E conta il presente, non la genealogia
(Gv 7,1-2.10.25-30)
Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale. Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, creativo.
Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.
L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale. È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.
Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.
Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente. Sappiamo che rimutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?
Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?
Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.
Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo per conservare sicurezze nell’immediato. Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.
Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante. La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.
Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa; secondo il quarto Vangelo due o tre, in occasione della Pasqua.
È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.
Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua ‘presenza’ nei comuni fedeli, costretti a non rendere palese l’adesione del cuore - in specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ecclesia) di fine primo secolo.
La ‘conoscenza’ di Dio passa ora attraverso la sfida del ‘riconoscimento’ di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.
La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e guardava al futuro celebrando speranze di prestigio e vittoria su altre nazioni.
Ebbene, anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso, nonché all’influsso perverso d’una spiritualità vuota, di circostanza.
E se alcuni opportunisti volessero metterci le mani addosso per interesse o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine, e fantasie, il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).
Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.
L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora ‘sub contraria specie’: nella regalità che spinge verso il basso.
Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.
In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.
Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e ‘passaggio’ che convince l’anima.
[Venerdì 4.a sett. Quaresima, 4 aprile 2025]