Seconda Domenica di Quaresima (anno A) [Mt 17,1-9]
Matteo 17:3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Matteo 17:4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Matteo 17:5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».
Matteo 17:6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Matteo 17:7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».
Matteo 17:8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.
Matteo 17:9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».
Accanto al Gesù trasfigurato e rilucente della stessa luce di Dio, si affiancano all'improvviso e in modo inaspettato due personaggi veterotestamentari di rilevante importanza: Mosè ed Elia. Il primo è colui che Dio scelse per liberare il suo popolo dall'oppressione dell'Egitto e perché lo conducesse nella terra promessa ai Patriarchi. Mosè è colui che parlava con Dio faccia a faccia, rivelando così la familiarità che intercorreva tra i due. Mosè è colui che ricevette direttamente da Dio la Torah, e la rivelò al popolo. Fu un intercessore, l'intermediario dell'alleanza tra Dio e Israele. Elia, invece, fu colui che contrastò i tradimenti del popolo e dei suoi governanti e, sfidando le ire della regina Gezabele e le pretese dei sacerdoti di Baal, cercò di affermare la signoria di Dio in mezzo al popolo, mettendo a repentaglio la propria vita.
La presenza di questi personaggi si deve anche al fatto che Gesù nel cap. 5 del Vangelo aveva detto: “non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti”, cioè Gesù non è venuto a distruggere le promesse dell’Antico Testamento, contenute nella legge e nei profeti, ma a portarle a compimento, a pienezza. Con la loro presenza, Mosè ed Elia rendono testimonianza a Gesù, e mostrano che Egli è il fine a cui era ordinata sia la legge che i profeti. Costoro sono anche i due personaggi che nell’Antico Testamento hanno parlato con Dio. Come Mosè ed Elia parlavano con Dio, ora essi parlano con Gesù e a lui soltanto. Non viene detto che Gesù parla con loro, ma che loro parlano con Gesù; sono loro che convergono verso Gesù e non viceversa. Non vi è, dunque, un interscambio dialogico. Elia e Mosè, tutta la rivelazione data da Dio ai padri, parla con Gesù.
La scena è carica di simbolismo e di significati. Matteo l'ha inserita per far comprendere il significato nuovo della figura di Gesù rispetto ai personaggi simbolo dell'Antico Testamento. Gesù non è un'aggiunta a Mosè e ad Elia, non è un loro prolungamento, ma il loro punto di convergenza. Essi, per un certo verso, definiscono il senso della sua missione e del suo essere: come Mosè, Gesù è stato inviato ad Israele e all'intera umanità per liberarla dalla schiavitù del peccato e ricondurla al Padre. Nel contempo si costituisce anche come mediatore tra Dio e gli uomini, una sorta di pontefice, che collega l'umanità a Dio, in un patto tra Dio e gli uomini, sicuro e definitivo, che non verrà mai meno. Similmente ad Elia, il profeta che spese la sua vita e la pose a rischio per riaffermare il culto di Dio in seno al suo popolo, anche Gesù è venuto a ripristinare la volontà del Padre in mezzo agli uomini, a rivelarne le esigenze e a sollecitare un loro ritorno a Dio. Mosè ed Elia, pertanto, erano figure paradigmatiche, tipiche, che preannunciarono in loro stessi i tratti essenziali della figura di Gesù, in cui essi convergono e trovano il loro compimento.
Il v. 4 denuncia un errore di prospettiva in cui cadrà il giudeo-cristianesimo: ritenere Gesù un grande personaggio, un profeta di spicco, un messia di rilievo, ma che non si discostava dai suoi predecessori veterotestamentari, significati in Mosè ed Elia, anzi a questi si doveva legare. Pietro, infatti, ha davanti a sé Gesù, Mosè ed Elia e, senza distinzione alcuna, propone loro tre tende, una per ciascuno di loro, tutti e tre alla pari. Come dire che Pietro, e con lui il giudeo-cristianesimo, ancora non riusciva a cogliere la novità racchiusa nel mistero di Gesù, che egli pone sullo stesso piano di Mosè ed Elia e ad essi associa.
Con il v. 5 giungiamo nel cuore del racconto, finalizzato a sottolineare la figliolanza divina di Gesù e, quindi, la sua stessa divinità. La rivelazione tocca qui il suo vertice poiché sulla questione è ora impegnato Dio stesso, la cui presenza è richiamata da due elementi teofanici: la nube e la voce. La prima richiama da vicino la “shekinàh”, la presenza gloriosa di Yahweh, mentre la seconda è legata alla prima e indica il rivelarsi di Dio.
La luminosità della nube contrasta con il verbo epeskíasen, “adombrò”, “oscurò”. È stupefacente come una nube incandescente di luce divina possa oscurare e adombrare. In realtà questo gioco di parole parla di rivelazione e di nuova comprensione. Ciò che questa nube oscura, infatti, sono quei Gesù, Mosè ed Elia, che Pietro aveva posto tutti in egual modo, sullo stesso piano, senza rilevarne la sostanziale differenza. È questo errore, che riparametra Gesù sulla falsariga dell'Antico Testamento, riconducendolo al suo interno, che viene per così dire adombrato, nascosto; mentre all'interno della luce divina viene rivelato il vero mistero che sottende la persona di Gesù.
La Chiesa non ha più niente da prendere da Mosè o da Elia, se non quelle parti che sono compatibili con il messaggio di Gesù. L’evangelista non dice che bisogna buttar via l’Antico Testamento, ma Gesù diventa la norma per l’interpretazione dell’Antico Testamento. Questo è un monito attuale più che mai, perché da sempre ci sono gruppi che sono tentati di valorizzare alcune norme dell’Antico Testamento e integrarle nella comunità cristiana.
Il brano termina (v. 9) con i discepoli ricondotti entro la normalità del vivere quotidiano: essi, infatti, scendono dal monte; ed è proprio durante tale rientro che Gesù ordina il silenzio circa la visione. Vieta loro di parlarne prima della risurrezione, perché solo allora capiranno cos’è la trasfigurazione: è l’anticipo della resurrezione. Intanto, lasceranno che il mistero intuito maturi in loro.
È necessario, quindi, attendere i tempi stabiliti perché Gesù venga compreso nella sua interezza, e questi tempi vengono soltanto dopo che Gesù avrà la glorificazione della sua persona (“risorto dai morti”). Solo allora apparirà con chiarezza il senso del suo essere, della sua divinità e della sua messianicità. Solo allora le Scritture potranno essere ricomprese e acquisiranno un significato nuovo; solo allora, nel Risorto, la Legge e i Profeti troveranno il loro compimento. Il mistero, ora, deve essere avvolto nel silenzio di una imperfetta comprensione, che si può intuire, ma non ancora raggiungere nella pienezza. Nell'attesa che il mistero si compia è necessario il silenzio, perché il mistero non venga banalizzato o rifiutato.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
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