Giu 15, 2026 Scritto da 

12a Domenica T.O.

12a Domenica T.O. (anno A)

(Mt 10, 26-33)

 

Matteo 10:26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 

Matteo 10:27 Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti.

Matteo 10:28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo.

 

Se Gesù dà l’ordine di non aver paura, vuol dire che la paura c'è. Non è solo il timore della mia vita, ma anche il timore del fallimento del bene; che il bene resti sempre velato, nascosto, che la gente non lo capisca, anche questa è la paura che abbiamo, come anche la paura che tutto sia inutile. Poi la tragedia che se fallisce il bene è qualcosa di veramente grave: dov’è Dio? Questa è la paura dei discepoli. Un primo motivo, infatti, che giustifica il “non abbiate paura” è che tutto ciò che ora sembra incomprensibile sarà palesato: “nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto”. C’è un velo, un nascondimento che verrà tolto e svelato. Cerchiamo di comprendere.

Il grande velo di Dio è la Croce. Sulla Croce Lui si rivela e si rende manifesto come amore, e come è nella vita di Gesù così sarà nella vita del discepolo: quella che sembra essere la sconfitta, in realtà si rivelerà come la vittoria. Tutto viene giocato tra il tempo presente e quello futuro, tra l’oggi dell’uomo e il domani di Dio. In altri termini, il senso oscuro dell’oggi, in cui l’uomo è chiamato a vivere, trova la sua piena comprensione nella luce divina di Gesù Risorto. Solo questa luce è in grado di illuminare l’umanità e di rivelarle il senso nascosto della sua storia. Così tutta la storia non è altro che uno svelarsi progressivo del mistero di Dio.

Se il v. 26 afferma un principio generale, su cui fondare il proprio non temere, il v. 27 gli dà concreta attuazione. C'è, infatti, un parallelismo nei termini così che i primi spiegano i secondi: il “nascosto” trova il suo corrispondente nelle “tenebre”; lo “svelato” si riflette nella “luce”; il “segreto” si aggancia a “orecchio”; il “conosciuto” si ritrova nei “tetti”. I verbi del v. 26, inoltre, da impersonali (“nulla vi è”, “non sarà svelato”, “non sarà conosciuto”), diventano nel v. 27 personali e hanno soggetti ben determinati: io-voi, Gesù-discepoli. Si passa, quindi, dal principio alla sua concretizzazione.

Gesù sta ammaestrando i suoi discepoli, parlando loro di nascosto, in segreto, lontano dalla folla, cioè non in pubblico ma in privato. Vi è una contrapposizione tra lo stadio dell’annuncio all’epoca di Gesù, fatto in maniera discreta, e lo stadio della predicazione dei discepoli, i quali sono tenuti a proclamare con coraggio e pubblicamente il messaggio della salvezza. Gli apostoli sono coloro ai quali è svelato il segreto. Questo insegnamento segreto e nascosto, non dovrà per sempre rimanere segreto e nascosto. Dovrà essere gridato al mondo intero in modo pubblico, udibile e comprensibile da tutti. Gesù ora parla a loro quasi nel silenzio. Saranno poi loro a parlare al mondo intero gridando il suo messaggio, la sua Parola, il suo insegnamento, dopo l’evento pasquale. Allora, ecco che ciò che è nelle tenebre sarà detto nella luce, e ciò che ora è semplicemente sussurrato nell’intimo a poche persone, raggiungerà tutti. Quindi il bene non è sconfitto, non temete. Non abbiate paura, la storia è nelle mani di Dio.

Tutta la contrapposizione ruota intorno al confronto uomini-Dio, con i quali il discepolo deve rapportarsi nello svolgimento della sua missione. Alla radice di questo confronto ci sta l’implicita domanda se è meglio ubbidire a Dio o agli uomini. È questa la realtà quotidiana a cui sono posti di fronte i discepoli: essi sono chiamati ad annunciare e a testimoniare delle realtà che infastidiscono gli uomini al punto tale che questi non esitano a sopprimerli fisicamente. Gesù prospetta ai discepoli la possibilità di una morte violenta, ma li esorta a non temere gli uomini che possono al massimo privarli della vita fisica. Devono temete piuttosto Dio che nel giudizio può condannarli alla dannazione eterna. Vale la pena di sopportare il martirio per ottenere la vita imperitura nel cielo.

Noi abbiamo una grande paura di morire, eppure moriamo lo stesso. La nostra vita non è il corpo, la nostra vita è il fatto che siamo figli di Dio. Questa è la vita eterna che viviamo già ora, è questa da non perdere, l’altra la perdiamo comunque e chi cerca di salvarla in tutti i modi, non ci riesce. Allora, non sia la paura della morte a governare la nostra vita. Dobbiamo aver paura, invece, di perdere il senso della nostra vita.

Dio è padrone dell’anima e del corpo, della vita e della morte. Quindi temiamo Lui. Oggi, che non c’è più timore di Dio, si hanno infinite fobie. Perché? Perché senza timore di Dio la morte diventa l’assoluto da evitare. Se, invece, poniamo il timore di Dio, cioè tieniamo conto di Dio che ci è Padre, che ci ha dato la vita, ecco che cambia la nostra vita.

La Geenna, dall'ebraico “ghe-Hinnom” (valle del fiume Hinnom), era una sorta di precipizio posto a sud-ovest di Gerusalemme. In questa valle, anticamente si erano eretti dei templi al dio Moloch, al quale venivano sacrificati dei bambini, secondo riti pagani cananei, a cui partecipavano anche gli ebrei. Il re Giosia (640-609 a.C.), nel riformare e nel ristabilire il vero culto a Dio, fece abbattere questi templi e ridusse la valle a un deposito di immondizie e di cadaveri che non potevano avere sepoltura e dove il tutto veniva bruciato. Il fuoco, qui, era dunque perenne. Da qui, per similitudine, la Geenna divenne la rappresentazione del luogo di ogni impurità sottoposto ad un fuoco eterno, cioè l’Inferno. Questo concetto è stato ripreso nel Nuovo Testamento in cui il termine Geenna indica il luogo della perdizione eterna e del giudizio divino.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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123 Ultima modifica il Lunedì, 15 Giugno 2026 20:25
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
Per la prodigiosa ed istantanea guarigione del paralitico, l’apostolo San Matteo è più sobrio degli altri sinottici, San Marco e San Luca. Questi aggiungono più ampi particolari, tra cui quello dell’avvenuta apertura del tetto nell’ambiente ove si trovava Gesù, per calarvi l’infermo col suo lettuccio, data l’enorme folla che faceva ressa all’entrata. Evidente è la speranza dei pietosi accompagnatori: essi vogliono quasi obbligare Gesù ad occuparsi dell’inatteso ospite e ad iniziare un dialogo con lui (Papa Paolo VI)
A life without love and without truth would not be life. The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
His slumber causes us to wake up. Because to be disciples of Jesus, it is not enough to believe God is there, that he exists, but we must put ourselves out there with him; we must also raise our voice with him. Hear this: we must cry out to him. Prayer is often a cry: “Lord, save me!” (Pope Francis)
Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!” (Papa Francesco)
"The girl is not dead, but asleep". These words, deeply revealing, lead me to think of the mysterious presence of the Lord of life in a world that seems to succumb to the destructive impulse of hatred, violence and injustice; but no. This world, which is yours, is not dead, but sleeps (Pope John Paul II)
Let our prayer spread out and continue in the churches, communities, families, the hearts of the faithful, as though in an invisible monastery from which an unbroken invocation rises to the Lord (John Paul II)
La nostra preghiera si diffonda e continui nelle chiese, nelle comunità, nelle famiglie, nei cuori credenti, come in un monastero invisibile, da cui salga al Signore una invocazione perenne (Giovanni Paolo II)

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