Ott 26, 2026 Scritto da 

Tutti i Santi e Fedeli Defunti

1-2 Novembre]

 

Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14)

 1. San Giovanni racconta e descrive una visione: Io, Giovanni, ho visto un angelo che saliva da oriente, da dove sorge il sole e, successivamente, ho visto una folla immensa, che nessuno poteva contare. Contempliamo con l’apostolo una visione mistica, in altri termini, una rappresentazione simbolica che non va però interpretata alla lettera. Per comprenderne il messaggio che l’autore intende trasmettere, bisogna andare oltre le immagini che descrive. Giovanni racconta una grande processione composta da due gruppi distinti. Il primo gruppo è formato da 144.000 persone, che definisce servitori di Dio. Numero che non va inteso in senso letterale, ma simbolico e queste persone portano il sigillo del Dio vivente, che rappresenta il Battesimo. Si tratta quindi del popolo dei battezzati, cioè dei cristiani in quel tempo perseguitati ai quali Giovanni si rivolge nel libro dell’Apocalisse, ultimo della Bibbia. Il secondo gruppo è costituito da una folla immensa e innumerevole, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che rappresenta l’intera umanità. Il numero quattro, presente simbolicamente in questa enumerazione, richiama il mondo creato, il cosmo e tutti gli esseri umani, forse anche attraverso il riferimento ai quattro punti cardinali. Ma quale è il significato dei simboli?  La folla immensa indossa vesti bianche, sta in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello e tiene in mano delle palme, tutti elementi con un preciso significato: le vesti bianche indicano la purezza e la veste nuziale, simbolo della salvezza; lo stare in piedi richiama la condizione di chi è risorto e ha vinto la morte e le palme sono il simbolo della vittoria; il trono di Dio e l’Agnello descrivono  la presenza divina davanti alla quale si riunisce la folla dei salvati. Tutti questi simboli provano che quelle persone hanno raggiunto la salvezza e la folla stessa lo proclama, affermando che la salvezza appartiene a Dio, che siede sul trono, e all’Agnello.

2. Ma quale è il rapporto tra i battezzati e la folla dei salvati? Un aspetto importante è che la seconda folla, quella immensa e proveniente da tutta l’umanità, non porta il sigillo del Battesimo descritto per il primo gruppo. Nasce quindi una domanda: chi ha contribuito alla salvezza di questa folla? Secondo l’interpretazione proposta dal testo, un ruolo fondamentale è svolto proprio dai 144.000, cioè dai cristiani contemporanei di Giovanni. Alla fine del primo secolo, questi cristiani affrontavano una terribile persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96 dC). Nonostante le sofferenze e le difficoltà, essi erano chiamati a rimanere fedeli alla propria fede e a continuare a testimoniare il Vangelo. La loro perseveranza non era importante soltanto per loro stessi, ma perché poteva portare frutti anche per gli altri uomini.  Il messaggio principale che Giovanni vuole trasmettere ai cristiani perseguitati è un invito a non perdere la fede e a perseverare anche nelle situazioni più difficili perché le sofferenze affrontate durante la persecuzione non sono inutili: attraverso la loro testimonianza, i cristiani possono contribuire alla salvezza dell’intera umanità. 

3. Qui l’apostolo parla della «grande prova», riferendosi alle persecuzioni che i cristiani in quel tempo erano costretti a sopportare. Proprio nella prova si trova un significato profondo: la fedeltà a Dio, soprattutto quando comporta sofferenza, diventa uno strumento attraverso il quale altre persone vengono condotte alla salvezza. La visione, quindi, non vuole soltanto rassicurare i cristiani perseguitati, ma anche mostrare che la loro testimonianza ha un valore universale. Il messaggio è chiaro: attraverso questa immagine, l’Apocalisse insegna che quando i cristiani rimangono fedeli nelle persecuzioni, la loro testimonianza porta frutti che vanno ben oltre la loro comunità e, perseverando fedelmente nelle prove e nel martirio spesso crudele, i credenti contribuiscono alla salvezza dell’intera umanità. La visione esprime così un messaggio di speranza: più le prove sono dure, più il cristiano diventa strumento di conversione e di salvezza per tanti. Nota. l’esercito romano usava mettere un segno sulla fronte delle reclute; allo stesso modo il battezzato diventa soldato del re del cielo e questo sigillo protettore era conosciuto anche nell’Antico Testamento (Es. 12,7; Ez 9,4). Inoltre nell’Apocalisse Giovanni vede la vittoria dei poveri e dei piccoli come rivelazione della vittoria di Dio sulle forze del male.

 

Salmo responsoriale (23/24)  

1. Ci troviamo nel Tempio di Gerusalemme. Una grande processione si avvicina e, arrivata alle porte del Tempio, due cori iniziano a cantare alternandosi e dialogando tra loro: «Chi salirà sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Già il profeta Isaia paragonava Dio, tre volte Santo, a un fuoco divorante e si poneva questa  domanda: «Chi di noi potrà resistere davanti a questo fuoco divorante? Chi potrà stare davanti a queste fiamme eterne?» (Is33,14). Il significato è che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di sostenere la vista di Dio e lo splendore della sua gloria. Il salmo esprime la gioia e il trionfo del popolo eletto, che viene accolto alla presenza di Dio senza averne alcun merito. 

2. Una delle grandi scoperte del popolo d’Israele è che Dio è il Santo, completamente diverso da ogni altra realtà, ma allo stesso tempo si fa vicino all’uomo. Nonostante la sua santità e la sua grandezza, Dio permette all’uomo di stare alla sua presenza e di vivere in comunione con lui. Questo salmo è legato alla festa di Tutti i Santi perché i santi sono coloro che sono saliti sul monte del Signore e sono stati accolti alla sua presenza e ora .si uniscono agli angeli nel canto di lode. Durante la Messa, i cristiani cantano il Santo, unendosi spiritualmente alla moltitudine degli angeli e dei santi e oggi, festa di Tutti i Santi, la liturgia commemora questa folla immensa, che nessuno può contare. 

3. Il salmo descrive poi la risposta alla domanda iniziale e cioè la persona che può stare davanti a Dio è “chi ha mani innocenti e cuore puro” e non si affida agli idoli. Il significato principale di “purezza” non riguarda il comportamento morale perché il popolo sa di essere accolto da Dio non per i propri meriti, ma per la sua benevolenza e la condizione fondamentale richiesta è rimanere fedele all’unico vero Dio rifiutando gli idoli. Nella Bibbia, la parola puro può essere paragonata al suo significato in chimica: una sostanza è pura quando non è mescolata con altre sostanze. Allo stesso modo, un cuore puro è un cuore che si si rivolge soltanto a Dio. La purezza del cuore, quindi, significa soprattutto fedeltà totale a Dio e il salmo insegna che l’uomo può stare alla sua presenza non perché sia perfetto o abbia accumulato meriti, ma perché cerca di vivere nella fedeltà all’unico vero Dio.

 

Seconda Lettura dalla prima lettera di san Giovanni (3, 1-3)

1. «Carissimi, vedete…»: con queste parole San Giovanni ci invita a contemplare, perché imparare a guardare è fondamentale per la nostra vita di fede. Tutta la storia dell’umanità può essere considerata un percorso attraverso il quale l’uomo impara a vedere nel modo giusto. Gesù diceva: «Hanno occhi per vedere, ma non vedono». Questo è il dramma dell’uomo: avere occhi senza riuscire a riconoscere la verità, senza vedere l’amore di Dio per l’umanità.  San Giovanni invita qui a imparare a guardare con gli occhi della fede. Il tema dello sguardo è presente in tutta la Bibbia e ha sempre lo stesso significato: saper guardare e aprire gli occhi significa scoprire il vero volto di Dio, che è amore.

2. Al contrario, il nostro modo di guardare può essere deformato e portarci a interpretare male la realtà. Come avvenne nel giardino dell’Eden, dove tutto dipende dal modo in cui Adamo ed Eva hanno guardato e interpretato ciò che li circondava. il giardino dell’Eden, ha al suo centro  l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio permette all’uomo di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso quello della vita, ma gli proibisce di mangiare il frutto di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente pone alla donna una domanda apparentemente innocente: «È vero che Dio vi ha detto di non mangiare i frutti di nessun albero del giardino?». Il semplice fatto di prestare ascolto al serpente comincia a modificare lo sguardo. Eva, infatti, inizia a considerare come centrale l’albero proibito, anziché l’albero della vita. La sua attenzione si sposta dalla bontà dei doni ricevuti da Dio verso ciò che le è stato vietato. Questo particolare è importante perché mostra come, a volte, sia sufficiente ascoltare una voce ingannevole per cominciare a vedere la realtà in modo sbagliato. Il serpente continua a ingannare Eva, promettendole che, se mangerà il frutto, non morirà, ma diventerà come Dio, conoscendo il bene e il male. La donna allora guarda l’albero e lo vede buono da mangiare, bello da contemplare e desiderabile per acquistare saggezza. Il racconto insiste volutamente sulle parole legate alla vista e allo sguardo. Prende il frutto, lo mangia e lo offre ad Adamo, che mangia a sua volta. A quel punto, il testo afferma che gli occhi di entrambi si aprono e vedono la loto nudità. Non solo non sono diventati come Dio, ma iniziano a vivere dolorosamente la propria nudità, cioè la loro fragilità e povertà fondamentale.  Il racconto mostra quindi che uno sguardo ingannato può allontanare l’uomo dalla verità e far perdere di vista la bontà di Dio.  

3. Quale legame esiste tra il racconto di Adamo ed Eva e questa Lettura?  La storia di Adamo ed Eva è sempre stata considerata una chiave per comprendere l’infelicità e la sofferenza dell’umanità. L’uomo, ingannato, arriva a sospettare di Dio e a considerarlo qualcuno che vuole impedirgli di essere felice. San Giovanni, invece, ci invita a fare il contrario: «Guardate!», cioè imparate a vedere e ad aprire gli occhi. Il messaggio è che dobbiamo imparare a riconoscere il vero volto di Dio e il suo amore per noi. Quando Dio pone un limite all’uomo, non lo fa per impedirci di essere felici, anzi desidera il bene dell’umanità. Per questo è importante imparare a guardare la realtà attraverso la fede, senza lasciarsi ingannare da ciò che ci porta a dubitare del suo amore. Imitando l’esempio dei santi che oggi commemoriamo, impariamo a guardare con gli occhi della fede, per riconoscere l’amore di Dio e il suo progetto per l’umanità; apriamo gli occhi per riconoscere il vero volto di Dio. Il messaggio è chiaro: Dio non vuole privarci del bene, ma ci ama e desidera il nostro bene. Per vivere autenticamente la fede dobbiamo quindi imparare a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la bontà e l’amore di Dio nella nostra vita.

 

Dal Vangelo secondo san Matteo (5, 1-12a)

1. "Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo..." . Gesù sale sul monte come Mosè sul Sinai, ma mentre Mosè scese portando tavole di pietra e una Legge con norme precettive, Gesù sale sul monte, cioè si pone con autorità, si siede che è il gesto del Maestro, del Rabbino che insegna con autorità  e apre la bocca non per comandare qualcosa, ma per annunciare il vangelo della santità: "Beati". Non dà quindi precetti, traccia  piuttosto un ritratto; non dice "dovete essere così", ma esorta: "voi siete già beati se...". Le Beatitudini non sono quindi otto comandamenti nuovi, più difficili dei precedenti. Sono in verità otto nomi di Gesù, il ritratto della sua vita e della sua missione, la sua carta d'identità che possiamo riconoscere nella vita di chi lo vuole seguire senza compromessi. E oggi, nella liturgia che ci fa contemplare tutti i santi nella gloria del Cielo, riconosciamo la santità dai mille volti. I santi non sono infatti superman, ma persone nelle quali le Beatitudini hanno preso carne in maniera che la loro vita ne diventa l’attuazione concreta. Nella diversità dei carismi essi ci ricordano che a tutti, proprio a tutti è possibile diventare santi, perché Gesù “il Santo per eccellenza” ci mostra l’esempio e ci assicura il suo costante sostegno. Con il battesimo tutti siamo santi, in altre parole apparteniamo a Dio per sua gratuita misericordia e la vita ci è data come concreta opportunità per incarnare in noi la divina volontà.  E oggi, nel fulgore del trionfo del Cielo, riconosciamo i mille volti che assume la santità nelle storie di persone con tante esperienze spirituali diverse. Se ogni giorno dell’anno il calendario liturgico ci presenta “Beati e Santi” riconosciuti e proclamati tali dalla Chiesa, oggi abbracciamo un popolo immenso di gente semplice e umile, volti e nomi che fanno parte della storia quotidiana, persone che incarnano senza rumore le Beatitudini evangeliche in ognuna delle quali brilla un aspetto della santità di Dio.

2. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Povero in spirito non è chi non ha nulla, ma chi sa di non bastare a se stesso. È l'opposto dell'uomo dell’intelligenza artificiale, che deve ottimizzare tutto e controllare tutto. Il povero dice: "Signore, ho bisogno di Te" e Dio in Gesù, che "da ricco che era si è fatto povero" (2 Cor 8,9), ha bisogno di farsi mendicante d'amore e la santità di Dio si fa piccola. Quanti uomini e donne di cui non conosciamo i nomi hanno vissuto nella semplicità e povertà come san Francesco ormai noto a tutti, e beato è allora chi non costruisce la sua vita sull'immagine, sul profilo, sul successo, ma si affida alle mani paterne di Dio.  "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati". Qui Dio si rivela come Consolatore. Il pianto non è debolezza, è la preghiera più vera perché Dio non è il Dio che toglie le lacrime con un tutorial, ma che piange con noi. Gesù piange su Gerusalemme, piange per Lazzaro. Le lacrime del credente sono la santità di Dio che condivide la ferita d’ogni corpo umano e beato è chi non scappa dal dolore con distrazioni infinite, ma lo abita e lo offre.  "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra". Mite non è il debole che non si arrabbia mai, ma chi ha forza e non la usa per schiacciare. Dio è mite: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"(Mt 11,29).  La mitezza conquisterà il mondo, e beato è chi in famiglia, al lavoro, sui social, non pretende di vincere sempre. "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati". Giustizia qui non è legalismo, ma tzedekah cioè il desiderio ardente che Dio regni, che l'uomo sia rispettato. Dio affamato di giustiziae non sopporta il male fatto al povero e beato è chi non si accontenta di dire "così fan tutti", ma ha fame di un mondo più giusto. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Misericordia è il cuore di Dio, anzi rachamim, le sue viscere materne. Dio quindi non ha un algoritmo che calcola, ha viscere che si commuovono ed è beato chi perdona 70 volte 7, chi versa olio e non aceto sulle ferite di ogni persona. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Puro non è chi non ha mai peccato, è chi ha il cuore non diviso. Cor mundum, cuore semplice senza doppie intenzioni. Dio è puro, trasparente, è luce senza ombra e il puro vede perché non ha filtri di interesse. Beato allora è chi limpido, senza maschere e non vive di like. "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Notate: non dice beati i pacifici, quelli tranquilli, ma gli operatori, i costruttori di pace. In ebraico shalom non è assenza di guerra, è pienezza di vita. Dio è operatore di pace perché ha rotto il muro tra cielo e terra e agisce in ogni cuore assetato di vera pace. Beato è chi non alimenta il rancore, chi lavora per la riconciliazione, chi in casa spegne il cellulare per accendere il dialogo e diventa apostolo di ascolto anche laddove sembra impossibile.  "Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È il sigillo finale. Dio è il perseguitato: dal presepe alla croce è stato sempre combattuto e rifiutato. La santità vera dà fastidio, perché smaschera e beato è chi resta fedele anche quando costa, chi non vende la coscienza per comodità. In definitiva ogni beatitudine ripete: non scoraggiarti e ascolta Gesù che indica il concreto sentiero della felicità che nemmeno la morte è capace di annullare.  Il mondo predica: beati i ricchi, i forti, quelli che non piangono mai, i furbi, i senza cuore, i violenti, i vincenti. Gesù indica l'esatto opposto e la storia mostra che ha ragione. Ad esempio chi ricorda ed esalta oggi Erode, Pilato e altri personaggi che nei secoli sembravano onnipotenti? Il Vangelo invece continua a cambiare cuori e a seminare santi nei sentieri della storia. La folla di tutti i santi che oggi celebriamo sono, come diceva papa Francesco, “i santi della porta accanto”: Le nonne, le mamme che pregano e piangono spesso in silenzio, i papà che portano il peso della famiglia senza lamentarsi, i giovani che scelgono la purezza in un mondo che carezza ogni tipo di perversione, i bambini, i giovani e gli adulti malati che offrono tutto a Gesù per la conversione dei peccatori, i preti che continuano a testimoniare la gioia del vangelo anche quando tutto appare troppo faticoso e persino inutile. In definitiva santo è chi nel proprio cuore, pur tra fragilità e peccati, si lascia amare da Dio e lo segue cercando di affrontare con perseverante coraggio gli ostacoli della vita. 

 

 

Commemorazione di tutti i fedeli defunti  [2 Novembre]

Quest’oggi è dato a ogni prete di celebrare tre sante messe e per ognuna sono previste apposite Letture. Mi limito qui semplicemente a commentare tre Letture e un Salmo responsoriale.

 

Prima Lettura dal libro di Giobbe (19,1- 23-27) 

1. L’autore sacro riflette sul significato della sofferenza, della fede e di Dio come liberatore, partendo dalla figura biblica di Giobbe, il simbolo di ogni uomo che soffre.  Giobbe rappresenta il popolo d’Israele e, più in generale, tutti gli esseri umani che affrontano il problema del male, della sofferenza, del dolore e della morte. Non è necessariamente un personaggio realmente esistito: è piuttosto una figura simbolica nella quale si riconoscono miliardi di persone, compresi noi stessi quando soffriamo. Lo scrittore biblico è coraggioso perché osa gridare e ribellarsi contro la sofferenza in tutte le sue forme, ma nonostante il dolore, Giobbe resta un uomo credente e la sua fede si fonda sulla convinzione che Dio è vicino a ogni persona che soffre. Questa certezza accompagna il popolo d’Israele fin dall’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Esodo capitolo3) e Giobbe considera questa fede così importante da desiderare che le sue parole siano incise per sempre nella pietra, con uno scalpello di ferro e del piombo, affinché nessuno possa cancellarle. Nell’antichità, infatti, il piombo veniva versato nelle lettere incise per renderle più leggibili. 

2. Il mio redentore è vivo. La parola redentore  significa in realtà liberatore e deriva dal termine ebraico Go’el, che indica il parente più prossimo, responsabile di liberare un familiare caduto in schiavitù a causa dei debiti. Nell’antico Israele, se una persona era costretta a vendersi come schiava per pagare i debiti, il parente più vicino doveva intervenire per riscattarla, pagando il creditore e restituendole la libertà (Levitico 25,47-49). Allo stesso modo, se qualcuno era costretto a vendere le proprie terre, il parente aveva il diritto di riacquistarle per preservare il patrimonio familiare (Levitico 25,25). Il pagamento economico era necessario, ma non era lo scopo principale: l’obiettivo fondamentale era liberare la persona dalla schiavitù. Questa istituzione esprime un principio importante: ogni membro del popolo di Dio deve essere libero. Per questo, nessun israelita dovrebbe accettare che un proprio familiare rimanga schiavo e il popolo d’Israele applica questa idea anche a Dio, riconoscendolo come il proprio parente più vicino e il proprio liberatore. Lo chiama quindi Go’el. Dio ha dimostrato di essere il liberatore d’Israele in diverse occasioni, a cominciare dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Anche durante l’esilio a Babilonia, il profeta Isaia ha sostenuto la speranza del popolo, promettendo la liberazione.

3. In questo breve testo, che richiama la promessa di Isaia, vale la pena ricordare qualche concetto fondamentale.  Giobbe appresenta ogni persona che soffre e si interroga sul male, sul dolore e sulla morte. La fede è la fiducia in un Dio vicino a chi soffre, anche nei momenti più difficili. Il grido di Giobbe mostra che credere non significa non soffrire o non protestare contro il dolore. Dio liberatore mostra che Israele riconosce Dio come il proprio Go’el, colui che libera dalla schiavitù e restituisce la speranza. La libertàè il valore centrale del riscatto; il denaro è soltanto uno strumento per raggiungerla. Il messaggio centrale è che la fede biblica non nega la sofferenza, ma afferma che Dio è vicino a chi soffre e agisce come liberatore e persino secondo alcune trascrizioni come “vendicatore del sangue” (Numeri35,19), offrendo speranza e libertà.

 

Salmo responsoriale (62/63)

1. L’espressione «Gioisco all’ombra delle tue ali» appartiene a un salmo che descrive l’intimità tra Dio con il suo popolo. Per comprenderla, bisogna immaginare il Tempio di Gerusalemme prima della sua distruzione, avvenuta nel 587 a.C. da parte di Nabucodonosor. Nel luogo più sacro del Tempio, il Santo dei Santi (letteralmente Santo delle cose sante) si trovava l’Arca dell’Alleanza, un cofano di legno prezioso ricoperto d’oro, che custodiva le tavole della Legge. Sopra l’Arca erano poste due grandi statue di cherubini. I cherubini erano figure celesti provenienti dalla tradizione mesopotamica, rappresentate con corpo e zampe di leone, volto umano e grandi ali. In Mesopotamia erano venerati come divinità, mentre in Israele erano considerati semplici creature al servizio di Dio. Le loro ali spiegate proteggevano simbolicamente l’Arca ed erano considerate lo sgabello del trono divino. Il sacerdote che pregava nel Tempio, sotto quelle ali, si sentiva quindi avvolto dalla tenerezza e dalla protezione di Dio, dall’alba fino alla notte. Anche le altre immagini del salmo derivano dalla vita dei leviti, coloro che erano incaricati del servizio religioso nel Tempio. L’espressione «Ti ho contemplato nel santuario» ricorda che soltanto i leviti  potevano entrare nella parte santa del Tempio. Le parole «Per tutta la vita ti benedirò» indicano che la loro esistenza era consacrata alla lode di Dio, mentre «Le mani alzate invocando il tuo nome» descrive il loro atteggiamento durante la preghiera. L’immagine di essere saziati come durante un banchetto richiama i sacrifici seguiti da pasti di comunione e la parte della carne dei sacrifici destinata al nutrimento dei leviti. Infine, il ricordo di Dio durante la notte richiama la vita di coloro che prestavano servizio nel Tempio e vi trascorrevano il loro tempo.

2. In realtà, il salmo è una metafora: il levita rappresenta tutto il popolo d’Israele, che dalle origini della sua storia fino alla fine dei tempi cerca Dio e desidera vivere in intimità con lui. Quando il salmo dice «Ti cerco fin dall’alba», non si riferisce soltanto all’inizio della giornata, ma all’alba dei tempi, cioè alla ricerca di Dio da parte d’Israele lungo tutta la sua storia. Le parole «La mia anima ha sete di te, la mia carne anela a te, come terra arida, assetata e senz’acqua» esprimono profondamente questo desiderio. L’immagine della terra deserta che attende la pioggia per tornare a vivere era particolarmente concreta per il popolo d’Israele, abituato a conoscere la siccità. Allo stesso modo, l’anima ha bisogno di Dio per ritrovare vita e speranza. Il messaggio centrale è che Israele ha sete di Dio fin dall’inizio della sua storia, e questa sete diventa ancora più intensa perché il popolo ha già sperimentato la sua presenza e la sua vicinanza. La preghiera più autentica nasce proprio dalla consapevolezza della nostra povertà spirituale e del nostro bisogno di Dio, come il grido di una persona disidratata che supplica: «Ho sete».

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-23)

1. In occasione della commemorazione di tutti i defunti, cioè di coloro che sono già tornati al Padre, ci troviamo inevitabilmente di fronte al mistero della morte. La Chiesa ci invita a riflettere sul grande progetto di Dio, nel quale rientrano tutta la nostra vita, la nostra morte e quella di tutte le persone. Nella Lettera ai Romani, Paolo descrive questo progetto come una nascita: quella di una nuova creazione e di una nuova umanità. Per questo afferma che tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto. Questa immagine indica che il progetto di Dio si realizza progressivamente, come una nascita che richiede tempo e sofferenza. La creazione, dunque, non è soltanto un evento del passato, ma un progetto sempre in corso. Il popolo d’Israele viveva nell’attesa delle promesse di Dio; Paolo, che condivideva questa speranza, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha compreso l’attesa in una prospettiva nuova.

2. Tutto dipende dalla risurrezione di Cristo: se Cristo non fosse risorto, la nostra fede e la nostra speranza crollerebbero; se invece è risorto, allora il mondo è cambiato, perché l’amore e la vita hanno vinto l’odio e la morte, e il Regno di Dio è già iniziato. Con la risurrezione di Gesù siamo già entrati nel mondo nuovo e possiamo vivere come uomini nuovi. Nella sua prima lettera, Giovanni afferma che siamo già figli di Dio, anche se non si è ancora manifestato pienamente ciò che saremo. Quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv3,2-3). La speranza dei cristiani è che la risurrezione di Cristo raggiunga tutta l’umanità e la trasformi, diffondendosi come un contagio. Gesù stesso ha detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

La nostra missione è quindi diffondere il fuoco dell’amore di Dio nel mondo, sapendo che lo Spirito Santo è sempre al nostro fianco. È lui che continua ad agire nel mondo per orientarlo verso Dio. Come ricorda Paolo, abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma attendiamo ancora la piena adozione a figli di Dio e la redenzione del nostro corpo. In definitiva il messaggio centrale di questo testo è che la morte non è la fine del progetto di Dio. Grazie alla risurrezione di Cristo, siamo chiamati a vivere nella speranza di una nuova creazione, e, in attesa della piena realizzazione della nostra vita come figli di Dio, a testimoniare l’amore e a diffondere nel mondo il fuoco dello Spirito Santo.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46).

1. Ieri abbiamo festeggiato la moltitudine dei salvati osannanti nella gloria della Trinità. Oggi veniamo al cimitero e ci fermiamo a pregare per i nostri cari defunti che stanno camminando verso quella stessa meta. La Chiesa, da madre saggia, ci fa ascoltare il Vangelo più esigente: il giudizio finale che ci attende alla fine della vita.  Gesù dice: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni". Questa èìuna verità che talora dimentichiamo: per tutti, con la morte, arriverà il giorno del giudizio e con il giudizio il destino eterno, paradiso o inferno. Non si tratta di un esame riservato soltanto a pochi e non c'è scappatoia perché la morte arriva per tutti e quel giorno è noto solamente a Dio. Stolto è pertanto chi vive come se non dovesse mai morire: costruisce case, carriera, conti in banca, sogna progetti di ogni tipo, senza mai alzare lo sguardo verso il cielo e non si preoccupa di prepararsi all’incontro con Colui che esaminerà la nostra vita nell’ultimo nostro giorno a noi sconosciuto.  Gesù però, nella sua misericordia, ci ha già rivelato il contenuto e il contesto dell'esame che segnerà quell’incontro. Chi sarà il giudice? Non un impiegato freddo in un tribunale di giustizia, ma il Figlio dell'uomo, il Re che ha regnato  dalla mangiatoia di Betlemme all’estremo abbandono del Golgota, Colui che ha già pagato per noi donando la sua vita per la nostra salvezza; il Samaritano della parabola che si è fatto nostro prossimo. Il giudizio, quindi, non sarà una vendetta, ma rivelazione della verità che salva conoscendo ogni nostra intenzione nascosta. E compirà questo giudizio come il pastore che separa le pecore dai capri. Non separa i buoni dai cattivi giudicando in base a quanto hanno pregato o digiunato e quanti rosari hanno detto. Separa in base a una sola condizione: se hanno amato in maniera concreta compiendo le opere di misericordia:"Ero affamato e mi avete dato da mangiare, assetato e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi". Non quindi un esame di teologia, ma un confronto sulla  realtà, un test vero di amore incarnato. "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?". "Quando ti abbiamo visto così e non ti abbiamo servito?". Questo giudizio in verità comincia già qui e ora, in ogni gesto d'amore verso il fratello. Ogni volta che visitiamo un anziano, che diamo da mangiare a chi ha fame, che accogliamo lo straniero, che perdoniamo, che consoliamo chi è sfiduciato, stiamo già scrivendo da soli il giudizio che meriteremo. 

2. Se è stolto chi vive senza mai rendersi conto che può morire in ogni momento, ugualmente stolto è chi vive angosciato dall’idea di morire. Questa pagina del vangelo non è stata scritta per terrorizzarci, bensì per incoraggiarci. Non dimentichiamo che il Giudice è lo stesso Gesù che ha detto: "Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo"; è lo stesso che sulla croce perdona il ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso"; è lo stesso che ha promesso: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La morte per il cristiano non sarà quindi un incontro con un re e giudice estraneo e severo, ma l’abbraccio con la misericordia divina. Se allora cerchiamo di riconoscere il volto di Cristo nei poveri e nelle persone che incontriamo nelle strade di questo mondo, in quel momento quello stesso volto si mostrerà a noi nello splendore di un eterno “faccia a faccia”. Ma resta una verità da non dimenticare: il giudizio è serio e veritiero; il paradiso esiste per chi ha creduto all’amore divino e l'inferno sarà per chi in piena libertà e consapevolezza ha deciso di dire “no all'amore” per sempre. 

3. A questo punto nasce una domanda: i morti che cosa ci dicono con il loro silenzio?  Andando a visitarli nei cimiteri portiamo fiori e accendiamo lumini, gesti senza dubbio encomiabili di memoria e di amore. Ma loro ci supplicano per un dono più grande: pregare per loro perché hanno bisogno della nostra preghiera, della santa Messa, delle indulgenze. Allo stesso tempo ci ricordano che possiamo fare di loro concreta memoria quando visitiamo un ammalato, accogliamo uno straniero, aiutiamo chi domanda sostegno e perdoniamo chi ci offende: ci ricordano che ogni opera di misericordia corporale e spirituale è l’unico modo di prepararci al giudizio finale. In definitiva ci ripetono: Abbiamo sbagliato tante volte, ma abbiamo cercato di amare e voi fate lo stesso, non perdete tempo, amate oggi, perché oggi è “il giorno favorevole". Infondo ci sollecitano a riempire la vita di gesti, scelte e decisioni coerenti con la nostra  fede perché quando la morte busserà alla nostra porta, servirà amore e amore concreto per ascoltare queste parole: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".

 

+Giovanni D’Ercole

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
The Church, having before her eyes the picture of the generation to which we belong, shares the uneasiness of so many of the people of our time (Dives in Misericordia n.12)
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti uomini contemporanei (Dives in Misericordia n.12)
Addressing this state of mind, the Church testifies to her hope, based on the conviction that evil, the mysterium iniquitatis, does not have the final word in human affairs (Pope John Paul II)
Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane (Papa Giovanni Paolo II)
Jesus reminds us today that the expectation of the eternal beatitude does not relieve us of the duty to render the world more just and more liveable (Pope Francis)
Gesù oggi ci ricorda che l’attesa della beatitudine eterna non ci dispensa dall’impegno di rendere più giusto e più abitabile il mondo (Papa Francesco)
Those who open to Him will be blessed, because they will have a great reward: indeed, the Lord will make himself a servant to his servants — it is a beautiful reward — in the great banquet of his Kingdom He himself will serve them [Pope Francis]
E sarà beato chi gli aprirà, perché avrà una grande ricompensa: infatti il Signore stesso si farà servo dei suoi servi - è una bella ricompensa - nel grande banchetto del suo Regno passerà Lui stesso a servirli [Papa Francesco]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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