Mar 23, 2026 Scritto da 

Domenica delle Palme: Passione secondo Mt

(Mt 26,14 - 27,66)

 

Matteo 26:17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».

Matteo 26:18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».

Matteo 26:19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Matteo 26:20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.

Matteo 26:21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».

Matteo 26:22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».

Matteo 26:23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.

Matteo 26:24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!».

Matteo 26:25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

 

La parola “azzimo” è formato dalla “a” privativa che significa “senza” e “zymos” che è il lievito. Gli azzimi sono i pani senza lievito. Secondo la tradizione ebraica la vigilia della Pasqua, il 14 di Nisan, si doveva far scomparire dalle case tutto il lievito e così il pane era cotto senza lievito.

I discepoli si “avvicinarono” a Gesù. Questa collegialità dei discepoli evidenzia l'ecclesialità del racconto. L'aspetto cristologico, invece, viene evidenziato dal fatto che essi convergono tutti verso Gesù, indicandone in tal modo la centralità; essi, inoltre, gli chiedono dove preparare la sua pasqua: dove vuoi che ti [a te] prepariamo la pasqua? Gesù inoltre sottolinea come questo tempo sia il suo tempo (v. 18). Gesù ha piena consapevolezza che era giunto il tempo decisivo (kairòs) per l'attuazione del progetto del Padre. Il kairos è il tempo designato, il tempo dell'adempimento.

Vi è un profondo connubio tra Gesù e i discepoli, formano una sorta di nuova entità. Si tratta di una assimilazione dei discepoli alla stessa pasqua di Gesù, così che il loro fare memoria della pasqua del Signore è un rendere perennemente presente e attuale in mezzo a loro la sua Pasqua, anzi loro diventano il segno della Pasqua del Signore: “Il Maestro ti manda a dire [...] farò la pasqua da te con i miei discepoli”.

Significativo il commando di Gesù di preparare la sua Pasqua “dal tale”. Non “un tale”, ma “il tale”. L'articolo determinativo, pur lasciando nell'anonimato il tale, tuttavia lo determina nell'ambito di una categoria di persone presso le quali Gesù ha ordinato di celebrare la sua Pasqua. Questo “tale” doveva essere di fatto un discepolo di Gesù, considerato che Gesù si presenta a lui come il “Maestro dice”. Chi è questo tale? Ci incuriosisce. Ecco, questo tale sono io che leggo. Il maestro mi manda a dire attraverso i suoi discepoli che il suo tempo è vicino e vuole mangiare la pasqua con me, mi invita alla sua cena. Il vangelo è scritto per chi legge, non per quel tale.

“Venuta la sera” Gesù si mise a mensa “con i Dodici” (v. 20); ed essi mangiano questa Pasqua, che non è loro, ma del Signore. Essi ne fanno comunque parte, la assimilano. Anche chi sta per consegnare Gesù è reso, fino all'ultimo, partecipe del destino di morte redentiva del suo Maestro. Ma per lui non vi sarà salvezza: “sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato” (v. 24).

“Uno di voi mi tradirà”. Gesù sa chi è colui che lo sta per tradire, però non lo svela. Gesù ha parlato al futuro, non al passato. Se avesse parlato al passato: “Uno di voi mi ha già tradito”, ognuno poteva sospettare degli altri, ma non di se stesso. Poiché Gesù parla al futuro, ognuno sospetta di se stesso. Ognuno pensa che potrebbe essere proprio lui a tradire, e lo chiede al Signore: “Sono forse io, Signore?”. Gesù risponde a tutti, in una maniera però così prudente e saggia da permettere a ciascuno di sapere che non era lui, senza però poter identificare chi realmente fosse il traditore: “Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà”. A quei tempi non c'erano né cucchiai né forchette, ma ognuno dei convitati prendeva con le mani dal piatto comune quanto gli era necessario. Ognuno poteva sapere di non essere lui perché ancora non aveva intinto con Gesù la mano nel piatto. Ognuno però non sapeva chi fosse il traditore, perché non sapeva chi aveva già intinto la mano con Gesù nel piatto.

Vi è una certa distanza tra Giuda e gli altri apostoli, che l'evangelista Matteo ci fa notare nel diverso modo che essi hanno nell'approcciarsi a Gesù. Di fronte alla denuncia del tradimento che sta per compiersi, i discepoli si rivolgono a Gesù chiamandolo “Signore” (v. 22). Giuda, invece, vede in Gesù soltanto un “rabbì” (v. 25) che lo ha deluso. Non c'è stata in lui nessuna crescita spirituale. Il rabbi (maestro) è quello che ti dice delle cose, le impari e poi fai senza di lui perché diventi maestro anche tu. È vero che Gesù è uno che ti insegna delle cose, ma soprattutto è uno che ti ama e dà la vita per te. È questa la differenza radicale tra Signore e maestro.

“Guai a colui per il quale il Figlio dell'uomo viene tradito”. L'espressione greca è “ouai” ed era l'espressione tipica del lamento funebre. Gesù piange Giuda come morto.

Giuda era nel Cenacolo, nel luogo più sacro in quell'istante, come a significare che nella santità di Cristo e della Chiesa ci sarà sempre la presenza del peccatore. Come Gesù Cristo è stato tradito da un suo discepolo, così la Chiesa sarà sempre tradita dai suoi figli. Nel momento della più grande santità ci sarà sempre il momento del più grande tradimento.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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13 Ultima modifica il Lunedì, 23 Marzo 2026 20:52
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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Jesus seems to say to the accusers: Is not this woman, for all her sin, above all a confirmation of your own transgressions, of your "male" injustice, your misdeeds? (John Paul II, Mulieris Dignitatem n.14)
Gesù sembra dire agli accusatori: questa donna con tutto il suo peccato non è forse anche, e prima di tutto, una conferma delle vostre trasgressioni, della vostra ingiustizia «maschile», dei vostri abusi? (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem n.14)
Here we can experience first hand that God is life and gives life, yet takes on the tragedy of death (Pope Francis)
Qui tocchiamo con mano che Dio è vita e dona vita, ma si fa carico del dramma della morte (Papa Francesco)
The people thought that Jesus was a prophet. This was not wrong, but it does not suffice; it is inadequate. In fact, it was a matter of delving deep, of recognizing the uniqueness of the person of Jesus of Nazareth and his newness. This is how it still is today: many people draw near to Jesus, as it were, from the outside (Pope Benedict)
La gente pensa che Gesù sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità, di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti accostano Gesù, per così dire, dall’esterno (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who revealsr the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
In the rite of Baptism, the presentation of the candle lit from the large Paschal candle, a symbol of the Risen Christ, is a sign that helps us to understand what happens in the Sacrament. When our lives are enlightened by the mystery of Christ, we experience the joy of being liberated from all that threatens the full realization (Pope Benedict)
God approached man in love, even to the total gift, crossing the threshold of our ultimate solitude, throwing himself into the abyss of our extreme abandonment, going beyond the door of death (Pope Benedict)
Dio si è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono totale, a varcare la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi nell’abisso del nostro estremo abbandono, oltrepassando la porta della morte (Papa Benedetto)

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