3a Domenica di Quaresima (anno A)
(Rm 5,1-2.5-8)
Romani 5:1 Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo;
Romani 5:2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
Paolo vede il credente in Gesù in una situazione di grazia. Questo stato di grazia lo esprime con la parola "giustificati". La giustificazione è compiuta. È questa la verità che Paolo proclama. Il passaggio dalla vita alla morte, dal peccato alla grazia, avviene, è avvenuto, avverrà sempre per la fede in Gesù Cristo. Usando l'aoristo participio passivo (= essendo stati giustificati) Paolo sottolinea che quest'opera ormai ci appartiene. Allude a un momento preciso della vita dei cristiani che appartiene al passato: si tratta del battesimo. Siamo giustificati “ek pisteōs” - dalla fede. Gesù Cristo morto-risorto è il luogo sacramentale dove si attua questa giustificazione, a cui si accede per mezzo della fede. Siamo giustificati nel momento in cui crediamo e accogliamo Gesù Cristo come unica e sola Parola di vita eterna.
Cosa avviene nel momento in cui si compie la nostra giustificazione? Siamo in pace con Dio. L'autore della salvezza è anche l'autore della pace: non c'è vera pace se non in Cristo. Questa pace si è instaurata quando noi, nemici di Dio, siamo stati riconciliati con Dio da Gesù Cristo. La pace non è uno stato di equilibrio interiore e neppure il nostro comportamento pacifico. La pace è il ristabilimento della relazione con Dio, perché riappacificati a seguito della giustificazione. Quando si è in pace con Dio si ritrova anche la pace con gli uomini; si ritrova anche la pace con il creato, da custodire e da coltivare, in quanto bene affidato da Dio alle nostre cure perché sappiamo farne la casa dove l'uomo possa abitare con dignità, sapienza, e nella gioia. L'errore dell'uomo, oggi, è pensare che vi possa essere pace tra gli uomini e con il creato, rimanendo l'uomo nella sua falsità e nel suo peccato. La pace nasce solo dalla giustificazione e solo finché l'uomo vive da giustificato.
Si è nella pace se si è in Cristo, si è nella pace se si vive nella parola di Cristo, si è nella pace solo per mezzo di Cristo. Questo è il grido che Paolo fa risuonare nelle sue chiese, perché si convincano che fuori di Cristo nessuna pace sarà mai possibile. L'illusione è pensare una pace senza giustificazione, pensare una pace fuori di Cristo. La Pace è Cristo, è in Cristo, è per mezzo di Cristo. È lui la via attraverso la quale un uomo può andare in pace verso un altro uomo. Chi esclude Cristo, si preclude la strada della vera pace. Senza Cristo non vi potrà mai essere pace, perché l'uomo non è nella verità.
La fede pertanto è fede in Dio che ha costituito Cristo unica via per avere la salvezza. La nostra fede in Dio diventa però operativa solo se è fede nell'opera di Cristo. Dio Padre e Gesù Cristo sono un unico principio di fede, un'unica fede che salva. È attraverso questa fede che si ottiene il dono della pace, perché è attraverso questa fede che siamo giustificati, Dio cioè cancella il nostro debito, ci fa suoi figli in Cristo, ci ristabilisce nella sua amicizia. Questa è la pace.
"Per suo mezzo": Cristo è lo strumento e la chiave di accesso alla nuova condizione di vita che si è realizzata in Lui. La pace di cui si parla al v. 1, viene considerata sotto un altro aspetto nel v. 2: è una grazia. Paolo dice di aver avuto accesso a "questa grazia nella quale ci troviamo". La grazia va intesa come la redenzione operata da Cristo attraverso la sua morte e risurrezione. Paolo va molto fiero di questa grazia. E quel "ci vantiamo" non è frutto di presunzione umana, ma è la gioia che nasce dalla coscienza di essere stati eletti e salvati per mezzo di Cristo e in Cristo, nonostante la miserevole condizione di peccatori, e che fa in qualche modo pregustare lo stato della gloria piena e definitiva. Paolo si vanta per magnificare e lodare il Signore, per benedirlo ed esaltarlo per il suo grande amore. Tutto quello che Paolo è, tutto quello che i credenti sono e diventeranno è solo per grazia, e di questo bisogna vantarsi, non per i propri meriti.
Il vanto di Paolo riposa su una verità: lui è ben saldo "nella speranza della gloria di Dio", cioè gioisce nella speranza di partecipare un giorno alla gloria di Dio, che per i giustificati sarà la corona e il fine di tutte le cose. Paolo sa che lo attende una smisurata gloria eterna. È questa la sua forza: la speranza che nasce in lui dalla fede. Una speranza che non va pensata come semplice desiderio umano; ma essa è già certezza, poiché definisce una realtà che già c'è e in cui già ci si trova, anche se non è ancora raggiunta in modo pieno e definitivo: però fin d'ora siamo chiamati a viverla, conformando la nostra vita a questa nuova realtà di cui viviamo. Così che la nostra vita è una vita escatologica, profondamente segnata da un già e un non ancora.
Chi non ha questa speranza, si impelaga nelle cose di questo mondo e viene soffocato come le spine soffocano il buon grano. Oggi stiamo perdendo quasi tutti la speranza della gloria di Dio. Stiamo quasi tutti costruendo un cristianesimo orizzontale, senza la sua verità portante. Dobbiamo riprenderci, rafforzarci nella specificità della nostra fede. Dobbiamo trovare la fierezza del nostro essere cattolici, discepoli, ministri, ambasciatori, araldi di Gesù Cristo, nella speranza della gloria futura. Se il credente perde di vista la speranza, il suo essere cristiano è senza scopo. Quando invece nel credente dimora la vera fede, c'è anche una speranza forte; quando manca la speranza è segno evidente che la sua fede è debole, o inesistente. È una fede che non riesce ad aprire la porta dell'eternità e senza l'apertura di questa porta, la poca fede che vi risiede, prima o poi si perderà, poiché la caratteristica della fede è camminare verso la gloria eterna di Dio nel suo regno di luce e di pace eterna.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
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