L’esperienza nitida personale, che inizia a diventare più valida dei giudizi
(Gv 9,1-41)
Scappato dal Tempio, Gesù incontra gli esclusi. Coglie l’occasione per farci comprendere chi è l’Eterno, e la nostra stessa vicenda di Fede, continuando l’opera creatrice del Padre.
Il venire a noi di Dio non procede dai decreti cesellati dalla classe sacerdotale e che inseguono Mosè (v.29), bensì dall’atteggiamento nei confronti del bisognoso.
In tal guisa, la «cecità» cui allude il brano è costitutiva di ogni donna e uomo: non sempre «vediamo» quali sono le scelte giuste da fare.
Ci rendiamo conto che il nostro cammino di Fede è anzitutto una storia d’amore, ma anche un «vedere» sempre più chiaro, un «aprire gli occhi» su tutta la realtà - sino ad acquisire un giudizio nitido e personale.
Essendo figura della situazione umana, creaturale, il protagonista del passo di Vangelo non ha nome, perché nascere con un difetto di visuale e di orientamento ci accomuna; non è colpa, bensì condizione.
Gesù propone di lasciarci spalancare gli occhi, in modo che il nostro “fango” e il suo Soffio possano scatenare la creazione di una persona nuova.
Nei capi religiosi non v’è alcuna gioia per la guarigione (vv.16ss).
Gesù invece rincara la dose: una volta che siamo stati inviati alla Vita nello Spirito qui simboleggiata dall’Acqua, il Maestro esce di scena.
Per crescere, c’è da camminare sulle proprie gambe. Dio non è un paternalista che sta sempre lì a mettere il naso in tutto: ci vuole liberi [solo così capaci di amare].
E restano molte le porte da spalancare; tante, le soglie da varcare.
Il mondo delle élites si difende con ogni mezzo, tentando le solite intimidazioni. Tranquilli: non sono segni di forza, ma di sconfitta imminente.
Ora i vicini non riconoscono il nato cieco. Gli somiglia, ma non può essere lui... Quelli che gli stavano attorno restano perplessi.
L’ex cieco dice: «Io sono» (v.9), ossia nell’umanità risanata rivendica la condizione divina.
Quando incontriamo Cristo, la sua dignità è trasmessa. La timidezza si trasforma in una sempre rinnovata attitudine alla pienezza.
Nella Fede sciolta dai conformismi, avere un’opinione propria significa avviare Esodo, puntare la Terra della Libertà - perché la donna e l’uomo si sono resi conto a quale onore e Sogno sono chiamati.
Chi ha avuto in dono la Luce non si ferma, diventando sempre più sicuro, maturo, deciso. Ora l’uomo «vede», ed è finalmente emancipato.
Escluso dall’istituzione (v.34) proprio come il Signore (Gv 8,59), adesso sì ch’è veramente Persona. Perché inizia a considerare la sua esperienza più valida del giudizio delle guide spirituali d’ufficio.
È il primato della naturalezza e della coscienza personale sul pensiero standard o dominante, sui ruoli, e sui codici - i quali ormai non sono più in grado di comunicare vita. Ed è questo ciò che conta.
Infatti, anche se non ben visto, ora è Cristo che lo cerca e si pone al suo fianco (v.35). Senza condizioni.
Il nostro buonsenso istintivo e genuino sopravanza sia le opinioni fisse che le convinzioni glamour, correnti, à la page.
Cacciato dalla cerchia devota o che conta, il «nato cieco» - affetto da tale insicurezza, malformità, “peccato d’origine” - troverà la virtù in pienezza.
Mettendo finalmente sullo sfondo la routine che rende tutto banale, piatto, automatico… egli non fugge più.
Comprende l’importanza della variazione che scombina i piani. Li rende Unici.
Con Energia personale nuova affronta gli imprevisti: vita dell’Amore che realizza, e sa voltare pagina.
4.a Domenica di Quaresima (anno A), Laetare [15 marzo 2026]







