Solennità della Santissima Trinità (anno A) [31 Maggio 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (34, 4-6.8-9)
Il testo presenta uno dei momenti più preziosi della rivelazione biblica: Dio parla di sé e proclama il proprio nome davanti a Mosè, che si prostra riconoscendo la grandezza di ciò che ascolta. Dio si definisce «il Signore (YHWH), Dio tenero e misericordioso, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Questo nome, già rivelato nel roveto ardente, è il fondamento della fede d’Israele. Già allora Dio aveva mostrato il suo volto: vede la miseria del suo popolo in Egitto, ascolta il suo grido, conosce le sue sofferenze e scende per liberarlo, suscitando in Mosè la forza necessaria. Questo significa che l’uomo non è mai solo nella prova: Dio è presente, accompagna e sostiene. La Pasqua ebraica ricorda ogni anno questo intervento liberatore. Nel testo odierno si compie però un passo ulteriore: Dio non prova soltanto compassione, ma ama profondamente. Il suo “passare” davanti a Mosè richiama il passaggio durante l’Esodo: ogni volta che Dio passa, libera. Questa seconda rivelazione è ancora più importante perché libera l’uomo dalle false immagini di Dio. Non è l’uomo ad aver inventato un Dio buono: è Dio stesso che si è rivelato così in modo inatteso. Mosè comprende bene il significato di “lento all’ira” e chiede perdono per il popolo, consapevole della sua infedeltà. Israele è descritto come “popolo dalla dura cervice”, immagine presa dal giogo agricolo: come animali che resistono al giogo, così il popolo fatica a camminare al passo con Dio nell’alleanza. Nonostante ciò, Mosè confida che Dio continuerà a perdonare e a mantenere il popolo come sua eredità. Infine, la fedeltà (“verità”) di Dio rimane il fondamento della speranza: Egli non abbandona il suo popolo e non dimentica l’alleanza. Per questo Israele resta il popolo eletto e, come ricorda anche il Nuovo Testamento, Dio rimane sempre fedele, anche quando l’uomo è infedele.
Salmo Responsoriale Cantico di Daniele (3,52-56)
Per comprendere il libro di Daniele, si può usare un paragone moderno: negli anni ’80, durante la dominazione sovietica in Cecoslovacchia, una giovane attrice mise in scena un’opera su Giovanna d’Arco. In apparenza parlava della Francia del XV secolo, ma tra le righe il messaggio era chiaro: come Giovanna, anche il popolo ceco poteva resistere all’oppressione. Allo stesso modo, il libro di Daniele, scritto nel II secolo a.C. durante la persecuzione del re greco Antioco IV Epifane è un testo di resistenza. Racconta storie ambientate in epoca più antica, sotto il re babilonese Nabucodonosor, ma in realtà parla della situazione contemporanea dell’autore. Il suo scopo è incoraggiare i fedeli a rimanere saldi, fino al martirio. Un episodio centrale è quello dei tre giovani Sidrac, Misac e Abdenago, condannati a essere bruciati vivi per aver rifiutato di adorare una statua. Gettati in una fornace ardente, sono miracolosamente salvati: le fiamme uccidono i loro carnefici, mentre essi camminano indenni nel fuoco, lodando Dio. Il miracolo più grande è però la loro fede: riconoscono i peccati del popolo e si affidano umilmente alla misericordia di Dio. Nel loro canto proclamano: “Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri”. È un richiamo all’alleanza con Abramo, Isacco e Israele, alle promesse divine e alla storia di salvezza, ma anche ai continui perdoni di Dio nonostante le infedeltà del popolo. Quando si parla del “Nome” di Dio, si indica Dio stesso con rispetto. Il riferimento al “tempio santo” riflette il contesto storico della persecuzione: anche quando il culto viene profanato, si afferma che Dio solo è il vero Signore. Le immagini del trono e dei cherubini richiamano il Santo dei Santi del Tempio, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Questo è un messaggio di speranza: anche nelle prove più dure, Dio è presente e il male non avrà l’ultima parola. Il canto diventa così un inno di fiducia e di vittoria: nonostante la violenza e la persecuzione, la fede resta salda. Questo messaggio di resistenza e speranza rimane attuale anche oggi.
Seconda Lettura dalla seconda lettera di san Paolo ai Corinti (13,11-13)
L’ultima frase: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”, è la formula con cui inizia la celebrazione eucaristica, e non è un caso: san Paolo conclude così la seconda lettera ai Corinzi, riassumendo l’intero progetto di Dio. Questa espressione, pronunciata dal celebrante a nome di Dio, indica che Dio invita l’umanità a entrare nella sua intimità, cioè nella comunione d’amore della Trinità. “Grazia”, “amore” e “comunione” esprimono la stessa realtà: la vita trinitaria del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Il verbo al congiuntivo “siano con voi” non indica un dubbio su Dio, che è sempre fonte di perdono, benedizione e presenza, ma richiama la libertà dell’uomo: Dio offre continuamente il suo amore, ma l’uomo è libero di accoglierlo o rifiutarlo. Questa chiara espressione della Trinità è rara nella Bibbia e segna il compimento della rivelazione in Gesù Cristo. Da qui nascono le esortazioni di Paolo, a cominciare dalla gioia: “Fratelli, siate nella gioia”. Nella Bibbia la gioia è legata all’esperienza della liberazione, come alla fine di una guerra o il ritorno dall’esilio, quando il popolo sperimenta la salvezza di Dio. Queste liberazioni che avvengono nella storia anticipano la gioia definitiva promessa da Dio, quella di una creazione nuova. Gesù stesso parla di questa gioia piena e definitiva al termine del suo discorso nell’ultima cena: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo” e promette una gioia che nessuno potrà togliere, anche attraverso le prove. La seconda esortazione di Paolo riguarda l’unità e la pace: “Siate concordi… vivete in pace”. L’unità tra i credenti è essenziale, perché è la testimonianza di Dio al mondo ed è l’eco della preghiera di Gesù: “Che siano una cosa sola”. Paolo insiste su un’unica fede, un solo Signore, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti. Questa comunione si esprime anche nel gesto liturgico del bacio di pace, già presente nelle prime comunità cristiane. Testimonianze antiche, come quella di san Giustino e di sant’Ippolito, mostrano come questo gesto fosse parte integrante della celebrazione, segno concreto di unità e fraternità.
Dal Vangelo di Giovanni (3,16-18)
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito”: in questa frase si esprime il grande passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Che Dio ami l’umanità era già noto, ed era la grande scoperta di Israele; la novità è il dono del Figlio per la salvezza di tutti. Dio ha tanto amato il mondo… perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Secondo il Vangelo di Giovanni, basta credere per essere salvati: chi accoglie Cristo diventa figlio di Dio e possiede già la vita eterna. Questa “vita eterna” è la vita dello Spirito ricevuta nel Battesimo: è la vera salvezza, cioè vivere in pace con sé stessi, con gli altri, come fratelli tra gli uomini e figli di Dio. Per essere salvati basta rivolgersi a Gesù, lasciarsi trasformare da lui, passare da un cuore di pietra a un cuore di carne. In linguaggio biblico: “alzare lo sguardo verso di lui”. È una notizia straordinaria, se presa sul serio perché sul volto del Crocifisso si rivela il vero volto di Dio Nel volto di Cristo crocifisso, che dona liberamente la vita, l’umanità scopre infatti il vero volto di Dio: non un Dio dominatore o vendicatore, ma un Dio che è amore e misericordia. “Chi ha visto me ha visto il Padre”, dice Gesù. Ciò che è richiesto è solo la fede: credere in Dio che salva per essere salvati. Nei Vangeli, infatti, Gesù ripete spesso: “La tua fede ti ha salvato”. L’evangelista Giovanni collega questo mistero alla profezia di Zaccaria: guardare colui che è stato trafitto porta alla conversione e alla purificazione. Questa visione ritorna anche nell’Apocalisse: tutti vedranno colui che hanno trafitto. L’espressione Figlio unico indica che Gesù è la pienezza della grazia e della verità, l’unica fonte della vita eterna e il capo dell’umanità nuova. Il progetto di Dio è che tutta l’umanità sia unita in Cristo e partecipi alla vita della Trinità: questa è la salvezza, la vera vita, già presente fin d’ora. La vita eterna è conoscere te, unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo: conoscere Dio significa riconoscerlo come misericordia ed entrare in contatto profondo con lui secondo il significato che “conoscere “riveste in san Giovanni. “Evitare il giudizio” significa evitare la separazione da Dio: basta credere nel suo perdono. Come nelle relazioni umane, se si crede nel perdono si può tornare e riconciliarsi; se non si crede, si resta chiusi nel proprio errore. Così anche con Dio. Dio offre la salvezza, ma non la impone e l’uomo resta sempre libero. Chi crede si salva; chi rifiuta la fede si autoesclude. Lo mostra in maniera straordinaria il buon ladrone quando si rivolge a Gesù crocifisso insieme a lui. Pur avendo vissuto una vita sbagliata, all’ultimo istante prima di morire si affida a Gesù e riceve una sorprendente promessa: Oggi stesso sarai con me nel Paradiso.
+Giovanni D’Ercole







