Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
1-2 Novembre]
Prima Lettura dal libro dell’Apocalisse (Ap 7,2-4.9-14)
1. San Giovanni racconta e descrive una visione: Io, Giovanni, ho visto un angelo che saliva da oriente, da dove sorge il sole e, successivamente, ho visto una folla immensa, che nessuno poteva contare. Contempliamo con l’apostolo una visione mistica, in altri termini, una rappresentazione simbolica che non va però interpretata alla lettera. Per comprenderne il messaggio che l’autore intende trasmettere, bisogna andare oltre le immagini che descrive. Giovanni racconta una grande processione composta da due gruppi distinti. Il primo gruppo è formato da 144.000 persone, che definisce servitori di Dio. Numero che non va inteso in senso letterale, ma simbolico e queste persone portano il sigillo del Dio vivente, che rappresenta il Battesimo. Si tratta quindi del popolo dei battezzati, cioè dei cristiani in quel tempo perseguitati ai quali Giovanni si rivolge nel libro dell’Apocalisse, ultimo della Bibbia. Il secondo gruppo è costituito da una folla immensa e innumerevole, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, che rappresenta l’intera umanità. Il numero quattro, presente simbolicamente in questa enumerazione, richiama il mondo creato, il cosmo e tutti gli esseri umani, forse anche attraverso il riferimento ai quattro punti cardinali. Ma quale è il significato dei simboli? La folla immensa indossa vesti bianche, sta in piedi davanti al trono di Dio e dell’Agnello e tiene in mano delle palme, tutti elementi con un preciso significato: le vesti bianche indicano la purezza e la veste nuziale, simbolo della salvezza; lo stare in piedi richiama la condizione di chi è risorto e ha vinto la morte e le palme sono il simbolo della vittoria; il trono di Dio e l’Agnello descrivono la presenza divina davanti alla quale si riunisce la folla dei salvati. Tutti questi simboli provano che quelle persone hanno raggiunto la salvezza e la folla stessa lo proclama, affermando che la salvezza appartiene a Dio, che siede sul trono, e all’Agnello.
2. Ma quale è il rapporto tra i battezzati e la folla dei salvati? Un aspetto importante è che la seconda folla, quella immensa e proveniente da tutta l’umanità, non porta il sigillo del Battesimo descritto per il primo gruppo. Nasce quindi una domanda: chi ha contribuito alla salvezza di questa folla? Secondo l’interpretazione proposta dal testo, un ruolo fondamentale è svolto proprio dai 144.000, cioè dai cristiani contemporanei di Giovanni. Alla fine del primo secolo, questi cristiani affrontavano una terribile persecuzione sotto l’imperatore Domiziano (81-96 dC). Nonostante le sofferenze e le difficoltà, essi erano chiamati a rimanere fedeli alla propria fede e a continuare a testimoniare il Vangelo. La loro perseveranza non era importante soltanto per loro stessi, ma perché poteva portare frutti anche per gli altri uomini. Il messaggio principale che Giovanni vuole trasmettere ai cristiani perseguitati è un invito a non perdere la fede e a perseverare anche nelle situazioni più difficili perché le sofferenze affrontate durante la persecuzione non sono inutili: attraverso la loro testimonianza, i cristiani possono contribuire alla salvezza dell’intera umanità.
3. Qui l’apostolo parla della «grande prova», riferendosi alle persecuzioni che i cristiani in quel tempo erano costretti a sopportare. Proprio nella prova si trova un significato profondo: la fedeltà a Dio, soprattutto quando comporta sofferenza, diventa uno strumento attraverso il quale altre persone vengono condotte alla salvezza. La visione, quindi, non vuole soltanto rassicurare i cristiani perseguitati, ma anche mostrare che la loro testimonianza ha un valore universale. Il messaggio è chiaro: attraverso questa immagine, l’Apocalisse insegna che quando i cristiani rimangono fedeli nelle persecuzioni, la loro testimonianza porta frutti che vanno ben oltre la loro comunità e, perseverando fedelmente nelle prove e nel martirio spesso crudele, i credenti contribuiscono alla salvezza dell’intera umanità. La visione esprime così un messaggio di speranza: più le prove sono dure, più il cristiano diventa strumento di conversione e di salvezza per tanti. Nota. l’esercito romano usava mettere un segno sulla fronte delle reclute; allo stesso modo il battezzato diventa soldato del re del cielo e questo sigillo protettore era conosciuto anche nell’Antico Testamento (Es. 12,7; Ez 9,4). Inoltre nell’Apocalisse Giovanni vede la vittoria dei poveri e dei piccoli come rivelazione della vittoria di Dio sulle forze del male.
Salmo responsoriale (23/24)
1. Ci troviamo nel Tempio di Gerusalemme. Una grande processione si avvicina e, arrivata alle porte del Tempio, due cori iniziano a cantare alternandosi e dialogando tra loro: «Chi salirà sul monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?». Già il profeta Isaia paragonava Dio, tre volte Santo, a un fuoco divorante e si poneva questa domanda: «Chi di noi potrà resistere davanti a questo fuoco divorante? Chi potrà stare davanti a queste fiamme eterne?» (Is33,14). Il significato è che l’uomo, da solo, non sarebbe in grado di sostenere la vista di Dio e lo splendore della sua gloria. Il salmo esprime la gioia e il trionfo del popolo eletto, che viene accolto alla presenza di Dio senza averne alcun merito.
2. Una delle grandi scoperte del popolo d’Israele è che Dio è il Santo, completamente diverso da ogni altra realtà, ma allo stesso tempo si fa vicino all’uomo. Nonostante la sua santità e la sua grandezza, Dio permette all’uomo di stare alla sua presenza e di vivere in comunione con lui. Questo salmo è legato alla festa di Tutti i Santi perché i santi sono coloro che sono saliti sul monte del Signore e sono stati accolti alla sua presenza e ora .si uniscono agli angeli nel canto di lode. Durante la Messa, i cristiani cantano il Santo, unendosi spiritualmente alla moltitudine degli angeli e dei santi e oggi, festa di Tutti i Santi, la liturgia commemora questa folla immensa, che nessuno può contare.
3. Il salmo descrive poi la risposta alla domanda iniziale e cioè la persona che può stare davanti a Dio è “chi ha mani innocenti e cuore puro” e non si affida agli idoli. Il significato principale di “purezza” non riguarda il comportamento morale perché il popolo sa di essere accolto da Dio non per i propri meriti, ma per la sua benevolenza e la condizione fondamentale richiesta è rimanere fedele all’unico vero Dio rifiutando gli idoli. Nella Bibbia, la parola puro può essere paragonata al suo significato in chimica: una sostanza è pura quando non è mescolata con altre sostanze. Allo stesso modo, un cuore puro è un cuore che si si rivolge soltanto a Dio. La purezza del cuore, quindi, significa soprattutto fedeltà totale a Dio e il salmo insegna che l’uomo può stare alla sua presenza non perché sia perfetto o abbia accumulato meriti, ma perché cerca di vivere nella fedeltà all’unico vero Dio.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Giovanni (3, 1-3)
1. «Carissimi, vedete…»: con queste parole San Giovanni ci invita a contemplare, perché imparare a guardare è fondamentale per la nostra vita di fede. Tutta la storia dell’umanità può essere considerata un percorso attraverso il quale l’uomo impara a vedere nel modo giusto. Gesù diceva: «Hanno occhi per vedere, ma non vedono». Questo è il dramma dell’uomo: avere occhi senza riuscire a riconoscere la verità, senza vedere l’amore di Dio per l’umanità. San Giovanni invita qui a imparare a guardare con gli occhi della fede. Il tema dello sguardo è presente in tutta la Bibbia e ha sempre lo stesso significato: saper guardare e aprire gli occhi significa scoprire il vero volto di Dio, che è amore.
2. Al contrario, il nostro modo di guardare può essere deformato e portarci a interpretare male la realtà. Come avvenne nel giardino dell’Eden, dove tutto dipende dal modo in cui Adamo ed Eva hanno guardato e interpretato ciò che li circondava. il giardino dell’Eden, ha al suo centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. Dio permette all’uomo di mangiare i frutti di tutti gli alberi, compreso quello della vita, ma gli proibisce di mangiare il frutto di quello della conoscenza del bene e del male. Il serpente pone alla donna una domanda apparentemente innocente: «È vero che Dio vi ha detto di non mangiare i frutti di nessun albero del giardino?». Il semplice fatto di prestare ascolto al serpente comincia a modificare lo sguardo. Eva, infatti, inizia a considerare come centrale l’albero proibito, anziché l’albero della vita. La sua attenzione si sposta dalla bontà dei doni ricevuti da Dio verso ciò che le è stato vietato. Questo particolare è importante perché mostra come, a volte, sia sufficiente ascoltare una voce ingannevole per cominciare a vedere la realtà in modo sbagliato. Il serpente continua a ingannare Eva, promettendole che, se mangerà il frutto, non morirà, ma diventerà come Dio, conoscendo il bene e il male. La donna allora guarda l’albero e lo vede buono da mangiare, bello da contemplare e desiderabile per acquistare saggezza. Il racconto insiste volutamente sulle parole legate alla vista e allo sguardo. Prende il frutto, lo mangia e lo offre ad Adamo, che mangia a sua volta. A quel punto, il testo afferma che gli occhi di entrambi si aprono e vedono la loto nudità. Non solo non sono diventati come Dio, ma iniziano a vivere dolorosamente la propria nudità, cioè la loro fragilità e povertà fondamentale. Il racconto mostra quindi che uno sguardo ingannato può allontanare l’uomo dalla verità e far perdere di vista la bontà di Dio.
3. Quale legame esiste tra il racconto di Adamo ed Eva e questa Lettura? La storia di Adamo ed Eva è sempre stata considerata una chiave per comprendere l’infelicità e la sofferenza dell’umanità. L’uomo, ingannato, arriva a sospettare di Dio e a considerarlo qualcuno che vuole impedirgli di essere felice. San Giovanni, invece, ci invita a fare il contrario: «Guardate!», cioè imparate a vedere e ad aprire gli occhi. Il messaggio è che dobbiamo imparare a riconoscere il vero volto di Dio e il suo amore per noi. Quando Dio pone un limite all’uomo, non lo fa per impedirci di essere felici, anzi desidera il bene dell’umanità. Per questo è importante imparare a guardare la realtà attraverso la fede, senza lasciarsi ingannare da ciò che ci porta a dubitare del suo amore. Imitando l’esempio dei santi che oggi commemoriamo, impariamo a guardare con gli occhi della fede, per riconoscere l’amore di Dio e il suo progetto per l’umanità; apriamo gli occhi per riconoscere il vero volto di Dio. Il messaggio è chiaro: Dio non vuole privarci del bene, ma ci ama e desidera il nostro bene. Per vivere autenticamente la fede dobbiamo quindi imparare a guardare oltre le apparenze e a riconoscere la bontà e l’amore di Dio nella nostra vita.
Dal Vangelo secondo san Matteo (5, 1-12a)
1. "Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo..." . Gesù sale sul monte come Mosè sul Sinai, ma mentre Mosè scese portando tavole di pietra e una Legge con norme precettive, Gesù sale sul monte, cioè si pone con autorità, si siede che è il gesto del Maestro, del Rabbino che insegna con autorità e apre la bocca non per comandare qualcosa, ma per annunciare il vangelo della santità: "Beati". Non dà quindi precetti, traccia piuttosto un ritratto; non dice "dovete essere così", ma esorta: "voi siete già beati se...". Le Beatitudini non sono quindi otto comandamenti nuovi, più difficili dei precedenti. Sono in verità otto nomi di Gesù, il ritratto della sua vita e della sua missione, la sua carta d'identità che possiamo riconoscere nella vita di chi lo vuole seguire senza compromessi. E oggi, nella liturgia che ci fa contemplare tutti i santi nella gloria del Cielo, riconosciamo la santità dai mille volti. I santi non sono infatti superman, ma persone nelle quali le Beatitudini hanno preso carne in maniera che la loro vita ne diventa l’attuazione concreta. Nella diversità dei carismi essi ci ricordano che a tutti, proprio a tutti è possibile diventare santi, perché Gesù “il Santo per eccellenza” ci mostra l’esempio e ci assicura il suo costante sostegno. Con il battesimo tutti siamo santi, in altre parole apparteniamo a Dio per sua gratuita misericordia e la vita ci è data come concreta opportunità per incarnare in noi la divina volontà. E oggi, nel fulgore del trionfo del Cielo, riconosciamo i mille volti che assume la santità nelle storie di persone con tante esperienze spirituali diverse. Se ogni giorno dell’anno il calendario liturgico ci presenta “Beati e Santi” riconosciuti e proclamati tali dalla Chiesa, oggi abbracciamo un popolo immenso di gente semplice e umile, volti e nomi che fanno parte della storia quotidiana, persone che incarnano senza rumore le Beatitudini evangeliche in ognuna delle quali brilla un aspetto della santità di Dio.
2. "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli". Povero in spirito non è chi non ha nulla, ma chi sa di non bastare a se stesso. È l'opposto dell'uomo dell’intelligenza artificiale, che deve ottimizzare tutto e controllare tutto. Il povero dice: "Signore, ho bisogno di Te" e Dio in Gesù, che "da ricco che era si è fatto povero" (2 Cor 8,9), ha bisogno di farsi mendicante d'amore e la santità di Dio si fa piccola. Quanti uomini e donne di cui non conosciamo i nomi hanno vissuto nella semplicità e povertà come san Francesco ormai noto a tutti, e beato è allora chi non costruisce la sua vita sull'immagine, sul profilo, sul successo, ma si affida alle mani paterne di Dio. "Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati". Qui Dio si rivela come Consolatore. Il pianto non è debolezza, è la preghiera più vera perché Dio non è il Dio che toglie le lacrime con un tutorial, ma che piange con noi. Gesù piange su Gerusalemme, piange per Lazzaro. Le lacrime del credente sono la santità di Dio che condivide la ferita d’ogni corpo umano e beato è chi non scappa dal dolore con distrazioni infinite, ma lo abita e lo offre. "Beati i miti, perché avranno in eredità la terra". Mite non è il debole che non si arrabbia mai, ma chi ha forza e non la usa per schiacciare. Dio è mite: "Imparate da me che sono mite e umile di cuore"(Mt 11,29). La mitezza conquisterà il mondo, e beato è chi in famiglia, al lavoro, sui social, non pretende di vincere sempre. "Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati". Giustizia qui non è legalismo, ma tzedekah cioè il desiderio ardente che Dio regni, che l'uomo sia rispettato. Dio affamato di giustiziae non sopporta il male fatto al povero e beato è chi non si accontenta di dire "così fan tutti", ma ha fame di un mondo più giusto. "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia" Misericordia è il cuore di Dio, anzi rachamim, le sue viscere materne. Dio quindi non ha un algoritmo che calcola, ha viscere che si commuovono ed è beato chi perdona 70 volte 7, chi versa olio e non aceto sulle ferite di ogni persona. "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio". Puro non è chi non ha mai peccato, è chi ha il cuore non diviso. Cor mundum, cuore semplice senza doppie intenzioni. Dio è puro, trasparente, è luce senza ombra e il puro vede perché non ha filtri di interesse. Beato allora è chi limpido, senza maschere e non vive di like. "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Notate: non dice beati i pacifici, quelli tranquilli, ma gli operatori, i costruttori di pace. In ebraico shalom non è assenza di guerra, è pienezza di vita. Dio è operatore di pace perché ha rotto il muro tra cielo e terra e agisce in ogni cuore assetato di vera pace. Beato è chi non alimenta il rancore, chi lavora per la riconciliazione, chi in casa spegne il cellulare per accendere il dialogo e diventa apostolo di ascolto anche laddove sembra impossibile. "Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. È il sigillo finale. Dio è il perseguitato: dal presepe alla croce è stato sempre combattuto e rifiutato. La santità vera dà fastidio, perché smaschera e beato è chi resta fedele anche quando costa, chi non vende la coscienza per comodità. In definitiva ogni beatitudine ripete: non scoraggiarti e ascolta Gesù che indica il concreto sentiero della felicità che nemmeno la morte è capace di annullare. Il mondo predica: beati i ricchi, i forti, quelli che non piangono mai, i furbi, i senza cuore, i violenti, i vincenti. Gesù indica l'esatto opposto e la storia mostra che ha ragione. Ad esempio chi ricorda ed esalta oggi Erode, Pilato e altri personaggi che nei secoli sembravano onnipotenti? Il Vangelo invece continua a cambiare cuori e a seminare santi nei sentieri della storia. La folla di tutti i santi che oggi celebriamo sono, come diceva papa Francesco, “i santi della porta accanto”: Le nonne, le mamme che pregano e piangono spesso in silenzio, i papà che portano il peso della famiglia senza lamentarsi, i giovani che scelgono la purezza in un mondo che carezza ogni tipo di perversione, i bambini, i giovani e gli adulti malati che offrono tutto a Gesù per la conversione dei peccatori, i preti che continuano a testimoniare la gioia del vangelo anche quando tutto appare troppo faticoso e persino inutile. In definitiva santo è chi nel proprio cuore, pur tra fragilità e peccati, si lascia amare da Dio e lo segue cercando di affrontare con perseverante coraggio gli ostacoli della vita.
Commemorazione di tutti i fedeli defunti [2 Novembre]
Quest’oggi è dato a ogni prete di celebrare tre sante messe e per ognuna sono previste apposite Letture. Mi limito qui semplicemente a commentare tre Letture e un Salmo responsoriale.
Prima Lettura dal libro di Giobbe (19,1- 23-27)
1. L’autore sacro riflette sul significato della sofferenza, della fede e di Dio come liberatore, partendo dalla figura biblica di Giobbe, il simbolo di ogni uomo che soffre. Giobbe rappresenta il popolo d’Israele e, più in generale, tutti gli esseri umani che affrontano il problema del male, della sofferenza, del dolore e della morte. Non è necessariamente un personaggio realmente esistito: è piuttosto una figura simbolica nella quale si riconoscono miliardi di persone, compresi noi stessi quando soffriamo. Lo scrittore biblico è coraggioso perché osa gridare e ribellarsi contro la sofferenza in tutte le sue forme, ma nonostante il dolore, Giobbe resta un uomo credente e la sua fede si fonda sulla convinzione che Dio è vicino a ogni persona che soffre. Questa certezza accompagna il popolo d’Israele fin dall’esperienza di Mosè davanti al roveto ardente (Esodo capitolo3) e Giobbe considera questa fede così importante da desiderare che le sue parole siano incise per sempre nella pietra, con uno scalpello di ferro e del piombo, affinché nessuno possa cancellarle. Nell’antichità, infatti, il piombo veniva versato nelle lettere incise per renderle più leggibili.
2. Il mio redentore è vivo. La parola redentore significa in realtà liberatore e deriva dal termine ebraico Go’el, che indica il parente più prossimo, responsabile di liberare un familiare caduto in schiavitù a causa dei debiti. Nell’antico Israele, se una persona era costretta a vendersi come schiava per pagare i debiti, il parente più vicino doveva intervenire per riscattarla, pagando il creditore e restituendole la libertà (Levitico 25,47-49). Allo stesso modo, se qualcuno era costretto a vendere le proprie terre, il parente aveva il diritto di riacquistarle per preservare il patrimonio familiare (Levitico 25,25). Il pagamento economico era necessario, ma non era lo scopo principale: l’obiettivo fondamentale era liberare la persona dalla schiavitù. Questa istituzione esprime un principio importante: ogni membro del popolo di Dio deve essere libero. Per questo, nessun israelita dovrebbe accettare che un proprio familiare rimanga schiavo e il popolo d’Israele applica questa idea anche a Dio, riconoscendolo come il proprio parente più vicino e il proprio liberatore. Lo chiama quindi Go’el. Dio ha dimostrato di essere il liberatore d’Israele in diverse occasioni, a cominciare dalla liberazione dalla schiavitù in Egitto. Anche durante l’esilio a Babilonia, il profeta Isaia ha sostenuto la speranza del popolo, promettendo la liberazione.
3. In questo breve testo, che richiama la promessa di Isaia, vale la pena ricordare qualche concetto fondamentale. Giobbe appresenta ogni persona che soffre e si interroga sul male, sul dolore e sulla morte. La fede è la fiducia in un Dio vicino a chi soffre, anche nei momenti più difficili. Il grido di Giobbe mostra che credere non significa non soffrire o non protestare contro il dolore. Dio liberatore mostra che Israele riconosce Dio come il proprio Go’el, colui che libera dalla schiavitù e restituisce la speranza. La libertàè il valore centrale del riscatto; il denaro è soltanto uno strumento per raggiungerla. Il messaggio centrale è che la fede biblica non nega la sofferenza, ma afferma che Dio è vicino a chi soffre e agisce come liberatore e persino secondo alcune trascrizioni come “vendicatore del sangue” (Numeri35,19), offrendo speranza e libertà.
Salmo responsoriale (62/63)
1. L’espressione «Gioisco all’ombra delle tue ali» appartiene a un salmo che descrive l’intimità tra Dio con il suo popolo. Per comprenderla, bisogna immaginare il Tempio di Gerusalemme prima della sua distruzione, avvenuta nel 587 a.C. da parte di Nabucodonosor. Nel luogo più sacro del Tempio, il Santo dei Santi (letteralmente Santo delle cose sante) si trovava l’Arca dell’Alleanza, un cofano di legno prezioso ricoperto d’oro, che custodiva le tavole della Legge. Sopra l’Arca erano poste due grandi statue di cherubini. I cherubini erano figure celesti provenienti dalla tradizione mesopotamica, rappresentate con corpo e zampe di leone, volto umano e grandi ali. In Mesopotamia erano venerati come divinità, mentre in Israele erano considerati semplici creature al servizio di Dio. Le loro ali spiegate proteggevano simbolicamente l’Arca ed erano considerate lo sgabello del trono divino. Il sacerdote che pregava nel Tempio, sotto quelle ali, si sentiva quindi avvolto dalla tenerezza e dalla protezione di Dio, dall’alba fino alla notte. Anche le altre immagini del salmo derivano dalla vita dei leviti, coloro che erano incaricati del servizio religioso nel Tempio. L’espressione «Ti ho contemplato nel santuario» ricorda che soltanto i leviti potevano entrare nella parte santa del Tempio. Le parole «Per tutta la vita ti benedirò» indicano che la loro esistenza era consacrata alla lode di Dio, mentre «Le mani alzate invocando il tuo nome» descrive il loro atteggiamento durante la preghiera. L’immagine di essere saziati come durante un banchetto richiama i sacrifici seguiti da pasti di comunione e la parte della carne dei sacrifici destinata al nutrimento dei leviti. Infine, il ricordo di Dio durante la notte richiama la vita di coloro che prestavano servizio nel Tempio e vi trascorrevano il loro tempo.
2. In realtà, il salmo è una metafora: il levita rappresenta tutto il popolo d’Israele, che dalle origini della sua storia fino alla fine dei tempi cerca Dio e desidera vivere in intimità con lui. Quando il salmo dice «Ti cerco fin dall’alba», non si riferisce soltanto all’inizio della giornata, ma all’alba dei tempi, cioè alla ricerca di Dio da parte d’Israele lungo tutta la sua storia. Le parole «La mia anima ha sete di te, la mia carne anela a te, come terra arida, assetata e senz’acqua» esprimono profondamente questo desiderio. L’immagine della terra deserta che attende la pioggia per tornare a vivere era particolarmente concreta per il popolo d’Israele, abituato a conoscere la siccità. Allo stesso modo, l’anima ha bisogno di Dio per ritrovare vita e speranza. Il messaggio centrale è che Israele ha sete di Dio fin dall’inizio della sua storia, e questa sete diventa ancora più intensa perché il popolo ha già sperimentato la sua presenza e la sua vicinanza. La preghiera più autentica nasce proprio dalla consapevolezza della nostra povertà spirituale e del nostro bisogno di Dio, come il grido di una persona disidratata che supplica: «Ho sete».
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 14-23)
1. In occasione della commemorazione di tutti i defunti, cioè di coloro che sono già tornati al Padre, ci troviamo inevitabilmente di fronte al mistero della morte. La Chiesa ci invita a riflettere sul grande progetto di Dio, nel quale rientrano tutta la nostra vita, la nostra morte e quella di tutte le persone. Nella Lettera ai Romani, Paolo descrive questo progetto come una nascita: quella di una nuova creazione e di una nuova umanità. Per questo afferma che tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto. Questa immagine indica che il progetto di Dio si realizza progressivamente, come una nascita che richiede tempo e sofferenza. La creazione, dunque, non è soltanto un evento del passato, ma un progetto sempre in corso. Il popolo d’Israele viveva nell’attesa delle promesse di Dio; Paolo, che condivideva questa speranza, dopo aver incontrato Gesù risorto, ha compreso l’attesa in una prospettiva nuova.
2. Tutto dipende dalla risurrezione di Cristo: se Cristo non fosse risorto, la nostra fede e la nostra speranza crollerebbero; se invece è risorto, allora il mondo è cambiato, perché l’amore e la vita hanno vinto l’odio e la morte, e il Regno di Dio è già iniziato. Con la risurrezione di Gesù siamo già entrati nel mondo nuovo e possiamo vivere come uomini nuovi. Nella sua prima lettera, Giovanni afferma che siamo già figli di Dio, anche se non si è ancora manifestato pienamente ciò che saremo. Quando Cristo apparirà, saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è (1 Gv3,2-3). La speranza dei cristiani è che la risurrezione di Cristo raggiunga tutta l’umanità e la trasformi, diffondendosi come un contagio. Gesù stesso ha detto: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).
La nostra missione è quindi diffondere il fuoco dell’amore di Dio nel mondo, sapendo che lo Spirito Santo è sempre al nostro fianco. È lui che continua ad agire nel mondo per orientarlo verso Dio. Come ricorda Paolo, abbiamo già ricevuto lo Spirito Santo, ma attendiamo ancora la piena adozione a figli di Dio e la redenzione del nostro corpo. In definitiva il messaggio centrale di questo testo è che la morte non è la fine del progetto di Dio. Grazie alla risurrezione di Cristo, siamo chiamati a vivere nella speranza di una nuova creazione, e, in attesa della piena realizzazione della nostra vita come figli di Dio, a testimoniare l’amore e a diffondere nel mondo il fuoco dello Spirito Santo.
Dal Vangelo secondo Matteo (25,31-46).
1. Ieri abbiamo festeggiato la moltitudine dei salvati osannanti nella gloria della Trinità. Oggi veniamo al cimitero e ci fermiamo a pregare per i nostri cari defunti che stanno camminando verso quella stessa meta. La Chiesa, da madre saggia, ci fa ascoltare il Vangelo più esigente: il giudizio finale che ci attende alla fine della vita. Gesù dice: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le nazioni". Questa èìuna verità che talora dimentichiamo: per tutti, con la morte, arriverà il giorno del giudizio e con il giudizio il destino eterno, paradiso o inferno. Non si tratta di un esame riservato soltanto a pochi e non c'è scappatoia perché la morte arriva per tutti e quel giorno è noto solamente a Dio. Stolto è pertanto chi vive come se non dovesse mai morire: costruisce case, carriera, conti in banca, sogna progetti di ogni tipo, senza mai alzare lo sguardo verso il cielo e non si preoccupa di prepararsi all’incontro con Colui che esaminerà la nostra vita nell’ultimo nostro giorno a noi sconosciuto. Gesù però, nella sua misericordia, ci ha già rivelato il contenuto e il contesto dell'esame che segnerà quell’incontro. Chi sarà il giudice? Non un impiegato freddo in un tribunale di giustizia, ma il Figlio dell'uomo, il Re che ha regnato dalla mangiatoia di Betlemme all’estremo abbandono del Golgota, Colui che ha già pagato per noi donando la sua vita per la nostra salvezza; il Samaritano della parabola che si è fatto nostro prossimo. Il giudizio, quindi, non sarà una vendetta, ma rivelazione della verità che salva conoscendo ogni nostra intenzione nascosta. E compirà questo giudizio come il pastore che separa le pecore dai capri. Non separa i buoni dai cattivi giudicando in base a quanto hanno pregato o digiunato e quanti rosari hanno detto. Separa in base a una sola condizione: se hanno amato in maniera concreta compiendo le opere di misericordia:"Ero affamato e mi avete dato da mangiare, assetato e mi avete dato da bere, straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi". Non quindi un esame di teologia, ma un confronto sulla realtà, un test vero di amore incarnato. "Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?". "Quando ti abbiamo visto così e non ti abbiamo servito?". Questo giudizio in verità comincia già qui e ora, in ogni gesto d'amore verso il fratello. Ogni volta che visitiamo un anziano, che diamo da mangiare a chi ha fame, che accogliamo lo straniero, che perdoniamo, che consoliamo chi è sfiduciato, stiamo già scrivendo da soli il giudizio che meriteremo.
2. Se è stolto chi vive senza mai rendersi conto che può morire in ogni momento, ugualmente stolto è chi vive angosciato dall’idea di morire. Questa pagina del vangelo non è stata scritta per terrorizzarci, bensì per incoraggiarci. Non dimentichiamo che il Giudice è lo stesso Gesù che ha detto: "Non sono venuto per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo"; è lo stesso che sulla croce perdona il ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso"; è lo stesso che ha promesso: "Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia". La morte per il cristiano non sarà quindi un incontro con un re e giudice estraneo e severo, ma l’abbraccio con la misericordia divina. Se allora cerchiamo di riconoscere il volto di Cristo nei poveri e nelle persone che incontriamo nelle strade di questo mondo, in quel momento quello stesso volto si mostrerà a noi nello splendore di un eterno “faccia a faccia”. Ma resta una verità da non dimenticare: il giudizio è serio e veritiero; il paradiso esiste per chi ha creduto all’amore divino e l'inferno sarà per chi in piena libertà e consapevolezza ha deciso di dire “no all'amore” per sempre.
3. A questo punto nasce una domanda: i morti che cosa ci dicono con il loro silenzio? Andando a visitarli nei cimiteri portiamo fiori e accendiamo lumini, gesti senza dubbio encomiabili di memoria e di amore. Ma loro ci supplicano per un dono più grande: pregare per loro perché hanno bisogno della nostra preghiera, della santa Messa, delle indulgenze. Allo stesso tempo ci ricordano che possiamo fare di loro concreta memoria quando visitiamo un ammalato, accogliamo uno straniero, aiutiamo chi domanda sostegno e perdoniamo chi ci offende: ci ricordano che ogni opera di misericordia corporale e spirituale è l’unico modo di prepararci al giudizio finale. In definitiva ci ripetono: Abbiamo sbagliato tante volte, ma abbiamo cercato di amare e voi fate lo stesso, non perdete tempo, amate oggi, perché oggi è “il giorno favorevole". Infondo ci sollecitano a riempire la vita di gesti, scelte e decisioni coerenti con la nostra fede perché quando la morte busserà alla nostra porta, servirà amore e amore concreto per ascoltare queste parole: "Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo".
+Giovanni D’Ercole
Fine di un ordine “sacro”
(Lc 13,31-35)
Il contesto in cui Gesù vive è minaccioso: anche nelle corti di periferia dell’Impero il potere era assoluto e non rendeva conto a nessuno della gestione spicciola.
Ma l’edificazione del Regno di Dio non dipende da alcuna autorizzazione di governanti rapaci, sul territorio delle province.
Chi vuole adempiere la propria missione non può accontentare le «volpi» che usurpano il potere.
Si tratta di piccoli e dannosi parassiti di situazione, ma svelti - pur non essendo grandi fiere roboanti come nella corte romana e senatoriale.
Col suo atteggiamento scaltro, il re Erode (astuto collaborazionista) era riuscito ad assicurarsi il dominio per diversi decenni, e una vita senza scossoni.
Ogni villaggio della Palestina era presidiato da funzionari e delatori del sovrano, nonché praticanti e subordinati della religione popolare ufficiale [anche farisei, che appunto Gesù rimanda al mittente: v.32].
Antipa - quale marionetta [volpe] - riusciva sempre a galleggiare sulle situazioni e starsene in pace.
Ma dopo essersi illuso di aver sistemato il Battista e con lui la sua scuola, eccolo di nuovo allarmato per il sorgere d’un pericolo maggiore.
Il giovane Rabbi diffondeva fiducia profonda non nei forti, bensì nei malfermi. In tal guisa, operava in profondità nelle coscienze, e sembrava potesse surclassare persino i Profeti.
Se dal centro del potere sul territorio erano precipitosamente sopraggiunti gli ispettori (v.31), Gesù doveva averla fatta proprio grossa. Così dimostrando totale libertà da condizionamenti.
Pertanto il successo del suo pensiero avrebbe potuto suscitare disordini nell’assetto del sistema.
Ma i messi di Dio non fuggono dal rischio.
Non lo fanno per dovere, ma per fedeltà a se stessi, e per il fatto che sono attratti da una Visione che appartiene a tutti: riescono a cogliere e presentire che i dolori del parto genereranno nuove Nascite.
Insomma, Gesù e i suoi intimi svolgono un’esistenza segnata da una sorta di attrazione della croce - per Amore che va sino in fondo e non disdegna i confronti.
Gerusalemme era centro del popolo dei figli di Dio, “eletti” [solo] per dispiegare il volto del Padre.
Vocazione della città santa era non quella di consegnarsi a una volpe (v.32) bensì farsi chioccia [v.34: propriamente, «gallina»] che non chiude ma allarga le ali per i suoi piccoli, radunando tutti gli innocenti.
Certo, il loro sentimento per le sorti di una patria che si lascia andare alle vanità, all’ideologia di potere e al suo “vantaggio”, intraprendendo il binario dell’autodistruzione, fa piangere di dolore.
Tuttavia - pur defenestrato dalla sua Casa nella ‘città santa’, nonché dal cuore di chi pretende solo quietismi - in Cristo il Popolo autentico di amici si riproporrà (v.35) anche sulla via dell’insuccesso.
Non colonizzando le fisionomie, bensì in modo semplice, ma non unilaterale: inclusivo. Dilatando l’orizzonte e distaccando dagli orpelli.
Deviandoci dall’astuzia di Erode e dalla sudditanza conformista di tutte le «volpi» (v.32).
[Giovedì 30.a sett. T.O. 29 ottobre 2026]
Fine di un ordine “sacro”
(Lc 13,31-35)
Il contesto in cui Gesù vive è minaccioso: il potere [anche delle corti di periferia dell’Impero] era assoluto e non rendeva conto a nessuno della gestione spicciola.
Ma l’edificazione del Regno di Dio non dipende da alcuna autorizzazione, da alcun permesso, da alcuna bonaria concessione da parte dei soliti noti e governanti rapaci, sul territorio delle province.
Chi vuole adempiere la propria missione non può accontentare le «volpi» che usurpano il potere.
Si tratta di piccoli e dannosi parassiti di situazione, ma svelti - pur non essendo grandi fiere roboanti come nella corte romana e senatoriale.
Col suo atteggiamento scaltro, il re Erode (astuto collaborazionista) era riuscito ad assicurarsi il dominio per diversi decenni, e una vita senza scossoni.
Ogni villaggio della Palestina era presidiato da funzionari e delatori del sovrano, nonché praticanti e subordinati della religione popolare ufficiale [anche farisei, che appunto Gesù rimanda al mittente: v.32].
Antipa - quale marionetta [volpe] - riusciva sempre a galleggiare sulle situazioni e starsene in pace.
Ma dopo essersi illuso di aver sistemato il Battista e con lui la sua scuola, eccolo di nuovo allarmato per il sorgere d’un pericolo maggiore.
Il giovane Rabbi diffondeva fiducia profonda non nei forti, bensì nei malfermi. In tal guisa, operava in profondità nelle coscienze, e sembrava potesse surclassare persino i Profeti.
Infatti, aveva iniziato a suscitare ben altre emozioni che la solita proposta di purificazione del Tempio e di rabberciamento dello spirito delle origini religiose identitarie, antiche.
Poi, se dal centro del potere sul territorio erano precipitosamente sopraggiunti gli ispettori (v.31), Gesù doveva averla fatta proprio grossa. Così dimostrando totale libertà da condizionamenti.
Pertanto il successo del suo pensiero avrebbe potuto suscitare disordini nell’assetto del sistema.
Ma i messi di Dio non escono dal territorio del rischio, pur sapendo ciò che li attende: il rigetto, e anche peggio.
Gli inviati veri non mollano, non si lasciano travolgere da seduzioni, né ammansire dagli intimidatori.
Non lo fanno per dovere, ma per fedeltà a se stessi, e per il fatto che sono attratti da una Visione che appartiene a tutti.
Essi riescono a cogliere la paradossale fecondità del Mistero, e appunto presentire che i dolori del parto genereranno nuove Nascite.
Allora senza più indugio salgono alla città che martirizza i non mediocri (v.33).
Tutto ciò, affrontando faccia a faccia l’opposizione delle arcigne e ben organizzate autorità ufficiali, le quali sanno come svilire l’effervescenza della vita della gente.
Gesù e i suoi intimi, se autentici seguaci, svolgono un’esistenza segnata da una sorta di attrazione della croce - per Amore che va sino in fondo e non disdegna i confronti [non perché animati da masochismi doloristi].
Certo, il loro sentimento per le sorti di una patria che si lascia andare alle vanità, all’ideologia di potere e al suo “vantaggio”, intraprendendo il binario dell’autodistruzione, fa piangere di dolore.
Gerusalemme era centro del popolo dei figli di Dio, “eletti” [solo] per dispiegare il volto del Padre.
Vocazione della città santa era non quella di consegnarsi a una volpe (v.32) bensì farsi chioccia [v.34: propriamente, «gallina»] che non chiude ma allarga le ali per i suoi piccoli, radunando tutti gli innocenti.
Gli “animali” che Cristo nei suoi richiami ci propone a modello non sono quelli regali e predominanti come l’aquila, il toro o il leone, bensì i domestici, subalterni e insignificanti: agnello, gallina, asinello, puledro [es. Ingresso messianico (Lc 19,28-40) cui segue il Pianto su Gerusalemme (vv.41-44)].
Per timore di non riconoscergli sufficiente dignità, il suo “bestiario” tradizionale (da trionfatore e Altissimo quale doveva essere inculcato alle masse inconsapevoli) spesso non ha nulla avuto a che fare, purtroppo, col dato evangelico.
Tuttavia - pur defenestrato dalla sua Casa nella città santa, nonché dal cuore di chi pretende solo quietismi - in Cristo il Popolo autentico di amici si riproporrà (v.35) anche sulla via dell’insuccesso.
Non per buonismo affettato: nel frattempo avrà allargato l’orizzonte della sua paternità ad altri popoli, in favore d’un coinvolgimento concreto.
Ciò senza - mai più - i paludosi confini della cultura locale, specifica, talora usurpante, che ovunque produce alienazioni e disgregazione.
In linea di massima, le cose sono andate come sottilmente denuncia l’enciclica Fratelli Tutti (parafrasando). Insomma, il modo migliore per avanzare è stato ritenuto nella storia [dal convincimento dirigista prevalente] non quello d’integrare, bensì di soggiogare - suscitando disperazione e sfiducia costante nello sviluppo del bene comune. Disperazione e sfiducia, mascherate «con la difesa di alcuni valori» [n.15].
L’ecclesiologia del trionfo faceva un tempo da spalla al tipo di mondo che tendeva a dissolvere le consapevolezze particolari.
In tali procedure dall’alto, si trasferivano le tensioni esacerbando i conflitti anche “orizzontali” - quindi colonizzando le fisionomie; infine mettendole a tacere [FT nn.14-15].
Parola viva e storia attuale, cui prima o poi bisognerà porre rimedio. In modo semplice, ma non unilaterale: inclusivo.
Grazie a una migliore consapevolezza biblica e con il contributo di un nuovo Magistero, ecco farsi carne il Gesù vivente e cosmico.
Egli via via ci distacca dall’orpello d’un regno che sembrava accontentasse le coscienze con lo schema dell’ordine…
Deviandoci dall’astuzia di Erode e dalla sudditanza conformista di tutte le «volpi» (v.32).
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come vivi i momenti critici della Redenzione? Ti accodi agli ispettori normalizzanti che tentano d’incutere paura, o segui la tua missione profetica?
Cosa pensi della rivoluzione culturale in atto nella Chiesa? Ti sollecita - reca disturbo - conferma il tuo essere figlio e fratello? Speriamo di sì.
Ma di quale direzione si tratta? Come la si trova? La frase del nostro Vangelo offre due indicazioni al riguardo. In primo luogo dice che si tratta di un’ascesa. Ciò ha innanzitutto un significato molto concreto. Gerico, dove ha avuto inizio l’ultima parte del pellegrinaggio di Gesù, si trova a 250 metri sotto il livello del mare, mentre Gerusalemme – la meta del cammino – sta a 740-780 metri sul livello del mare: un’ascesa di quasi mille metri. Ma questa via esteriore è soprattutto un’immagine del movimento interiore dell’esistenza, che si compie nella sequela di Cristo: è un’ascesa alla vera altezza dell’essere uomini. L’uomo può scegliere una via comoda e scansare ogni fatica. Può anche scendere verso il basso, il volgare. Può sprofondare nella palude della menzogna e della disonestà. Gesù cammina avanti a noi, e va verso l’alto. Egli ci conduce verso ciò che è grande, puro, ci conduce verso l’aria salubre delle altezze: verso la vita secondo verità; verso il coraggio che non si lascia intimidire dal chiacchiericcio delle opinioni dominanti; verso la pazienza che sopporta e sostiene l’altro. Egli conduce verso la disponibilità per i sofferenti, per gli abbandonati; verso la fedeltà che sta dalla parte dell’altro anche quando la situazione si rende difficile. Conduce verso la disponibilità a recare aiuto; verso la bontà che non si lascia disarmare neppure dall’ingratitudine. Egli ci conduce verso l’amore – ci conduce verso Dio.
“Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Se leggiamo questa parola del Vangelo nel contesto della via di Gesù nel suo insieme – una via che, appunto, prosegue sino alla fine dei tempi – possiamo scoprire nell’indicazione della meta “Gerusalemme” diversi livelli. Naturalmente innanzitutto deve intendersi semplicemente il luogo “Gerusalemme”: è la città in cui si trovava il Tempio di Dio, la cui unicità doveva alludere all’unicità di Dio stesso. Questo luogo annuncia quindi anzitutto due cose: da un lato dice che Dio è uno solo in tutto il mondo, supera immensamente tutti i nostri luoghi e tempi; è quel Dio a cui appartiene l’intera creazione. È il Dio di cui tutti gli uomini nel più profondo sono alla ricerca e di cui in qualche modo tutti hanno anche conoscenza. Ma questo Dio si è dato un nome. Si è fatto conoscere a noi, ha avviato una storia con gli uomini; si è scelto un uomo – Abramo – come punto di partenza di questa storia. Il Dio infinito è al contempo il Dio vicino. Egli, che non può essere rinchiuso in alcun edificio, vuole tuttavia abitare in mezzo a noi, essere totalmente con noi.
Se Gesù insieme con l’Israele peregrinante sale verso Gerusalemme, Egli ci va per celebrare con Israele la Pasqua: il memoriale della liberazione di Israele – memoriale che, allo stesso tempo, è sempre speranza della libertà definitiva, che Dio donerà. E Gesù va verso questa festa nella consapevolezza di essere Egli stesso l’Agnello in cui si compirà ciò che il Libro dell’Esodo dice al riguardo: un agnello senza difetto, maschio, che al tramonto, davanti agli occhi dei figli d’Israele, viene immolato “come rito perenne” (cfr Es 12,5-6.14). E infine Gesù sa che la sua via andrà oltre: non avrà nella croce la sua fine. Sa che la sua via strapperà il velo tra questo mondo e il mondo di Dio; che Egli salirà fino al trono di Dio e riconcilierà Dio e l’uomo nel suo corpo. Sa che il suo corpo risorto sarà il nuovo sacrificio e il nuovo Tempio; che intorno a Lui, dalla schiera degli Angeli e dei Santi, si formerà la nuova Gerusalemme che è nel cielo e tuttavia è anche già sulla terra, perché nella sua passione Egli ha aperto il confine tra cielo e terra. La sua via conduce al di là della cima del monte del Tempio fino all’altezza di Dio stesso: è questa la grande ascesa alla quale Egli invita tutti noi. Egli rimane sempre presso di noi sulla terra ed è sempre già giunto presso Dio, Egli ci guida sulla terra e oltre la terra.
Così, nell’ampiezza dell’ascesa di Gesù diventano visibili le dimensioni della nostra sequela – la meta alla quale Egli vuole condurci: fino alle altezze di Dio, alla comunione con Dio, all’essere-con-Dio. È questa la vera meta, e la comunione con Lui è la via. La comunione con Lui è un essere in cammino, una permanente ascesa verso la vera altezza della nostra chiamata. Il camminare insieme con Gesù è al contempo sempre un camminare nel «noi» di coloro che vogliono seguire Lui. Ci introduce in questa comunità. Poiché il cammino fino alla vita vera, fino ad un essere uomini conformi al modello del Figlio di Dio Gesù Cristo supera le nostre proprie forze, questo camminare è sempre anche un essere portati. Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio. Egli ci tira e ci sostiene. Fa parte della sequela di Cristo che ci lasciamo integrare in tale cordata; che accettiamo di non potercela fare da soli. Fa parte di essa questo atto di umiltà, l’entrare nel «noi» della Chiesa; l’aggrapparsi alla cordata, la responsabilità della comunione – il non strappare la corda con la caparbietà e la saccenteria. L’umile credere con la Chiesa, come essere saldati nella cordata dell’ascesa verso Dio, è una condizione essenziale della sequela. Di questo essere nell’insieme della cordata fa parte anche il non comportarsi da padroni della Parola di Dio, il non correre dietro un’idea sbagliata di emancipazione. L’umiltà dell’«essere-con» è essenziale per l’ascesa. Fa anche parte di essa che nei Sacramenti ci lasciamo sempre di nuovo prendere per mano dal Signore; che da Lui ci lasciamo purificare e corroborare; che accettiamo la disciplina dell’ascesa, anche se siamo stanchi.
[Papa Benedetto, omelia delle Palme 28 marzo 2010]
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l'azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che... sradichiate anche il grano. Lasciate che l'una e l'altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13,29-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l'intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
[Papa Giovanni Paolo II, La crescita del Regno,
Oggi Dio continua a piangere — con lacrime di padre e di madre — davanti alle calamità, alle guerre scatenate per adorare il dio denaro, a tanti innocenti uccisi dalle bombe, a un’umanità che sembra non volere la pace. È un forte invito alla conversione quello rilanciato da Francesco nella messa celebrata giovedì mattina, 27 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta. Un invito che il Pontefice ha motivato ricordando che Dio si è fatto uomo proprio per piangere con e per i suoi figli.
Nel passo del vangelo di Luca (13, 31-35) proposto dalla liturgia, ha spiegato il Papa, «sembra che Gesù avesse perso la pazienza e usa anche parole forti: non è un insulto ma non è fare un complimento dire “volpe” a una persona». Per la precisione dice ai farisei che gli hanno parlato di Erode: «Andate a dire a quella volpe». Ma già «in altre occasioni Gesù ha parlato duro»: ad esempio, ha detto «generazione perversa e adultera». E ha chiamato i discepoli «duri di cuore» e «stolti». Luca riporta le parole con cui Gesù fa un vero e proprio «riassunto di quello che dovrà accadere: “è necessario che io prosegua il mio cammino perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme”». In pratica il Signore «dice quello che succederà, si prepara a morire».
Ma «poi subito Gesù cambia i toni», ha evidenziato Francesco. «Dopo questo scoppio tanto forte», infatti, «cambia tono e guarda il suo popolo, guarda la città di Gerusalemme: “Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te!”». Egli guarda «la Gerusalemme chiusa, che non ha sempre ricevuto i messaggeri del Padre». E «il cuore di Gesù incomincia a parlare con tenerezza: “Gerusalemme, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini!”». Ecco «la tenerezza di Dio, la tenerezza di Gesù». Quel giorno egli «pianse su Gerusalemme». Ma «quel pianto di Gesù — ha spiegato il Papa — non è il pianto dell’amico davanti alla tomba di Lazzaro. Quello è il pianto di un amico davanti alla morte dell’altro»; invece «questo è il pianto di un padre che piange, è Dio Padre che piange qui nella persona di Gesù».
«Qualcuno ha detto che Dio si è fatto uomo per poter piangere quello che avevano fatto i suoi figli» ha affermato il Pontefice. E così «il pianto davanti alla tomba di Lazzaro è il pianto dell’amico». Ma quello che racconta Luca «è il pianto del Padre». A questo proposito Francesco ha voluto riproporre anche l’atteggiamento del «padre del figliol prodigo, quando il figlio più piccolo gli ha chiesto i soldi dell’eredità e se ne è andato via». E «quel padre è sicuro, non è andato dai suoi vicini a dire: “guarda cosa mi è accaduto, ma questo povero disgraziato cosa mi ha fatto, io maledico questo figlio!”. No, non ha fatto questo». Invece, ha detto il Papa, «sono sicuro» che quel padre «se ne è andato a piangere da solo».
È vero, il Vangelo non rivela questo particolare — ha proseguito Francesco — però racconta «che quando il figlio tornò vide il padre da lontano: questo significa che il padre continuamente saliva sul terrazzo a guardare il cammino per vedere se il figlio tornava». E «un padre che fa questo è un padre che vive nel pianto, aspettando che il figlio torni». Proprio questo è «il pianto di Dio Padre; e con questo pianto il Padre ricrea nel suo Figlio tutta la creazione».
«Quando Gesù andava con la croce al Calvario — ha ricordato il Pontefice — le pie donne piangevano e ha detto loro: “No, non piangete su di me, piangete per i vostri figli”». È il «pianto di padre e di madre che Dio anche oggi continua a fare: anche oggi davanti alle calamità, alle guerre che si fanno per adorare il dio denaro, a tanti innocenti uccisi dalle bombe che gettano giù gli adoratori dell’idolo denaro». E così «anche oggi il Padre piange, anche oggi dice: “Gerusalemme, Gerusalemme, figlioli miei, cosa state facendo?”». E «lo dice alle vittime poverette e anche ai trafficanti delle armi e a tutti quelli che vendono la vita della gente».
In conclusione Francesco ha suggerito di «pensare che Dio si è fatto uomo per poter piangere. E ci farà bene pensare che nostro Padre Dio oggi piange: piange per questa umanità che non finisce di capire la pace che lui ci offre, la pace dell’amore».
[Papa Francesco, omelia a s. Marta, in L’Osservatore Romano 28/10/2016]
30a Domenica T.O. (anno A) [25 ottobre 2026]
Prima Lettura dal Libro dell’Esodo 22,20-26
Questo testo appartiene al Libro dell'Alleanza, cioè alla legislazione che Dio consegna al Sinai subito dopo i Dieci Comandamenti. Non è una legge civile isolata, è la conseguenza pratica dell'Alleanza appena stretta. Israele è uscito dall'Egitto, ha conosciuto la schiavitù e la liberazione, e ora Dio gli dice: la vostra libertà deve diventare giustizia per i più deboli.
In questo testo vengono protette quattro figure: lo straniero, la vedova e l'orfano, il povero che chiede un prestito. Tre ambiti diversi ma uniti da un unico principio: chi è senza protezione deve trovare in Israele una protezione divina. Per lo straniero vale la memoria storica: voi foste stranieri nella terra d'Egitto. Chi ha conosciuto il vivere senza diritti non può permettere che altri restino senza diritti e Dio ricorda a Israele la propria storia per impedire che diventi oppressore. Per la vedova e l'orfano la motivazione è ancora più forte. Nella società patriarcale antica, senza marito e senza figli maschi adulti, queste persone erano esposte alla confisca dei beni, allo sfruttamento e alla fame. Per questo la legge dice: se tu li affliggi, quando essi grideranno a me, io ascolterò il loro grido e la mia ira si accenderà. Il verbo ascoltare è centrale. Il grido del povero, zaaq in ebraico, è la preghiera che Dio non può ignorare. Dio si costituisce parte offesa. Non affliggere la vedova e l'orfano non è solo un dovere sociale, è un atto di fedeltà a Dio stesso. Per il povero debitore la legge interviene su due fronti. Ordina di non fare usura: non imporre interessi a chi è già povero, non trasformare cioè il bisogno altrui in profitto. E restituisci il pegno prima del tramonto. Nel mondo antico il mantello per il povero era l'unico bene, coperta di notte e vestito di giorno per cui prenderlo in pegno significava lasciare l'uomo scoperto. La legge ordina di restituirlo perché la dignità umana vale più della garanzia economica. La conclusione poi è la chiave di tutto: quando il povero griderà, io l'ascolterò, perché sono misericordioso e Dio chiede la giustizia sociale perché se lui è misericordioso, anche il suo popolo deve esserlo. Ecco quindi il messaggio più profonda del testo: Dio non si presenta come legislatore freddo o giudice distante, ma come colui che ascolta e si commuove. La vera liturgia e il vero culto, non sono il sacrificio offerto sull'altare se poi il cuore resta indifferente di fronte al grido del debole. La santità di Dio non è potere, è compassione attiva, e la santità dell'uomo consiste nell'imitare questa sua compassione.
Questo messaggio è di bruciante attualità. Gli stranieri di oggi sono i migranti, i rifugiati, i senza documenti, ma anche il nuovo vicino, il diverso per cultura o per fede. Molte delle nostre famiglie sono state emigranti e sanno cosa significa essere accolti o respinti. La memoria del fummo stranieri deve interrogarci: le nostre case, le nostre parrocchie, il nostro paese sono una locanda che accoglie o una fortezza che respinge. Le nostre vedove e i nostri orfani sono le madri sole, gli anziani abbandonati, i bambini senza futuro, le vittime di violenza, i giovani senza lavoro. Quando un sistema li schiaccia con la burocrazia, affitti impossibili, precarietà, Dio ascolta il loro grido. Non possiamo dire di amare Dio restando indifferenti. I nostri poveri debitori sono le famiglie strozzate dai mutui, dai prestiti facili, dai tassi a tre cifre, dal gioco d'azzardo. Il principio biblico resta: nessun debito può togliere la dignità. Nemmeno oggi si può prendere il mantello a un uomo, cioè il suo ultimo bene, per garantirsi. L'economia deve conservare sempre un volto umano. Per questo Esodo 22,20-26 non è solo un testo antico, è una chiamata a tradurre la fede in gesti concreti. Accogliere lo straniero, visitare chi è solo, prestare senza sfruttare, restituire ciò che serve a vivere. Allora il grido del povero non sarà più un'accusa contro di noi, ma diventerà l'occasione per rispondere al grido di Dio, che ci invita a essere misericordiosi come lui è misericordioso.
Salmo Responsoriale (17/18)
Il titolo del salmo lo attribuisce a Davide, servo del Signore, che rivolse al Signore le parole di questo canto quando fu liberato dalla mano di tutti i suoi nemici e dalla mano di Saul. È un inno di ringraziamento reale, non una preghiera privata, ma un canto liturgico dopo una vittoria. Siamo probabilmente nella festa dell'Alleanza o nella commemorazione di una liberazione e il re parla in prima persona, ma rappresenta il popolo. Qi vengono ripresi solo alcuni dei 51 versetti del Salmo che si apre con una professione di fede “Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore: Sette titoli divini, come una corona. Dio non è descritto in astratto, ma in relazione alla salvezza concreta. Il Salmo prosegue narrando il pericolo e la preghiera ascoltata. Il re è alle prese con le acque della morte, i lacci dello Sheol, i torrenti di Belial. È l'esperienza dell'angoscia mortale, ma la preghiera dal tempio viene ascoltata: dal suo tempio ascoltò la mia voce. Poi la teofania, che costituisce il cuore del salmo. Dio interviene come guerriero cosmico. La terra trema, i monti fumano, il cielo si abbassa, Dio cavalca un cherubino, scaglia fulmini e grandine. Linguaggio è mutuato dal Sinai e dal mito del Dio guerriero che combatte il mare e il caos. Non è descrizione scientifica, è linguaggio poetico per dire: quando Dio agisce, l'universo intero partecipa alla salvezza del suo eletto. Segue la giustizia del re e la vittoria. Dopo la tempesta, Dio tende la mano e libera dalle acque profonde, dai nemici potenti. La motivazione è centrale: Il Signore mi ha ricompensato secondo la mia giustizia. Non è presunzione: Davide si presenta come osservante della Legge, integro. Il Salmo risponde alla teologia della retribuzione: a chi è fedele, Dio è fedele; con chi è buono tu sei buono, con l'uomo integro tu sei integro. Il salmo si chiude con una prospettiva universale: il re liberato non canta solo per Israele, ma annuncia il nome di Dio tra i popoli.
Per il credente oggi, questo Salmo insegna a pregare nella prova invocando i nomi di Dio, a riconoscere che la liberazione viene da lui e a vivere con coerenza perché la fedeltà attira la fedeltà. La teofania ci ricorda che la nostra storia personale è parte di un disegno cosmico: Dio non salva in piccolo, salva in modo da far tremare le acque del caos come guerriero vittorioso.
Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1,5c-10)
Paolo esprime la sua gratitudine per la comunità di Tessalonica, che ha accolto il Vangelo con fede autentica, nonostante le difficoltà e le persecuzioni. Riconosce nei Tessalonicesi i frutti concreti dell'azione di Dio: la loro vita è stata trasformata dalla Parola e la loro testimonianza è diventata un esempio per gli altri credenti. Era una comunità nata da poco, in circostanze difficili, ma aveva saputo radicarsi nella fede. Paolo mostra così che la forza della Chiesa non dipende dall'assenza di problemi, bensì dalla capacità di accogliere e vivere il Vangelo nella potenza dello Spirito Santo. Innanzitutto Paolo ricorda che i Tessalonicesi channo accolto la Parola «con la gioia dello Spirito Santo», pur in mezzo alle tribolazioni. La loro fede non è rimasta un'adesione teorica, ma è diventata un'esperienza capace di affrontare le difficoltà. La gioia cristiana, infatti, non consiste nell'assenza della sofferenza, ma nella certezza della presenza di Dio anche nei momenti più difficili. E in tal modo i Tessalonicesi sono diventati un modello per i credenti della Macedonia e dell'Acaia. La loro fede si è diffusa oltre i confini della comunità, come annuncio vivente del Vangelo. Paolo sottolinea che la testimonianza cristiana non si esprime soltanto con le parole, ma soprattutto attraverso una vita trasformata dall'incontro con Cristo e che i Tessalonicesi si sono convertiti ne è prova il loro abbandono degli idoli per servire il Dio vivo e vero e attendere il Figlio suo, Gesù, risorto dai morti. Si tratta di un cambiamento radicale: non cambia soltanto il modo di pensare, ma cambia il centro della propria esistenza. La fede cristiana comporta sempre una scelta concreta: lasciare ciò che allontana da Dio, vivere al suo servizio e mantenere lo sguardo rivolto a Cristo, nostra speranza.
San Paolo ci invita a interrogarci sulla qualità della nostra fede. Accogliere il Vangelo significa permettere alla Parola di trasformare le scelte quotidiane, le relazioni e il modo di affrontare le prove della vita e la gioia dello Spirito Santo ci ricorda che anche nella sofferenza possiamo trovare forza e speranza. Inoltre, come i Tessalonicesi, siamo chiamati a diventare testimoni credibili di Cristo, non tanto attraverso grandi discorsi, quanto mediante gesti concreti di amore, di servizio e solidarietà. Infine, abbandonare gli idoli è quanto mai necessario anche per il nostro tempo perché anche oggi possiamo mettere al centro della nostra vita gli idoli della cultura del consumo: il successo, il denaro, il potere o la ricerca del consenso. Convertirsi significa riconoscere che soltanto Dio può dare pienezza alla nostra esistenza e vivere nell'attesa fiduciosa del ritorno di Gesù. In conclusione, possiamo dire che qui san Paolo presenta un cammino di fede che conduce dall'ascolto della Parola alla conversione, dalla conversione alla testimonianza e dalla testimonianza alla speranza. La comunità cristiana diventa così un segno concreto della presenza di Dio nel mondo, capace di annunciare con la vita che Cristo è risorto e che in lui si trova la salvezza.
Dal Vangelo secondo Matteo (22,34-40)
Il comandamento più grande. Siamo a Gerusalemme, negli ultimi giorni della vita di Gesù. Dopo il confronto con i sadducei sulla risurrezione, i farisei si riuniscono in consiglio non per cercare la verità, bensì per trarlo in errore. Mandano un dottore della Legge, un esperto dei 613 precetti della Legge, con una domanda trappola: qual è il grande comandamento? Per i rabbini si tratta di una classica discussione fra diverse scuole rabbiniche. Molti rabbini della scuola di Shammai dicevano che il sabato era il più grande comandamento, altri la circoncisione, altri ancora lo studio della Torah. Gesù risponde tagliando corto, ma con una profondità sconvolgente. Non cita nessuno dei 613 comandamenti che troviamo nel Talmud babilonese Makkot 23b e nella tradizione rabbinica seguente (248 precetti positivi corrispondenti alle membra o parti del corpo umano e 365 precetti negativi corrispondenti ai giorni dell’anno), ma va a pescare due testi fondamentali per Israele: lo Shema: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la forza, che si trova nel Deuteronomio (cf.6,5) e che ogni giudeo recitava mattina e sera perché in definitiva è l'atto di fede fondamentale. Il secondo testo si trova nel libro del Levitico Amerai il tuo prossimo come te stesso (cf.19,18). Gesù compie qualcosa di mai visto: mette sullo stesso piano i due testi e dice che il secondo è simile al primo, usando il termine greco homoios, cioè uguale nella natura, non solo simile nell'importanza. E conclude: Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti. L'immagine che ne risulta è quella di un edificio: tutta la Torah è sospesa a questi due chiodi e se togli questi due chiodi, crolla tutto. Gesù quindi non abolisce i 613 precetti, ma dice qual è il centro che li sostiene. La Legge non è quindi un peso di norme, è l'espressione concreta di un amore doppio e Gesù ci rivela che Dio non vuole religiosità, chiede amore, amore totale. Amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente significa non riservare a Dio un angolo della vita, ma il centro e la totalità della vita perché il cuore è la volontà, l'anima è la vita stessa, la mente è il pensiero. Non basta dire di credere, bisogna amare con le scelte, con il respiro, con la ragione.. Amare il prossimo come se stessi è la rivoluzione. Non dice di amare il prossimo più di se stessi, dice come se stessi, cioè con la stessa attenzione naturale con cui ci curiamo, ci nutriamo, cerchiamo il bene. Il prossimo pertanto non è un estraneo, è un altro me stesso. E chi è il prossimo? Nella parabola del buon samaritano, Gesù spiegherà che noi siamo chiamati a farci prossimo di chiunque incontriamo sul nostro cammino, anche del nemico e dello straniero. Amare Dio e amare il prossimo indicano due amori inseparabili perché non si può dire di amare Dio se si odia il fratello; non si può amare davvero il fratello se non si ama Dio, perché solo in Dio si trova la forza per amare chi non ci ama. Questi due pilastri sono come le ali di un uccello: senza un’ala nessun uccello può volare. Ma oggi come si vive questo nuovo comandamento? A ben vedere nel nostro mondo assistiamo a un capovolgimento di questa scala valoriale perché al centro ci siamo noi stessi mentre Dio e il prossimo diventano degli optional. Tradiamo il primo amore ogni volta che il nostro cuore è diviso tra mille idoli: lavoro, successo, denaro, immagine, potere. Amiamo Dio con la bocca, ma con la mente e con il cuore siamo altrove. Gesù oggi ci chiede: hai dato a Dio il primo posto o solo gli avanzi del tuo tempo? E’ facile tradire il secondo amore in quest’era paradossale della connessione e della solitudine. Sappiamo tutto di tutti sui social, ma non conosciamo il vicino di casa e forse nemmeno quelli di casa nostra. . Il prossimo diventa talvolta un disturbo, un competitor, uno da giudicare. Gesù ci ricorda che la misura dell'amore non è il sentimento, ma l'atto concreto. Amare il prossimo come se stessi significa trattare gli altri come vorresti essere trattato quando sei malato, povero, solo, straniero. La sfida è quindi concreta. L'amore a Dio si misura nell'amore al prossimo, e l'amore al prossimo trova la sua radice nell'amore di Dio. Non possiamo separarli e quando amiamo veramente, tutta la Legge e i Profeti trovano il loro compimento.
+Giovanni D’Ercole
Chiamò a Sé: emergenza per Nome, prima che dattorno
(Lc 6,12-19)
Lc riflette il doppio indirizzo del culto nelle comunità primitive: la Preghiera come significativa apertura al Padre e celebrazione interna fra discepoli (vv.13-17) - e il pubblico Annuncio con opere, al popolo.
La comunità è vicina: Dio è nella nostra storia. L’idea di un Regno distante produce separazioni, piramidi pastoralmente inconsistenti, e dispersiva coltivazione d’interessi.
Insomma, è fondamentale prima maturare, ovunque viviamo.
Chi coltiva molte brame, le proietta; procura i suoi stessi influssi torbidi. Per questo è necessaria l’orazione e la riflessone, che - dall’Ascolto - ci trasmettono il senso del nostro stare al mondo e una retta disposizione.
Sembra un paradosso, ma l’interesse verso i bisogni delle moltitudini è un problema squisitamente radicato nell’intimo.
È da se stessi e a partire dalla comunità che si guarda con empatia il mondo stesso, sapendone recuperare i lati opposti.
È la Via dell’Interno che compenetra e attiva la via dell’esterno.
In tal guisa c’immergiamo nella Fonte dell’essere: per spostare lo sguardo precipitoso. Chi non è libero non può liberare.
Unico modo saggio di scrutare lontano è attenersi alla ragione delle cose, principio che si conosce attivamente, se non fuorviati da superficialità e riduzioni.
Intesa la natura delle creature e conformandovisi in modo crescente, tutti vengono ispirati a trasmutare e completarsi, arricchendo anche la sclerosi culturale senza forzature alienanti.
Tutto ciò, esercitando una pratica di bontà anche con se stessi.
Non per distinguere il momento della Vocazione da quello dell’Invio ministeriale: la via del Cielo è intrecciata alla strada della Persona.
È insomma per avvicinarsi al senso dell’unicità missionale di ciascun Apostolo che Gesù trascorre un’intera notte in preghiera (v.12).
Gran parte dei primi seguaci ha nomi tipici del giudaismo, addirittura del tempo dei Patriarchi - il che indica un’estrazione mentale e spirituale radicata più nella religione antica che nella nuova Fede: realtà non facile da gestire.
Ma anche per loro il Signore sprigiona la sua forza di Vita piena, malgrado in sé fossero individui comuni, pieni di limiti.
Tuttavia il Regno è «locale e universale» [Fratelli Tutti, nn.142-153], Vicino e per Nome - come si evince dal passo del Vangelo di Lc.
Questa la forza molteplice, graffiante, impareggiabile, prossima e appunto personale, la quale vince ogni possibilità di sabotaggio ideale [a motivo di circostanze avverse].
Potenza attinta sia dalla preghiera diretta al Padre in Cristo - nel suo Ascolto notturno (v.12) - nonché dalle opere d’amore (vv.17-19).
Potenze in simbiosi personale, sensibile, condivisa.
Missione non per soli eccellenti, né unilaterale, bensì per un contagio inquieto.
Annuncio di nuova Luce accolta in Dono: dove appunto non appare una sola forma o un solo colore.
E l’Asse è stare talora nascosti con Lui.
«È quanto la tradizione ha poi formulato con la nota espressione: “Contemplata aliis tradere” (cfr San Tommaso, Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 188, art. 6)» [Papa Benedetto].
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Nella tua esperienza, quale catena ha unito il Cielo e la terra?
[Ss. Simone e Giuda, 28 ottobre]
Il doppio indirizzo del culto, ma l’Asse è stare con Lui
(Lc 6,12-19)
«Uscì verso il Monte per pregare e passò la notte nella preghiera a Dio» (v.12).
«E tutta la folla cercava di toccarlo poiché una Forza usciva da Lui e guariva tutti» (v.19).
Lc riflette il doppio indirizzo del culto nelle comunità primitive.
Anzitutto, la Preghiera come significativa apertura al Padre e celebrazione interna fra discepoli (vv.13-17). Quindi il pubblico Annuncio (con opere) al popolo.
La comunità è vicina: Dio è nella nostra storia.
L’idea di un Regno distante produce separazioni, gerarchie piramidali (pastoralmente) inconsistenti. Talora, dispersiva coltivazione d’interessi interni spacciati per grande sensibilità e altruismo.
Insomma, per camminare sul serio accanto a se stessi e agli altri è fondamentale prima maturare, ovunque viviamo.
Ciò vale per assumere differenti iniziative; anche eventualmente per ribellarsi al panorama stagnante che ama tornare alle sicurezze antiche.
In tal guisa, ci possono essere motivi poco nobili per voler giungere subito ovunque, correre dappertutto a fare proseliti, e farlo per contrapposizione, senza un «sogno di amicizia» [cf. enciclica Fratelli Tutti, passim].
Infatti chi coltiva molte brame, le proietta; procura i suoi stessi influssi torbidi.
Per questo è necessaria l’orazione, e la riflessone - indispensabili anche a Gesù (v.12) - che ci porgono il senso del nostro stare al mondo, la Visione del Padre, e una retta disposizione.
Meditazioni profonde e preghiere spontanee annientano le infedeltà che non propongono vita genuina, né motivazioni autentiche, o valori dello spirito.
Le orazioni intaccano e demoliscono le disumanizzazioni, le emozioni che ci alienano e allontanano dai fratelli, i tranelli che tendono a edificare altri templi e santuari.
La stessa carica di universalità e il “senso di urgenza” sono contenuti nel radicamento ai valori trasmesso dal dialogo con Dio. E il suo Mistero (per noi), nelle relazioni, nella conoscenza intima di sé.
Infatti... stimoli, princìpi virtuosi, lacune e lati nascosti sono aspetti energetici complementari.
Sembra un paradosso, ma l’interesse verso i bisogni delle moltitudini è un problema squisitamente radicato nell’intimo, per nulla esteriore.
È da se stessi e a partire dalla comunità che si guarda con empatia il mondo, sapendone recuperare gli opposti.
È la Via dell’Interno che compenetra e attiva la via dell’esterno.
Così volentieri preghiamo: per immergerci nella Fonte vibrante dell’essere, e spostare lo sguardo precipitoso.
Per contrasto e impedimento, la parzialità abitudinaria che “si mette in mezzo” non coglie il valore del poliedro sociale e culturale.
D’altro canto, purtroppo, solo amando la forza si preferisce partire dal troppo distante.
Bisogna anzitutto guarire ciò ch’è intimo e prossimo. Chi non è libero non può emancipare nessuno.
Così, unico modo di scrutare lontano è attenersi alla ragione delle cose - principio che si conosce attivamente, se non fuorviati da superficialità e riduzioni [individualiste o monovalenti, unilaterali e di club].
Intesa la natura delle creature e conformandovisi in modo crescente, tutti vengono ispirati a trasmutare e completarsi.
Processo non alienante, che arricchisce anche la possibile sclerosi culturale, senza forzature isteriche o esterne.
Tutto ciò, esercitando una pratica di bontà anche con se stessi.
Dice il Tao (XLVII): «Senza uscir dalla porta, conosci il mondo; senza guardar dalla finestra, scorgi la Via del Cielo. Più lungi te ne vai, meno conosci. Per questo il santo non va dattorno eppur conosce, non vede eppur discerne, non agisce eppur completa».
Solo dalla Fonte dell’essere - casa comune - scaturisce una vita non dissociata, da salvati a tutto tondo, che efficacemente permane e può dilatarsi.
Siamo segno di dedizione e persone protese? Non lo faremo per “merito” o al fine di cattivarsi le simpatie.
Senza fare la setta, dopo una buona formazione - la quale ci trasmette anche una sapiente tolleranza, a partire dal mondo di dentro.
Nessuno scopo estrinseco, che perderebbe l’anima e non recherebbe svolta alcuna.
Non per distinguere il momento della Vocazione da quello dell’Invio ministeriale.
La via del Cielo è intrecciata alla strada della Persona e a quella della Natura [«come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia»: Laudato Si’, n.1] o saremo operatori da strapazzo.
Nessuno degli Apostoli - personaggi ordinari - era degno della Chiamata (vv.13-15).
Per capire questo, e avvicinarsi al senso della loro unicità missionale, Gesù deve trascorrere una intera notte in preghiera (v.12).
Gran parte dei primi seguaci ha nomi tipici del giudaismo, addirittura del tempo dei Patriarchi - il che indica un’estrazione mentale e spirituale radicata più nella religione antica che nella nuova Fede; bagaglio non facile da gestire.
Ma anche per gli indecisi il Signore sprigiona la sua forza di Vita piena, proprio perché in sé persone assolutamente comuni e piene di limiti; non di rado perplessi, perfino aperti oppositori.
Pietro smaniava per farsi avanti, pur retrocedendo spesso - marcia indietro - sino a diventare per Gesù un «satàn» [(Mt 16,23; Mc 8,33): nella cultura dell’oriente antico, un funzionario del gran sovrano, inviato a fare il controllore e delatore - praticamente un accusatore].
Giacomo di Zebedeo e Giovanni erano fratelli, accesi fondamentalisti, e in modo iroso volevano il Maestro solo per loro, nonché i primi posti.
Filippo [condizionato forse da un’estrazione ellenista, come indica il suo nome] a prima vista non sembrava un tipo molto pratico, né svelto a cogliere le cose di Dio.
Andrea pare invece se la cavasse bene: persona inclusiva.
Stando a note identificazioni tradizionali, Bartolomeo era forse aperto ma perplesso, perché il Messia non gli corrispondeva granché.
Tommaso sempre un poco dentro e un po’ fuori.
Matteo… un collaborazionista, avido complice del sistema oppressivo, e che volentieri estorceva denaro alla sua gente [il popolo lo condannava in modo spietato].
Simone - lo zelota, il cananeo - una testa calda.
Giuda Iscariota un tormentato, che si autodistrugge per essersi fidato di vecchie guide spirituali - impregnate d’ideologia nazionalista, interesse privato, opportunismo e potere.
Altri due (Giacomo il minore figlio di Alfeo, e Giuda Taddeo) semplici discepoli forse di non grande rilievo o capacità d’iniziativa.
Ma il Regno è «locale e universale» [Fratelli Tutti, nn.142-153], Vicino e per Nome - come si evince dal passo del Vangelo di Lc.
Questa la forza molteplice, graffiante, impareggiabile, prossima e appunto personale, la quale vince ogni possibilità di sabotaggio ideale (a motivo di circostanze avverse).
Potenza attinta sia dalla preghiera diretta al Padre in Cristo - nel suo Ascolto notturno (v.12) - nonché dalle opere d’amore (vv.17-19).
Potenze in simbiosi personale, sensibile, condivisa.
Non per soli eccellenti… o anche nel tempo dell’emergenza globale non vi sarà opera sanante (v.19) bensì solo esterna, accusatoria e finalizzata alla propaganda, al proselitismo.
Annuncio e Missione di nuova Luce accolta in Dono: dove appunto non appare una sola forma o un solo colore.
E l’Asse è «stare» con Lui.
«È quanto la tradizione ha poi formulato con la nota espressione: “Contemplata aliis tradere” (cfr San Tommaso, Summa Theologiae, IIa-IIae, q. 188, art. 6)» [Papa Benedetto].
Per un contagio non allarmistico né unilaterale, monocromatico, bensì florido, poliedrico, talora “nascosto”, e inquieto.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Nella tua esperienza, quale catena ha unito il Cielo e la terra?
L’elenco (accusatorio) e lo sforzo delle trasgressioni da correggere in modo nevrotico?
O una Chiamata personale, inclusiva dei tuoi molti volti nell’anima - Vocazione sostenuta da una Chiesa fattasi eco e Fonte gratuita di comprensione a tutto tondo?
We find ourselves, so to speak, roped to Jesus Christ together with him on the ascent towards God's heights (Pope Benedict)
Ci troviamo, per così dire, in una cordata con Gesù Cristo – insieme con Lui nella salita verso le altezze di Dio (Papa Benedetto)
There are also serious, dangerous omissions and we have to recognize with healthy realism that in this way things are not all right, it is not all right when errors are made. However, we must also be certain at the same time that if, here and there, the Church is dying because of the sins of men and women, because of their non-belief, at the same time she is reborn (Pope Benedict)
Ci sono anche cadute gravi, pericolose, e dobbiamo riconoscere con sano realismo che così non va, non va dove si fanno cose sbagliate. Ma anche essere sicuri, allo stesso tempo, che se qua e là la Chiesa muore a causa dei peccati degli uomini, a causa della loro non credenza, nello stesso tempo, nasce di nuovo (Papa Benedetto)
The question makes apparent the concern, present in ancient Jewish tradition, over finding a unifying principle in the various formulations of God's will […] Emphasis is placed on the totality of this dedication to God, listing the three faculties that define man in his deep psychological structures: heart, soul and mind. The word mind, diánoia, contains the rational element (Pope Benedict)
La domanda lascia trasparire la preoccupazione, presente nell’antica tradizione giudaica, di trovare un principio unificatore delle varie formulazioni della volontà di Dio […] L’accento è posto sulla totalità di questa dedizione a Dio, elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore, anima e mente. Il termine mente, diánoia, contiene l’elemento razionale (Papa Benedetto)
A “year” of grace: the period of Christ’s ministry, the time of the Church before his glorious return, an interval of our life (Pope Francis)
Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita (Papa Francesco)
The Church, having before her eyes the picture of the generation to which we belong, shares the uneasiness of so many of the people of our time (Dives in Misericordia n.12)
Avendo davanti agli occhi l'immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l'inquietudine di tanti uomini contemporanei (Dives in Misericordia n.12)
Addressing this state of mind, the Church testifies to her hope, based on the conviction that evil, the mysterium iniquitatis, does not have the final word in human affairs (Pope John Paul II)
Di fronte a questi stati d'animo la Chiesa desidera testimoniare la sua speranza, basata sulla convinzione che il male, il mysterium iniquitatis, non ha l'ultima parola nelle vicende umane (Papa Giovanni Paolo II)
Jesus reminds us today that the expectation of the eternal beatitude does not relieve us of the duty to render the world more just and more liveable (Pope Francis)
Let us look at them together, not only because they are always placed next to each other in the lists of the Twelve (cf. Mt 10: 3, 4; Mk 3: 18; Lk 6: 15; Acts 1: 13), but also because there is very little information about them, apart from the fact that the New Testament Canon preserves one Letter attributed to Jude Thaddaeus [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
Tel. 333-1329741
Disclaimer
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.