32a Domenica T.O. (anno A) [8 novembre 2026]
*Prima Lettura dal libro della Sapienza (6,12-16)
Il libro della Sapienza presenta la Sapienza non soltanto come una qualità dell'intelligenza, ma come una presenza luminosa che si offre all'uomo e lo conduce alla verità. Non basta essere intelligenti o accumulare conoscenze: occorre avere un cuore disposto a cercare, ascoltare e lasciarsi trasformare. L’odierna lettura si articola in tre passaggi: La Sapienza è luminosa e non tramonta (v. 12) per cui si lascia contemplare da chi la ama. La Sapienza prende l'iniziativa (vv. 13-14) e anticipa chi la desidera e si fa trovare da chi la cerca. La Sapienza cerca a sua volta l'uomo (vv. 15-16) e raggiunge chi si alza presto per cercarla e gli va incontro con benevolenza. È importante osservare questa reciprocità: l'uomo cerca la Sapienza e la Sapienza, in qualche modo, cerca l'uomo. La ricerca spirituale non è soltanto uno sforzo umano ma anche la risposta a una chiamata che lo precede. La Sapienza è luce che fa vedere le cose come sono e quindi permette di comprenderne il significato. Anche se uno possiede molte informazioni tuttavia può non sapere quale direzione dare alla propria vita; può conoscere i mezzi, ma ignorare il fine; può essere abile nel fare, ma poco capace di discernere ciò che è veramente buono. La Sapienza, invece, è «indefettibile»: non si esaurisce, non perde il suo valore e non viene smentita dal trascorrere delle mode. Nel contesto del libro, scritto in ambiente giudaico ellenistico, probabilmente ad Alessandria d'Egitto tra il I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C., la Sapienza è il dono di Dio che guida l'uomo nella giustizia e nella fedeltà. Non è una conoscenza riservata a pochi iniziati, ma una luce capace di orientare concretamente l'esistenza perché. la vera sapienza non consiste nel sapere tutto, ma nel vedere la vita alla luce di Dio. Chi ama la verità è disposto ad ascoltare anche ciò che mette in discussione le proprie convinzioni e se la cerca sinceramente è disposto a cambiare strada quando scopre di essersi sbagliato. Il verbo «contemplare» non indica uno sguardo frettoloso, ma un'attenzione capace di fermarsi e accogliere. La Sapienza richiede pertanto un cuore libero dalla pretesa di possedere già tutte le risposte. Noi viviamo in una società in cui le informazioni sono accessibili in ogni momento, ma la riflessione è spesso sacrificata alla velocità; sappiamo cercare una risposta su uno schermo, ma più difficile è trovare il silenzio necessario per comprendere se quella risposta ci rende davvero più umani. «Prevenendo quelli che la desiderano, appare loro per prima» (v. 13): qui emerge una delle intuizioni più profonde di questo testo. La Sapienza precede la ricerca umana perché Dio non rimane passivamente in attesa che l'uomo riesca a raggiungerlo con le proprie forze, ma è piuttosto la sua Sapienza a farsi vicina e a manifestarsi a chi è disposto ad accoglierla anche se l'iniziativa divina non elimina la libertà umana, bensì la suscita e la sostiene. È un principio fondamentale della vita spirituale: prima ancora che l'uomo cerchi Dio, Dio gli ha già aperto una strada per incontrarlo. Questa prospettiva ci libera da due errori opposti: dalla presunzione di poter conquistare Dio con le proprie capacità e dallo scoraggiamento di chi pensa che Dio sia troppo lontano o irraggiungibile. Come allora incontrare la Sapienza? Nella preghiera, nella Parola di Dio, nel discernimento, nella coscienza rettamente formata, nell'ascolto di una persona e persino in una prova attraversata con fede. Il problema non è la mancanza di tempo, ma il modo in cui siamo capaci di ordinare il nostro tempo e la domanda che ci provoca è: quale posto occupa la ricerca di Dio nelle mie giornate? La Sapienza ci raggiunge nella nostra vita concreta, nelle nostre decisioni e nei nostri pensieri e non è una teoria separata dall'esistenza: illumina il modo di agire, di amare, di governare e di relazionarsi con gli altri. Infine, per il cristiano, la Sapienza trova il suo compimento in Cristo, che san Paolo proclama «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor 1,24). In Gesù, la Sapienza divina non offre soltanto un insegnamento: si fa vicina all'uomo, ne condivide la condizione e gli mostra la via dell'amore. Appare quindi qui una dinamica che attraversa tutta la vita spirituale: desiderare, cercare, incontrare, lasciarsi guidare. Il desiderio apre il cuore; la ricerca lo rende perseverante; l'incontro lo illumina; l'accoglienza della Sapienza trasforma le scelte quotidiane. Possiamo concludere con tre domande semplici: Cerco davvero la Sapienza di Dio oppure cerco soprattutto conferme alle mie idee? Quale spazio concreto riservo ogni giorno al silenzio, alla preghiera e all'ascolto? Le decisioni che prendo manifestano maggiore sapienza, cioè maggiore verità, giustizia e amore? In sintesi: non è sapiente chi conosce molte cose, ma chi impara a vedere la propria vita alla luce di Dio. Se così vive, non cammina da solo e, mentre cerca la Sapienza, si rende conto che la Sapienza stessa gli è già venuta incontro.
*Salmo responsoriale (62/63)
Il Salmo 62 nella numerazione liturgica cattolica (63 nella numerazione ebraica e di molte Bibbie moderne) è il canto di una persona che, anche nella solitudine e nella prova, scopre che Dio è più necessario della vita stessa, perché è la sorgente che dà senso alla vita. Non quindi solamente preghiera di chi ha bisogno di essere aiutato, ma la preghiera di chi ha scoperto che nessuna realtà creata può colmare pienamente la sete del cuore umano. Il titolo biblico lo collega a Davide quando si trovava nel deserto di Giuda. Non possiamo identificare con certezza l'episodio storico, ma l'immagine del deserto è fondamentale per comprenderne il messaggio. Il deserto è un luogo reale, arido e faticoso, ma diventa anche il simbolo di una condizione spirituale: quando vengono meno le sicurezze e vive il deserto del cuore, l'uomo è ricondotto alle domande essenziali. In tale prospettiva cogliamo nel salmo quattro movimenti: La sete di Dio (vv. 2-3): l'anima cerca il Signore come una terra arida cerca l'acqua. L’anima la loda e ne fa memoria (vv. 4-6): l'amore di Dio vale più della vita e diventa motivo di benedizione. La comunione nella notte (vv. 7-9): il credente ricorda Dio anche durante le ore oscure e trova riparo nella sua presenza. La fiducia nella giustizia divina (vv. 10-12): il male non avrà l'ultima parola e il Signore custodirà chi si affida a lui. Il centro del salmo non è quindi il deserto, ma la presenza di Dio scoperta proprio nel deserto. La preghiera comincia con una professione personale: «Tu sei il mio Dio». Il salmista non parla anzitutto di ciò che Dio può dargli, ma di chi Dio è per lui e questo ci ricorda che prima della domanda viene la relazione; prima del bisogno, l'appartenenza. L'espressione «dall'aurora» indica l'intensità della ricerca e il credente comincia la giornata rivolgendosi a colui che ne costituisce il fondamento. Possa Dio essere sempre il primo riferimento interiore con cui affrontiamo le decisioni, le relazioni e le difficoltà. Una breve preghiera al risveglio può cambiare non necessariamente gli avvenimenti della giornata, ma il modo in cui li viviamo. «Di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne» (v. 2) La sete è una delle immagini bibliche più potenti del desiderio di Dio e il salmista non dice semplicemente che pensa a Dio, ma afferma di avere sete di lui. La società contemporanea offre molte possibilità di soddisfazione immediata: consumo, divertimento, visibilità, relazioni virtuali, eppure il desiderio può rimanere insoddisfatto anche quando abbiamo molte cose. Non ogni desiderio è sete di Dio in modo consapevole, ma le domande più profonde — essere amati, trovare un senso, non essere soli, sperare oltre la morte — possono diventare una via per riconoscere questa sete. Come la terra senza acqua non può produrre vita da sé, così il credente riconosce di non essere autosufficiente e la preghiera biblica ci ricorda che riconoscere la propria sete è l'inizio della sapienza. Chi si crede autosufficiente rischia di non cercare più nulla; chi riconosce la propria povertà può aprirsi alla relazione, alla grazia e all'aiuto degli altri.
*Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (4,13-18)
Paolo scrive a una comunità giovane, quella di Tessalonica, nella quale alcuni cristiani sono morti prima del ritorno glorioso di Cristo. I credenti si domandano che cosa accadrà a coloro che sono morti e se essi perderanno la partecipazione alla salvezza finale. L’Apostolo non risponde con una spiegazione puramente teorica dell’aldilà, ma annuncia il cuore della fede cristiana: la morte non ha l’ultima parola, perché Gesù è morto ed è risorto. La speranza dei cristiani nasce dalla Pasqua di Cristo e Paolo desidera che i cristiani non siano nell’ignoranza circa il destino dei defunti. Nel testo greco usa l’espressione hoi koimōmenoi, cioè «quelli che si sono addormentati» e il linguaggio del sonno è un'immagine che, alla luce della risurrezione, esprime la provvisorietà della morte: come il sonno attende il risveglio, così il credente attende la risurrezione. Nella cultura antica, la morte era spesso vissuta come una separazione definitiva e motivo di disperazione. Paolo non nega il dolore del distacco, ma vuole sottrarre i cristiani alla disperazione. Anche oggi la morte può essere rimossa, nascosta negli ospedali o considerata un fallimento da evitare a ogni costo, oppure può diventare una realtà che paralizza chi rimane. La fede non ci chiede di non piangere: ci insegna a piangere senza perdere la speranza. Paolo infatti non contrappone i cristiani a chi soffre, come se la fede rendesse insensibili. Gesù stesso ha pianto davanti alla tomba di Lazzaro (Gv 11,35). La differenza non sta nell'assenza di tristezza, ma nella presenza di una speranza che attraversa il dolore. La speranza non indica un semplice desiderio che le cose vadano bene, ma una fiducia fondata sull'opera di Dio. Un cristiano può soffrire profondamente per la perdita di una persona amata. La sua fede non cancella il vuoto della sua assenza, ma gli permette di vivere quel vuoto dentro una relazione più grande: la comunione in Cristo, che la morte non può annientare. Gesù è morto ed è risorto: ecco il fondamento di tutto il brano. La fede cristiana non si fonda anzitutto sull'idea che l'anima sia immortale, né su una generica convinzione che dopo la morte esista qualcosa. Il suo centro è un evento: Dio ha risuscitato Gesù dai morti. Il verbo «radunerà» richiama l'azione salvifica di Dio, che non abbandona i suoi figli alla dispersione della morte, ma li conduce alla comunione con Cristo e la sua risurrezione è la garanzia della nostra speranza: ciò che Dio ha compiuto in lui anticipa il destino di coloro che gli appartengono. La domanda fondamentale non è soltanto: «Che cosa c'è dopo la morte?»., ma piuttosto: «Chi ci aspetta oltre la morte?». Per il cristiano, il futuro ultimo non è il nulla, né una forza impersonale: è Cristo, il Signore morto e risorto, che ci chiama alla comunione con sé. I cristiani di Tessalonica attendevano intensamente il ritorno di Cristo, la sua parousia, la sua venuta gloriosa e alcuni temevano che chi fosse morto prima di quell'evento avesse uno svantaggio. Paolo chiarisce che non sarà così. I defunti non saranno dimenticati né esclusi. Il destino dei cristiani non dipende dall'essere vivi o morti al momento della venuta del Signore. È importante osservare che Paolo parla all'interno dell'attesa cristiana della fine, ma non fornisce una data precisa né autorizza a stabilire quando avverrà il ritorno di Cristo. Dio non valuta la vita umana secondo il successo, la durata o la possibilità di essere presenti a un determinato evento storico. Anche chi muore apparentemente troppo presto rimane nelle mani del Signore. Questa verità è particolarmente consolante davanti alla morte di bambini, giovani e persone che sembravano avere ancora molto da compiere. Paolo inoltre descrive la venuta del Signore con immagini apocalittiche: un ordine solenne, la voce dell'arcangelo, la tromba divina. Non dobbiamo necessariamente interpretare questi elementi come una cronaca anticipata di eventi materiali. Il linguaggio apocalittico utilizza immagini potenti per proclamare una certezza teologica: la storia non è abbandonata al caos; il Signore verrà a compiere la sua opera di salvezza. La tromba, nell'Antico Testamento, serviva per convocare il popolo, annunciare una manifestazione divina o accompagnare un evento decisivo. «E così per sempre saremo con il Signore» (v. 17): questa è la frase culminante del brano. Tutte le immagini precedenti conducono a questa promessa. La meta ultima della salvezza non è semplicemente continuare a esistere, né conoscere i segreti dell'aldilà: è. essere per sempre con il Signore. La vita eterna è comunione piena con Cristo, il compimento della relazione iniziata nella fede, alimentata dalla Parola e dai sacramenti e vissuta nella carità. E la speranza cristiana non è soltanto voler raggiungere un luogo chiamato paradiso: è desiderare di vivere eternamente con colui che abbiamo imparato ad amare. «Confortatevi dunque a vicenda con queste parole» (v. 18). Paolo conclude con un imperativo comunitario: «confortatevi». La speranza della risurrezione non è una verità da custodire soltanto individualmente: è un dono da condividere. La comunità cristiana è chiamata a sostenere chi è nel lutto, ad accompagnare i morenti e a ricordare i defunti nella preghiera. La consolazione cristiana non consiste nel pronunciare frasi facili davanti al dolore, ma nel testimoniare una speranza che nasce da Cristo. Di fronte a una persona che ha perso qualcuno, talvolta è meglio non cercare spiegazioni immediate; occorre anzitutto esserci, ascoltare, condividere il silenzio e pregare. La speranza diventa credibile quando si fa vicinanza concreta.
*Dal Vangelo secondo Matteo (25,1-3)
Questo brano fa parte del grande discorso escatologico di Gesù (Mt 24–25) ed è una delle parabole sulla vigilanza cristiana e sull'attesa del Signore. Gesù invita i discepoli a vivere non semplicemente aspettando la fine, ma mantenendo il cuore pronto all'incontro con Lui. Le dieci vergini sono giovani donne che partecipano a una festa nuziale e, secondo l'usanza, accompagnavano la sposa o attendevano lo sposo per unirsi al corteo nuziale e accompagnarlo alla festa. La figura dello sposo richiama una simbologia biblica importante: Dio è lo Sposo del suo popolo. In Osea Dio promette: «Ti farò mia sposa per sempre» (2,21-22); in Isaia: «Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (62,5). Gesù stesso si presenta come lo Sposo (Mt 9,15). Pertanto, nella parabola, lo sposo è Cristo e la festa nuziale rappresenta la comunione definitiva con Lui. La vita cristiana non è soltanto osservanza di precetti: è attesa di una persona, Cristo, che viene a incontrarci. Delle dieci vergini, cinque sono sagge e cinque stolte. Il testo greco adopera due parole molto significative: Phrónimoi (φρόνιμοι): sagge, prudenti, capaci di discernimento; mōraí (μωραί): stolte, insensate, prive di discernimento. Non si tratta di una differenza intellettuale, ma spirituale. Le dieci vergini hanno tutte alcune caratteristiche comuni: Tutte hanno ricevuto l'invito alla festa; tutte possiedono una lampada; tutte escono incontro allo sposo; tutte si addormentano quando lo sposo tarda. La differenza non consiste dunque nell'invito ricevuto, nella lampada posseduta o nella capacità di rimanere sveglie. La differenza consiste nella preparazione. Le sagge portano con sé anche l'olio mentre le stolte prendono soltanto le lampade e qui troviamo il primo insegnamento fondamentale: non basta avere una lampada, bisogna avere l'olio per mantenerla accesa. La lampada può rappresentare la fede ricevuta, la professione cristiana, la vita esteriore religiosa, mentre l'olio rappresenta ciò che alimenta interiormente la fede: la carità, la perseveranza, la preghiera, la fedeltà quotidiana e la comunione viva con Dio. È importante precisare che il testo non identifica esplicitamente l'olio con una sola realtà. La tradizione spirituale cristiana ha visto in esso soprattutto la carità e la vita interiore alimentata dalla grazia. Inoltre il ritardo dello sposo è la prova del tempo: «Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono». Questa è una delle espressioni più umane della parabola perché anche le vergini sagge si addormentano e Gesù non distingue le persone tra quelle che non conoscono la stanchezza e quelle che la conoscono. Se tutte sperimentano il limite umano, il problema non è addormentarsi, ma non essere preparati quando arriva il momento dell'incontro. Il ritardo dello sposo richiama il tempo della storia, nel quale il Signore sembra talvolta assente o lontano; è il tempo della prova, della perseveranza, della fede che non vede immediatamente i risultati. Quante volte anche noi ci domandiamo: Perché Dio tarda a intervenire? Perché la mia preghiera sembra non essere ascoltata? Perché il bene sembra perdere terreno? Perché il Signore sembra tacere? La parabola insegna che il ritardo apparente di Dio non deve diventare motivo di abbandono della fede e la vera saggezza consiste nel prepararsi per un'attesa anche lunga, senza lasciare spegnere la lampada. «A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo! Andategli incontro!». La mezzanotte è il momento più buio della notte. Simbolicamente può rappresentare il momento in cui meno ci aspettiamo l'arrivo del Signore e un grido improvviso interrompe il sonno e mette tutti davanti alla realtà decisiva: lo sposo è arrivato. È interessante notare che il testo greco dice: “Idou ho nymphíos! (Ἰδοὺ ὁ νυμφίος!) Ecco lo sposo!», non ecco il giudice, o il padrone, o comunque colui che viene a chiedere conto. Arriva lo sposo! La venuta di Cristo è innanzitutto l'incontro con Colui che ci ama e desidera unirci a sé. Tuttavia, questo incontro ha una dimensione decisiva: non si può improvvisare all'ultimo momento la propria relazione con Dio. L'olio non si può prestare e quando le vergini stolte supplicano le sagge, la risposta può sembrare dura: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi». Non si tratta di egoismo o che Gesù voglia insegnarci a non condividere perché il significato è spiritualmente molto più profondo. Ci sono realtà che possiamo condividere e realtà che nessuno può vivere al posto nostro. Nessuno può credere al posto nostro; amare Dio al posto nostro; convertirsi al posto nostro; vivere la propria fedeltà al posto nostro; costruire al posto nostro una relazione personale con Cristo. Un sacerdote può accompagnare un'anima, un genitore può educare un figlio, un amico può sostenere un altro amico, ma nessuno può sostituirsi alla risposta personale che ciascuno deve dare a Dio. La fede può essere trasmessa, ma la relazione personale con Cristo deve essere vissuta da ciascuno. Le vergini stolte ritornano quindi quando la porta è ormai chiusa e gridano: «Signore, signore, aprici!», lo sposo risponde: «In verità io vi dico: non vi conosco». È una delle espressioni più forti del Vangelo.Il verbo greco è oida (οἶδα), conoscere.e nella Bibbia conoscere non significa semplicemente possedere informazioni su qualcuno, ma entrare in una relazione personale; non basta conoscere Gesù intellettualmente, parlare di Lui, esercitare un ministero o partecipare alle celebrazioni. Occorre appartenergli, vivere con Lui e lasciarsi trasformare dal suo amore. Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli. Il pericolo più grande è avere una religiosità esteriore senza una vera comunione interiore con Cristo e la porta chiusa invita a riflettere sull’incontro ultimo della vita con Dio. Il tempo della preparazione appartiene alla vita presente: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora» Nella conclusione c’è il messaggio fondamentale della parabola. Il verbo greco grēgoreîte (γρηγορεῖτε) significa: state svegli, vigilate, rimanete attenti e la vigilanza evangelica non è paura della morte né ansia per il futuro, ma vivere ogni giorno orientati verso Cristo. Non sappiamo quando verrà, ma sappiamo come dobbiamo vivere mentre lo attendiamo. Questa parabola ci insegna che la vita cristiana non si improvvisa; non basta avere ricevuto il Battesimo, conoscere il Vangelo, appartenere alla Chiesa o svolgere un ministero perché occorre custodire ogni giorno la relazione con Cristo. La lampada è ciò che appare; l'olio è ciò che alimenta ed è la vita nascosta. La lampada può essere ammirata dagli uomini, ma l'olio è conosciuto soprattutto e talvolta solo da Dio. Non dobbiamo preoccuparci soltanto di avere una lampada da mostrare, ma di possedere un cuore che arde d'amore per Cristo. In definitiva la parabola ci dice che la saggezza cristiana consiste nel vivere ogni giorno in modo da essere pronti ad accoglie Il Signore. Purtroppo il dramma non è che la notte sia lunga, ma che, mentre aspettiamo lo Sposo, possiamo lasciare esaurire l'olio dell'amore.
+Giovanni D’Ercole







