Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
E’ il suo Amore che vince la morte e ci dona l’eternità, ed è questo amore che chiamiamo «cielo»: Dio è così grande da avere posto anche per noi. E l’uomo Gesù, che è al tempo stesso Dio, è per noi la garanzia che essere-uomo ed essere-Dio possono esistere e vivere eternamente l’uno nell’altro. Questo vuol dire che di ciascuno di noi non continuerà ad esistere solo una parte che ci viene, per così dire, strappata, mentre altre vanno in rovina; vuol dire piuttosto che Dio conosce ed ama tutto l’uomo, ciò che noi siamo. E Dio accoglie nella Sua eternità ciò che ora, nella nostra vita, fatta di sofferenza e amore, di speranza, di gioia e di tristezza, cresce e diviene. Tutto l’uomo, tutta la sua vita viene presa da Dio ed in Lui purificata riceve l’eternità. Cari Amici! Io penso che questa sia una verità che ci deve riempire di gioia profonda. Il Cristianesimo non annuncia solo una qualche salvezza dell’anima in un impreciso al di là, nel quale tutto ciò che in questo mondo ci è stato prezioso e caro verrebbe cancellato, ma promette la vita eterna, «la vita del mondo che verrà»: niente di ciò che ci è prezioso e caro andrà in rovina, ma troverà pienezza in Dio. Tutti i capelli del nostro capo sono contati, disse un giorno Gesù (cfr Mt 10,30). Il mondo definitivo sarà il compimento anche di questa terra, come afferma san Paolo: «la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Allora si comprende come il cristianesimo doni una speranza forte in un futuro luminoso ed apra la strada verso la realizzazione di questo futuro. Noi siamo chiamati, proprio come cristiani, ad edificare questo mondo nuovo, a lavorare affinché diventi un giorno il «mondo di Dio», un mondo che sorpasserà tutto ciò che noi stessi potremmo costruire. In Maria Assunta in cielo, pienamente partecipe della Risurrezione del Figlio, noi contempliamo la realizzazione della creatura umana secondo il «mondo di Dio».
Preghiamo il Signore affinché ci faccia comprendere quanto è preziosa ai Suo occhi tutta la nostra vita; rafforzi la nostra fede nella vita eterna; ci renda uomini della speranza, che operano per costruire un mondo aperto a Dio, uomini pieni di gioia, che sanno scorgere la bellezza del mondo futuro in mezzo agli affanni della vita quotidiana e in tale certezza vivono, credono e sperano.
Amen!
[Papa Benedetto, omelia Castel Gandolfo, 15 agosto 2010]
1. Dio è il giudice dei vivi e dei morti. Il giudice ultimo. Il giudice di tutti.
Già nella catechesi che precede la discesa dello Spirito Santo sui pagani san Pietro proclama di Cristo: “Egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio” (At 10, 42). Questo divino potere (“exousía”) è, già nell’insegnamento di Cristo, collegato col Figlio dell’uomo. Il noto testo sul giudizio finale nel Vangelo di Matteo inizia con le parole: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri” (Mt 25, 31-33). Il testo parla poi dello svolgimento del processo e preannuncia la sentenza, quella di approvazione: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25, 34); e quella di condanna: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt 25, 41).
2. Gesù Cristo, che è Figlio dell’uomo, è nello stesso tempo vero Dio perché ha il potere divino di giudicare le opere e le coscienze umane, e questo potere è definitivo e universale. Egli stesso spiega perché proprio lui ha questo potere dicendo: “Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Gv 5, 22-23).
Questo potere è collegato da Gesù con la facoltà di dare la vita. “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” (Gv 5, 21). “Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso; e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell’uomo” (Gv 5, 26-27). Dunque, secondo questa asserzione di Gesù, il potere divino di giudicare è stato legato alla missione di Cristo, quale Salvatore, quale Redentore del mondo. E il giudicare stesso appartiene all’opera della salvezza, all’ordine della salvezza: è un atto salvifico definitivo. Infatti lo scopo del giudizio è la partecipazione piena alla vita divina come ultimo dono fatto all’uomo: il compimento definitivo della sua eterna vocazione. Nello stesso tempo il potere di giudicare si collega con la rivelazione esteriore della gloria del Padre nel suo Figlio come Redentore dell’uomo. “Poiché il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo . . . e renderà a ciascuno secondo le sue azioni” (Mt 16, 27). L’ordine della giustizia è stato iscritto, fin dall’inizio, nell’ordine della grazia. Il giudizio finale deve essere la riconferma definitiva di questo legame: Gesù dice chiaramente che “i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre” (Mt 13, 43), ma non meno chiaramente annunzia anche il rigetto di quelli che hanno operato l’iniquità (cf. Mt 7, 23).
Infatti, come risulta dalla parabola dei talenti (Mt 25, 14-30) la misura del giudizio sarà la collaborazione con il dono ricevuto da Dio, collaborazione con la grazia oppure rifiuto di essa.
3. Il potere divino di giudicare tutti e ciascuno appartiene al Figlio dell’uomo. Il testo classico nel Vangelo di Matteo (cf. Mt 25, 31-46) mette in particolare rilievo il fatto che Cristo esercita questo potere non soltanto come Dio-Figlio, ma anche come Uomo, Lo esercita - e pronunzia le sentenze - nel nome della solidarietà con ogni uomo, che dagli altri riceve il bene oppure il male: “Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25, 35), oppure “ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare” (Mt 25, 42). Una “materia” fondamentale del giudizio sono le opere di carità nei riguardi dell’uomo-prossimo. Cristo s’identifica proprio con questo prossimo. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25, 40); “Ogni volta che non l’avete fatto . . . non l’avete fatto a me” (Mt 25, 45).
Secondo questo testo di Matteo, ognuno sarà giudicato soprattutto sull’amore. Ma non c’è dubbio che gli uomini saranno giudicati anche sulla loro fede: “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio” (Lc 12, 8). Chi si vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell’uomo, quando verrà nella gloria sua e del Padre” (Lc 9, 26; cf. anche Mc 8, 38).
4. Dal Vangelo apprendiamo dunque questa verità - che è una delle fondamentali verità della fede - cioè che Dio è giudice di tutti gli uomini in modo definitivo e universale, e che questo potere è stato rimesso dal Padre al Figlio (cf. Gv 5, 22) in stretto rapporto con la sua missione di salvezza. Lo attestano in modo particolarmente eloquente le parole pronunziate da Gesù durante il colloquio notturno con Nicodemo: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3, 17).
Se è vero che Cristo, come ci risulta specialmente dai Sinottici, è giudice nel senso escatologico, lo è altrettanto che il potere divino di giudicare viene messo in connessione con la volontà salvifica di Dio, che si manifesta nell’intera missione messianica di Cristo, come viene sottolineato specialmente da Giovanni: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano (e quelli che vedono diventino ciechi)” (Gv 9, 39). “Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il Mondo” (Gv 12, 47).
5. Senza dubbio, Cristo è e si presenta soprattutto come Salvatore. Non ritiene sua missione giudicare gli uomini secondo principi solamente umani (cf. Gv 8, 15). Egli è, prima di tutto, Colui che insegna la via della salvezza e non l’accusatore dei colpevoli. “Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè . . . perché di me egli ha scritto” (Gv 5, 45-46). In che cosa consiste quindi il giudizio? Gesù risponde: “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3, 19).
6. Occorre, quindi, dire che, dinanzi a questa Luce che è Dio rivelato in Cristo, dinanzi a tale Verità, in certo senso le stesse opere giudicano ciascuno. La volontà di salvare l’uomo da parte di Dio ha la sua manifestazione definitiva nella parola e nell’opera di Cristo, nell’intero Vangelo fino al mistero pasquale della croce e della risurrezione. Essa diventa, nello stesso tempo, il fondamento più profondo, per così dire, il criterio centrale del giudizio sulle opere e coscienze umane. Soprattutto in questo senso “il Padre . . . ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Gv 5, 22), offrendo in lui a ogni uomo la possibilità di salvezza.
7. In questo stesso senso, purtroppo, l’uomo è già stato condannato, quando rifiuta la possibilità che gli è offerta: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato” (Gv 3, 18). Non credere vuol dire propriamente: rifiutare la salvezza offerta all’uomo in Cristo (“Non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio”) (Gv 3, 18). È la stessa verità adombrata nella profezia del vecchio Simeone, riportata nel Vangelo di Luca, quando annunciava di Cristo: “Egli è per la rovina e la risurrezione di molti in Israele” (Lc 2, 34). Lo stesso si può dire dell’accenno alla “pietra scartata dai costruttori” (cf. Lc 20, 17-18).
8. È però certezza di fede che “il Padre . . . ha rimesso ogni giudizio al Figlio” (Gv 5, 22). Ora, se il potere divino di giudicare appartiene a Cristo, è segno che lui - il Figlio dell’uomo - è vero Dio, perché solo a Dio appartiene il giudizio. E poiché questo potere di giudizio è profondamente unito alla volontà di salvezza, come ci risulta dal Vangelo, esso è una nuova rivelazione del Dio dell’alleanza, che viene agli uomini come Emmanuele, per liberarli dalla schiavitù del male. È la rivelazione cristiana del Dio che è Amore.
Resta così corretto quel modo troppo umano di concepire il giudizio di Dio, visto come fredda giustizia soltanto, se non addirittura come vendetta. In realtà tale espressione, che è di chiara derivazione biblica, appare come l’ultimo anello dell’amore di Dio, Dio giudica perché ama e in vista dell’amore. Il giudizio che il Padre affida al Cristo è secondo la misura dell’amore del Padre e della nostra libertà.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 30 settembre 1987]
Nel Vangelo di questa domenica (cfr Mt 10,26-33) risuona l’invito che Gesù rivolge ai suoi discepoli a non avere paura, ad essere forti e fiduciosi di fronte alle sfide della vita, preavvisandoli delle avversità che li attendono. Il brano odierno fa parte del discorso missionario, con cui il Maestro prepara gli Apostoli alla prima esperienza di annuncio del Regno di Dio. Gesù li esorta con insistenza a “non avere paura”. La paura è uno dei nemici più brutti della nostra vita cristiana. Gesù esorta: “Non abbiate paura”, “non abbiate paura”. E Gesù descrive tre situazioni concrete che essi si troveranno ad affrontare.
Anzitutto, la prima, l’ostilità di quanti vorrebbero zittire la Parola di Dio, edulcorandola, annacquandola, o mettendo a tacere chi la annuncia. In questo caso, Gesù incoraggia gli Apostoli a diffondere il messaggio di salvezza che Lui ha loro affidato. Per il momento, Lui lo ha trasmesso con cautela, quasi di nascosto, nel piccolo gruppo dei discepoli. Ma loro dovranno dire “nella luce”, cioè apertamente, e annunciare “dalle terrazze” – così dice Gesù – cioè pubblicamente, il suo Vangelo.
La seconda difficoltà che i missionari di Cristo incontreranno è la minaccia fisica contro di loro, cioè la persecuzione diretta contro le loro persone, fino all’uccisione. Questa profezia di Gesù si è realizzata in ogni tempo: è una realtà dolorosa, ma attesta la fedeltà dei testimoni. Quanti cristiani sono perseguitati anche oggi in tutto il mondo! Soffrono per il Vangelo con amore, sono i martiri dei nostri giorni. E possiamo dire con sicurezza che sono più dei martiri dei primi tempi: tanti martiri, soltanto per il fatto di essere cristiani. A questi discepoli di ieri e di oggi che patiscono la persecuzione, Gesù raccomanda: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (v. 28). Non bisogna lasciarsi spaventare da quanti cercano di spegnere la forza evangelizzatrice con l’arroganza e la violenza. Nulla, infatti, essi possono contro l’anima, cioè contro la comunione con Dio: questa, nessuno può toglierla ai discepoli, perché è un dono di Dio. La sola paura che il discepolo deve avere è quella di perdere questo dono divino, la vicinanza, l’amicizia con Dio, rinunciando a vivere secondo il Vangelo e procurandosi così la morte morale, che è l’effetto del peccato.
Il terzo tipo di prova che gli Apostoli si troveranno a fronteggiare, Gesù la indica nella sensazione, che alcuni potranno sperimentare, che Dio stesso li abbia abbandonati, restando distante e silenzioso. Anche qui esorta a non avere paura, perché, pur attraversando queste e altre insidie, la vita dei discepoli è saldamente nelle mani di Dio, che ci ama e ci custodisce. Sono come le tre tentazioni: edulcorare il Vangelo, annacquarlo; seconda, la persecuzione; e terza, la sensazione che Dio ci ha lasciati da soli. Anche Gesù ha sofferto questa prova nell’orto degli ulivi e sulla croce: “Padre, perché mi hai abbandonato?”, dice Gesù. Alle volte si sente questa aridità spirituale; non ne dobbiamo avere paura. Il Padre si prende cura di noi, perché grande è il nostro valore ai suoi occhi. Ciò che importa è la franchezza, è il coraggio della testimonianza, della testimonianza di fede: “riconoscere Gesù davanti agli uomini” e andare avanti facendo del bene.
Maria Santissima, modello di fiducia e di abbandono in Dio nell’ora dell’avversità e del pericolo, ci aiuti a non cedere mai allo sconforto, ma ad affidarci sempre a Lui e alla sua grazia, perché la grazia di Dio è sempre più potente del male.
[Papa Francesco, Angelus 21 giugno 2020]
Due padroni: quale sbocco a ciò che portiamo dentro
(Mt 6,24-34)
Come evitare di vendersi per un idolo, e non suicidarsi asservendo il respiro dell’anima a qualcosa d’effimero, istantaneo e parziale?
Identificazioni, calcolo d’interessi e beni materiali artificiosi svuotano il Nucleo dell’essere e non fanno vedere la soluzione.
L’esperienza di Paternità nella Fede è il luogo sacro che recupera il senso della vita originaria; l’intuizione vitale, di natura, che illumina quanto opportuno perseguire per capovolgere l’esistenza dubbiosa o rattrappita.
La consapevolezza di accordo con l’ordine naturale innesta altra linfa.
La visione cosmica aiuta a dirigere le forze che emergono, rivoluziona le speranze, alimenta l’audacia, suggerisce l’orientamento delle vicende nell’unicità, e sublima la stessa qualità di convivenza.
Il «figlio» che si accorge degli altri e non accumula, non perde nulla - bensì acquista un’altra marcia: sperimenta un Padre che si occupa della propria storia, e dilata la vita, costruendo persino sui lati oscuri.
Il credente consapevole di essere accompagnato riesce sempre a fare un altro passo.
Sa che la natura spontaneamente riempie i vuoti, e lo fa con una sapienza di equilibri misteriosa e suprema.
Solo su questo nuovo territorio si diventa solleciti dei grandi temi, ma senza l’affanno che ci smarrisce.
Accettiamo volentieri persino le precarietà e situazioni di debolezza: nutriti del ‘riposo’ di Dio - e come nel suo «ritmo rurale» - sappiamo che i bisogni e difetti nascondono le sorprese più belle del cammino.
La scena degli esempi che Gesù trae dalla natura è l’eco della vita conciliante sognata per noi dal Padre.
Essa introduce la quintessenza della Felicità da dentro. Gioia che fa consapevoli di esistere in tutta la personale realtà.
Una paradossale intuizione di pienezza di essere, nel limite che ci appartiene - che vince poi la paura di non essere all’altezza.
Il passo di Vangelo mostra infatti il valore delle cose genuine, silenti, poco eclatanti, le quali però ci abitano - non sono “ombre”. E le percepiamo senza sforzo né impegno cerebrale.
Spesso chiediamo se Dio sia davvero partecipe dei nostri dubbi, aspettative e tormenti, o viceversa indifferente.
Talora anche i Salmi sembrano rivolgere all’Eterno accuse blasfeme, che lo imputano di scarsa attenzione alle vicende del giusto.
Anche grandi figure di santi hanno vissuto turbamenti seri; angosce e trepidazioni che ci sono state a lungo nascoste, perché [in un quadro di serenità conformista] ritenute poco edificanti.
Invece è del tutto normale - anzi, sano e proficuo - sentir vacillare le vecchie speranze, e accogliere in pieno i fallimenti, le emozioni negative, o altre nubi che circondano.
Il problema è che fin da piccoli ci accompagna l’istinto della ricerca di sicurezze, e purtroppo in molti casi tentiamo di avere il medesimo atteggiamento anche nel percorso credente.
Invece la vita nello Spirito si stacca - confluendo nel di più della Fede e del Mistero, che ‘operano’.
La Via proposta da Gesù ha un tono non-moralistico, privo di complessi, in vista della dedizione all’Oggi missionario e alla crescita armoniosa di una appartenenza nella Fede a vari livelli (tutti da scoprire).
Nella sua potenza tranquilla, ecco lo sbalordimento che non uccide l’anima. E il mondo naturale ha la parola chiave.
[Sabato 11.a sett. T.O. 20 giugno 2026]
Due padroni: quale sbocco a ciò che portiamo dentro
(Mt 6,24-34)
Spesso ci chiediamo se Dio sia davvero partecipe dei nostri dubbi, aspettative e tormenti, o viceversa indifferente.
Talora anche i Salmi sembrano rivolgere all’Eterno accuse blasfeme, che lo imputano di scarsa attenzione alle vicende del giusto.
Anche grandi figure di santi hanno vissuto turbamenti seri; trepidazioni che ci sono stati a lungo nascoste, perché ritenute poco edificanti (in un quadro di serenità conformista).
Invece è del tutto normale - anzi, sano e proficuo - sentir vacillare le vecchie speranze, e accogliere in pieno i fallimenti, le emozioni negative o altre nubi che ci circondano.
Il problema è che fin da piccoli ci accompagna l’istinto della ricerca di sicurezze, e purtroppo in molti casi tentiamo di avere il medesimo atteggiamento anche nel percorso credente.
Invece la vita nello Spirito si stacca dalla vacua vicenda spirituale religiosa istituzionale di massa (che promette molto e non mantiene nulla)… nel di più della Fede e del Mistero, che operano.
Il punto di riferimento non è la cronaca dell’homo faber ipsius fortunae - che non a caso è un motto pagano.
L’anima non resta volentieri in un mondo caratterizzato dall’antagonismo spicciolo, il quale chiede di precipitarsi nel meccanismo temporale azione-reazione.
Gli attriti vanno accolti e rielaborati, perché in essi c’è un segreto intimo della crescita.
[Così ad es. chi ci vuole combattere, ci farà il più grande favore della vita. Ben venga. Sarà l’occasione per sganciarsi dall’immediato, e sviluppare energie alternative - preparatorie - dei nostri impensabili sviluppi].
In questo senso accettiamo il Padre, che senza posa obbliga a spostare lo sguardo - affinché distendiamo le ali e giungiamo altrove, nel punto che non sapevamo prima.
Altrimenti nella cappa dell’affrettarsi ad aggiustare e ribadire, potremmo fidarci d’altro impulso - quello che offre sicurezza (illusoria) e blocca il fluire della vita, rendendola paludosa e prevedibile.
Le certezze di cibo, o ruoli, di guadagno e senso di potere, perfino la mentalità schiava di vacanze (...) poi come ogni idolo, esigono tutto: si diventa lacchè d’un padrone che pretende attenzione.
L’attaccamento o addirittura l’adorazione di mammona [aramaico mamônâ, da ‘aman - appoggiare, fare fondamento] gratifica, certo; ma su due piedi.
Sino a illudere che l’accumulo possa far sperimentare ebbrezza divina. Al massimo, però, concedendo qualche elemosina.
I corifei dell’opulenza materiale tempestiva dicono: “Fidati, l’importante è trattenere per sé e stare nel riscontro pratico” - anche perché proprio nel passo evangelico di oggi, Gesù sembra un ingenuo.
Eppure Cristo insiste nel proporre un rapporto coi beni non servile. In ordine alla pienezza di essere, si guadagna immensamente più ad accogliere la forza provvidente della Vita che Viene.
Nelle immagini agresti, il Signore allude all’esperienza d’Israele peregrinante.
Nell’Esodo, Dio aveva educato il popolo affinché potesse conquistare la terra della libertà e abbandonare quella della schiavitù - rassicurante, non umanizzante.
Nel deserto non si poteva accumulare una proprietà, né piantare tenda stabile; neppure accaparrarsi cibo durevole. Nulla doveva incantare il popolo, se non la mèta stessa.
Certo, l’affanno del povero non è quello del ricco.
Tuttavia, il denaro non elimina le inquietudini - piuttosto guida artificiosamente a un mostruoso dispendio di energie (sempre rinnegando il proprio essere profondo, sognante).
Prima i sacrifici per raggiungere posizioni, poi quelli per difenderle; e nel frattempo, la frustrazione per non aver avanzato oltre.
Ovvero, l’angoscia nel misurare la differenza fra traguardi reali e desideri dell’anima - sia nel senso della totalità che della vocazione specifica.
Gesù suggerisce di affrontare la realtà con cuore nuovo, rispettoso del carattere naturale. In caso contrario, ci ammaleremmo.
Siamo sereni nel Sé eminente che ci appartiene - non nel pettinare il proprio io inferiore.
Per questo ci lasciamo guidare da inclinazioni non artificiose: radicali, innate, germinali - le quali spontaneamente contattano gli strati profondi dell’essenza e destino che ci appartiene.
Lo facciamo non perché creduloni, bensì per istinto profondo, e per il fatto che abbiamo già sperimentato il ciclo “morte e risurrezione”: il dinamismo dell’Amore che ci ha proiettati un po’ fuori del tempo.
Qui le esperienze negative e di limite hanno saputo attivare energie complessive armonizzanti (non subitanee ma propulsive), cosmiche fuori e acutamente divine in noi. Lo faranno ancora.
La Provvidenza è Guida infallibile del mondo interiore e naturale, genuino: deve subentrare il ritmo dell’essere, il passo potente [ma spontaneo] del processo di Fede.
Come dunque evitare di vendersi per un idolo, e non suicidarsi asservendo il respiro dell’anima a qualcosa d’effimero e parziale?
Identificazioni, calcolo d’interessi e beni materiali artificiosi svuotano il Nucleo dell’essere e non ci fanno vedere la soluzione autentica.
L’esperienza di Paternità nella Fede è il luogo sacro che recupera il senso della vita originaria; l’intuizione vitale, di natura, che illumina quanto opportuno perseguire per capovolgere l’esistenza dubbiosa o rattrappita.
Tuttociò, nel sentimento che il creato, la vocazione innata personale e la società umana sono strettamente solidali nel senso profondo e nella crescita. Qui la consapevolezza di accordo con l’ordine naturale innesta altra Linfa.
La visione cosmica e il carattere personale ci aiutano a dirigere le forze che emergono, rivoluzionando le attese, alimentando l’audacia, suggerendo l’orientamento delle vicende, nell’unicità.
In tal guisa, sublimando davvero la stessa qualità di convivenza e persona.
Il figlio che si accorge degli altri e non accumula, non perde nulla - bensì acquista un’altra marcia: sperimenta un Padre che si occupa della propria storia, e dilata la sua vita costruendo persino sui lati oscuri.
Il credente consapevole di essere accompagnato riesce sempre a fare un altro passo. Sa che la natura spontaneamente riempie i vuoti, e lo fa con una sapienza di equilibri misteriosa e suprema.
Solo su questo nuovo territorio che riannoda la cronaca alla storia si diventa solleciti dei grandi temi, ma senza l’affanno che smarrisce.
Accettiamo volentieri persino le precarietà e situazioni di debolezza: nutriti del riposo di Dio - e come nel suo ritmo rurale - sappiamo che i nostri bisogni e difetti nascondono le sorprese più belle del cammino.
La Via proposta da Gesù ha un tono non moralistico, privo di complessi, in vista della dedizione all’oggi missionario e alla crescita armoniosa di una appartenenza nella Fede a vari livelli (tutti da scoprire).
Nella sua potenza tranquilla, ecco lo sbalordimento che non uccide l’anima. E il mondo naturale ha la parola chiave.
«L’uomo è vissuto in uno stato di turbamento e di timore finché non ha scoperto la stabilità delle leggi di natura: fino a quel momento il mondo gli rimaneva estraneo. Le leggi scoperte non sono altro che la percezione dell’armonia regnante tra la ragione, propria all’anima umana, e i fenomeni del mondo. Questo è il legame con il quale l’uomo è unito al mondo in cui vive, ed egli prova una grande gioia quando lo scopre, poiché allora vede e comprende se stesso nelle cose che lo circondano. Comprendere una cosa vuol dire ritrovare in essa qualcosa di nostro, ed è questa scoperta di noi stessi al di fuori di noi a colmarci di gioia» (Rabindranath Tagore).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Chi è il tuo Signore o padrone? Cosa occupa totalmente il tuo orizzonte? Senti ch’è qualcosa che corrisponde o vende la tua umanità?
Conclusione Inclusione spontanea
Anche la scena degli esempi che Gesù trae dalla natura - eco della vita conciliante sognata per noi dal Padre - introduce alla Felicità che fa consapevoli di esistere in tutta la personale realtà.
Il passo di Vangelo mostra infatti il valore delle cose genuine, silenti, poco eclatanti, le quali però ci abitano - non sono “ombre”. E le percepiamo senza sforzo né impegno cerebrale.
Nel tempo delle scelte epocali, dell’emergenza che sembra metterci in scacco - ma vuole farci meno artificiali - tale consapevolezza può rovesciare il nostro giudizio di sostanza, sul piccolo e il grande.
Infatti, per l’avventura d’amore non c’è contabilità né clamore.
È in Dio e nella realtà il “posto” per ciascuno di noi senza lacerazioni.
L’aldilà non è impreciso.
Non bisogna snaturarsi per avere consenso… tantomeno per il “Cielo” che vince la morte.
Il destino dell’unicità non va in rovina: è prezioso e caro, come lo è in natura.
Bisogna scorgerne la Bellezza, futura e già attuale.
Emarginato il tornaconto immediato - o qualsiasi garanzia sociale che non divori il valore della piccolezza - non ci sarà più bisogno di identificarsi con gli scheletri del pensiero e delle maniere assodati o disincarnati, sofisticati, e alla moda.
Neppure conterà collocarsi sopra o davanti: piuttosto sullo sfondo, già ricchi e perfetti, nel senso intimo della pienezza di essere.
Così non dovremo calpestarci a vicenda (cf. es. Lc 12,1)... anche per incontrare Gesù.
«Siamo assolutamente perduti se ci viene a mancare questa particolare individualità, l’unica cosa che possiamo dire veramente nostra - e la cui perdita costituisce anche una perdita per il mondo intero. Essa è preziosissima anche perché non è universale» (Rabindranath Tagore).
«Se una globalizzazione pretende di rendere tutti uguali, come se fosse una sfera, questa globalizzazione distrugge la peculiarità di ciascuna persona e di ciascun popolo».[78] Questo falso sogno universalistico finisce per privare il mondo della varietà dei suoi colori, della sua bellezza e in definitiva della sua umanità. Perché «il futuro non è “monocromatico”, ma, se ne abbiamo il coraggio, è possibile guardarlo nella varietà e nella diversità degli apporti che ciascuno può dare. Quanto ha bisogno la nostra famiglia umana di imparare a vivere insieme in armonia e pace senza che dobbiamo essere tutti uguali!» [Fratelli Tutti n.100].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti è capitata una persecuzione che - mentre avresti preferito altri obbiettivi prossimi - ha fatto affiorare proprio l'originalità della tua fisionomia vocazionale?
Questo invito alla fiducia nell’indefettibile amore di Dio viene accostato alla pagina, altrettanto suggestiva, del Vangelo di Matteo, in cui Gesù esorta i suoi discepoli a confidare nella provvidenza del Padre celeste, il quale nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, e conosce ogni nostra necessità (cfr 6,24-34). Così si esprime il Maestro: “Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno”.
Di fronte alla situazione di tante persone, vicine e lontane, che vivono in miseria, questo discorso di Gesù potrebbe apparire poco realistico, se non evasivo. In realtà, il Signore vuole far capire con chiarezza che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Chi crede in Dio, Padre pieno d’amore per i suoi figli, mette al primo posto la ricerca del suo Regno, della sua volontà. E ciò è proprio il contrario del fatalismo o di un ingenuo irenismo. La fede nella Provvidenza, infatti, non dispensa dalla faticosa lotta per una vita dignitosa, ma libera dall’affanno per le cose e dalla paura del domani. E’ chiaro che questo insegnamento di Gesù, pur rimanendo sempre vero e valido per tutti, viene praticato in modi diversi a seconda delle diverse vocazioni: un frate francescano potrà seguirlo in maniera più radicale, mentre un padre di famiglia dovrà tener conto dei propri doveri verso la moglie e i figli. In ogni caso, però, il cristiano si distingue per l’assoluta fiducia nel Padre celeste, come è stato per Gesù. E’ proprio la relazione con Dio Padre che dà senso a tutta la vita di Cristo, alle sue parole, ai suoi gesti di salvezza, fino alla sua passione, morte e risurrezione. Gesù ci ha dimostrato che cosa significa vivere con i piedi ben piantati per terra, attenti alle concrete situazioni del prossimo, e al tempo stesso tenendo sempre il cuore in Cielo, immerso nella misericordia di Dio.
Cari amici, alla luce della Parola di Dio di questa domenica, vi invito ad invocare la Vergine Maria con il titolo di Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra vita, il cammino della Chiesa, le vicende della storia. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti impariamo a vivere secondo uno stile più semplice e sobrio, nella quotidiana operosità e nel rispetto del creato, che Dio ha affidato alla nostra custodia.
[Papa Benedetto, Angelus 27 febbraio 2011]
7. Queste nozioni sulla divina Provvidenza che ci vengono offerte dalla tradizione biblica dell’Antico Testamento, sono confermate e arricchite dal Nuovo. Tra tutte le parole di Gesù che esso registra su questo tema, particolarmente toccanti sono quelle riportate dagli evangelisti Matteo e Luca: “Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno; cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 31-33; cf. anche Lc 12, 29-31).
“Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!” (Mt 10, 29-31; cf. Lc 21, 18). “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? . . . E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?” (Mt 6, 26-30; cf. Lc 12, 24-28).
8. Con tali parole il Signore Gesù non solo conferma l’insegnamento sulla Provvidenza divina contenuto nell’Antico Testamento, ma porta più a fondo il discorso per ciò che riguarda l’uomo, ogni singolo uomo, trattato da Dio con la squisita delicatezza di un padre.
Senza dubbio erano magnifiche le strofe dei salmi che esaltavano l’Altissimo come rifugio, tutela e conforto dell’uomo: così, ad esempio, nel Salmo 90: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di’ al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido» . . . Poiché tuo rifugio è il Signore e hai fatto dell’Altissimo la tua dimora . . . Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e gli darò risposta; presso di lui sarò nella sventura” (Sal 90, 1-2. 9. 14-15)
9. Espressioni molto belle; ma le parole di Cristo raggiungono una pienezza di significato ancora maggiore. Le pronuncia infatti il Figlio che “scrutando” tutto ciò che è stato detto sul tema della Provvidenza, rende testimonianza perfetta al mistero, del Padre suo: mistero di Provvidenza e di cura paterna, che abbraccia ogni creatura, anche la più insignificante, come l’erba del campo o i passeri. Quanto più l’uomo, dunque! È questo che Cristo vuole mettere soprattutto in rilievo. Se la Provvidenza divina si mostra così generosa nei riguardi di creature tanto inferiori all’uomo, quanto più essa avrà cura di lui! In questa pagina evangelica sulla Provvidenza si ritrova la verità sulla gerarchia dei valori che è presente sin dall’inizio nel Libro della Genesi, nella descrizione della creazione: l’uomo ha il primato sulle cose. Lo ha nella sua natura e nel suo spirito, lo ha nelle attenzioni e cure della Provvidenza, lo ha nel cuore di Dio!
10. Gesù proclama altresì con insistenza che l’uomo, così privilegiato dal suo Creatore, ha il dovere di cooperare col dono ricevuto dalla Provvidenza. Egli non può quindi accontentarsi dei soli valori del senso, della materia e dell’utilità. Deve cercare soprattutto “il regno di Dio e la sua giustizia” perché “tutte queste cose (i beni terreni) vi saranno date in aggiunta” (cf. Mt 6, 33).
Le parole di Cristo rivolgono la nostra attenzione verso questa particolare dimensione della Provvidenza, al centro della quale si trova l’uomo, essere razionale e libero.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 14 maggio 1986]
Al centro della Liturgia di questa domenica troviamo una delle verità più confortanti: la divina Provvidenza. Il profeta Isaia la presenta con l’immagine dell’amore materno pieno di tenerezza, e dice così: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (49,15). Che bello è questo! Dio non si dimentica di noi, di ognuno di noi! Di ognuno di noi con nome e cognome. Ci ama e non si dimentica. Che bel pensiero… Questo invito alla fiducia in Dio trova un parallelo nella pagina del Vangelo di Matteo: «Guardate gli uccelli del cielo – dice Gesù –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. … Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro» (Mt 6,26.28-29).
Ma pensando a tante persone che vivono in condizioni precarie, o addirittura nella miseria che offende la loro dignità, queste parole di Gesù potrebbero sembrare astratte, se non illusorie. Ma in realtà sono più che mai attuali! Ci ricordano che non si può servire a due padroni: Dio e la ricchezza. Finché ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia. Dobbiamo sentire bene, questo! Finché ognuno cerca di accumulare per sé, non ci sarà mai giustizia. Se invece, confidando nella provvidenza di Dio, cerchiamo insieme il suo Regno, allora a nessuno mancherà il necessario per vivere dignitosamente.
Un cuore occupato dalla brama di possedere è un cuore pieno di questa brama di possedere, ma vuoto di Dio. Per questo Gesù ha più volte ammonito i ricchi, perché è forte per loro il rischio di riporre la propria sicurezza nei beni di questo mondo, e la sicurezza, la definitiva sicurezza, è in Dio. In un cuore posseduto dalle ricchezze, non c’è più molto posto per la fede: tutto è occupato dalle ricchezze, non c’è posto per la fede. Se invece si lascia a Dio il posto che gli spetta, cioè il primo, allora il suo amore conduce a condividere anche le ricchezze, a metterle al servizio di progetti di solidarietà e di sviluppo, come dimostrano tanti esempi, anche recenti, nella storia della Chiesa. E così la Provvidenza di Dio passa attraverso il nostro servizio agli altri, il nostro condividere con gli altri. Se ognuno di noi non accumula ricchezze soltanto per sé ma le mette al servizio degli altri, in questo caso la Provvidenza di Dio si rende visibile in questo gesto di solidarietà. Se invece qualcuno accumula soltanto per sé, cosa gli succederà quando sarà chiamato da Dio? Non potrà portare le ricchezze con sé, perché – sapete – il sudario non ha tasche! E’ meglio condividere, perché noi portiamo in Cielo soltanto quello che abbiamo condiviso con gli altri.
La strada che Gesù indica può sembrare poco realistica rispetto alla mentalità comune e ai problemi della crisi economica; ma, se ci si pensa bene, ci riporta alla giusta scala di valori. Egli dice: «La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?» (Mt 6,25). Per fare in modo che a nessuno manchi il pane, l’acqua, il vestito, la casa, il lavoro, la salute, bisogna che tutti ci riconosciamo figli del Padre che è nei cieli e quindi fratelli tra di noi, e ci comportiamo di conseguenza. Questo lo ricordavo nel Messaggio per la Pace del 1° gennaio: la via per la pace è la fraternità: questo andare insieme, condividere le cose insieme.
Alla luce della Parola di Dio di questa domenica, invochiamo la Vergine Maria come Madre della divina Provvidenza. A lei affidiamo la nostra esistenza, il cammino della Chiesa e dell’umanità. In particolare, invochiamo la sua intercessione perché tutti ci sforziamo di vivere con uno stile semplice e sobrio, con lo sguardo attento alle necessità dei fratelli più bisognosi.
[Papa Francesco, Angelus 2 marzo 2014]
11ma Domenica del tempo Ordinario (anno A) [14 Giugno 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (19,2-6a)
Questo brano dell’Esodo descrive il momento in cui Dio sta per stabilire l’Alleanza con Israele sul Sinai. Prima di dare i comandamenti, Dio ricorda al popolo ciò che ha già fatto per lui: lo ha liberato dall’Egitto e lo ha sempre guidato con amore e cura. L’immagine dell’aquila che porta i piccoli sulle proprie ali esprime bene il modo in cui Dio accompagna il suo popolo: non per renderlo dipendente, ma per educarlo alla libertà, come un genitore che insegna ai figli a camminare da soli. Anche il Deuteronomio presenta Dio come un’aquila che protegge, sostiene e istruisce i suoi piccoli. Su questa esperienza di amore e liberazione si fonda l’Alleanza: la fiducia del popolo nasce dal fatto che Dio ha già dimostrato la sua fedeltà. Per questo, nella Bibbia, la liberazione precede sempre i comandamenti. Dio promette a Israele: Sarete la mia proprietà particolare fra tutti i popoli, perché tutta la terra appartiene a me; sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. L’elezione di Israele non è pertanto un privilegio da vantare, ma una missione ricevuta per imparare ad amare. Israele è stato scelto non perché più forte o numeroso, ma perché amato da Dio. Con il tempo, il popolo comprenderà meglio che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, ma il Signore della terra. La vocazione di Israele è quindi universale: essere segno della presenza di Dio per tutti i popoli. L’espressione “regno di sacerdoti, nazione santa” indica che tutto il popolo è consacrato a Dio. Questa idea sarà ripresa dal Cristianesimo: secondo l’apostolo Pietro, tutti i battezzati partecipano a un “sacerdozio regale” e sono chiamati ad annunciare le meraviglie di Dio. Il messaggio centrale è che Dio libera, educa alla libertà e chiama il suo popolo a vivere una relazione di fiducia con Lui, non come privilegio esclusivo, ma come servizio e testimonianza per il bene di tutti.
Salmo responsoriale (99/100)
Questo Salmo è stato composto per accompagnare un sacrificio di ringraziamento nel Tempio di Gerusalemme. Già dalle sue parole emerge un clima liturgico: il popolo è invitato a lodare Dio, servirlo con gioia e ad entrare nella sua presenza per rendergli grazie. Il tema centrale del Salmo è pertanto l’Alleanza tra Dio e Israele. Ogni versetto richiama la memoria della liberazione dall’Egitto e dell’amore fedele con cui Dio ha scelto e guidato il suo popolo. Per Israele, rendere grazie significa anzitutto ricordare che Dio l’ha liberato quando era schiavo in Egitto e l’ha trasformato in un popolo. Ha stretto poi con questo popolo un patto di comunione. L’invocazione “Acclamate il Signore, voi tutti della terra” proclama che Dio è il vero Re e anticipa il giorno in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua signoria. Israele comprende così che la sua elezione non è un privilegio esclusivo, ma una missione al servizio di tutti i popoli. L’espressione “Servite il Signore nella gioia” assume quindi un significato particolare: dopo essere stati schiavi in Egitto, gli Israeliti imparano che il servizio a Dio non è schiavitù, ma una libera risposta d’amore. Quando il Salmo afferma “Egli ci ha fatti e noi siamo suoi”, non si riferisce anzitutto alla creazione dell’uomo, ma alla nascita di Israele come popolo dell’Alleanza. Dio ha dato identità e libertà a coloro che erano schiavi e dispersi. Le parole “Noi siamo il suo popolo” richiamano la promessa fondamentale dell’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo si conclude celebrando due caratteristiche essenziali di Dio: il suo amore eterno e la sua fedeltà senza fine. Nella Bibbia, infatti, “amore e verità o fedeltà” sono le espressioni che meglio descrivono il rapporto di Dio con il suo popolo. Il credente è chiamato a riconoscere il Signore come unico Dio, ricordando con gratitudine la sua opera di liberazione e confidando nel suo amore e nella sua fedeltà che durano per sempre.
Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Per san Paolo, la venuta di Gesù Cristo segna una svolta decisiva nella storia dell’umanità. Prima di Cristo, l’uomo, schiavo del peccato, non era capace di ritrovare da solo la strada verso Dio e si allontanava sempre più da Lui. La grande notizia del Vangelo è che Cristo ci ha rimessi sulla via giusta. Paolo afferma che siamo stati giustificati e riconciliati con Dio non per i nostri meriti, ma per pura grazia. È un dono gratuito: Dio prende l’iniziativa e offre la salvezza a tutti attraverso Gesù Cristo. L’espressione “Cristo è morto per noi” non significa che Dio abbia voluto o richiesto la morte violenta del Figlio come compensazione per i peccati dell’umanità. Dio è amore e non agisce secondo una logica di debiti e pagamenti. La morte di Gesù va compresa come la conseguenza della sua totale fedeltà alla missione ricevuta: annunciare l’amore, il perdono, la nonviolenza e la misericordia di Dio. Come un uomo che rischia la vita per salvare gli altri, Gesù ha accettato il rischio di essere rifiutato. È stato ucciso dagli uomini, vittima dell’odio e della violenza, non per volontà di Dio. Fino alla fine, però, ha continuato a testimoniare il perdono. Guardando alla croce, scopriamo allora il vero volto di Dio: non un Dio irato che cerca vendetta, ma un Dio di amore e di misericordia. In Gesù che perdona anche i suoi persecutori, si manifesta pienamente la bontà del Padre. La riconciliazione di cui parla Paolo consiste proprio nel superamento della sfiducia verso Dio, quella stessa sfiducia rappresentata da Adamo. Grazie allo Spirito Santo, l’uomo può finalmente vivere in pace con Dio e accogliere il suo amore. Per questo Paolo afferma che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori: attraverso Cristo siamo nuovamente introdotti nella comunione con Dio e diventiamo suoi figli. La salvezza dunque è un dono gratuito di Dio. La morte di Cristo non è un prezzo richiesto da Dio, ma la suprema testimonianza del suo amore e del suo perdono, che ci riconciliano con il Padre e ci aprono una vita nuova.
Dal Vangelo secondo Matteo (9,36-10,8)
Gli uomini dell’Antico Testamento avevano già scoperto che Dio è misericordioso, cioè si china sulla sofferenza umana. Mentre Gesù nel vangelo manifesta la stessa compassione, non si limita però a provare un sentimento di pietà, ma interviene concretamente per guarire e liberare. Per questo la missione di Gesù e dei suoi apostoli è anzitutto una missione di guarigione. Gesù annuncia il Regno di Dio e, nello stesso tempo, ne offre segni visibili: guarisce i malati, libera dagli spiriti maligni e ridona vita e speranza. Quando invia i discepoli, affida loro lo stesso compito: proclamate che il Regno è vicino e combattete il male in tutte le sue forme. Gesù è mosso da compassione non solo per le sofferenze individuali, ma anche per il popolo intero, che vede ”come pecore senza pastore”. In Lui si realizzano le promesse dell’Antico Testamento sul Messia-pastore che avrebbe radunato e guidato il suo popolo. Quando Gesù chiede agli apostoli di rivolgersi anzitutto alle pecore perdute della casa d’Israele, non esclude gli altri popoli, ma ricorda la missione particolare di Israele: essere il primo destinatario della salvezza e poi portarla a tutte le nazioni. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: in quest’espressione si riassume la vita del credente. Tutto ciò che riceviamo da Dio è infatti gratuito. La sua grazia non si compra e non si merita; è un dono d’amore. Tuttavia, spesso fatichiamo ad accettare questa gratuità e pensiamo di dover “guadagnare” il favore di Dio. Come Dio dona gratuitamente, così anche noi siamo chiamati a dare gratuitamente. Ciò significa aiutare, servire, amare e perdonare senza cercare ricompense, riconoscimenti o vantaggi personali. Addirittura Gesù invita i suoi discepoli ad amare senza condizioni persino i nemici e a non aspettare che gli altri meritino il nostro aiuto. Chi ha sperimentato il perdono gratuito di Dio è chiamato a diventare a sua volta strumento di perdono e di misericordia. Infine, Gesù insegna la fiducia: ha scelto apostoli molto diversi tra loro e ha affidato loro una grande missione senza pretendere garanzie. Così anche oggi Dio continua a chiamare persone fragili per collaborare alla sua opera. In fondo comprendiamo che il Regno di Dio si realizza malgrado le nostre fragilità e talora tradimenti. Si manifesta anche attraverso la guarigione, la compassione e soprattutto nella vittoria sul male. Chi ha ricevuto gratuitamente l’amore di Dio è chiamato a donarlo agli altri con la stessa gratuità, fiducia e misericordia, nella certezza che è Dio artefice di tutto e noi siamo solo strumenti nelle sue mani.
+Giovanni D’Ercole
(Mt 6,19-23)
«Dove è il tuo Tesoro, là sarà il tuo cuore» (v.21). Non è un problema personale o istituzionale insipido; anzi, indispensabile per ritrovarsi.
Ignorarlo significa concedergli ulteriore respiro, facendolo crescere a dismisura; rendendolo ancor più fuori tempo e difficile leggerlo - e individuarne le terapie.
Per comprendersi e attivare differenti risorse, ogni comunità deve attraversare i momenti della verifica più severa - superando l’incaglio ‘in avanti’, “in uscita”.
Nella forma della Relazione, tutto apre la vita intensa - che integra e valica l’amor proprio, la sete di dominio.
Ciò libera dal “vecchio”, ossia chiude un ciclo di percorsi già messi a punto - per farci tornare come neonati.
La Speranza che ha peso smantella l’inessenziale; espelle il rumore dei pensieri che non sono più in sintonia con la nostra crescita, e introduce energie sognanti, una ricchezza di possibilità.
Ci saranno resistenze iniziali, ma lo sviluppo si predispone.
La Speranza sacrifica le zavorre e ci attiva secondo il ‘divino interiore’. Spalanca le porte a una nuova fase, più luminosa e corrispondente.
I tesori della terra rapidamente accecano; allo stesso modo passano: d’improvviso. L’età della crisi globale ce lo sbatte in faccia.
Eppure, è un dolore necessario.
Capiamo: i nuovi percorsi non sono tracciati dai beni, ma dal Vuoto che fa da intercapedine.
La religiosità buona per tutte le stagioni cede il passo alla vita inedita di Fede.
Qui si colloca l’Arte del discernimento e della pastorale: dovrebbe saper introdurre nuove energie competitive, difformi - cosmiche e personali - che preparano sintesi inedite, aperte, gratuite.
Lo sappiamo; eppure in alcune cerchie e cordate intriganti, la bramosia di possedere non consente di vedere chiaro.
L’ottundimento degli occhi malati di rapina ha prevalso. Prima qua e là, via via occupando l’anima.
Come dire: c’è un’altra esperienza del “divino”, dozzinale.
E cartina al tornasole è proprio quello scrutare meschino (vv.22-23) che trattiene. Con lo sguardo che chiude l’orizzonte dell’esistenza.
Invece, nei tentativi e nei percorsi di Fede che non si accontentano, la vita diventa luminosa d’Amore creativo che rifiorisce, e mette tutti a proprio agio.
Anche il vecchio potrà riemergere in questo nuovo spirito, stavolta perenne. Perché ci sono altre Altezze. Perché ciò che rende intimi a Dio non è nulla di esterno.
L’autentica Chiesa suscitata da ‘visioni’ limpide rivela sempre qualcosa di portentoso: la fecondità dalla nullità, la vita dall’effusione di essa, la nascita dall’apparente sterilità.
Un fiume di sintonie impensate riallaccerà la lettura degli accadimenti e l’azione dei credenti all’opera dello Spirito, senza barriere.
Perché quando qualcuno cede il pensiero normalizzato, e si deposita, il nuovo avanza.
La scelta è ormai inesorabile: tra morte e vita; fra bramosia e «tenebra» (v.23), o Felicità.
Il primo passo è ammettere di dover fare un cammino.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Dov’è il tuo Tesoro? Il tuo cuore e il tuo occhio sono semplici?
Hai mai fatto esperienza di lati che altri giudicano inconcludenti [dal punto di vista materiale] e che invece hanno preparato i tuoi nuovi percorsi?
[Venerdì 11.a sett. T.O. 19 giugno 2026]
This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)
don Giuseppe Nespeca
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