Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
25a Domenica T.O. (anno A) [20 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 6-9)
«Cercate il Signore, poiché si fa trovare». Il messaggio di Isaia non significa: «Affrettatevi, perché Dio potrebbe allontanarsi». Al contrario: Dio è sempre vicino e si lascia sempre trovare. Siamo noi, nella nostra libertà, ad allontanarci da Lui e talvolta arriviamo persino a perdere il desiderio di cercarlo.
Isaia parla a un popolo scoraggiato, esiliato a Babilonia e convinto che Dio lo abbia abbandonato. Il profeta invita a respingere questa idea: il silenzio di Dio non significa la sua assenza, e Dio non è lontano, inaccessibile o incapace di perdonare. Al contrario, Egli è «ricco di perdono». Il tema fondamentale è dunque quello del ritorno: quando pensiamo a Dio come a un giudice duro, vendicativo o indifferente, ci allontaniamo da Lui. Quando invece ci volgiamo nuovamente verso di Lui, scopriamo il suo volto autentico: un Dio tenero, misericordioso e pronto a perdonare. Questa rivelazione attraversa tutta la Bibbia. Osea presenta Dio come colui che rinuncia alla collera perché il suo cuore è pieno di compassione. Geremia parla di pensieri di pace, capaci di donare futuro e speranza. Nel Vangelo, Gesù ricorda che Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Persino Giona rimprovera Dio perché è «tenera e misericordiosa» la sua compassione verso i nemici di Israele. Dio è il «Tutto-Altro» e il «Tutto-Vicino» Isaia afferma: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dio è infinitamente diverso da noi, ma proprio questa sua diversità rivela qualcosa di straordinario: Dio ama e perdona senza fare calcoli. Noi siamo spesso abituati alla logica del dare e avere: pensiamo che i buoni debbano essere premiati e i cattivi puniti; calcoliamo i nostri meriti e ci chiediamo se siamo degni del perdono. Dio, invece, non ci chiede di «guadagnarci» il suo amore. Il suo perdono è grazia, è gratuità. La vera domanda, quindi, non è se Dio sia disposto a perdonarci, ma se noi siamo disposti ad accogliere il suo perdono. Come dice il testo delle Cronache: «Se il mio popolo […] ritorna dalla sua condotta malvagia, io ascolterò, perdonerò il suo peccato e guarirò». Non è Dio a mettere una condizione al suo amore: siamo noi che dobbiamo aprirci per poterlo ricevere. Infine, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri» ci invita anche all’umiltà e alla tolleranza. Se Dio supera infinitamente la nostra comprensione, nessuno può pretendere di possedere pienamente la verità su di Lui. Parlare di Dio richiede dunque umiltà e ascolto. In sintesi Dio non si allontana da noi: siamo noi ad allontanarci da Lui. E quando ritorniamo, non troviamo un Dio severo che ci presenta il conto dei nostri errori, ma un Padre sempre vicino, tenero, misericordioso e ricco di perdono. Il suo amore non si compra e non si merita: si riceve gratuitamente.
Salmo Responsoriale (144/145)
«Buono è il Signore è verso tutti». Il Salmo 144/145 si accorda perfettamente con il messaggio del profeta Isaia: Dio è pieno di misericordia, ricco di perdono e invita continuamente l’uomo a tornare a Lui. Il salmo è la risposta di chi ha ritrovato la fede: «Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno». È un salmo «alfabetico»: dall’inizio alla fine, dalla A alla Z, tutta la vita è immersa nell’alleanza e nella tenerezza di Dio e grandezza di Dio. Il salmo proclama: «Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza». Isaia esprime la stessa idea dicendo che i pensieri e le vie di Dio sono infinitamente superiori ai nostri. Ma la grandezza di Dio non è quella del potere umano, della ricchezza o del successo. La vera grandezza di Dio è il suo amore e, soprattutto, la sua capacità di perdonare. Anche per l’essere umano vale la stessa logica: la vera grandezza non consiste nel dominare, ma nel saper amare. È naturale, perché siamo creati a immagine di Dio. Una giustizia diversa dalla nostra Il salmo afferma: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Il perdono di Dio non è riservato a pochi: è offerto a tutti, anche al peccatore che ritorna a Lui. La nostra idea di giustizia ci porta a pensare che chi ha sbagliato molto debba ricevere una punizione maggiore. Dio, invece, ci invita a cambiare prospettiva: la giustizia di Dio non è quella della bilancia, ma quella dell’amore. Lo mostra anche la parabola degli operai dell’ultima ora: tutti ricevono lo stesso salario, indipendentemente dal numero di ore lavorate. Gesù ci insegna così che l’amore di Dio non funziona secondo i nostri calcoli di merito, anzianità o ricompensa. La sua generosità non toglie nulla a nessuno. Dio è vicino a tutti Il salmo conclude: «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità». La bontà di Dio è per tutti. La sua grandezza è il suo amore, la sua giustizia è la misericordia e il suo perdono non si misura secondo i nostri meriti. E quando scopriamo questa logica, siamo chiamati non solo ad accogliere il suo perdono, ma anche a gioire del bene che Egli dona agli altri, senza invidia né giudizio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
«Per me vivere è Cristo». La Lettera ai Filippesi è particolarmente intensa perché unisce la grande passione di Paolo per Cristo e per la sua missione con il suo affetto umano e fraterno verso le persone che ha incontrato. Paolo scrive mentre è in prigione e rischia la morte. Eppure afferma con grande serenità: « Cristo sarà glorificato nel mio corpo sia che io viva, sia che io muoia, », cioè nella sua persona e nella sua vita. Se sarà liberato, potrà continuare ad annunciare il Vangelo; se invece morirà, anche il suo martirio diventerà una testimonianza della fede nella Risurrezione. Per Paolo, dunque, qualunque cosa accada può diventare occasione per far conoscere Cristo. Persino la sua prigionia ha contribuito a dare coraggio ad altri cristiani per annunciare la Parola. «Per me vivere è Cristo» Quando Paolo dice: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno», esprime il centro della sua esistenza: Cristo è la sua ragione di vivere. Vivere significa appartenere a Cristo e servirlo; morire significa entrare pienamente nella comunione con Lui. Paolo desidera infatti partire per essere con Cristo, ma non vuole sottrarsi alla missione che gli è stata affidata. È combattuto tra due desideri: da una parte desidera essere definitivamente con Cristo, dall’altra sa che la sua presenza può essere utile agli altri. Alla fine, ciò che conta per lui non è il proprio interesse, ma il bene delle comunità e la diffusione del Vangelo. L’unica cosa che conta è il Vangelo. Paolo ci lascia così una domanda molto importante: per che cosa viviamo? Per lui la risposta è chiara: vivere significa appartenere a Cristo e mettere la propria vita al servizio del Vangelo. Considera la propria vita come un dono da spendere per gli altri. Per questo conclude esortando i Filippesi: «Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo». Non si tratta semplicemente di essere persone moralmente corrette. Significa prendere sul serio il Vangelo e renderlo visibile con la propria vita, con le proprie parole e con il proprio servizio Vivere per Cristo significa trasformare tutta la vita in una testimonianza dell’amore di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (20, 1-16a)
Abbandonare la nostra logica da ragionieri. Questa è la logica che ci presenta la parabola degli operai della vigna. Secondo i nostri criteri, sembra ingiusta: quelli che hanno lavorato tutto il giorno ricevono la stessa paga di quelli arrivati all’ultima ora, ma Gesù chiarisce subito che non sta parlando di una normale azienda, bensì del «Regno dei Cieli». E nel Regno di Dio valgono criteri diversi dai nostri: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore. Il punto centrale della parabola è ciò che rivela di Dio: «Io sono buono». La bontà di Dio non fa calcoli, non misura i meriti e non stabilisce quanto amore ciascuno abbia «guadagnato». Nel Regno di Dio non esiste una contabilità dei meriti. Noi, invece, siamo spesso tentati di contabilizzare tutto: sacrifici, sofferenze, preghiere, opere buone. Pensiamo che tutto questo ci dia dei «diritti» davanti a Dio. Gesù ci invita a cambiare completamente questa mentalità.
«Tu sei invidioso perché io sono buono?» Gli operai della prima ora protestano: «Tu li tratti come noi!». mentre pensano: «Noi meritiamo di più». Ma l’amore non funziona secondo la logica del merito. L’amore non si compra e non si conquista: si riceve come dono. La giustizia di Dio non consiste nel distribuire secondo i nostri calcoli, ma nell’amare ogni suo figlio pienamente e senza misura. La stessa logica attraversa tutta la Bibbia: Dio perdona i Niniviti nonostante siano pagani; Gesù accoglie pubblicani e peccatori; il padre della parabola accoglie con gioia il figlio prodigo. E sulla croce, il buon ladrone, all’ultimo momento, si rivolge a Gesù e riceve la promessa del Paradiso. Chi può dirsi «operaio della prima ora»? In realtà, la parabola dovrebbe consolarci. Chi di noi può davvero considerarsi operaio della prima ora? Tutti, in qualche modo, siamo operai dell’ultima ora. Tutti viviamo della misericordia e della gratuità di Dio. Il problema nasce quando guardiamo gli altri con invidia e pensiamo che Dio sia troppo buono con loro. È allora che il nostro occhio diventa cattivo. La lezione è quindi un invito a lasciare la mentalità del confronto, del merito e del calcolo, per entrare nella logica della grazia. In sintesi Dio non ama secondo i nostri meriti: ama gratuitamente, pienamente e senza misura. La vera conversione consiste nell’abbandonare la nostra «logica da ragionieri» e imparare a vedere con gli occhi di Dio. Non dobbiamo chiederci chi merita di più, ma gioire perché Dio è buono con tutti. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le mie vie non sono le vostre vie» (Isaia). La giustizia di Dio è, in definitiva, la giustizia dell’amore e della misericordia.
+Giovanni D’Ercole
Nell’odierna pagina evangelica (cfr Mt 20,1-16) troviamo la parabola dei lavoratori chiamati a giornata, che Gesù racconta per comunicare due aspetti del Regno di Dio: il primo, che Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno; il secondo, che alla fine vuole dare a tutti la stessa ricompensa, cioè la salvezza, la vita eterna.
Il padrone di una vigna, che rappresenta Dio, esce all’alba e ingaggia un gruppo di lavoratori, concordando con loro il salario di un denaro per la giornata: era un salario giusto. Poi esce anche nelle ore successive – cinque volte, in quel giorno, esce – fino al tardo pomeriggio, per assumere altri operai che vede disoccupati. Al termine della giornata, il padrone ordina che sia dato un denaro a tutti, anche a quelli che avevano lavorato poche ore. Naturalmente, gli operai assunti per primi si lamentano, perché si vedono pagati allo stesso modo di quelli che hanno lavorato di meno. Il padrone, però, ricorda loro che hanno ricevuto quello che era stato pattuito; se poi Lui vuole essere generoso con gli altri, loro non devono essere invidiosi.
In realtà, questa “ingiustizia” del padrone serve a provocare, in chi ascolta la parabola, un salto di livello, perché qui Gesù non vuole parlare del problema del lavoro o del giusto salario, ma del Regno di Dio! E il messaggio è questo: nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e per tutti alla fine ci sarà il compenso che viene dalla giustizia divina – non umana, per nostra fortuna! –, cioè la salvezza che Gesù Cristo ci ha acquistato con la sua morte e risurrezione. Una salvezza che non è meritata, ma donata – la salvezza è gratuita -, per cui «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20,16).
Con questa parabola, Gesù vuole aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi stupire e affascinare dai «pensieri» e dalle «vie» di Dio che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri pensieri e non sono le nostre vie (cfr Is 55,8). I pensieri umani sono spesso segnati da egoismi e tornaconti personali, e i nostri angusti e tortuosi sentieri non sono paragonabili alle ampie e rette strade del Signore. Egli usa misericordia – non dimenticare questo: Egli usa misericordia –, perdona largamente, è pieno di generosità e di bontà che riversa su ciascuno di noi, apre a tutti i territori sconfinati del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia.
Gesù vuole farci contemplare lo sguardo di quel padrone: lo sguardo con cui vede ognuno degli operai in attesa di lavoro, e li chiama ad andare nella sua vigna. E’ uno sguardo pieno di attenzione, di benevolenza; è uno sguardo che chiama, che invita ad alzarsi, a mettersi in cammino, perché vuole la vita per ognuno di noi, vuole una vita piena, impegnata, salvata dal vuoto e dall’inerzia. Dio che non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio, del nostro Dio che è Padre.
Maria Santissima ci aiuti ad accogliere nella nostra vita la logica dell’amore, che ci libera dalla presunzione di meritare la ricompensa di Dio e dal giudizio negativo sugli altri.
[Papa Francesco, Angelus 24 settembre 2017]
Nella differenza tra religiosità comune e Fede personale
(Lc 8,4-15)
Le parabole pongono a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito:
«E un’altra parte cadde sulla terra quella bella, e germogliata fece frutto al centuplo» (v.8).
Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita dei lavoratori che vivevano di agricoltura.
La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante.
Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.
Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava chicchi a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.
L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura, e non consentissero ai grani di attecchire grazie a un minimo di umidità.
Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.
Il Seme già opera: il nuovo “Regno che Viene” non è glorioso, ma qua e là alligna e produce - anche dove non t’aspetti.
A norma di mentalità religiosa antica sembra una follia, ma il divino Agricoltore non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.
Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «bello» frutti in maniera diversa: il cento, il sessanta, il trenta per uno [Mt 13,8.23; Mc 4,8.20; il testo di Lc non parla di percentuali].
Con il termine «bello» (in senso orientale) s’intende il terreno pieno e fecondo [l’anima e l’opera dei discepoli più intimi, anche anonimi].
Il Signore vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria.
La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è taccagno, né esclusivo - bensì magnanimo.
In tal guisa, la Chiesa suo Popolo nuovo è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni selettive.
Il nuovo Rabbi non aveva intenzione di ritagliarsi discepoli migliori di altri - isolati dalla realtà della famiglia umana.
Proponeva un nuovo stile di vita, convivente.
Insomma, Dio non forza la crescita del “granello” in ciascuno di noi, in modo astratto; ma attende con pazienza.
Accetta perfino che nasca male o che non spunti affatto. Conosce dove andare.
Visto che sparge in modo trabocchevole su tutti i generi di cuori (anche sull’asfalto), sa che verrà tacciato di essere poco accorto.
Ma Egli non si preoccupa della quantità, né dei frutti esteriori immediati della sua ‘semente’.
Non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza”!
Tale la amabile, umanizzante e divina, genitoriale Tolleranza che salva. Essa che non ci sequestra ogni attimo, a pianificare.
Gl’interessa piuttosto farci capire che non è un Dio calcolatore e avaro, esteriore, taccagno e prevenuto; bensì Padre munifico e conciliante.
Signore del Regno che non attende prima le nostre piccole ‘perfezioni’.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.
Purtroppo, fin dalle prime generazioni di credenti, il richiamo positivo di Gesù è stato reinterpretato un po’ al contrario: con venature moraliste e individualiste (vv.11-15) che ne hanno intaccato la genuinità.
In tal guisa, la iniziale proposta di Fede personale si è contaminata con la consuetudinaria ottica purista e di ripiego [colpevolizzante] tipica delle filosofie e religioni circostanti, come del pensiero comune.
Alcune configurazioni di ordine ecclesiale hanno di seguito normalizzato la stessa potenza eccezionale del Messaggio; così inedito. In particolare, il nuovo senso di adeguatezza, fiducia e autostima che il Figlio di Dio intendeva comunicare ai suoi amici, e al mondo dei piccoli.
[Sabato 24.a sett. T.O. 19 settembre 2026]
Nella differenza tra religiosità comune e Fede personale
(Lc 8,4-15)
Il terreno sassoso e il clima rovente della Palestina non rendevano facile la vita degli agricoltori. La scarsità di piogge e l’intrusione nei campi di chi voleva abbreviare il cammino distruggeva le piante. Un’azione faticosa e pochi risultati tangibili.
Malgrado le enormi difficoltà, ogni anno il contadino gettava il seme a spaglio, generosamente - e arava, animato dalla fiducia nella forza vitale interna del seme e nella munificenza della natura.
L’aratura era successiva alla seminagione, per evitare che le zolle di terreno rivoltato seccassero immediatamente sotto la potente calura e non consentissero al seme di attecchire grazie a un minimo di umidità. Quindi il seminatore non selezionava anzitempo i diversi tipi di terreno.
La parabola (vv.5-8) che precede l’allegoria (vv.11-15) pone a confronto la realtà vissuta e il mondo dello Spirito. Il seme già opera: il nuovo ‘Regno che Viene’ non è glorioso, ma qua e là attecchisce e produce - anche dove non t’aspetti.
A norma di mentalità perbene sembra una follia, ma il divino “agricoltore” non sceglie il tipo di “terreno”, né lo discrimina sulla base della percentuale produttiva - che pur sembrerebbe facile prevedere.
Il Seminatore accetta persino che il suo ‘chicco’ caduto sul terreno «buono» (v.8) porti frutto nel tempo «con perseveranza» (v.15). A differenza di Mc e Mt, Lc parla unicamente del «frutto al centuplo» (v.8).
Gesù vuol dire che l’opera di evangelizzazione non è misurabile con pignoleria. La sua Parola permane come Inizio gettato nel cuore umano da Colui che non è spilorcio, né esclusivo - bensì magnanimo.
La sua Chiesa è un piccolo mondo alternativo sia all’Impero che alle religioni immediatamente selettive: il Signore non ha intenzione di ritagliarsi discepoli subito migliori di altri e isolati dalla realtà della famiglia umana. Un nuovo stile di vita.
Dio non forza la crescita del ‘granello’ in ciascuno di noi, ma attende con pazienza. Accetta anche che nasca male o che non spunti affatto.
Visto che sparge in modo strabocchevole su tutti i generi di cuori [anche sull’asfalto] sa che verrà tacciato di essere poco accorto: non si preoccupa dei frutti esteriori immediati (!) della sua “semente” - non si cura che il lavoro risulti “efficace in partenza” (!).
Ma gl’interessa farci capire che è un Padre, non il Dio calcolatore delle credenze antiche: avaro, esteriore, taccagno, scostante, prevenuto.
La metafora che segue la parabola iniziale vuole sottolineare che l’eventuale scarsità di risultato non è da attribuire alla mancanza di vitalità del Seme, né all’Opera divina, bensì alla libertà dell’uomo; alla sua condizione di limite o incoerenza.
Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre, “agricoltore” delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste.
Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose, assuefatto, esteriore, dirigista.
Siamo forse ancora troppo legati a brame e livelli economici precedenti ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato.
Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto uguale a prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento, subito entusiasta e che non fa spostare lo sguardo.
Invece la marea difforme viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui figura unica, nella convivialità delle differenze.
È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a vecchi modelli graditi ma ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove. E forse tutto ciò ha portato troppo a imitare lo squalificato avere-apparire, invece che l’essere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.
Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni, le quali non badano al terreno bello del carattere, del dono vocazionale [esso porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione vera - annidata fra le inconsistenze].
Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come sempre” o “come dovremmo essere”... Ciò malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da rovi). Appelli eloquenti - questi contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà e territori dell’anima, nell’essenza.
Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima. Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli, che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo nuovo.
Ebbene, qualcosa - o l’intera vita - potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per i cliché o vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione, che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere radici profonde.
Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando. E abbandonarsi alle proposte della marea di chicchi che vengono per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.
Al Vento dello Spirito che dispiega oltre i ‘granellini’ - dove non ti aspetti - neppure importa la immediatezza produttiva - ma la nostra sintonia «buona» (v.8) - che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze. Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle periferie.
Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno - un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte - ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani, non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo [tutte le denominazioni].
La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice unica, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni - non per farci rifare le solite azioni o liturgie da manuale [o più glamour]. Poi riprendere a giocare con la performance o ristrettezze incatenate di schemi approvati.
Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni [situazioni esistenziali].
Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a “spostarsi”, divenire itineranti, disseminare ovunque... e non solo raccogliere il cento per uno (vv.8.15) nel solito centro protetto.
Parabole, e il mistero della cecità: Narrazione e trasmutazione
Smarrirsi, per la trasformazione
(Lc 8,9-10.18; cf. Mt 13,10-17; Mc 4,10-12.25)
San Paolo esprime il senso del “mistero della cecità” che gli fa contrasto nel cammino con la celebre espressone «spina nel fianco»: dovunque andasse, erano già pronti i nemici; e disaccordi inattesi.
Così anche per noi: eventi funesti, catastrofi, emergenze, disgregazione delle antiche certezze rassicuranti - tutte esterne e paludose; sino a poco prima valutate con senso di permanenza.
Forse nell’arco della nostra esistenza, già ci siamo resi conto che le incomprensioni sono state i modi migliori per riattivarci, e introdurre le energie della Vita rinnovata.
Si tratta di quelle risorse o situazioni che forse mai avremmo immaginato alleate della nostra e altrui realizzazione.
Dice Erich Fromm:
«Vivere significa nascere in ogni istante. La morte si produce quando si cessa di nascere. La nascita non è quindi un atto; è un processo ininterrotto. Lo scopo della vita è di nascere pienamente, ma la tragedia è che la maggior parte di noi muore prima di essere veramente nato».
Infatti, nel clima dei disordini o delle divergenze assurde [che ci obbligano a rigenerare] si affacciano talora le più trascurate virtù intime.
Energie nuove - che cercano spazio - e potenze esterne. Entrambi plasmabili; inconsuete, inimmaginabili, eterodosse.
Ma che trovano le soluzioni, la vera via d’uscita ai nostri problemi; la strada per un futuro che non sia un semplice riassetto della situazione precedente, o di come abbiamo immaginato “si sarebbe dovuti essere e fare”.
Concluso un ciclo, iniziamo una nuova fase; forse con maggiore rettitudine e franchezza - più luminosa e naturale, umanizzante, vicina al ‘divino’.
Il contatto autentico e coinvolgente con i nostri stati dell’essere profondi viene generato in modo acuto proprio dai distacchi.
Essi ci portano al dialogo dinamico con le riserve eterne di forze trasmutatrici che ci abitano, e più ci appartengono.
Esperienza primordiale che arriva dritta al cuore.
Dentro di noi tale via “pesca” l’opzione creativa, fluttuante, inedita.
In tal guisa il Signore trasmette e apre la sua proposta servendosi di ‘immagini’.
Freccia di Mistero che va oltre i frammenti della coscienza, della cultura, delle procedure, di ciò che è comune.
Per una conoscenza di se stessi e del mondo che travalica quella della storia e della cronaca; per la consapevolezza attiva di altri contenuti.
Sino a che il travaglio e il caos stesso guidano l’anima e la obbligano a un Altro inizio, a un differente sguardo (tutto spostato), a un’inedita comprensione di noi stessi e del mondo.
Ebbene, la trasformazione dell’universo non può esser frutto di un insegnamento cerebrale o dirigista; piuttosto, di una esplorazione narrativa - che non allontana la gente da se stessa.
E Gesù lo sa.
Nuova interpretazione dei diversi Terreni
Evoluzione dell’Alleanza, nel tempo della crisi: solite pecche, diverse armonizzazioni
(Mt 13,18-23)
Dio è munifico, in modo particolare nell’età della rinascita dalla crisi: anch’esso tempo di generosa seminagione da parte del Padre.
Egli permane Agricoltore delle sue pianticelle - più avventurose e meno perbene che tradizionaliste, o alla moda.
Ovviamente la Parola del Maestro e Signore mette in guardia da tutto ciò che potrebbe impedire una nuova Genesi - anzitutto per il fatto che spesso attendiamo di tornare meccanicamente ai ruoli antichi e al vecchio sistema di cose; al modello assuefatto, esteriore, dirigista.
Siamo forse ancora troppo legati a brame e precedenti livelli economici (v.22) ormai travolti dalle cose... non accettando l’affacciarsi degli opposti che mai avevamo sperimentato né programmato (v.19).
Pensiamo ancora di poter tornare al “tutto come prima”; alla superficialità della società del look non radicato nel convincimento; dell’esteriorità subito entusiasta (vv.20-21) e che non fa spostare lo sguardo.
Invece la marea difforme Viene affinché impariamo a fissare l’occhio dentro, altrove, e oltre - per mettere a fuoco la nostra e altrui ‘figura unica’ nella convivialità delle differenze.
È probabile che il sapere o stile di vita che vorremmo ribadire sia ancora legato a standards, graditi, vecchi, o à la page - ora inadeguati a dare risposte nuove a domande nuove.
E forse tutto ciò ci ha portato troppo a ricalcare e imitare lo squalificato “avere-apparire”, invece che l’essere, e quel carattere prezioso al centro della nostra Chiamata per Nome.
Non è escluso che ci siamo lasciati avvezzare a nomenclature decisionali o alla precipitazione per ansia di prestazioni.
Esse non badano al «terreno bello» dell’unicità, del dono vocazionale inedito [porterebbe a un migliore contatto con le energie disattese della nostra inclinazione genuina - annidata fra le inconsistenze].
Eccoci anzi, tutti presi dalle preoccupazioni del ripristino “come prima” o “come dovremmo essere”...
Ciò, malgrado i traumi attuali siano espliciti segnali ad allargare le consapevolezze finora soffocate (come da «rovi»: v.22).
Appelli eloquenti - anche contemporanei - a lanciare ogni lato verso l’Esodo, per la conquista di rinnovate libertà; territori dell’anima, pur reconditi, nel nucleo dell’essenza.
Tutto l’influsso di una spiritualità vuota e formale che ci trasciniamo, inibisce ancora una buona percezione dell’oggi, e snerva, toglie forza intima.
Non consente di seguire il proprio impulso in armonia col mondo interno - o le stesse tendenze in ascolto del Richiamo incessante dei Vangeli [che ancora viene disseminato da profeti non omologati, per annunciare la verità e la creazione d’un mondo alternativo].
Ebbene, qualcosa o l’intera vita potrebbero risultare frastornate; più che mai non andare dalla parte giusta e sgombra: non renderci speciali come il Seminatore desidererebbe - proprio per gli stereotipi o i vuoti emotivi che rubano il Seme, ovvero soffocano la pianta, oppure a motivo della solita presunzione che vuol tornare a svettare subito e così impedisce di farci mettere «radici» profonde.
Bisognerà allora deporre i turbinii cerebrali e i parapiglia volitivi unilaterali; lasciare spazio e cedere alla nuova corrente di qualità che ci sta portando.
E abbandonarsi alle proposte della marea di ‘chicchi che vengono’ per guidarci oltre le vecchie contese: all’energia naturale, originale, della Provvidenza, che ne sa più di noi.
Al Vento dello Spirito che dispiega oltre, i granellini - dove non ti aspetti - non importa la percentuale produttiva (v.23b) ma la nostra sintonia «bella» (v.23a testo greco) che aiuta a rimetterci all’altezza della realtà di lungimiranti mescolanze.
Esse riordineranno altrimenti ogni cosa: al di là dei sistemi mentali abitudinari - e ogni risultato sarà più avveduto, in favore delle Periferie.
Senza troppa disposizione e calcolo nella scelta del terreno [un tempo pretenziosamente rimosso e sanificato a monte] ci renderemo conto che il Seminatore avrà infine sgretolato tanti piedistalli mondani; non per umiliare qualcuno, ma per donare sorprese di fecondità sbalorditiva, anche per la crescita di ogni credo (tutte le denominazioni).
La sua è ovunque e sempre un’Azione generosa e creatrice d’eccezione, messa in campo per rigenerare e dare potenza alle convinzioni.
Non per farci rifare le solite azioni o cliché da manuale [e riprendere a giocare con la performance, o con ristrettezze incatenate di schemi largamente approvati].
Se vogliamo sincronizzare lo stesso movimento del Seminatore, bisogna con Lui e come Lui muoversi verso l’indigenza dei vari terreni (situazioni esistenziali).
Ristrettezza speciale - ancor più acuta, nel tempo dell’emergenza globale - che obbliga a ‘spostarsi’, divenire itineranti, disseminare ovunque.
E non solo raccogliere il «cento» (v.23) nel solito ‘centro’ protetto.
Con abbondanza e gratuità, il Signore getta il seme della Parola di Dio, pur sapendo che esso potrà incontrare un terreno inadeguato, che non gli permetterà di maturare a motivo dell’aridità, o che ne spegnerà la forza vitale soffocandolo tra cespugli spinosi. Tuttavia, il seminatore non si scoraggia, perché sa che una parte di questo seme è destinata a trovare il “terreno buono”, cioè cuori ardenti e capaci di accogliere la Parola con disponibilità, per farla maturare nella perseveranza e ridonarne con generosità il frutto a beneficio di molti.
L’immagine del terreno può evocare la realtà più o meno buona della famiglia; l’ambiente talvolta arido e duro del lavoro; i giorni della sofferenza e delle lacrime. La terra è soprattutto il cuore di ogni uomo, in particolare dei giovani, a cui voi vi rivolgete nel vostro servizio di ascolto e di accompagnamento: un cuore spesso confuso e disorientato, eppure capace di contenere in sé impensate energie di donazione; pronto ad aprirsi nelle gemme di una vita spesa per amore di Gesù, capace di seguirlo con la totalità e la certezza che viene dall’avere trovato il più grande tesoro dell’esistenza. A seminare nel cuore dell’uomo è sempre e solo il Signore. Solo dopo la semina abbondante e generosa della Parola di Dio ci si può inoltrare lungo i sentieri dell’accompagnare e dell’educare, del formare e del discernere. Tutto ciò è legato a quel piccolo seme, dono misterioso della Provvidenza celeste, che sprigiona da sé una forza straordinaria. E’ infatti la Parola di Dio che di per se stessa opera efficacemente quanto dice e desidera.
[Papa Benedetto, ai partecipanti al convegno europeo sulla pastorale vocazionale, 4 luglio 2009]
5. “Ecco, il seminatore uscì a seminare” (Mt 13, 3).
L’Incarnazione del Verbo è la più grande e più vera “semina” del Padre. Alla fine dei tempi avverrà la mietitura: l’uomo sarà allora sottoposto al giudizio di Dio. Avendo ricevuto molto, di molto gli sarà domandato conto.
L’uomo è responsabile non solo di se stesso, ma anche delle altre creature. Lo è in senso globale: a lui infatti è legata la loro sorte nel tempo e al di là del tempo. Se egli obbedisce al disegno del Creatore e ad esso si conforma, conduce nel regno della libertà l’intero creato, così come l’ha trascinato con sé nel regno della corruzione, a causa della disobbedienza originale. Questo ha inteso dirci oggi San Paolo nella seconda Lettura.
Discorso misterioso, il suo, ma affascinante. Accogliendo Cristo, l’umanità è in grado di immettere un flusso di vita nuova nella creazione. Senza Cristo, il cosmo stesso paga le conseguenze del rifiuto umano di aderire liberamente al piano della salvezza divina. Per la speranza nostra e di tutte le creature, Cristo ha seminato nel cuore dell’uomo un germe di vita nuova ed immortale. Germe di salvezza che imprime alla creazione un orientamento nuovo: la gloria del Regno di Dio.
[Papa Giovanni Paolo II, omelia a s. Stefano di Cadore, 11 luglio 1993]
Gesù, quando parlava, usava un linguaggio semplice e si serviva anche di immagini, che erano esempi tratti dalla vita quotidiana, in modo da poter essere compreso facilmente da tutti. Per questo lo ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i dottori della Legge del tempo, che non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio; non era una teologia complicata. E un esempio è quello che oggi porta il Vangelo: la parabola del seminatore.
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto. E come può portare frutto? Se noi lo accogliamo.
Perciò la parabola riguarda soprattutto noi: parla infatti del terreno più che del seminatore. Gesù effettua, per così dire, una “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il seme della Parola. Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto – e tanto – ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci rimbalza addosso, proprio come su una strada: non entra.
Tra il terreno buono e la strada, l’asfalto – se noi buttiamo un seme sui “sanpietrini” non cresce niente – ci sono però due terreni intermedi che, in diverse misure, possiamo avere in noi. Il primo, dice Gesù, è quello sassoso. Proviamo a immaginarlo: un terreno sassoso è un terreno «dove non c’è molta terra» (cfr v. 5), per cui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde. Così è il cuore superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non “decolla” mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto.
C’è poi l’ultimo terreno, quello spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. Che cosa rappresentano questi rovi? «La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza» (v. 22), così dice Gesù, esplicitamente. I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto, il seme non si svilupperà.
Cari fratelli e sorelle, Gesù ci invita oggi a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni. Chiediamoci se il nostro cuore è aperto ad accogliere con fede il seme della Parola di Dio. Chiediamoci se i nostri sassi della pigrizia sono ancora numerosi e grandi; individuiamo e chiamiamo per nome i rovi dei vizi. Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la Parola.
[Papa Francesco, Angelus 16 luglio 2017]
Azione del Risorto
(Lc 8,1-3)
I rabbini non accettavano donne nelle loro scuole, perché ritenute non all’altezza del compito.
Ma Gesù non viene a insegnare leggi o filosofie, bensì a radunare attorno a sé i disprezzati e le non-persone di ogni tempo.
In Cristo ciascuno si apre alla speranza. Chi è considerato senza valore annuncia e testimonia l’amore di Dio per i piccoli e gli ultimi.
Tutto con delicatezza, ed ecco le figure femminili: subentra la fedeltà.
Nelle donne la pietà sorge spontanea [non è ideata come per noi maschi: immediatamente all’obiettivo e fonte di guadagno].
Con esse svanisce anche l’ansia di prestazione che accompagna gli uomini, i quali anche sul bene devono subito apparire allestendo pedane e défilé; essere notati, coltivare pubbliche e private relazioni che contano, e farci carriera sopra.
Gesù conquista il cuore delle donne perché ne comprende la generosità, la profondità di sentimenti, la capacità di dedizione e di rapporto personale, di dono di sé estremo; sensibilità, Fede-amore, pazienza, mitezza, generosità, capacità di fatica e sofferenza.
Invece di “ammazzare” il tempo, le donne lo riempiono a fondo.
Gesù non vuole un’umanità tesa a farsi apprezzare più che al nascondimento, incline al parlare più che al ‘percepire’; volentieri propensa all’organizzare-progettare più che al meditare - e intuire la profondità delle nostre Radici.
La prevalenza o l’equilibrio dell’aspetto femminile è un opportuno contrappeso a un mondo prono al dirigismo e all’esercizio della volontà, più che alla coltivazione del sentimento figliale.
Felice quella vocazione che viene accompagnata dall’intensità, dalla profondità, delicatezza, capacità di attendere e insieme coerenza ai princìpi - e partecipazione al destino - aspetti tipici della sensibilità femminile e del mondo delle consacrate.
[Forse quello di Maria, Giovanna, Susanna e molte altre dei primi tempi era un ruolo paragonabile a quello di Marta nella famiglia di Betania, coordinatrice della comunità di soli fratelli e sorelle].
In Lc la vicenda delle donne esprime l’azione del Risorto. Egli le accetta come seguaci e discepole.
Nelle figure femminili si legge in filigrana la vicenda dell’umanità che in Cristo si rialza e assume dignità.
Essa si rende fraterna nel dolore, prepara il nutrimento (invece di toglierlo), persiste, lotta e in tale agire diventa addirittura icona di preghiera.
È modello di dedizione e dono di sé [invece di calcolo e astuzia] - pronte alla vita, e tipo dell’Annuncio; tesoro che scatena lo Spirito.
Il Gesù in cammino coi Dodici (v.1) ha ancora oggi tanta tanta strada da percorrere nella magia del femminile - che sa accogliere la persona e ascoltare gli eventi, stando sempre in campo.
Le donne imparano dalla loro essenza, quindi sanno attrarre, conoscono le cose che servono, comprendono dove e come procedere, sono presenti nel presente - e senza sovrintendere, risolvono i problemi.
Non temono di perdere “posizione”.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ti senti chiamato a una sintesi spirituale delle personalità, con tutta la virtù e completezza che scaturisce da un’indole variegata?
[Venerdì 24.a sett. T.O. 18 settembre 2026]
(Lc 8,1-3)
I rabbini non accettavano donne nelle loro scuole, perché ritenute non all’altezza del compito.
Ma Gesù non viene a insegnare leggi o filosofie, bensì a radunare attorno a sé i disprezzati e le non-persone di ogni tempo.
In Cristo ciascuno si apre alla speranza. Chi è considerato senza valore annuncia e testimonia l’amore di Dio per i piccoli e gli ultimi.
Tutto con delicatezza, ed ecco le figure femminili: al narcisismo della messinscena subentra la fedeltà.
Nelle donne la pietà sorge spontanea (non è ideata come per noi maschi: immediatamente all’obiettivo e fonte di guadagno).
Con esse svanisce anche l’ansia di prestazione che accompagna gli uomini, i quali anche sul bene devono subito apparire allestendo pedane e défilé; essere notati, coltivare pubbliche e private relazioni che contano, e farci carriera sopra. Una sindrome ancora ben radicata.
Gesù conquista il cuore delle donne perché ne comprende la generosità, la profondità di sentimenti, la capacità di dedizione e di rapporto personale, di dono di sé estremo; sensibilità, Fede-amore, pazienza, mitezza, generosità, capacità di fatica e sofferenza.
Ciascuno di noi può testimoniare l’importanza di queste note spesso sconosciute al mondo scroccone dei titolati, che vanno diritti a tagliare e separare, organizzare invece che accogliere, sentenziare invece di dialogare, ritenersi a tutti i costi qualcuno - spesso allestendo infantili menzogne.
O per chi preferisce sbivaccare la vita in osteria, sprecare il tempo a sfarfallare o solo per se stessi, piuttosto che usarlo bene e farne tesoro: invece di “ammazzarlo”, le donne lo riempiono a fondo.
Gesù non vuole un’umanità tesa a farsi apprezzare più che al nascondimento, incline al parlare più che al percepire; volentieri propensa all’organizzare-progettare più che al meditare - e intuire la profondità delle nostre Radici.
La prevalenza o l’equilibrio dell’aspetto femminile è un opportuno contrappeso a un mondo targato ‘cristiano’… in occidente sbilanciato sul maschile: prono al dirigismo e all’esercizio della volontà, più che alla coltivazione del sentimento figliale.
Felice quella vocazione che viene accompagnata dall’intensità, dalla profondità, delicatezza, capacità di attendere e insieme coerenza ai princìpi (mai svenduti al miglior offerente) e partecipazione al destino - aspetti tipici della sensibilità femminile e del mondo delle consacrate.
Avendone ricevuto grazia personale da una zia e cugine monache [oltre il dono di spettacolari memorie femminili simili a Maria di Nazaret in famiglia], sospetto che la pennellata di Lc sia testimonianza del peso fondamentale delle donne addirittura quali responsabili, coordinatrici, sostenitrici e animatrici sensibili delle prime realtà fraterne e assemblee di seguaci.
Forse quello di Maria, Giovanna, Susanna, la suocera di Pietro e molte altre dei primi tempi era un ruolo paragonabile a quello di Marta nella famiglia di Betania.
Purtroppo, la convenzione ecclesiastica posteriore non ha dato peso al dato indiscutibile e al discepolato delle donne, appiattendosi sulla sequela al maschile - disvalore che iniziamo a pagare in modo evidente (ma è una grazia: non si smuoverebbe nulla, altrimenti).
In Lc la vicenda delle donne esprime l’azione del Risorto.
Egli le accetta come seguaci e discepole. Nelle figure femminili si legge in filigrana la vicenda dell’umanità che in Cristo si rialza e assume dignità - invece di essere ulteriormente vessata.
Essa si rende fraterna nel dolore (invece che solo nella vittoria), prepara il nutrimento (invece di toglierlo), persiste senza forme di maniera.
Chiesa di lotta autentica, dall’interno, e in tale agire con franchezza diventa addirittura icona di preghiera - invece di attenersi al minimo e fare tanta diplomazia, poi manipolare gli ingenui, e mostrarsi solo in passerella.
È Fraternità, ossia solidarietà concreta; modello di dedizione e dono di sé, invece di calcolo e astuzia (modi del sotterfugio; artificiosi, soppesati, intenzionali).
Donne pronte alla vita. Tipo dell’Annuncio: Tesoro scatenante lo Spirito che viceversa i maschi vogliono astutamente trattenere per sé - per padroneggiarlo, rendendolo unilaterale.
Il Gesù in cammino coi Dodici (v.1) ha ancora oggi tanta tanta strada da percorrere, proprio nelle nostre realtà consolidate da tradizioni ritenute indiscutibili, ma strette, cocciute, soffocanti, puerili e sorde.
Esse restano in superficie, così bloccano le espressioni della vita.
La magia del femminile sa invece accogliere la persona e ascoltare gli eventi, stando sempre in campo per realizzare ciò che ci caratterizza.
Le donne imparano dalla loro essenza, quindi sanno attrarre, conoscono le cose che servono, comprendono dove e come procedere, sono presenti nel presente - e senza sovrintendere, risolvono i problemi.
Non temono di perdere “posizione”.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Preferiresti essere accompagnato spiritualmente da una donna o da un uomo? Perché?
La pastorale che langue, secondo te ha o non a che fare con alcune catene di comando unilaterali, in cui si teme di perdere “posizione”?
Ti senti anche chiamato a una sintesi spirituale delle personalità, con tutta la virtù e completezza che scaturisce da un’indole variegata?
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
Dio non esclude nessuno […] Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi (Papa Benedetto)
«The Russian mystics of the first centuries of the Church gave advice to their disciples, the young monks: in the moment of spiritual turmoil take refuge under the mantle of the holy Mother of God». Then «the West took this advice and made the first Marian antiphon “Sub tuum Praesidium”: under your cloak, in your custody, O Mother, we are sure there» (Pope Francis)
«I mistici russi dei primi secoli della Chiesa davano un consiglio ai loro discepoli, i giovani monaci: nel momento delle turbolenze spirituali rifugiatevi sotto il manto della santa Madre di Dio». Poi «l’occidente ha preso questo consiglio e ha fatto la prima antifona mariana “Sub tuum praesidium”: sotto il tuo mantello, sotto la tua custodia, o Madre, lì siamo sicuri» (Papa Francesco)
The Cross of Jesus is our one true hope! That is why the Church “exalts” the Holy Cross, and why we Christians bless ourselves with the sign of the cross. That is, we don’t exalt crosses, but the glorious Cross of Christ, the sign of God’s immense love, the sign of our salvation and path toward the Resurrection. This is our hope (Pope Francis)
La Croce di Gesù è la nostra unica vera speranza! Ecco perché la Chiesa “esalta” la santa Croce, ed ecco perché noi cristiani benediciamo con il segno della croce. Cioè, noi non esaltiamo le croci, ma la Croce gloriosa di Gesù, segno dell’amore immenso di Dio, segno della nostra salvezza e cammino verso la Risurrezione. E questa è la nostra speranza (Papa Francesco)
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
don Giuseppe Nespeca
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