don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Giovedì, 11 Giugno 2026 03:15

Dov’è il cuore ecclesiale?

(Mt 6,19-23)

 

«Dove è il tuo Tesoro, là sarà il tuo cuore» (v.21). Non è un problema personale o istituzionale abusato, insipido; da facili ironie.

Ignorarlo significa concedergli ulteriore respiro, facendolo crescere a dismisura; rendendolo ancor più fuori tempo e difficile leggerlo - e individuarne le terapie.

Tutto ciò, però, va fatto mettendo fra parentesi le precipitazioni… nello spirito di comprensione più largo. Fermo restando che per cogliersi dentro e attivare differenti risorse, ogni comunità deve attraversare i momenti della verifica più severa.

Anche per chiese denominazionali di ampia e prestigiosa tradizione, la coscienza di essere oggi perdenti sotto questo aspetto è indispensabile per ritrovarsi. Superando l’incaglio ‘in avanti’, “in uscita”.

 

 

Leggiamo nell’Enciclica «Spe Salvi» n.2 [«La Fede è Speranza»]:

 

«Speranza è una parola centrale della fede biblica – al punto che in diversi passi le parole “fede” e “speranza” sembrano interscambiabili […]

Quanto sia stato determinante per la consapevolezza dei primi cristiani l'aver ricevuto in dono una speranza affidabile, si manifesta anche là dove viene messa a confronto l'esistenza cristiana con la vita prima della fede o con la situazione dei seguaci di altre religioni […]

I loro dèi si erano rivelati discutibili e dai loro miti contraddittori non emanava alcuna speranza. Nonostante gli dèi, essi erano “senza Dio” e conseguentemente si trovavano in un mondo buio, davanti a un futuro oscuro. “In nihil ab nihilo quam cito recidimus” (Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo) dice un epitaffio di quell'epoca […]

Compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto.

Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente. Così possiamo ora dire: il cristianesimo non era soltanto una “buona notizia” – una comunicazione di contenuti fino a quel momento ignoti.

Nel nostro linguaggio si direbbe: il messaggio cristiano non era solo “informativo”, ma “performativo”. Ciò significa: il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose che si possono sapere, ma è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita.

La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova».

 

Nella forma della Relazione, tutto apre la vita intensa - che integra e valica l’amor proprio, la sete di dominio.

Ciò libera dal “vecchio”, ossia chiude un ciclo di percorsi già messi a punto - per farci tornare come neonati.

La Speranza che ha peso smantella l’inessenziale; espelle il rumore dei pensieri che non sono più in sintonia con la nostra crescita, e introduce energie sognanti, una ricchezza di possibilità.

Ci saranno resistenze iniziali, ma lo sviluppo si predispone.

La Speranza sacrifica le zavorre e ci attiva secondo il ‘divino interiore’. Spalanca le porte a una nuova fase, più luminosa; corrispondente.

 

I tesori della terra rapidamente accecano; allo stesso modo passano: d’improvviso. L’età della crisi globale ce lo sbatte in faccia.

Eppure, è un dolore necessario.

Capiamo: i nuovi percorsi non sono tracciati dai beni, né da memorie devote, ma dal Vuoto che fa da intercapedine a facilonerie comuni, scontate, rassicuranti.

La religiosità buona per tutte le stagioni cede il passo alla vita inedita di Fede.

Qui si colloca l’Arte del discernimento e della pastorale: dovrebbe saper introdurre nuove energie competitive, difformi - cosmiche e personali - che preparano sintesi inedite, aperte, gratuite.

Lo sappiamo, eppure in alcune cerchie prestigiose e già straricche, la bramosia di possedere sotto parvenza di necessità non consente di vedere chiaro.

Capita anche a dei consacrati di lungo corso - non si capisce perché tale avida, sommaria doppiezza.

 

Vogliamo ancora emergere, sollevando altre confusioni? In fondo siamo scontenti delle nostre scelte mediocri.

All’inizio della Vocazione sentivamo la necessità d’una Relazione che infondesse Senso e un Centro alla ferialità…

Poi abbiamo deviato, forse per insoddisfazione o motivi di calcolo e comodo - poi l’ottundimento degli occhi malati di rapina ha prevalso. Prima qua e là, via via occupando l’anima.

Anche in alcuni dirigenti e ambiti di spicco ecclesiale, la base dell’esistenza è diventato il volume d’affari in cordata [gangs intriganti, direbbe Papa Francesco].

In molteplici realtà, la scena vanitosa, il sacchetto del commercio, l’ebbrezza del salire sul tabellone, hanno soppiantato i cuori veri - e gli occhi stessi.

Come dire: c’è un’altra esperienza del “divino”, dozzinale: fra un Salmo e l’altro, meglio dell’Amore diventa il sentirsi potente, sicuro, celebre, rispettato attorno.

[Dio e l’accumulo danno ordini diversi? Non c’è problema: facciamo intendere che lo si fa per la “sua” Gloria].

E bando al bene comune.

Non pochi si stanno accorgendo che il far di conto è lo sport più frequentato in diverse aziende multimpianti, fantasticamente imbellettate di eventi e iniziative (a copertura di quel che ‘vale’ sul serio).

E cartina al tornasole è proprio quello scrutare meschino (vv.22-23) che dietro fitte quinte, trattiene, giudica persino, e si tiene a distanza dagli altri.

Tal guisa, con lo sguardo che chiude l’orizzonte dell’esistenza: conta l’immediatamente a portata di mano, e di circostanza.

 

Un credere in apparenza sovrabbondante - guarda caso senza il rilievo della Speranza - ci sta condannando al peggiore tasso di denatalità mondiale.

Il panorama dei nostri devotissimi paesini e cittadine vuoti è sconfortante.

Ma ci si bea del proprio loculo, e della piccina o grandiosa situazione.

L’importante è che tutto sia epidermicamente adornato.

Sotto il campanile particolare che dà il ritmo alle solite cose, molta gente trattiene il “suo” troppo per sé. Accontentandosi di sacralizzare egoismi con grandiosi proclami, o più modestamente, con l’esibizione di belle statue, usi, stendardi, costumi variopinti e manierismi.

Invece, secondo i Vangeli, nei tentativi e nei percorsi di Fede che non si accontentano d’una spiritualità vuota, la vita diventa luminosa d’Amore creativo che rifiorisce, e mette tutti a proprio agio.

Anche il vecchio potrà riemergere in questo nuovo spirito, stavolta perenne. Perché ci sono altre Altezze. Perché ciò che rende intimi a Dio non è nulla di esterno.

L’autentica Chiesa suscitata da ‘visioni’ limpide - senza cartapesta e doppiezze - rivela sempre qualcosa di portentoso: la fecondità dalla nullità, la vita dall’effusione di essa, la nascita dall’apparente sterilità.

Un fiume di sintonie impensate riallaccerà la lettura degli accadimenti e l’azione dei credenti all’opera dello Spirito, senza barriere.

Perché quando qualcuno cede il pensiero normalizzato, e si deposita, il nuovo avanza.

La scelta è ormai inesorabile: tra morte e vita; fra bramosia e «tenebra» (v.23), o Felicità.

Il primo passo è ammettere di dover fare un cammino.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Dov’è il tuo Tesoro? Il tuo cuore e il tuo occhio sono semplici?

Hai mai fatto esperienza di lati che altri giudicano inconcludenti (dal punto di vista materiale) e che invece hanno preparato i tuoi nuovi percorsi?

Giovedì, 11 Giugno 2026 03:10

Strutture? Dal di dentro

Prima di affrontare la domanda se l'incontro con quel Dio che in Cristo ci ha mostrato il suo Volto e aperto il suo Cuore possa essere anche per noi non solo « informativo », ma anche « performativo », vale a dire se possa trasformare la nostra vita così da farci sentire redenti mediante la speranza che esso esprime, torniamo ancora alla Chiesa primitiva. Non è difficile rendersi conto che l'esperienza della piccola schiava africana Bakhita è stata anche l'esperienza di molte persone picchiate e condannate alla schiavitù nell'epoca del cristianesimo nascente. Il cristianesimo non aveva portato un messaggio sociale-rivoluzionario come quello con cui Spartaco, in lotte cruente, aveva fallito. Gesù non era Spartaco, non era un combattente per una liberazione politica, come Barabba o Bar-Kochba. Ciò che Gesù, Egli stesso morto in croce, aveva portato era qualcosa di totalmente diverso: l'incontro col Signore di tutti i signori, l'incontro con il Dio vivente e così l'incontro con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù e che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo. Ciò che di nuovo era avvenuto appare con massima evidenza nella Lettera di san Paolo a Filemone. Si tratta di una lettera molto personale, che Paolo scrive nel carcere e affida allo schiavo fuggitivo Onesimo per il suo padrone – appunto Filemone. Sì, Paolo rimanda lo schiavo al suo padrone da cui era fuggito, e lo fa non ordinando, ma pregando: « Ti supplico per il mio figlio che ho generato in catene [...] Te l'ho rimandato, lui, il mio cuore [...] Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo » (Fm 10-16). Gli uomini che, secondo il loro stato civile, si rapportano tra loro come padroni e schiavi, in quanto membri dell'unica Chiesa sono diventati tra loro fratelli e sorelle – così i cristiani si chiamavano a vicenda. In virtù del Battesimo erano stati rigenerati, si erano abbeverati dello stesso Spirito e ricevevano insieme, uno accanto all'altro, il Corpo del Signore. Anche se le strutture esterne rimanevano le stesse, questo cambiava la società dal di dentro. Se la Lettera agli Ebrei dice che i cristiani quaggiù non hanno una dimora stabile, ma cercano quella futura (cfr Eb 11,13-16; Fil 3,20), ciò è tutt'altro che un semplice rimandare ad una prospettiva futura: la società presente viene riconosciuta dai cristiani come una società impropria; essi appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata.

[Papa Benedetto, Spe Salvi n.4]

Giovedì, 11 Giugno 2026 03:07

Tesori e Riscatto

Salmo 48,14-21 - L’umana ricchezza non salva

La liturgia ci ripresenta il Salmo 48 di taglio sapienziale, di cui ora è stata proclamata la seconda parte (cfr vv. 14-21). Come la precedente (cfr vv. 1-13) su cui ci siamo già soffermati, anche questa sezione del Salmo condanna l’illusione generata dall’idolatria della ricchezza. È, questa, una delle tentazioni costanti dell’umanità: aggrappandosi al denaro, considerato come dotato di una forza invincibile, ci si illude di poter «comperare anche la morte», allontanandola da sé.

2. In realtà la morte irrompe con la sua capacità di demolire ogni illusione, spazzando via ogni ostacolo, umiliando ogni confidenza in se stesso (cfr v. 14) e avviando ricchi e poveri, sovrani e sudditi, stolti e sapienti verso l’aldilà. Efficace è l’immagine che il Salmista tratteggia presentando la morte come un pastore che conduce con mano ferma il gregge delle creature corruttibili (cfr v. 15). Il Salmo 48 ci propone, dunque, una realistica e severa meditazione sulla morte, traguardo ineludibile fondamentale dell’esistenza umana.

Spesso noi cerchiamo in tutti i modi di ignorare questa realtà, allontanandone il pensiero dal nostro orizzonte. Ma questa fatica, oltre che inutile, è anche inopportuna. La riflessione sulla morte, infatti, si rivela benefica perché relativizza tante realtà secondarie che abbiamo purtroppo assolutizzato, come appunto la ricchezza, il successo, il potere… Per questo un sapiente dell’Antico Testamento, il Siracide, ammonisce: «In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato» (7,36).

3. Ma ecco nel nostro Salmo una svolta decisiva. Se il denaro non riesce a «riscattarci» dalla morte (cfr Sal 48,8-9), c’è, però, uno che può redimerci da quell’orizzonte oscuro e drammatico. Dice, infatti, il Salmista: «Dio potrà riscattarmi, mi strapperà dalla mano della morte» (v. 16).

Si apre, così, per il giusto, un orizzonte di speranza e di immortalità. Alla domanda posta all’inizio del Salmo («Perché temere?»: v. 6), viene data adesso la risposta: «Se vedi un uomo arricchirsi, non temere» (v. 17).

4. Il giusto, povero e umiliato nella storia, quando giunge alla frontiera ultima della vita, è senza beni, non ha nulla da versare come «riscatto» per fermare la morte e sottrarsi al suo gelido abbraccio. Ma ecco la grande sorpresa: Dio stesso versa un riscatto e strappa dalle mani della morte il suo fedele, perché Egli è l’unico che può vincere la morte, inesorabile nei confronti delle creature umane.

Per questo il Salmista invita a «non temere» e a non invidiare il ricco sempre più arrogante nella sua gloria (cfr ibid.) perché, giunto alla morte, sarà spogliato di tutto, non potrà portare con sé né oro né argento, né fama né successo (cfr vv. 18-19). Il fedele, invece, non sarà abbandonato dal Signore, che gli indicherà «il sentiero della vita, gioia piena alla sua presenza, dolcezza senza fine alla sua destra» (cfr Sal 15,11).

5. E allora potremmo porre, a conclusione della meditazione sapienziale del Salmo 48, le parole di Gesù che ci delinea il vero tesoro che sfida la morte: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignuola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignuola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,19-21).

6. Sulla scia delle parole di Cristo, sant’Ambrogio nel suo Commento al Salmo 48 ribadisce in modo netto e fermo l’inconsistenza delle ricchezze: «Sono tutte cose caduche e fanno più presto ad andarsene di quanto sono venute. Un tesoro di questo tipo non è che un sogno. Ti svegli ed è già scomparso, perché l’uomo che riuscirà a smaltire la sbornia di questo mondo e ad appropriarsi la sobrietà della virtù, disprezza tutte queste cose e non dà valore alcuno al denaro» (Commento a dodici salmi, n. 23: SAEMO, VIII, Milano-Roma 1980, p. 275).

7. Il Vescovo di Milano invita quindi a non lasciarsi ingenuamente attrarre dalle ricchezze e dalla gloria umana: «Non aver timore, nemmeno quando sentirai che si è ingigantita la gloria di qualche potente casato! Sappi guardare a fondo con attenzione, e ti apparirà vuota se non ha con sé una briciola della pienezza della fede». Di fatto, prima che venisse Cristo, l’uomo era rovinato e vuoto: «La rovinosa caduta di quell’antico Adamo ci ha svuotati, ma ci ha riempiti la grazia di Cristo. Egli ha svuotato se stesso per riempire noi e per far abitare nella carne dell’uomo la pienezza della virtù». Sant’Ambrogio conclude che proprio per questo ora, con san Giovanni, possiamo esclamare: «Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Gv 1,16) (cfr ibid.).

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 27 ottobre 2004]

Giovedì, 11 Giugno 2026 02:54

I poveri ci evangelizzano

2. I poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano, perché permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre. «Essi hanno molto da insegnarci. Oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un invito a riconoscere la forza salvifica delle loro esistenze e a porle al centro del cammino della Chiesa. Siamo chiamati a scoprire Cristo in loro, a prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro. Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198-199).

[Papa Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri 2021]

Venerdì, 05 Giugno 2026 09:02

Corpus Domini

Solennità del Corpus Domini  [7 giugno 2026]

 

Prima lettura dal Libro del Deuteronomio (8,2-3.14b-16°)

ll testo richiama il popolo d’Israele a ricordare la lunga traversata del deserto dopo l’uscita dall’Egitto guidato da Mosè. I quarant’anni nel deserto furono segnati da fame, sete, povertà, serpenti, scorpioni e solitudine. Ma il punto centrale non è la sofferenza in sé: è la presenza fedele di Dio nel mezzo delle prove. Dio nutrì il popolo con la manna; fece scaturire acqua dalla roccia; protesse Israele durante il cammino; concluse l’Alleanza sul Sinai. Le prove del deserto vengono presentate come una “pedagogia” divina: Dio educa il suo popolo come un padre educa il figlio. Attraverso la fragilità, Israele impara due verità: la propria povertà e dipendenza, e nel contempo la costante cura di Dio. Il messaggio fondamentale è che l’uomo non vive solo di pane, ma di tutto ciò che viene da Dio: la sua Parola, il suo Spirito, la sua presenza. Il testo insiste anche sul dovere della memoria: “Ricòrdati”, “non dimenticare”. Ricordare significa restare fedeli alle proprie radici e all’Alleanza. Dimenticare Dio porta all’idolatria e alla schiavitù di altri poteri. Quando Israele si stabilirà nella terra promessa di Canaan, il pericolo non sarà più il deserto, ma il benessere e l’oblio. Per questo l’obbedienza ai comandamenti diventa essenziale. L’ultima parte propone un’immagine significativa: la memoria è come le radici di un albero; un popolo senza memoria muore spiritualmente; il futuro dipende dalla fedeltà alle proprie radici. Infine il testo collega tutto a Gesù Cristo, che nel deserto riprende le parole del Deuteronomio: “L’uomo non vive soltanto di pane”. Nella festa del Corpo e Sangue di Cristo, il credente è invitato ad accogliere Dio dentro di sé. La memoria di un popolo (o di una comunità, o di una coppia) è un po’ come le radici di un albero: oggi si vede l’albero, non si vedono le radici… eppure vive solo grazie a esse e deve tutto a esse in un certo senso. Immaginate un albero che dicesse: “mi separo dalle mie radici, mi impediscono di spostarmi, peggio, mi impediscono di volare. Il seguito della storia si sarebbe la morte dell’albero. Nel senso vero del termine, il futuro dell’albero sta nelle sue radici. Quando Mosè dice al suo popolo “Ricordati” o “non dimenticare”, è come se gli dicesse “non tagliarti le tue radici”, “il tuo futuro sta nella tua fedeltà alle radici”. Mosè non si volta al passato per sentimento; ma è proprio perché è tutto proteso verso il futuro che si preoccupa della fedeltà alle radici. Dice qualcosa come: ‘Se vuoi essere ancora in piedi domani, non dimenticare oggi ciò che sei e grazie a chi lo sei’. Di secolo in secolo, Israele si è costruito restando fedele alle sue radici. Gesù, a sua volta, per resistere al tentatore, ha ripreso semplicemente le parole del Deuteronomio: «L’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore» (Mt 4,4).

 

Salmo Responsoriale Salmo 147/148 

Glorifica il Signore, Gerusalemme! Loda il tuo Dio, o Sion! Bisogna cogliere questo parallelismo: Sion e Gerusalemme sono la stessa cosa. E, d’altronde, quando si parla di Sion o di Gerusalemme, qui, più che della città, si tratta degli abitanti, cioè del popolo d’Israele in definitiva. L’espressione: “Glorifica il Signore Gerusalemme!” può essere datata facilmente: siamo al ritorno dall’esilio a Babilonia, quindi alla fine del VI secolo quando fu necessario ricostruire la città e risollevare il Tempio. Senza l’aiuto di Dio nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile: Egli ha rafforzato le sbarre delle porte di Gerusalemme! Nel salmo precedente, Dio è chiamato il “costruttore di Gerusalemme” e il “raccoglitore dei dispersi d’Israele” (Sal 146/147 A,2). Ma non si tratta soltanto di un lavoro da architetto che Dio ha compiuto: questo ritorno alla patria è una vera restaurazione del popolo, una vita nuova sta per cominciare; una vita nella pace e nella sicurezza: “Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fior di frumento”. In esilio si è mangiato il pane delle lacrime e dell’amarezza; il ritorno alla patria è il tempo dell’abbondanza. Il secondo accento molto forte di questo salmo è la coscienza acuta del privilegio che rappresenta l’elezione d’Israele: il Signore non ha fatto così per nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere ad esse le sue leggi. Leggiamo nel libro del Deuteronomio: “Tu sei un popolo consacrato al Signore tuo Dio: egli ti ha scelto per essere il suo popolo, il suo possesso particolare fra tutti i popoli della terra (Dt7,6; 10,15). Si tratta di una scelta libera e inspiegabile di Dio di cui non si cessa mai di meravigliarsi e di rendere grazie. A vista umana, questa scelta non si spiega; l’unica spiegazione che Mosè abbia trovato è perché ha amato i tuoi padri, ha scelto la loro discendenza e ti ha fatto uscire dall’Egitto con la sua presenza e la sua grande potenza (cf Dt 4,37). È dunque semplicemente una storia d’amore senza altra spiegazione. All’origine Israele non avvertiva di vivere un’Alleanza esclusiva con il Dio del Sinai e pensava che altri popoli avessero i propri dèi protettori: Israele non era ancora monoteista, ma “monolatra” (si dice anche “enoteista”), cioè rendeva culto a un solo Dio, il Dio del Sinai,  che lo aveva liberato dall’Egitto. Divenne realmente “monoteista” solo durante l’esilio a Babilonia (nel VI secolo a.C.). Avvenne allora un nuovo salto nella fede insieme alla scoperta dell’universalismo: se il Dio del Sinai era l’unico Dio, allora era anche il Dio di tutti i popoli. Tuttavia l’elezione d’Israele non veniva per questo smentita, come si vede in alcuni testi del profeta Isaia: “Tu, Israele, mio servo che ho scelto, discendenza di Abramo mio amico…Non temere, perché io sono con te…io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is41,8-10). Sempre Isaia seppe far comprendere ai suoi contemporanei che la loro elezione assumeva ormai un altro volto, quello di una vocazione al servizio degli altri popoli per essere presso di loro testimoni di Dio. “Ti rendo luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is49,6).

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (10,16-17)

In questo testo Paolo inquadra tutto con due ammonizioni: “Carissimi, fuggite l’idolatria” (v. 14) “Vogliamo provocare la gelosia del Signore?” (v. 22) Nella Bibbia la “gelosia” di Dio è sempre un avvertimento contro l’idolatria.   A Corinto alcuni cristiani, convertiti dal paganesimo, erano tentati di continuare a partecipare ai banchetti sacri nei templi degli idoli facendo sacrifici di animali. Per Paolo non ci sono mezze misure: o si entra in comunione con il Dio vivente nell’Eucaristia, o si cerca un’altra comunione. Non si può partecipare “alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni”. Altra questione pratica era se un cristiano poteva mangiare la carne dei sacrifici idolatrici venduta al mercato. Paolo risponde che si può magiare perché gli doli non esistono e allora non carne sacra , tuttavia occorre evitare di scandalizzare chi è  debole nella fede.

Insiste poi sul pasto cristiano dell’Eucaristia che è al contrario comunione reale con Cristo Paolo insiste sul significato del pasto cristiano e si chiede: forse che il calice della benedizione non è comunione con il sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?» La parola greca è koinonia: comunione, partecipazione intima, appartenenza reciproca.   Cristo stesso, nell’Ultima Cena, ha parlato di “Alleanza nuova nel mio sangue”. e nell’Alleanza biblica c’è appartenenza reciproca: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Tutta la Liturgia eucaristica è il luogo dove l’Alleanza si compie.  L’Eucaristia è un pasto di comunione come nei culti antichi, ma cambia il valore del sacrificio. Dio non chiede più l’uccisione di animali, ma il dono della vita: “Sacrificio e offerta non gradisci, [...] allora ho detto: “Ecco, io vengo” (Sal 39/40).   Cristo ha offerto tutta la sua vita. e, partecipando all’Eucaristia, uniamo la nostra vita alla sua per offrirla al Padre. Paolo osa dire: “Il pane che spezziamo è comunione con il corpo di Cristo”, cioè formiamo un solo corpo con Lui, e per questo possiamo vivere come Lui. Sant’Agostino lo riassume: “Diventate ciò che ricevete, ricevete ciò che siete”. Ricevendo il Corpo e Sangue di Cristo diventiamo, a nostra volta, vite offerte per la nascita di una umanità nuova; scelta esclusiva perché non si può servire Dio e gli idoli e, nella logica del dono, 

il sacrificio cristiano è offrire la propria vita unita a quella di Cristo. Diventiamo pane spezzato per gli altri per cui, in una sola frase: comprendiamo che l’Eucaristia è il luogo dove il Dio trascendente si fa intimamente a noi vicino e ci trasforma in dono per il mondo. 

 

Dal vangelo secondo Giovanni (6,51-58)

 Qui c’è un discorso inaccettabile che però è parola di Vita. Dopo il discorso sul Pane di vita molti discepoli abbandonano Gesù. Le sue parole sono umanamente incomprensibili. Gesù allora si rivolge direttamente ai Dodici: “Volete andarvene anche voi? e Pietro risponde: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”. È il paradosso della fede: queste parole non si spiegano a rigor di logica, ma soltanto vivendole e la lezione è chiara: non è sui libri che si capisce cosa è l’Eucaristia, ma partecipandovi e lasciandosi coinvolgere nel mistero di Cristo. La parola “vita” torna ripetutamente in questo discorso: “Il pane che io darò è la mia carne, data per la vita del mondo” e, come si legge nella Lettera agli Ebrei: “entrando nel mondo Cristo dice «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». E la volontà di Dio è che il mondo abbia la vita.  È un dono gratuito, come già Isaia aveva annunciato: “Voi tutti assetati, venite all’acqua… comprate senza denaro, senza pagamento» Is55,1-3) perché ciò che ci fa vivere è il dono della vita di Cristo, cioè il suo sacrificio. La pedagogia biblica sul sacrificio mostra una progressiva conversione: dall’idea di sacrifici cruenti, anche umani, al divieto assoluto dei sacrifici umani per accettare il sacrificio come offerta di pane e vino (Melchisedek Gn14,18). I Canti del Servo fanno inoltre comprendere che il vero sacrificio è donare la vita per gli altri. E Gesù dice che la sua vita è data tutta per gli uomini. Il pane che io darò è la mia carne, data perché il mondo abbia la vita. Nel sacrificio eucaristico, mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, Cristo rimane in noi e noi in lui; in Gesù dunque accogliamo la vita stessa di Dio: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia me vivrà per me”. La conversione indispensabile è passare dal “fare il sacro” cioè offrire delle cose a Dio ad imparare ad accogliere la Vita che Dio ci dà in Cristo, per diventare a nostra volta vita donata agli altri. In sintesi: l’Eucaristia non si spiega ma va vissuta perché è il dono della vita di Cristo che ci fa entrare in Lui, ci trasforma e ci rende capaci di donare la vita per il mondo. Una nota finale: la parola carne che qui Gesù utilizza equivale a “vita” e si può quindi leggere che l’Eucarestia è la vita sua data perché il mondo abbia la vita. Come? Attraverso la sua passione, morte e risurrezione. Immersi nel mistero pasquale con l’Eucarestia, ognuno di noi è  chiamato ad accogliere la vita che Dio ci dona per essere a nostra volta Eucarestia, dono della vita per tutti.

 

+Giovanni D’Ercole

 

Domenica, 31 Maggio 2026 08:29

Corpus Domini

Mercoledì, 27 Maggio 2026 23:18

Ss Trinità

Solennità della Santissima Trinità (anno A)  [31 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dal libro dell’Esodo (34, 4-6.8-9)

Il testo presenta uno dei momenti più preziosi della rivelazione biblica: Dio parla di sé e proclama il proprio nome davanti a Mosè, che si prostra riconoscendo la grandezza di ciò che ascolta. Dio si definisce «il Signore (YHWH), Dio tenero e misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Questo nome, già rivelato nel roveto ardente, è il fondamento della fede d’Israele. Già allora Dio aveva mostrato il suo volto: vede la miseria del suo popolo in Egitto, ascolta il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende per liberarlo, suscitando in Mosè la forza necessaria. Questo significa che l’uomo non è mai solo nella prova: Dio è presente, accompagna e sostiene. La Pasqua ebraica ricorda ogni anno questo intervento liberatore. Nel testo odierno si compie però un passo ulteriore: Dio non prova soltanto compassione, ma ama profondamente. Il suo “passare” davanti a Mosè richiama il passaggio durante l’Esodo: ogni volta che Dio passa, libera. Questa seconda rivelazione è ancora più importante perché libera l’uomo dalle false immagini di Dio. Non è l’uomo ad aver inventato un Dio buono: è Dio stesso che si è rivelato così in modo inatteso. Mosè comprende bene il significato di “lento all’ira” e chiede perdono per il popolo, consapevole della sua infedeltà. Israele è descritto come “popolo dalla dura cervice”, immagine presa dal giogo agricolo: come animali che resistono al giogo, così il popolo fatica a camminare al passo con Dio nell’alleanza. Nonostante ciò, Mosè confida che Dio continuerà a perdonare e a mantenere il popolo come sua eredità. Infine, la fedeltà (“verità”) di Dio rimane il fondamento della speranza: Egli non abbandona il suo popolo e non dimentica l’alleanza. Per questo Israele resta il popolo eletto e, come ricorda anche il Nuovo Testamento, Dio rimane sempre fedele, anche quando l’uomo è infedele.

 

Salmo Responsoriale Cantico di Daniele (3,52-56)

Per comprendere il libro di Daniele, si può usare un paragone moderno: negli anni ’80, durante la dominazione sovietica in Cecoslovacchia, una giovane attrice mise in scena un’opera su Giovanna d’Arco. In apparenza parlava della Francia del XV secolo, ma tra le righe il messaggio era chiaro: come Giovanna, anche il popolo ceco poteva resistere all’oppressione. Allo stesso modo, il libro di Daniele, scritto nel II secolo a.C. durante la persecuzione del re greco Antioco IV Epifane è un testo di resistenza. Racconta storie ambientate in epoca più antica, sotto il re babilonese Nabucodonosor, ma in realtà parla della situazione contemporanea dell’autore. Il suo scopo è incoraggiare i fedeli a rimanere saldi, fino al martirio. Un episodio centrale è quello dei tre giovani Sidrac, Misac e Abdenago, condannati a essere bruciati vivi per aver rifiutato di adorare una statua. Gettati in una fornace ardente, sono miracolosamente salvati: le fiamme uccidono i loro carnefici, mentre essi camminano indenni nel fuoco, lodando Dio. Il miracolo più grande è però la loro fede: riconoscono i peccati del popolo e si affidano umilmente alla misericordia di Dio. Nel loro canto proclamano: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri”. È un richiamo all’alleanza con Abramo, Isacco e Israele, alle promesse divine e alla storia di salvezza, ma anche ai continui perdoni di Dio nonostante le infedeltà del popolo. Quando si parla del “Nome” di Dio, si indica Dio stesso con rispetto. Il riferimento al “tempio santo” riflette il contesto storico della persecuzione: anche quando il culto viene profanato, si afferma che Dio solo è il vero Signore. Le immagini del trono e dei cherubini richiamano il Santo dei Santi del Tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è un messaggio di speranza: anche nelle prove più dure, Dio è presente e il male non avrà l’ultima parola. Il canto diventa così un inno di fiducia e di vittoria: nonostante la violenza e la persecuzione, la fede resta salda. Questo messaggio di resistenza e speranza rimane attuale anche oggi.

 

Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti (13,11-13)

L’ultima frase: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, è la formula con cui inizia la celebrazione eucaristica, e non è un caso: san Paolo conclude così la seconda lettera ai Corinzi, riassumendo l’intero progetto di Dio. Questa espressione, pronunciata dal celebrante a nome di Dio, indica che Dio invita l’umanità a entrare nella sua intimità, cioè nella comunione d’amore della Trinità. “Grazia”, “amore” e “comunione” esprimono la stessa realtà: la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il verbo al congiuntivo “siano con voi” non indica un dubbio su Dio, che è sempre fonte di perdono, benedizione e presenza, ma richiama la libertà dell’uomo: Dio offre continuamente il suo amore, ma l’uomo è libero di accoglierlo o rifiutarlo. Questa chiara espressione della Trinità è rara nella Bibbia e segna il compimento della rivelazione in Gesù Cristo. Da qui nascono le esortazioni di Paolo, a cominciare dalla gioia: “Fratelli, siate nella gioia”. Nella Bibbia la gioia è legata all’esperienza della liberazione, come alla fine di una guerra o il ritorno dall’esilio, quando il popolo sperimenta la salvezza di Dio. Queste liberazioni che avvengono nella storia anticipano la gioia definitiva promessa da Dio, quella di una creazione nuova. Gesù stesso parla di questa gioia piena e definitiva al termine del suo discorso nell’ultima cena: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” e promette una gioia che nessuno potrà togliere, anche attraverso le prove. La seconda esortazione di Paolo riguarda l’unità e la pace: “Siate concordi… vivete in pace”. L’unità tra i credenti è essenziale, perché è la testimonianza di Dio al mondo ed è l’eco della preghiera di Gesù: “Che siano una cosa sola”. Paolo insiste su un’unica fede, un solo Signore, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. Questa comunione si esprime anche nel gesto liturgico del bacio di pace, già presente nelle prime comunità cristiane. Testimonianze antiche, come quella di san Giustino e di sant’Ippolito, mostrano come questo gesto fosse parte integrante della celebrazione, segno concreto di unità e fraternità.

 

Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)

“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: in questa frase si esprime il grande passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Che Dio ami l’umanità era già noto, ed era la grande scoperta di Israele; la novità è il dono del Figlio per la salvezza di tutti. Dio ha tanto amato il mondo… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Secondo il Vangelo di Giovanni, basta credere per essere salvati: chi accoglie Cristo diventa figlio di Dio e possiede già la vita eterna. Questa “vita eterna” è la vita dello Spirito ricevuta nel Battesimo: è la vera salvezza, cioè vivere in pace con sé stessi, con gli altri, come fratelli tra gli uomini e figli di Dio. Per essere salvati basta rivolgersi a Gesù, lasciarsi trasformare da lui, passare da un cuore di pietra a un cuore di carne. In linguaggio biblico: “alzare lo sguardo verso di lui”. È una notizia straordinaria, se presa sul serio perché sul volto del Crocifisso si rivela il vero volto di Dio Nel volto di Cristo crocifisso, che dona liberamente la vita, l’umanità scopre infatti il vero volto di Dio: non un Dio dominatore o vendicatore, ma un Dio che è amore e misericordia. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. Ciò che è richiesto è solo la fede: credere in Dio che salva per essere salvati. Nei Vangeli, infatti, Gesù ripete spesso: “La tua fede ti ha salvato”. L’evangelista Giovanni collega questo mistero alla profezia di Zaccaria: guardare colui che è stato trafitto porta alla conversione e alla purificazione. Questa visione ritorna anche nell’Apocalisse: tutti vedranno colui che hanno trafitto. L’espressione Figlio unico indica che Gesù è la pienezza della grazia e della verità, l’unica fonte della vita eterna e il capo dell’umanità nuova. Il progetto di Dio è che tutta l’umanità sia unita in Cristo e partecipi alla vita della Trinità: questa è la salvezza, la vera vita, già presente fin d’ora. La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo: conoscere Dio significa riconoscerlo come misericordia ed entrare in contatto profondo con lui secondo il significato che “conoscere “riveste in san Giovanni. “Evitare il giudizio” significa evitare la separazione da Dio: basta credere nel suo perdono. Come nelle relazioni umane, se si crede nel perdono si può tornare e riconciliarsi; se non si crede, si resta chiusi nel proprio errore. Così anche con Dio. Dio offre la salvezza, ma non la impone e l’uomo resta sempre libero. Chi crede si salva; chi rifiuta la fede si autoesclude. Lo mostra in maniera straordinaria il buon ladrone quando si rivolge a Gesù crocifisso insieme a lui. Pur avendo vissuto una vita sbagliata, all’ultimo istante prima di morire si affida a Gesù e riceve una sorprendente promessa: Oggi stesso sarai con me nel Paradiso.

 

+Giovanni D’Ercole

Lunedì, 25 Maggio 2026 06:02

SS. TRINITÀ

Lunedì, 18 Maggio 2026 19:58

Domenica di Pentecoste

Domenica di Pentecoste (anno A)  [24 Maggio 2026]

 

Prima Lettura dagli Atti degli Apostoli (2, 1-11)

Gerusalemme non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, ma la città dove è risorto e dove lo Spirito è stato effuso sull’umanità. All’epoca di Cristo la Pentecoste ebraica era importantissima perché la festa del dono della Legge, una delle tre feste dell’anno per cui si andava a Gerusalemme in pellegrinaggio. L’enumerazione di tutte le nazionalità riunite a Gerusalemme per l’occasione ne è la prova. Gerusalemme brulicava dunque di gente venuta da ogni dove, migliaia di Giudei pii venuti talvolta da molto lontano. Era l’anno della morte di Gesù, ma chi di loro lo sapeva? Ho detto intenzionalmente “la morte” di Gesù, senza parlare della sua risurrezione perché per ora la sua risurrezione era ancora una notizia  confidenziale. Era gente venuta da ogni parte che forse non aveva mai sentito parlare di un certo Gesù di Nazaret. 

Veniva a Gerusalemme nel fervore, nella fede, nell’entusiasmo di un pellegrinaggio per rinnovare l’Alleanza con Dio. Per i discepoli, però questa festa di Pentecoste, cinquanta giorni dopo la sua risurrezione non somiglia a nessun’altra perché per loro più nulla è come prima ma questo non vuol dire che si aspettino ciò che sta per accadere. Per farci capire bene cosa succede, Luca lo racconta evocando con molta cura tre testi dell’Antico Testamento: primo il dono della Legge al Sinai; secondo una parola del profeta Gioele; terzo l’episodio della torre di Babele. Primo, Cominciamo dal Sinai: le lingue di fuoco della Pentecoste, il rumore “come quello di un vento impetuoso” fanno pensare a ciò che era accaduto al Sinai, quando Dio aveva dato le tavole della Legge a Mosè come leggiamo nel libro dell’Esodo (19,16-19). Iscrivendosi nella linea dell’evento del Sinai, san Luca vuole farci capire che questa Pentecoste, quell’anno, è molto più di un pellegrinaggio tradizionale: è un nuovo Sinai. Come Dio aveva dato la sua Legge al suo popolo per insegnare a vivere nell’Alleanza, ormai Dio dona il suo stesso Spirito al suo popolo. Ormai la Legge di Dio, che è l’unico mezzo per vivere davvero liberi e felici, è scritta non più su tavole di pietra ma su tavole di carne, nel cuore dell’uomo, per riprendere un’immagine di Ezechiele. Secondo, Luca ha voluto evocare una parola del profeta Gioele: “Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1-2), dice Dio; “ogni uomo” cioè ogni essere umano. Agli occhi di Luca, questi Giudei provenienti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, come li chiama, simboleggiano l’umanità intera per la quale si compie finalmente la profezia di Gioele. Questo vuol dire che il famoso “Giorno di Dio” tanto atteso è arrivato. Terzo, possiamo riassumere la storia di Babele in due atti: Atto 1, tutti gli uomini parlavano la stessa lingua: avevano lo stesso linguaggio e le stesse parole e decidono di intraprendere una grande opera che mobiliterà tutte le loro energie: la costruzione di una torre immensa. Atto 2, Dio interviene per porre un freno: li disperde sulla faccia della terra e confonde le loro lingue. Ormai gli uomini non si capiranno più. Se non si vuole fare un processo alle intenzioni di Dio, impossibile immaginare che abbia agito per altro che per la nostra felicità, Dunque, se Dio interviene, è per risparmiare all’umanità una falsa pista: la pista del pensiero unico, del progetto unico; qualcosa come “figli miei, voi cercate l’unità, è bene; ma non sbagliate strada: l’unità non sta nell’uniformità. La vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità”. Il racconto della Pentecoste in Luca si inscrive bene nella linea di Babele: a Babele, l’umanità impara la diversità, a Pentecoste, impara l’unità nella diversità: ormai tutte le nazioni che sono sotto il cielo sentono proclamare nelle loro diverse lingue l’unico messaggio: le meraviglie di Dio.

Nota La prima lettura e il salmo sono comuni alle feste di Pentecoste dei tre anni liturgici. Invece, la seconda lettura e il vangelo sono diversi ogni anno.

 

Salmo responsoriale (103/104)

Letto per intero questo salmo offre trentasei versetti di pura lode, di meraviglia davanti alle opere di Dio. Non sorprende che ci venga proposto per la festa di Pentecoste, visto che Luca, nel libro degli Atti, racconta che il mattino di Pentecoste gli Apostoli, pieni di Spirito Santo, si sono messi a proclamare in tutte le lingue le meraviglie di Dio. Si potrebbe osservare che per meravigliarsi davanti alla creazione non c’è bisogno di avere fede e in tutte le civiltà si trovano poemi magnifici sulle bellezze della natura. In Egitto, sulla tomba di un Faraone, è stato ritrovato un poema scritto dal celebre Faraone Akh-en-Aton: un inno al Dio-Sole. Aménophis IV vissuto verso il 1350 a.C., in un’epoca in cui gli Ebrei erano probabilmente in Egitto e hanno conosciuto questo poema. Tra il poema del Faraone e il salmo 103/104 ci sono somiglianze di stile e di vocabolario. Il linguaggio della meraviglia è lo stesso a tutte le latitudini, ma ciò che è interessante sono le differenze che sono la traccia della Rivelazione fatta al popolo dell’Alleanza. La prima differenza, ed è essenziale per la fede d’Israele, è che Dio solo è Dio; non c’è altro Dio che lui; e quindi il sole non è un dio. la Bibbia mette il sole e la luna al loro posto, non sono dèi ma unicamente dei luminari, creature anche loro: uno dei versetti del salmo lo dice chiaramente: “Tu, Dio, hai fatto la luna per segnare i tempi e il sole che sa l’ora del suo tramonto”. Ci sono versetti che non sono stati scelti per la festa di Pentecoste che presentano bene Dio come l’unico signore della Creazione e viene usato un vocabolario tutto regale: Dio è presentato come un re magnifico, maestoso e vittorioso. Seconda particolarità della Bibbia: la creazione è solo buona e si sente un’eco del poema della Genesi che ripete instancabilmente come un ritornello “E Dio vide che era cosa buona!”. Il salmo 103/104 evoca tutti gli elementi della creazione, con la stessa meraviglia: Io gioisco nel Signore e il salmista aggiunge, in un versetto che non ascoltiamo questa domenica: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare inni al mio Dio finché esisto…” Tuttavia il male non è ignorato: la fine del salmo lo evoca chiaramente e ne auspica la scomparsa: ma gli uomini dell’Antico Testamento avevano capito che il male non è opera di Dio, poiché la creazione intera è buona. E si sa che un giorno Dio farà scomparire ogni male dalla terra: il re vittorioso sugli elementi vincerà tutto ciò che ostacola la felicità dell’uomo. Terza particolarità della fede d’Israele: la creazione è una relazione persistente tra il Creatore e le sue creature. Dicendo nel Credo “Credo in Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra”, non affermiamo soltanto la nostra fede in un atto iniziale di Dio, ma ci riconosciamo in relazione di dipendenza da lui e il salmo lo dice molto bene: “Tutti da te aspettano… Nascondi il tuo volto: vengono meno; togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra”. Altra particolarità della fede d’Israele è che al vertice della creazione c’è l’uomo,  creato per essere il re del creato, riempito dello stesso soffio di Dio.E questo  noi celebriamo a Pentecoste: lo Spirito di Dio che è in noi vibra alla sua presenza e il salmista canta “Gioisca il Signore delle sue opere…io gioirò nel Signore”  Infine, ed è molto importante, in Israele ogni riflessione sulla creazione si inscrive nella prospettiva dell’Alleanza: avendo sperimentato  l’opera di liberazione di Dio ha meditato la reazione alla luce di questa esperienza e in questo salmo ne abbiamo le tracce: Prima di tutto il nome di Dio usato qui è il famoso nome in quattro lettere, YHWH, che traduciamo Signore, la rivelazione  del Dio dell’Alleanza.

Inoltre “Signore, mio Dio, quanto sei grande!” l’espressione “mio Dio” con il possessivo è sempre un richiamo dell’Alleanza poiché il progetto di Dio in questa Alleanza era precisamente detto nella formula “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Questa promessa si compie nel dono dello Spirito “ad ogni uomo”, come dice il profeta Gioele. Ormai, ogni uomo è invitato a ricevere il dono dello Spirito per diventare veramente figlio di Dio.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo ai Corinti (12, 3b-7. 12-13)

Paolo definisce la Chiesa come il luogo dove “a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”, non quindi per la nostra vanità, ma in vista del bene di tutti. Ed è un dono gratuito per tutti come gratuitamente le membra del corpo sono al servizio di tutto il corpo. L’opera dello Spirito nel mondo somiglia a un immenso mosaico con diversi tasselli coesi e uniti dall’invisibile azione dello Spirito. Nella misura in cui si moltiplicano le comunità il mosaico si allarga come una macchia d’olio e diventa sempre più armonico. In queste comunità Giudei o pagani, schiavi o uomini liberi abbattono le frontiere dei preconcetti e delle divisioni riconoscendosi tutti fratelli e sorelle, membra d’un unico corpo grazie all’unico Battesimo che tutti c’incorpora in Cristo. Paolo aveva certamente buone ragioni per insistere sull’unità perché i cristiani a Corinto erano di origini così diverse, Giudei o pagani con problemi di contrapposte  sensibilità e tradizioni religiose e talora i credenti della prima ora mostravano fatica ad accettare i nuovi arrivati. Mettere Giudei e pagani sullo stesso piano a livello religioso, quando si sa il peso che poteva avere l’elezione d’Israele agli occhi di Paolo, era comunque molto audace!. Queste problematiche e difficoltà, presenti e messe in evidenza da Paolo nella comunità di Corinto, non sono mancate nel corso dei secoli e persistono ancor oggi nella Chiesa. La legge che anima i credenti è sempre la parola di Gesù che raccomandava agli apostoli: “Voi lo sapete, i capi delle nazioni le dominano, e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi”. (Mt 20, 25-26). Paolo vede la Chiesa non come una piramide, ma come una folla stretta attorno a Gesù Cristo, unico Maestro, e, ancora, come un corpo vivente formato da tutti i battezzati dove chi ha l’autorità non la concepisce come superiorità, ma come missione.al servizio di tutti. La diversità diventa per tutti un reciproco dono: “Vi sono diversi carismi”, osserva l’Apostolo, e a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene di tutti”.  Le nostre diversità diventano allora ricchezze e, proprio con esse, si costruisce l’unità che mai è uniformità o peggio omologazione. Ecco uno dei grandi messaggi della Pentecoste dove tutte le lingue diverse si uniscono per cantare lo stesso canto, “le meraviglie di Dio”. La Chiesa  da allora cerca di superare le differenze di sensibilità imparando a vivere la fatica della riconciliazione, sorretta dallo Spirito che ci è donato a Pentecoste,  Spirito d’amore, di perdono e riconciliazione. La capacità di riconciliazione e di rispetto reciproco è un segno vero dell’azione dello Spirito e una testimonianza che il mondo aspetta: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” diceva Gesù l’ultima cena (Gv 13, 35). L’unità nella diversità, è una bella scommessa che possiamo vincere solo perché lo Spirito ci è donato: lo stesso Spirito, Spirito dell’Amore che unisce il Padre e il Figlio. Dalla lezione di Babele comprendiamo che l’unità non sta nell’uniformità, e dalla Pentecoste capiamo che la vera unità dell’amore può trovarsi solo nella diversità ed è sempre dono dello Spirito e immagine sulla terra della comunione trinitaria, la pericoresi fra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

            

Dal Vangelo secondo Giovanni (20, 19-23)

 Per trasmettere lo Spirito Santo ai suoi discepoli, Gesù soffia su di loro; questo ci fa pensare alla frase celebre del libro della Genesi, al capitolo 2: “Il Signore Dio soffiò nelle narici dell’uomo l’alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”. E il salmo 103/104, che ascoltiamo ugualmente in questa festa di Pentecoste, commenta il testo della Creazione cantando: Manda il tuo spirito, e tutto sarà creato. Ora, siamo alla sera di Pasqua e Gesù riprende questo gesto del Creatore. Si capisce perché san Giovanni annota: “Era la sera di quel giorno, il primo della settimana”, modo per dire che è il primo giorno della nuova creazione. I Giudei evocavano spesso la creazione che Dio aveva compiuto in sette giorni, come leggiamo nel primo capitolo della Genesi e attendevano l’ottavo giorno, quello del Messia. A suo modo, Giovanni ci dice: l’ottavo giorno è arrivato ed  è una vera ri-creazione dell’umanità. Riprendiamo tre frasi del racconto della Pentecoste che qui Giovanni ci offre. La prima: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”; la seconda: “Soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” e la terza: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”. La prima e la terza frase esprimono una missione, la seconda parla del dono e cioè  dello Spirito Santo dato per compiere la missione ricevuta. E questa missione consiste nel “rimettere i peccati”.“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Gesù è l’inviato del Padre e noi, che siamo gli inviati di Gesù, abbiamo la sua stessa missione. Questo dice la nostra responsabilità, la fiducia che ci è accordata e concerne tutti i battezzati poiché la Chiesa ha sempre ritenuto opportuno confermare tutti i battezzati. La missione di Gesù, per limitarci al vangelo di Giovanni, è togliere il peccato del mondo, anzi “estirpare” il peccato del mondo essendo l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo come aveva profetizzato Giovanni Battista. L’agnello, mite e umile di cuore di fronte ai carnefici secondo la profezia d’Isaia 52-53, è l’agnello pasquale, che firma con la sua vita la liberazione del popolo di Dio. Al di là della liberazione del popolo eletto dalla schiavitù in Egitto, il vangelo ci parla della liberazione dal peccato, dall’odio e dalla violenza. Gesù presenta così  la sua missione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Occorre aver in mante quest’affermazioni del Signore per comprendere la frase non immediatamente comprensibile del testo di oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Oppure, secondo altra versione, “A coloro a cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; a coloro a cui non rimetterete i peccati, non saranno rimessi”. La prima parte della frase non presenta difficoltà, ma la seconda potrebbe non essere facilmente comprensibile. Impossibile pensare che Dio, che è Padre, può non perdonarci. Già l’Antico Testamento aveva messo in luce che il perdono di Dio precede addirittura il nostro pentimento perché in Dio il perdono non è un atto puntuale ma definisce il suo stesso essere. Dio è dono e perdono. La caratteristica della misericordia è il chinarsi di Dio verso  i miseri cioè verso tutti noi.  Il potere dato ai discepoli, anzi la missione loro affidata, è comunicare e trasmettere il  perdono di Dio. Di conseguenza c’è la terribile responsabilità, espressa nella seconda parte della frase, di non limitarsi semplicemente a dire la parola del perdono di Dio, ma di fare di tutto affinché il mondo non ignori questo perdono perché non diventi preda della disperazione. Il perdono di Dio annunciato con parole e con gesti concreti rende noi stessi “perdono vivente”, apostoli della Divina Misericordia. A Pentecoste, Dio soffia le parole del perdono e lo Spirito Santo continua a soffiare al nostro spirito parole e gesti di perdono facendoci “agnelli di Dio” con il potere di vincere la spirale dell’odio e della violenza. “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” per rispondere alla violenza e all’odio con la non-violenza, la mitezza e il perdono affrettando così l’arrivo del giorno in cui l’umanità intera vivrà immersa nell’amore e nel perdono: sarà il trionfo della Misericordia Divina!

 

+Giovanni D’Ercole

 

Pagina 33 di 38
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present:  "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io  sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]

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