E conta il presente, non la genealogia
(Gv 7,1-2.10.25-30)
Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire
«[Certo] e mi conoscete e conoscete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma è veritiero colui che mi ha mandato, che voi non conoscete. Io lo conosco, perché sono da lui ed egli mi ha mandato» (Gv 7,28-29).
Cristo si rivela in modo progressivo e non convenzionale.
Egli ci chiede di reinterpretarlo e svelarlo in modo altrettanto inedito, personale, creativo.
Custodisce solo vita, e la vita è sempre nuova. Non si aggrappa agli standard, al pensiero, alle spiegazioni.
L’Inviato obbedisce a una Chiamata impensabile e non locale.
È quanto distingue l’azione e persino la geografia divina, che supera la “sinagoga” impiantata sul territorio.
Riconoscere Cristo come nostro Signore significa accettare i pericoli e il rifiuto che tale sintonia e scelta comportano.
Si può rigettarlo per calcolo, non spontaneamente.
Sappiamo bene che rifutandolo escludiamo la nostra radice; però ad accoglierlo ci si gioca tutto e persino la pelle. Che fare?
Non conviene mimetizzarsi per tenere buona la situazione?
Dopo l’abbandono di alcuni discepoli in Galilea - successivo al discorso sul Pane della Vita (Gv 6,60-71) - Gesù addirittura rincara la dose, e non si scosta.
Facendo finta, anche noi potremmo emarginarlo, per conservare sicurezze nell’immediato - e magari guadagnarci sopra.
Ma se non procedessimo verso la nostra Sorgente, non incontreremmo l’acqua cristallina.
Tutta l’esistenza diverrà un inutile compromesso di sceneggiate, che nel giro degli eventi da allestire mascherano teatrini e tornaconto, facendo impallidire, annientando i risvolti vocazionali autentici.
Nel quarto Vangelo la minaccia di morte sul Signore è costante.
La gente è attirata, ma in Lui inciampa. Per le autorità: Origini inattese, da uccidere per non farsi sostituire.
Anche oggi, intorno al Cristo vivente si costituisce come una intelaiatura di rispetto e costernazione.
Obbedire alla propria Chiamata per Nome significa sperimentare la chiusura e l’opposizione delle autorità.
Tutto ciò, tra lo smarrimento della gente - forse anch’essa confusa perché si attende tutt’altro, e fa fatica a riconoscerci.
Anche chi procede in incognito - eppure è in Cristo - non può passare inosservato. E conta il presente, non la genealogia.
Le cose forbite o le benemerenze attese [la fama, la grande città, la stirpe che conta...] non toccano il nocciolo della questione.
L’origine di Dio in noi è inesplicabile, enigmatica. Ma Egli ci presenta come suoi inviati.
Gli esperti della città eterna non conoscono il Padre (v.28), malgrado si vantino di possederlo in esclusiva: nelle credenze, nelle norme, nella loro storia, nel Tempio, nel loro tipo di vita particolare.
Sia nelle opinioni popolari che di élite, il Mistero avrebbe dovuto avere origine sconosciuta e occulta...
Come indovinarlo in ciascuno di noi [privi della vetrina di grandi titoli, passerelle, pretese, opere esteriori]?
Come coglierlo, se per l’opinione pubblica non siamo niente di eccezionale, nulla di ‘speciale’ - e pure inopportuni?
Secondo i Sinottici, durante la vita pubblica Gesù è a Gerusalemme una sola volta, quella in cui è stato condannato dall’istituzione religiosa.
Secondo il quarto Vangelo, due o tre, in occasione della Pasqua.
È probabile che Egli sia stato nella città santa più volte, in privato.
Ma l’immagine del Cristo nascosto allude qui alla sua sacra Presenza nei comuni fedeli.
In specie dopo la rottura fra sinagoga e chiesa (Ecclesia) di fine primo secolo, i credenti nel Signore Gesù furono costretti a non rendere palese l’adesione del cuore.
La vocazione è nostro destino, il segreto della vita.
Queste idee che non riusciamo a rinchiudere lanciano opinioni e modi di essere nuovi.
Eccentricità che finiscono per generare dubbi negli altri, e opposizione aperta da parte di coloro che detengono le briglie del potere.
Tutti difensori raccogliticci, senza criticità di peso specifico: cooptati da rappresentazione; del mondo e modo antico o affermato, risaputo e quieto, ovvero à la page.
La conoscenza di Dio passa viceversa attraverso la sfida del riconoscimento di un sovversivo, condannato a morte e fuggitivo (v.1): Il Nazzareno in noi.
Cristo arcano e reale, misconosciuto fulcro delle nostre solennità.
La festa delle feste ebraiche, quella delle Capanne, faceva memoria delle mirabilia Dei dell’Esodo e spingeva lo sguardo verso un futuro glorioso.
Essa celebrava speranze di prestigio, l’attesa definitiva vittoria su altre nazioni (e il loro sfruttamento).
Ma gli amici del Figlio non hanno ambizioni predatorie.
Anche fossimo considerati “da rieducare”, sarebbe ovvio contrapporsi all’idea di un benessere violento e artificioso.
Disdegniamo gli influssi perversi di ogni spiritualità vuota e opportunista, o spenta, di circostanza.
E se alcuni interessati volessero metterci le mani addosso per interesse [o magari solo perché non rispettiamo le loro maniere, dottrine e fantasie] il giro degli avvenimenti farà scampare gli autentici Testimoni da ogni pericolo (v.30).
Saranno le origini disattese a portare lo Sconosciuto a sostituire gli “educatori” ufficiali (v.28) aggrappati alle sole idee.
L’esperienza della Gloria divina che vive è ancora sub contraria specie: nella regalità che spinge verso il basso.
Forza-a-rovescio: permette di far affiorare e ci lascia scoprire metamorfosi da stupore.
In tal guisa, evitando di lasciare che per convenienza il Signore possa venire ancora ucciso, riusciremo a tutelare sia il vissuto comunitario che le personali trasposizioni di Fede.
Cambiamento di volto e di cosmo, pur impensato. Sviluppo e passaggio che convince l’anima.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come tutelo in Cristo il mio vissuto comunitario e le mie trasposizioni di Fede?
Oppure ho lasciato che in me e fuori il Signore venisse ucciso per convenienza?
La conoscenza di Dio
La conoscenza di Dio diventa vita eterna. Ovviamente qui con “conoscenza” s’intende qualcosa di più di un sapere esteriore, come sappiamo, per esempio, quando è morto un personaggio famoso e quando fu fatta un’invenzione. Conoscere nel senso della Sacra Scrittura è un diventare interiormente una cosa sola con l’altro. Conoscere Dio, conoscere Cristo significa sempre anche amarLo, diventare in qualche modo una cosa sola con Lui in virtù del conoscere e dell’amare. La nostra vita diventa quindi una vita autentica, vera e così anche eterna, se conosciamo Colui che è la fonte di ogni essere e di ogni vita. Così la parola di Gesù diventa un invito per noi: diventiamo amici di Gesù, cerchiamo di conoscerLo sempre di più! Viviamo in dialogo con Lui! Impariamo da Lui la vita retta, diventiamo suoi testimoni! Allora diventiamo persone che amano e allora agiamo in modo giusto. Allora viviamo veramente.
[Papa Benedetto, omelia nella Cena del Signore 1 aprile 2010]