Dic 30, 2025 Scritto da 

2a Domenica Natale

(Gv 1,1-18)

 

Giovanni 1:1 In principio era il Verbo,

il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Giovanni 1:12 A quanti però l'hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

Giovanni 1:13 i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

 

“...a quelli che credono nel suo nome” (v. 12). Significativo è quel “nel” reso in greco con “eis”, una particella di moto a luogo. Essa esprime un movimento orientato a, imprimendo al credere la dinamica propria della vita, colta come un cammino in Cristo e per Cristo. Credere nel suo nome, pertanto, significa non soltanto accogliere, ma orientare e conformare il proprio vivere a Cristo. Soltanto a queste condizioni si potrà ottenere il “potere”, cioè la capacità, di diventare figli di Dio. La fede, dunque, fa acquisire la capacità di figliolanza divina, perché il credere è un camminare verso Cristo, un crescere in lui. Solo a queste condizioni il credente “diventa” figlio di Dio, cioè passa da una condizione umana ad una divina. Un “diventare”, che è un processo evolutivo e trasformante, “da … a”, il quale impegna la vita del credente, intesa come un divenire continuo, espresso significativamente nella particella “eis”.

Il v. 13 spiega da dove proviene la generazione a figli di Dio. La figliolanza divina non dipende dall'uomo: a) “non da sangue”; b) “né da volere di carne”; c) “né da volere di uomo”. Carne, sangue, uomo sono tre termini solo apparentemente sinonimici tra loro, in realtà essi indicano tre tipologie di persone.

La prima espressione “non da sangue” in greco è resa al plurale (“ouk ex haimátōn”, non da sangui). Per l'ebreo il sangue è la sede della vita, anzi esso talvolta viene identificato con la vita stessa. Questo sangue è sempre posto al singolare. Tuttavia, se il sangue fuoriesce dal corpo per una ferita o per il mestruo femminile, esso viene posto al plurale, i sangui. Questi due aspetti, ferita e mestruo, richiamano, rispettivamente, sia la circoncisione, grazie alla quale il bambino era inserito nel popolo d'Israele, e fatto per ciò stesso erede della promessa divina; sia la capacità generativa della donna. Nessuno di questi due tipi di sangue sono in grado di dare la figliolanza divina. Se è comprensibile il sangue che fuoriesce dalla ferita della circoncisione, meno chiaro lo è quello del mestruo femminile, su cui ci soffermiamo un istante per renderne meglio accessibile la comprensione. Il declinare il sangue al plurale in questo contesto, riferito alla generazione della figliolanza divina, richiama la capacità generativa della donna, che nel mondo ebraico era considerata come l'elemento certo dell'ebraicità. Vero ebreo era colui che nasceva da madre ebrea. Affermare, quindi, che i veri figli di Dio non provengono “dai sangui” equivaleva dire che non è il popolo ebraico a generarli, né attraverso le proprie donne né, tanto meno, attraverso la circoncisione. Questa espressione, “ouk ex haimátōn”, pertanto, inerisce al popolo ebraico, ed esclude la sua capacità di generare la vera figliolanza divina. I veri figli di Dio non sono generati né da Mosè né dalla Legge. La negazione di queste due tipologie di sangue circa la loro capacità generativa al divino, assegna, per contro, tale capacità ad un altro sangue e ad un'altra carne, quelli di Gesù.

La seconda espressione “né da volere di carne” richiama da vicino lo stato di coniugalità dell'uomo e della donna. Quel “volere”, ben lungi dall'indicare un desiderio concupiscente, indica la progettualità dell'uomo e della donna, la loro capacità di autodeterminare, secondo schemi e disegni propri, il loro futuro. La figliolanza divina, dunque, non dipende neppure dalla volontà dei coniugi, intesi nella loro connaturata capacità generativa, che li rende fecondi e simili a Dio, generatore di vita.

La terza espressione “né da volere di uomo” coglie l'uomo nella sua capacità di autodeterminarsi. Il termine qui usato, infatti, per indicare l'uomo, non è “ánthrōpos”, che significa uomo in senso generico, e che ha il suo corrispondente latino in “homo”; bensì “anēr”, che contiene in sé il significato di uomo per eccellenza ed ha il suo parallelo latino in “vir”. Nemmeno, dunque, da questa eccellenza umana, fatta ad immagine e somiglianza di Dio, uscirà la vera figliolanza divina. Esclusa, pertanto, l'area umana nelle sue tre diverse sfaccettature, non rimane che l'area divina, introdotta da un “ma” avversativo: “ma da Dio sono stati generati”.

La vera figliolanza divina ha la sua origine e le sue radici esclusivamente in Dio. Nessun titolo di merito umano può vantare una capacità generativa divina. Per mezzo della fede e dell'accoglienza del Verbo, viene operato nell'uomo il passaggio dalla natura di carne alla natura divina. È in questo passaggio la sorprendente novità del cristiano di fronte al non cristiano. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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696 Ultima modifica il Martedì, 30 Dicembre 2025 12:21
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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Thus, paradoxically, from a sign of condemnation, death and failure, the Cross becomes a sign of redemption, life and victory, through faith, the fruits of salvation can be gathered (Pope Benedict)
Così la Croce, paradossalmente, da segno di condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della salvezza (Papa Benedetto)
[Nicodemus] felt the fascination of this Rabbi, so different from the others, but could not manage to rid himself of the conditioning of his environment that was hostile to Jesus, and stood irresolute on the threshold of faith (Pope Benedict)
[Nicodemo] avverte il fascino di questo Rabbì così diverso dagli altri, ma non riesce a sottrarsi ai condizionamenti dell’ambiente contrario a Gesù e resta titubante sulla soglia della fede (Papa Benedetto)
Those wounds that, in the beginning were an obstacle for Thomas’s faith, being a sign of Jesus’ apparent failure, those same wounds have become in his encounter with the Risen One, signs of a victorious love. These wounds that Christ has received for love of us help us to understand who God is and to repeat: “My Lord and my God!” Only a God who loves us to the extent of taking upon himself our wounds and our pain, especially innocent suffering, is worthy of faith (Pope Benedict)
Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: “Mio Signore e mio Dio”. Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede (Papa Benedetto)
We see that the disciples are still closed in their thinking […] How does Jesus answer? He answers by broadening their horizons […] and he confers upon them the task of bearing witness to him all over the world, transcending the cultural and religious confines within which they were accustomed to think and live (Pope Benedict)
Vediamo che i discepoli sono ancora chiusi nella loro visione […] E come risponde Gesù? Risponde aprendo i loro orizzonti […] e conferisce loro l’incarico di testimoniarlo in tutto il mondo oltrepassando i confini culturali e religiosi entro cui erano abituati a pensare e a vivere (Papa Benedetto)
The Fathers made a very significant commentary on this singular task. This is what they say: for a fish, created for water, it is fatal to be taken out of the sea, to be removed from its vital element to serve as human food. But in the mission of a fisher of men, the reverse is true. We are living in alienation, in the salt waters of suffering and death; in a sea of darkness without light. The net of the Gospel pulls us out of the waters of death and brings us into the splendour of God’s light, into true life (Pope Benedict)
I Padri […] dicono così: per il pesce, creato per l’acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all’uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita (Papa Benedetto)

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