30a Domenica T.O. (anno A) [25 ottobre 2026]
Prima Lettura dal Libro dell’Esodo 22,20-26
Questo testo appartiene al Libro dell'Alleanza, cioè alla legislazione che Dio consegna al Sinai subito dopo i Dieci Comandamenti. Non è una legge civile isolata, è la conseguenza pratica dell'Alleanza appena stretta. Israele è uscito dall'Egitto, ha conosciuto la schiavitù e la liberazione, e ora Dio gli dice: la vostra libertà deve diventare giustizia per i più deboli.
In questo testo vengono protette quattro figure: lo straniero, la vedova e l'orfano, il povero che chiede un prestito. Tre ambiti diversi ma uniti da un unico principio: chi è senza protezione deve trovare in Israele una protezione divina. Per lo straniero vale la memoria storica: voi foste stranieri nella terra d'Egitto. Chi ha conosciuto il vivere senza diritti non può permettere che altri restino senza diritti e Dio ricorda a Israele la propria storia per impedire che diventi oppressore. Per la vedova e l'orfano la motivazione è ancora più forte. Nella società patriarcale antica, senza marito e senza figli maschi adulti, queste persone erano esposte alla confisca dei beni, allo sfruttamento e alla fame. Per questo la legge dice: se tu li affliggi, quando essi grideranno a me, io ascolterò il loro grido e la mia ira si accenderà. Il verbo ascoltare è centrale. Il grido del povero, zaaq in ebraico, è la preghiera che Dio non può ignorare. Dio si costituisce parte offesa. Non affliggere la vedova e l'orfano non è solo un dovere sociale, è un atto di fedeltà a Dio stesso. Per il povero debitore la legge interviene su due fronti. Ordina di non fare usura: non imporre interessi a chi è già povero, non trasformare cioè il bisogno altrui in profitto. E restituisci il pegno prima del tramonto. Nel mondo antico il mantello per il povero era l'unico bene, coperta di notte e vestito di giorno per cui prenderlo in pegno significava lasciare l'uomo scoperto. La legge ordina di restituirlo perché la dignità umana vale più della garanzia economica. La conclusione poi è la chiave di tutto: quando il povero griderà, io l'ascolterò, perché sono misericordioso e Dio chiede la giustizia sociale perché se lui è misericordioso, anche il suo popolo deve esserlo. Ecco quindi il messaggio più profonda del testo: Dio non si presenta come legislatore freddo o giudice distante, ma come colui che ascolta e si commuove. La vera liturgia e il vero culto, non sono il sacrificio offerto sull'altare se poi il cuore resta indifferente di fronte al grido del debole. La santità di Dio non è potere, è compassione attiva, e la santità dell'uomo consiste nell'imitare questa sua compassione.
Questo messaggio è di bruciante attualità. Gli stranieri di oggi sono i migranti, i rifugiati, i senza documenti, ma anche il nuovo vicino, il diverso per cultura o per fede. Molte delle nostre famiglie sono state emigranti e sanno cosa significa essere accolti o respinti. La memoria del fummo stranieri deve interrogarci: le nostre case, le nostre parrocchie, il nostro paese sono una locanda che accoglie o una fortezza che respinge. Le nostre vedove e i nostri orfani sono le madri sole, gli anziani abbandonati, i bambini senza futuro, le vittime di violenza, i giovani senza lavoro. Quando un sistema li schiaccia con la burocrazia, affitti impossibili, precarietà, Dio ascolta il loro grido. Non possiamo dire di amare Dio restando indifferenti. I nostri poveri debitori sono le famiglie strozzate dai mutui, dai prestiti facili, dai tassi a tre cifre, dal gioco d'azzardo. Il principio biblico resta: nessun debito può togliere la dignità. Nemmeno oggi si può prendere il mantello a un uomo, cioè il suo ultimo bene, per garantirsi. L'economia deve conservare sempre un volto umano. Per questo Esodo 22,20-26 non è solo un testo antico, è una chiamata a tradurre la fede in gesti concreti. Accogliere lo straniero, visitare chi è solo, prestare senza sfruttare, restituire ciò che serve a vivere. Allora il grido del povero non sarà più un'accusa contro di noi, ma diventerà l'occasione per rispondere al grido di Dio, che ci invita a essere misericordiosi come lui è misericordioso.
Salmo Responsoriale (17/18)
Il titolo del salmo lo attribuisce a Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto quando fu liberato dalla mano di tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. È un inno di ringraziamento reale, non una preghiera privata, ma un canto liturgico dopo una vittoria. Siamo probabilmente nella festa dell'Alleanza o nella commemorazione di una liberazione e il re parla in prima persona, ma rappresenta il popolo. Qi vengono ripresi solo alcuni dei 51 versetti del Salmo che si apre con una professione di fede “Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore: Sette titoli divini, come una corona. Dio non è descritto in astratto, ma in relazione alla salvezza concreta. Il Salmo prosegue narrando il pericolo e la preghiera ascoltata. Il re è alle prese con le acque della morte, i lacci dello Sheol, i torrenti di Belial. È l'esperienza dell'angoscia mortale, ma la preghiera dal tempio viene ascoltata: dal suo tempio ascoltò la mia voce. Poi la teofania, che costituisce il cuore del salmo. Dio interviene come guerriero cosmico. La terra trema, i monti fumano, il cielo si abbassa, Dio cavalca un cherubino, scaglia fulmini e grandine. Linguaggio è mutuato dal Sinai e dal mito del Dio guerriero che combatte il mare e il caos. Non è descrizione scientifica, è linguaggio poetico per dire: quando Dio agisce, l'universo intero partecipa alla salvezza del suo eletto. Segue la giustizia del re e la vittoria. Dopo la tempesta, Dio tende la mano e libera dalle acque profonde, dai nemici potenti. La motivazione è centrale: Il Signore mi ha ricompensato secondo la mia giustizia. Non è presunzione: Davide si presenta come osservante della Legge, integro. Il Salmo risponde alla teologia della retribuzione: a chi è fedele, Dio è fedele; con chi è buono tu sei buono, con l'uomo integro tu sei integro. Il salmo si chiude con una prospettiva universale: il re liberato non canta solo per Israele, ma annuncia il nome di Dio tra i popoli.
Per il credente oggi, questo Salmo insegna a pregare nella prova invocando i nomi di Dio, a riconoscere che la liberazione viene da lui e a vivere con coerenza perché la fedeltà attira la fedeltà. La teofania ci ricorda che la nostra storia personale è parte di un disegno cosmico: Dio non salva in piccolo, salva in modo da far tremare le acque del caos come guerriero vittorioso.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,5c-10)
Paolo esprime la sua gratitudine per la comunità di Tessalonica, che ha accolto il Vangelo con fede autentica, nonostante le difficoltà e le persecuzioni. Riconosce nei Tessalonicesi i frutti concreti dell'azione di Dio: la loro vita è stata trasformata dalla Parola e la loro testimonianza è diventata un esempio per gli altri credenti. Era una comunità nata da poco, in circostanze difficili, ma aveva saputo radicarsi nella fede. Paolo mostra così che la forza della Chiesa non dipende dall'assenza di problemi, bensì dalla capacità di accogliere e vivere il Vangelo nella potenza dello Spirito Santo. Innanzitutto Paolo ricorda che i Tessalonicesi channo accolto la Parola «con la gioia dello Spirito Santo», pur in mezzo alle tribolazioni. La loro fede non è rimasta un'adesione teorica, ma è diventata un'esperienza capace di affrontare le difficoltà. La gioia cristiana, infatti, non consiste nell'assenza della sofferenza, ma nella certezza della presenza di Dio anche nei momenti più difficili. E in tal modo i Tessalonicesi sono diventati un modello per i credenti della Macedonia e dell'Acaia. La loro fede si è diffusa oltre i confini della comunità, come annuncio vivente del Vangelo. Paolo sottolinea che la testimonianza cristiana non si esprime soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso una vita trasformata dall'incontro con Cristo e che i Tessalonicesi si sono convertiti ne è prova il loro abbandono degli idoli per servire il Dio vivo e vero e attendere il Figlio suo, Gesù, risorto dai morti. Si tratta di un cambiamento radicale: non cambia soltanto il modo di pensare, ma cambia il centro della propria esistenza. La fede cristiana comporta sempre una scelta concreta: lasciare ciò che allontana da Dio, vivere al suo servizio e mantenere lo sguardo rivolto a Cristo, nostra speranza.
San Paolo ci invita a interrogarci sulla qualità della nostra fede. Accogliere il Vangelo significa permettere alla Parola di trasformare le scelte quotidiane, le relazioni e il modo di affrontare le prove della vita e la gioia dello Spirito Santo ci ricorda che anche nella sofferenza possiamo trovare forza e speranza. Inoltre, come i Tessalonicesi, siamo chiamati a diventare testimoni credibili di Cristo, non tanto attraverso grandi discorsi, quanto mediante gesti concreti di amore, di servizio e solidarietà. Infine, abbandonare gli idoli è quanto mai necessario anche per il nostro tempo perché anche oggi possiamo mettere al centro della nostra vita gli idoli della cultura del consumo: il successo, il denaro, il potere o la ricerca del consenso. Convertirsi significa riconoscere che soltanto Dio può dare pienezza alla nostra esistenza e vivere nell'attesa fiduciosa del ritorno di Gesù. In conclusione, possiamo dire che qui san Paolo presenta un cammino di fede che conduce dall'ascolto della Parola alla conversione, dalla conversione alla testimonianza e dalla testimonianza alla speranza. La comunità cristiana diventa così un segno concreto della presenza di Dio nel mondo, capace di annunciare con la vita che Cristo è risorto e che in lui si trova la salvezza.
Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
Il comandamento più grande. Siamo a Gerusalemme, negli ultimi giorni della vita di Gesù. Dopo il confronto con i sadducei sulla risurrezione, i farisei si riuniscono in consiglio non per cercare la verità, bensì per trarlo in errore. Mandano un dottore della Legge, un esperto dei 613 precetti della Legge, con una domanda trappola: qual è il grande comandamento? Per i rabbini si tratta di una classica discussione fra diverse scuole rabbiniche. Molti rabbini della scuola di Shammai dicevano che il sabato era il più grande comandamento, altri la circoncisione, altri ancora lo studio della Torah. Gesù risponde tagliando corto, ma con una profondità sconvolgente. Non cita nessuno dei 613 comandamenti che troviamo nel Talmud babilonese Makkot 23b e nella tradizione rabbinica seguente (248 precetti positivi corrispondenti alle membra o parti del corpo umano e 365 precetti negativi corrispondenti ai giorni dell’anno), ma va a pescare due testi fondamentali per Israele: lo Shema: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la forza, che si trova nel Deuteronomio (cf.6,5) e che ogni giudeo recitava mattina e sera perché in definitiva è l'atto di fede fondamentale. Il secondo testo si trova nel libro del Levitico Amerai il tuo prossimo come te stesso (cf.19,18). Gesù compie qualcosa di mai visto: mette sullo stesso piano i due testi e dice che il secondo è simile al primo, usando il termine greco homoios, cioè uguale nella natura, non solo simile nell'importanza. E conclude: Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. L'immagine che ne risulta è quella di un edificio: tutta la Torah è sospesa a questi due chiodi e se togli questi due chiodi, crolla tutto. Gesù quindi non abolisce i 613 precetti, ma dice qual è il centro che li sostiene. La Legge non è quindi un peso di norme, è l'espressione concreta di un amore doppio e Gesù ci rivela che Dio non vuole religiosità, chiede amore, amore totale. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente significa non riservare a Dio un angolo della vita, ma il centro e la totalità della vita perché il cuore è la volontà, l'anima è la vita stessa, la mente è il pensiero. Non basta dire di credere, bisogna amare con le scelte, con il respiro, con la ragione.. Amare il prossimo come se stessi è la rivoluzione. Non dice di amare il prossimo più di se stessi, dice come se stessi, cioè con la stessa attenzione naturale con cui ci curiamo, ci nutriamo, cerchiamo il bene. Il prossimo pertanto non è un estraneo, è un altro me stesso. E chi è il prossimo? Nella parabola del buon samaritano, Gesù spiegherà che noi siamo chiamati a farci prossimo di chiunque incontriamo sul nostro cammino, anche del nemico e dello straniero. Amare Dio e amare il prossimo indicano due amori inseparabili perché non si può dire di amare Dio se si odia il fratello; non si può amare davvero il fratello se non si ama Dio, perché solo in Dio si trova la forza per amare chi non ci ama. Questi due pilastri sono come le ali di un uccello: senza un’ala nessun uccello può volare. Ma oggi come si vive questo nuovo comandamento? A ben vedere nel nostro mondo assistiamo a un capovolgimento di questa scala valoriale perché al centro ci siamo noi stessi mentre Dio e il prossimo diventano degli optional. Tradiamo il primo amore ogni volta che il nostro cuore è diviso tra mille idoli: lavoro, successo, denaro, immagine, potere. Amiamo Dio con la bocca, ma con la mente e con il cuore siamo altrove. Gesù oggi ci chiede: hai dato a Dio il primo posto o solo gli avanzi del tuo tempo? E’ facile tradire il secondo amore in quest’era paradossale della connessione e della solitudine. Sappiamo tutto di tutti sui social, ma non conosciamo il vicino di casa e forse nemmeno quelli di casa nostra. . Il prossimo diventa talvolta un disturbo, un competitor, uno da giudicare. Gesù ci ricorda che la misura dell'amore non è il sentimento, ma l'atto concreto. Amare il prossimo come se stessi significa trattare gli altri come vorresti essere trattato quando sei malato, povero, solo, straniero. La sfida è quindi concreta. L'amore a Dio si misura nell'amore al prossimo, e l'amore al prossimo trova la sua radice nell'amore di Dio. Non possiamo separarli e quando amiamo veramente, tutta la Legge e i Profeti trovano il loro compimento.
+Giovanni D’Ercole







