IV Domenica del tempo ordinario (anno A) [1 Febbraio 2026]
Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Rileggere e meditare le Beatitudini nel vangelo di Matteo è sempre un invito a riscoprire il cuore della fede evangelica e ad avere il coraggio di viverla fedelmente.
*Prima Lettura dal libro del profeta Sofonia (2,3; 3,12-13)
Il libro di Sofonia è sorprendente per i suoi forti contrasti: da una parte ci sono terribili minacce contro Gerusalemme, con il profeta che appare molto collerico; dall’altra, vi sono incoraggiamenti e promesse di un futuro felice, sempre rivolti alla città. La domanda è: a chi sono rivolte le minacce e a chi gli incoraggiamenti? Storicamente, siamo nel VII secolo a.C., nel regno di Giuda, il regno del Sud. Il giovane re Giosia sale al trono a otto anni, dopo l’assassinio del padre, in tempi molto turbolenti. L’impero assiro, con capitale Ninive, è in espansione e i re locali preferiscono spesso arrendersi per evitare la distruzione: Gerusalemme diventa vassalla di Ninive. I profeti, però, sostengono fermamente la libertà del popolo eletto: chiedere alleanza a un re terreno significa non confidare nel Re del cielo. Accettare la tutela assira non è solo un atto politico, ma comporta l’influenza culturale e religiosa del dominatore, con rischi di idolatria e perdita della missione di Israele. Sofonia denuncia tutto questo e profetizza la punizione: “Alzerò la mano contro Giuda e contro tutti gli abitanti di Gerusalemme… il Giorno dell’ira del Signore” (So 1,4-6), testo che ricorda il famoso Dies Irae. Cercate il Signore, voi tutti, gli umili del paese. Accanto alle minacce, Sofonia rivolge un messaggio di conforto agli “umili del paese” (in ebraico anawim, i curvi), che sono osservanti della legge e giusti, protetti quindi dal Giorno dell’ira del Signore: Dio stesso è con loro. È il giorno in cui la creazione sarà rinnovata e il male distrutto. Il messaggio non è per altri, ma per ciascuno di noi: siamo tutti chiamati alla conversione, a diventare “umili del paese”, il “Resto di Israele” che i profeti precedenti avevano annunciato. Dio, fedele, salverà sempre almeno un piccolo gruppo rimasto fedele. Sarà questo piccolo resto, povero e umile, a portare avanti la missione del popolo eletto: rivelare al mondo il progetto di Dio. Essere umili significa riconoscere la propria limitatezza (humus) e confidare totalmente in Dio. Così, il giudizio di Dio non è contro le persone, ma contro il male che corrompe. Il piccolo resto fedele sarà il fermento nel mondo, preservando la vera identità del popolo e la missione divina. l’ira di Dio colpisce solo il male, mai l’innocente. Sofonia critica anche l’adozione delle usanze assire, come l’abbigliamento straniero (So 1,8): non era solo moda, ma segno di imitazione dei pagani, rischio di perdere identità e fede.
*Salmo responsoriale (145/146)
Abbiamo qui tre versetti del Salmo come un inventario dei beneficiari della misericordia di Dio: gli oppressi, gli affamati, gli incatenati, i ciechi, gli afflitti, gli stranieri, le vedove e gli orfani—tutti coloro che gli uomini ignorano o disprezzano. Gli Israeliti conoscono queste situazioni perché le hanno vissute: oppressione in Egitto, poi a Babilonia. Il Salmo è stato scritto dopo il ritorno dall’esilio babilonese, forse per la dedica del Tempio ricostruito. La liberazione dal male e dall’oppressione è percepita come prova della fedeltà di Dio all’alleanza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi, il Signore scioglie gli incatenati”. Dio provvede anche ai bisogni materiali: durante l’Esodo, ha nutrito il popolo con manna e quaglie. Gradualmente, Dio rivela se stesso ai ciechi, rialza gli afflitti e guida il popolo verso la giustizia: “Dio ama i giusti”. Il Salmo è quindi un canto di riconoscenza: “Il Signore fa giustizia agli oppressi / agli affamati dà il pane / scioglie gli incatenati / apre gli occhi ai ciechi / rialza gli afflitti / ama i giusti / protegge lo straniero / sostiene vedove e orfani. Il Signore è il tuo Dio per sempre.” L’insistenza sul nome Signore (7 volte) richiama il Tetragramma sacro YHVH, rivelato a Mosè al roveto ardente, simbolo della presenza costante e liberatrice di Dio. “Il Signore é il tuo Dio per sempre, la frase finale richiama l’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo guarda al futuro, rafforzando la speranza del popolo. Il nome di Dio Ehiè asher ehiè (Io sono colui che sono / Sarò colui che sarò) sottolinea la sua presenza eterna. Ripetere questo Salmo serve a riconoscere l’opera di Dio e a orientare la condotta: se Dio ha agito così verso Israele, il popolo deve comportarsi allo stesso modo verso gli altri, specialmente gli esclusi. La Legge di Israele prevedeva regole per proteggere vedove, orfani e stranieri, affinché il popolo fosse libero e rispettoso della libertà altrui. I profeti giudicavano la fedeltà all’Alleanza principalmente in base all’atteggiamento verso i poveri e gli oppressi: lotta contro l’idolatria, promozione della giustizia e della misericordia, come in Os 6,6 (Desidero misericordia, non sacrifici) e Mi 6,8 (Agisci con giustizia, ama la fedeltà, cammina umilmente con Dio). Anche il Siracide ricorda: “Le lacrime della vedova scorrono sul volto di Dio” (Si 35,18), sottolineando che chi è vicino a Dio deve sentire compassione per chi soffre.
*Seconda Lettura dalla prima lettera di san paolo apostolo ai Corinti (1,26-31).
Sembrerebbe la parabola del fariseo e del pubblicano: il mondo è “capovolto”. Chi appare saggio agli occhi degli uomini, come sottolinea Paolo, non riceve considerazione davanti a Dio. Questo non significa che Paolo disprezzi la saggezza: sin dal re Salomone essa è una virtù richiesta nella preghiera, e Isaia la presenta come dono dello Spirito di Dio: “Su di lui riposerà lo Spirito del Signore, spirito di sapienza e di discernimento…” La Bibbia distingue due tipi di saggezza: la saggezza degli uomini e la saggezza di Dio. Ciò che agli occhi degli uomini sembra ragionevole può essere lontano dal progetto di Dio, e ciò che è saggio agli occhi di Dio può apparire folle agli uomini. La nostra logica è umana, quella di Dio è logica dell’amore: la follia dell’amore divino, come dice Paolo, supera ogni ragionamento umano. Per questo la vita e la morte di Cristo possono sembrare scandalose. Isaia lo dice chiaramente: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e i vostri modi non sono i miei modi” (Is 55,8). Questa distanza tra pensiero umano e divino è tale che Gesù arriva a rimproverare Pietro: “Va’ dietro a me, Satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mt 16,23). Dio è il “Tutto-Altro”: la gerarchia dei valori umani è capovolta davanti a lui. Spesso nella storia dell’Alleanza, Dio sceglie i più piccoli: pensiamo a Davide, il più giovane tra i figli di Iesse, o al popolo d’Israele, “il più piccolo di tutti” (Dt 7,7; Dt 9,6). Le scelte di Dio sono gratuite, indipendenti dal merito umano. La vera saggezza, la saggezza divina è dono di Non possiamo comprendere Dio con le nostre forze: tutto ciò che sappiamo di Lui ci è rivelato da Lui. Paolo ricorda ai Corinzi che ogni conoscenza di Dio è un dono: “In lui avete ricevuto tutte le ricchezze… nessun dono di grazia vi manca” (1 Cor 1,4-7). Il dono della conoscenza di Dio non è motivo di orgoglio, ma di gratitudine. Come dice Geremia: “Il saggio non si vanti della sua saggezza… ma di avere intelligenza per conoscere me, il Signore” (Jr 9,22-23). Paolo applica questi principi ai Corinzi: essi, agli occhi del mondo, non erano né sapienti, né potenti, né nobili. Eppure Dio li chiama, creando la sua Chiesa dalla loro povertà e debolezza. La loro “nobiltà” è il Battesimo. Corinto diventa esempio dell’iniziativa sorprendente di Dio, che ricrea il mondo secondo la sua logica, invitando gli uomini non a vantarsi davanti a Dio, ma a renderGli gloria per il suo amore.
*Dal Vangelo secondo Matteo (5,1-12a)
Mi fermo a riflettere sulla beatitudine che può sembrare più difficile: “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5,4). Non si tratta di gioire per il pianto in sé, né di considerare la sofferenza come una fortuna. Gesù stesso ha dedicato gran parte della sua vita a consolare, guarire e incoraggiare le persone: Matteo ci ricorda che “Gesù proclamava la Buona Novella del Regno e guariva ogni malattia e infermità tra il popolo” (Mt 4,23). Le lacrime di cui parla Gesù sono, piuttosto, lacrime di pentimento e lacrime di compassione. Pensiamo a san Pietro, che dopo il suo rinnegamento pianse amaramente, trovando consolazione nella misericordia di Dio. Oppure ricordiamo la visione del profeta Ezechiele: al giorno ultimo, Dio “segnerà con una croce sulla fronte quelli che gemono e si lamentano per le abominazioni che si commettono” (Ez 9,4). Queste parole di Gesù erano rivolte ai suoi contemporanei ebrei, abituati alla predicazione dei profeti. Per noi, comprenderle significa rileggere l’Antico Testamento. Come ci invita il profeta Sofonia: “Cercate il Signore, voi tutti gli umili della terra” (So 2,3). E il salmo canta: “Ho chiesto una cosa al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita» (Sal 145/146,5). Questi sono i veri “poveri di cuore”, quelli che si affidano completamente a Dio, come il pubblicano della parabola: consapevoli dei propri peccati, si aprono alla salvezza del Signore. Gesù ci assicura: chi cerca Dio con tutto il cuore sarà esaudito: “Cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). E i profeti chiamano “puri” coloro il cui cuore è rivolto unicamente a Dio. Le Beatitudini, dunque, sono Buona Notizia: non è il potere, il sapere o la ricchezza a guidarci al Regno, ma la dolcezza, la misericordia e la giustizia. Come dice Gesù ai suoi discepoli: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3). Ogni beatitudine indica un cammino verso il Regno: ogni “Beati” è un invito, un incoraggiamento: è come se dicesse, “coraggio sei sulla strada giusta”. Le nostre debolezze diventano terreno fertile per la presenza di Dio: la povertà del cuore, le lacrime, la fame di giustizia, la persecuzione. Paolo ci ricorda: “Chi vuol vantarsi, si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31). Infine, ricordiamo che Gesù è il modello perfetto: povero di cuore, dolce, misericordioso, compassionevole, giusto e perseguitato, sempre grato al Padre. La sua vita ci insegna a guardare noi stessi e gli altri con gli occhi di Dio, e a scoprire il Regno dove meno ce lo aspettiamo.
Scrive sant’Agostino commentando questa beatitudine: «Beati, dice il Signore, quelli che piangono, perché saranno consolati. Non indica la tristezza del corpo, ma il dolore del cuore per i peccati, e la volontà di convertirsi a Dio» (Enarrationes in Psalmos, 30,5).
+Giovanni D’Ercole







