l'essere umano è naturalmente servo, non essendo padrone della propria vita ed essendo, a sua volta, bisognoso di tanti servizi altrui. Servire è manifestazione di libertà dall'invadenza del proprio io e di responsabilità verso l'altro; e servire è possibile a tutti, attraverso gesti apparentemente piccoli, ma in realtà grandi, se animati da amore sincero. Il vero servo è umile, sa di essere "inutile" (cfr Lc 17, 10), non ricerca tornaconti egoistici, ma si spende per gli altri sperimentando nel dono di sé la gioia della gratuità.

Vi auguro, cari giovani, di saper ascoltare la voce di Dio che vi chiama al servizio. E' questa la strada che apre a tante forme di ministerialità a vantaggio della comunità: dal ministero ordinato ai vari altri ministeri istituiti e riconosciuti: la catechesi, l'animazione liturgica, l'educazione dei giovani, le più varie espressioni della carità (cfr Novo millennio ineunte, 46). Ho ricordato, a conclusione del Grande Giubileo, che questa è “l'ora di una nuova 'fantasia' della carità” (Ibidem, 50). Tocca a voi giovani, in modo particolare, far sì che la carità si esprima in tutta la sua ricchezza spirituale ed apostolica.

5. "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti" (Mc 9, 35).

Così Gesù disse ai Dodici, sorpresi a discutere tra loro su "chi fosse il più grande" (Mc 9, 34). E' la tentazione di sempre, che non risparmia nemmeno chi è chiamato a presiedere l'Eucaristia, il sacramento dell'amore supremo del "Servo sofferente". Chi compie questo servizio, in realtà, è ancor più radicalmente chiamato a esser servo. Egli è chiamato, infatti, ad agire "in persona Christi", e perciò a rivivere la stessa condizione di Gesù nell'Ultima Cena, assumendone la medesima disponibilità ad amare sino alla fine, sino a dare la vita. Presiedere la Cena del Signore è, pertanto, invito pressante ad offrirsi in dono, perché permanga e cresca nella Chiesa l'atteggiamento del Servo sofferente e Signore.

Cari giovani, coltivate l'attrazione per i valori e per le scelte radicali che fanno dell'esistenza un servizio agli altri sulle orme di Gesù, l'Agnello di Dio. Non lasciatevi sedurre dai richiami del potere e dell'ambizione personale. L'ideale sacerdotale deve essere costantemente purificato da queste e altre pericolose ambiguità.

Risuona anche oggi l'appello del Signore Gesù: "Se uno mi vuol servire mi segua" (Gv 12, 26). Non abbiate paura di accoglierlo. Incontrerete sicuramente difficoltà e sacrifici, ma sarete felici di servire, sarete testimoni di quella gioia che il mondo non può dare. Sarete fiamme vive di un amore infinito ed eterno; conoscerete le ricchezze spirituali del sacerdozio, dono e mistero divino.

6. Come altre volte, anche in questa circostanza volgiamo lo sguardo verso Maria, Madre della Chiesa e Stella della nuova evangelizzazione. Invochiamola con fiducia, perché non manchino nella Chiesa persone pronte a rispondere generosamente all'appello del Signore, che chiama ad un più diretto servizio del Vangelo:

 

"Maria, umile serva dell'Altissimo,

il Figlio che hai generato Ti ha resa serva dell'umanità. 

La tua vita è stata un servizio umile e generoso:

sei stata serva della Parola quando l'Angelo 

Ti annunciò il progetto divino della salvezza.

Sei stata serva del Figlio, dandogli la vita
e rimanendo aperta al suo mistero.

Sei stata serva della Redenzione,
'stando' coraggiosamente ai piedi della Croce,
accanto al Servo e Agnello sofferente,
che s 'immolava per nostro amore.

Sei stata serva della Chiesa il giorno della Pentecoste
e con la tua intercessione continui a generarla in ogni credente,
anche in questi nostri tempi difficili e travagliati.

A Te, giovane figlia d'Israele,
che hai conosciuto il turbamento del cuore giovane 
dinanzi alla proposta dell'Eterno,
guardino con fiducia i giovani del terzo millennio.

Rendili capaci di accogliere l'invito del Figlio tuo
a fare della vita un dono totale per la gloria di Dio. 

Fa' loro comprendere che servire Dio appaga il cuore,
e che solo nel servizio di Dio e del suo regno 
ci si realizza secondo il divino progetto
e la vita diventa inno di gloria alla Santissima Trinità. 

Amen ".

Dal Vaticano, 16 Ottobre 2002

[Papa Giovanni Paolo II, Messaggio per la XL Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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