Feb 23, 2026 Scritto da 

2a Domenica di Quaresima

Seconda Domenica di Quaresima (anno A)  [Mt 17,1-9]

 

Matteo 17:3 Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Matteo 17:4 Pietro prese allora la parola e disse a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia».

Matteo 17:5 Egli stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo».

Matteo 17:6 All'udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.

Matteo 17:7 Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete».

Matteo 17:8 Sollevando gli occhi non videro più nessuno, se non Gesù solo.

Matteo 17:9 E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti».

 

 

Accanto al Gesù trasfigurato e rilucente della stessa luce di Dio, si affiancano all'improvviso e in modo inaspettato due personaggi veterotestamentari di rilevante importanza: Mosè ed Elia. Il primo è colui che Dio scelse per liberare il suo popolo dall'oppressione dell'Egitto e perché lo conducesse nella terra promessa ai Patriarchi. Mosè è colui che parlava con Dio faccia a faccia, rivelando così la familiarità che intercorreva tra i due. Mosè è colui che ricevette direttamente da Dio la Torah, e la rivelò al popolo. Fu un intercessore, l'intermediario dell'alleanza tra Dio e Israele. Elia, invece, fu colui che contrastò i tradimenti del popolo e dei suoi governanti e, sfidando le ire della regina Gezabele e le pretese dei sacerdoti di Baal, cercò di affermare la signoria di Dio in mezzo al popolo, mettendo a repentaglio la propria vita.

La presenza di questi personaggi si deve anche al fatto che Gesù nel cap. 5 del Vangelo aveva detto: “non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti”, cioè Gesù non è venuto a distruggere le promesse dell’Antico Testamento, contenute nella legge e nei profeti, ma a portarle a compimento, a pienezza. Con la loro presenza, Mosè ed Elia rendono testimonianza a Gesù, e mostrano che Egli è il fine a cui era ordinata sia la legge che i profeti. Costoro sono anche i due personaggi che nell’Antico Testamento hanno parlato con Dio. Come Mosè ed Elia parlavano con Dio, ora essi parlano con Gesù e a lui soltanto. Non viene detto che Gesù parla con loro, ma che loro parlano con Gesù; sono loro che convergono verso Gesù e non viceversa. Non vi è, dunque, un interscambio dialogico. Elia e Mosè, tutta la rivelazione data da Dio ai padri, parla con Gesù.

La scena è carica di simbolismo e di significati. Matteo l'ha inserita per far comprendere il significato nuovo della figura di Gesù rispetto ai personaggi simbolo dell'Antico Testamento. Gesù non è un'aggiunta a Mosè e ad Elia, non è un loro prolungamento, ma il loro punto di convergenza. Essi, per un certo verso, definiscono il senso della sua missione e del suo essere: come Mosè, Gesù è stato inviato ad Israele e all'intera umanità per liberarla dalla schiavitù del peccato e ricondurla al Padre. Nel contempo si costituisce anche come mediatore tra Dio e gli uomini, una sorta di pontefice, che collega l'umanità a Dio, in un patto tra Dio e gli uomini, sicuro e definitivo, che non verrà mai meno. Similmente ad Elia, il profeta che spese la sua vita e la pose a rischio per riaffermare il culto di Dio in seno al suo popolo, anche Gesù è venuto a ripristinare la volontà del Padre in mezzo agli uomini, a rivelarne le esigenze e a sollecitare un loro ritorno a Dio. Mosè ed Elia, pertanto, erano figure paradigmatiche, tipiche, che preannunciarono in loro stessi i tratti essenziali della figura di Gesù, in cui essi convergono e trovano il loro compimento.

Il v. 4 denuncia un errore di prospettiva in cui cadrà il giudeo-cristianesimo: ritenere Gesù un grande personaggio, un profeta di spicco, un messia di rilievo, ma che non si discostava dai suoi predecessori veterotestamentari, significati in Mosè ed Elia, anzi a questi si doveva legare. Pietro, infatti, ha davanti a sé Gesù, Mosè ed Elia e, senza distinzione alcuna, propone loro tre tende, una per ciascuno di loro, tutti e tre alla pari. Come dire che Pietro, e con lui il giudeo-cristianesimo, ancora non riusciva a cogliere la novità racchiusa nel mistero di Gesù, che egli pone sullo stesso piano di Mosè ed Elia e ad essi associa.

Con il v. 5 giungiamo nel cuore del racconto, finalizzato a sottolineare la figliolanza divina di Gesù e, quindi, la sua stessa divinità. La rivelazione tocca qui il suo vertice poiché sulla questione è ora impegnato Dio stesso, la cui presenza è richiamata da due elementi teofanici: la nube e la voce. La prima richiama da vicino la “shekinàh”, la presenza gloriosa di Yahweh, mentre la seconda è legata alla prima e indica il rivelarsi di Dio.

La luminosità della nube contrasta con il verbo epeskíasen, “adombrò”, “oscurò”. È stupefacente come una nube incandescente di luce divina possa oscurare e adombrare. In realtà questo gioco di parole parla di rivelazione e di nuova comprensione. Ciò che questa nube oscura, infatti, sono quei Gesù, Mosè ed Elia, che Pietro aveva posto tutti in egual modo, sullo stesso piano, senza rilevarne la sostanziale differenza. È questo errore, che riparametra Gesù sulla falsariga dell'Antico Testamento, riconducendolo al suo interno, che viene per così dire adombrato, nascosto; mentre all'interno della luce divina viene rivelato il vero mistero che sottende la persona di Gesù.

La Chiesa non ha più niente da prendere da Mosè o da Elia, se non quelle parti che sono compatibili con il messaggio di Gesù. L’evangelista non dice che bisogna buttar via l’Antico Testamento, ma Gesù diventa la norma per l’interpretazione dell’Antico Testamento. Questo è un monito attuale più che mai, perché da sempre ci sono gruppi che sono tentati di valorizzare alcune norme dell’Antico Testamento e integrarle nella comunità cristiana.

Il brano termina (v. 9) con i discepoli ricondotti entro la normalità del vivere quotidiano: essi, infatti, scendono dal monte; ed è proprio durante tale rientro che Gesù ordina il silenzio circa la visione. Vieta loro di parlarne prima della risurrezione, perché solo allora capiranno cos’è la trasfigurazione: è l’anticipo della resurrezione. Intanto, lasceranno che il mistero intuito maturi in loro.

È necessario, quindi, attendere i tempi stabiliti perché Gesù venga compreso nella sua interezza, e questi tempi vengono soltanto dopo che Gesù avrà la glorificazione della sua persona (“risorto dai morti”). Solo allora apparirà con chiarezza il senso del suo essere, della sua divinità e della sua messianicità. Solo allora le Scritture potranno essere ricomprese e acquisiranno un significato nuovo; solo allora, nel Risorto, la Legge e i Profeti troveranno il loro compimento. Il mistero, ora, deve essere avvolto nel silenzio di una imperfetta comprensione, che si può intuire, ma non ancora raggiungere nella pienezza. Nell'attesa che il mistero si compia è necessario il silenzio, perché il mistero non venga banalizzato o rifiutato. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

(Disponibili su Amazon)

7 Ultima modifica il Lunedì, 23 Febbraio 2026 23:49
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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In the crucified Jesus, a kind of transformation and concentration of the signs occurs: he himself is the “sign of God” (John Paul II)
In Gesù crocifisso avviene come una trasformazione e concentrazione dei segni: è Lui stesso il "segno di Dio" (Giovanni Paolo II)
Only through Christ can we converse with God the Father as children, otherwise it is not possible, but in communion with the Son we can also say, as he did, “Abba”. In communion with Christ we can know God as our true Father. For this reason Christian prayer consists in looking constantly at Christ and in an ever new way, speaking to him, being with him in silence, listening to him, acting and suffering with him (Pope Benedict)
Solo in Cristo possiamo dialogare con Dio Padre come figli, altrimenti non è possibile, ma in comunione col Figlio possiamo anche dire noi come ha detto Lui: «Abbà». In comunione con Cristo possiamo conoscere Dio come Padre vero. Per questo la preghiera cristiana consiste nel guardare costantemente e in maniera sempre nuova a Cristo, parlare con Lui, stare in silenzio con Lui, ascoltarlo, agire e soffrire con Lui (Papa Benedetto)
In today’s Gospel passage, Jesus identifies himself not only with the king-shepherd, but also with the lost sheep, we can speak of a “double identity”: the king-shepherd, Jesus identifies also with the sheep: that is, with the least and most needy of his brothers and sisters […] And let us return home only with this phrase: “I was present there. Thank you!”. Or: “You forgot about me” (Pope Francis)
Nella pagina evangelica di oggi, Gesù si identifica non solo col re-pastore, ma anche con le pecore perdute. Potremmo parlare come di una “doppia identità”: il re-pastore, Gesù, si identifica anche con le pecore, cioè con i fratelli più piccoli e bisognosi […] E torniamo a casa soltanto con questa frase: “Io ero presente lì. Grazie!” oppure: “Ti sei scordato di me” (Papa Francesco)
Thus, in the figure of Matthew, the Gospels present to us a true and proper paradox: those who seem to be the farthest from holiness can even become a model of the acceptance of God's mercy and offer a glimpse of its marvellous effects in their own lives (Pope Benedict))
Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza (Papa Benedetto)
Man is involved in penance in his totality of body and spirit: the man who has a body in need of food and rest and the man who thinks, plans and prays; the man who appropriates and feeds on things and the man who makes a gift of them; the man who tends to the possession and enjoyment of goods and the man who feels the need for solidarity that binds him to all other men [CEI pastoral note]
Nella penitenza è coinvolto l'uomo nella sua totalità di corpo e di spirito: l'uomo che ha un corpo bisognoso di cibo e di riposo e l'uomo che pensa, progetta e prega; l'uomo che si appropria e si nutre delle cose e l'uomo che fa dono di esse; l'uomo che tende al possesso e al godimento dei beni e l'uomo che avverte l'esigenza di solidarietà che lo lega a tutti gli altri uomini [nota pastorale CEI]
St John Chrysostom urged: “Embellish your house with modesty and humility with the practice of prayer. Make your dwelling place shine with the light of justice; adorn its walls with good works, like a lustre of pure gold, and replace walls and precious stones with faith and supernatural magnanimity, putting prayer above all other things, high up in the gables, to give the whole complex decorum. You will thus prepare a worthy dwelling place for the Lord, you will welcome him in a splendid palace. He will grant you to transform your soul into a temple of his presence” (Pope Benedict)

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