Ago 22, 2025 Scritto da 

Ogni Talento è una Chiamata a superarsi

Talenti - Doni del nuovo Regno

(Mt 25,14-30)

 

Come può una comunità rivelare la presenza di Dio? Valorizzando e accentuando le sfaccettature della vita, difendendole, promuovendole e rallegrandole.

Perché c’è chi cresce e chi no? Per quale motivo chi avanza meno degli altri, proprio nel cammino “religioso” rischia di rovinare?

Tutti noi abbiamo punti di forza, pallini, qualità e inclinazioni esclusive. Ciascuno riceve doni da battistrada (fosse anche uno solo) e può inserirsi in servizi ecclesiali.

Ognuno - anche il normalmente escluso [come Zaccheo, nel passo parallelo di Lc 19, 1-10.11-28] - ha un bagaglio di risorse impareggiabili che può trasmettere, per l’arricchimento della comunità.

Mt narra questa parabola perché alcuni giudei convertiti delle sue comunità hanno difficoltà a sbloccarsi ed evolvere. E qualcuno proprio non fiorisce, appiccicandosi a ruoli e devozioni.

A dirla tutta e in modo chiaro, fra di essi nasce una competizione che concerne l’importanza degli incarichi ecclesiali [è il vero senso evangelico dei «talenti secondo capacità»: v.15].

Mansioni insidiate anche dall’arrembaggio dei provenienti dal paganesimo, meno intimiditi e più sciolti dei fedeli giudaizzzanti (un po’ da museo).

Il conseguente puntiglio irrigidisce l’atmosfera interna, accentua difficoltà di collaborare, e scambiarsi doti e risorse - arricchendo gli uni gli altri.

Situazioni vanitose e competitive che conosciamo.

 

Tutti riceviamo qualche accento del Regno, “beni” da moltiplicare trasmettendo, ad esempio (qui) la Parola di Dio.

Dono unico, ma non raro: prosperità immensa e dalle virtù propulsive di vita straordinarie... per ciascuno e tutti.

Così lo spirito di servizio e condivisione; l’attitudine al discernimento e valorizzazione delle unicità irripetibili, e tanto altro.

Beninteso, la comunità cresce non se produce, colloca in vetrina e “rende”. Essa è composta di membri tutti preziosi e già “adulti”, che sanno spontaneamente dove e come collocarsi!

Donne e uomini di Fede non cercano meriti, non trattengono per sé; si relazionano con Dio e il prossimo in modo sapiente, anche quando non in termini e formule “corretti” (secondo libretto d’istruzione).

Purtroppo, per convincere a rispettare personaggi e configurazione, e ricalcare il costume, non di rado i veterani hanno fatto leva sul timore.

Per quanto concerne il timore “sociale”, in particolare, sull’inclinazione popolare a non mettersi nei guai (ciò che paralizzava la vita anche interiore).

Dai tempi di Gesù, non sono mancate paure e desiderio di evitare ricatti [diceva sbalordita mia madre dei leaders disonesti: “Usano la religione come un’arma!”].

L’idea stessa del Dio antico come legislatore e giudice (vv.24-25) induceva i credenti a non crescere né trasmettere, anzi a rinchiudersi e allontanarsi dal progetto del Padre.

Pena l’esclusione sociale, era fatto divieto accogliere nuove esperienze di Dio, incontrare autenticamente se stessi, aprire spazi personali (persino radicalmente identitari), tracciare nuovi cammini.

Così per secoli.

Per comprendere il senso del passo parallelo di Lc 19,11-28 [v.22 dove nella traduzione CEI il Re sembrerebbe ribadire l’idea meschina del lavativo diseducato], basta inserire un punto interrogativo [i codici originali in greco non avevano punteggiatura]:

«Gli dice: Dalla tua stessa bocca ti giudico, servo malvagio! Sapevi che io sono un uomo severo, che prendo quello che non ho depositato e che mieto quello che non ho seminato?».

Lo stesso in Mt 25, 26:

«Ma rispondendo il suo Signore gli disse: Servo malvagio e poltrone [...] Sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso?».

Come dire: «Ma chi te lo ha insegnato?!».

Il Signore ribadisce con forza che quel concetto deforme del Cielo a punti può incidere in modo negativo sulle linee portanti della personalità, e rovinare l’esistenza delle persone. In specie se la Libertà e il rischio dell’Amore vengono percepite come fossero una colpa - comunque un pericolo di peccato che potrebbe condurre allo stato spirituale deleterio di non essere più considerati (dalla religiosità tradizionale) “in grazia di Dio”.

 

Le religioni antiche avevano bisogno di seguaci anche immaturi e ottusi, senza nerbo - i quali si accontentano poi di evitare pericoli, e s’attaccavano alle piccine sicurezze del tran tran d’ogni giorno.

Invece, il Padre desidera cuori dilatati, che intraprendono e rischiano per amore, e per l’amore.

Se il Dio della pietà popolare necessita di greggi talora ottuse e servili, Cristo ha bisogno di amici, famigliari e collaboratori temerari, capaci di camminare sulle loro gambe, che non disumanizzano (anche gli altri).

In tal guisa, oggi, la pastorale del consenso [io ti dò ciò che tu vuoi] presuppone masse ubbidienti e devote, deprivate di personalità e sogni.

Invece il Signore vuole Famiglia, dove nessuno è allarmato, tenuto a freno, bloccato, messo in buca. Magari per timore di perdere la quiete famigliare, il posticino che ha, le finte sicurezze che si è ritagliato o preso in elemosina.

Papa Francesco ad es. non vuole che le conquiste ci spaventino e trattengano, ma che da consanguinei del nostro lato eterno, siamo i primi a vibrare d'ideali profetici. E speronare le false convinzioni che non inquietano - anzi, ci mettono in letargo - per stimolare ambiti ideali più grandiosi per qualità d’umanizzazione.

Anche il poco che ciascuno ha in dote può essere investito - attraverso un contributo da porgere, a disposizione di tutti.

Ciò è quel che avviene nella comunità che ci valorizza: la Chiesa ministeriale [«banca» del v.27] che proietta e dilata all’infinito le risorse, il Pane spezzato, i “beni” del Regno di Dio.

Ciò che promuove le persone e rivela la Presenza di Dio è personale e unico, tuttavia non deve permanere come raro.

Ciascuno ha un’occasione di apostolato, la sua attitudine d’amicizia e sue competenze… sono territori ed energie da esplorare senza limiti, affinché vengano condivise, rese sapienziali e propulsive.

Come ha dichiarato il Pontefice:

«L'incapacità degli esperti di vedere i segni dei tempi è dovuta al fatto che sono chiusi nel loro sistema; sanno cosa si può e non si può fare, e stanno sicuri lì. Interroghiamoci: sono aperto solo alle mie cose e alle mie idee, oppure sono aperto al Dio delle sorprese?».

Chiunque si aggiorna, si confronta, s’interessa e dà un contributo - senza farsi travolgere dalla routine, dal timore, dalla fatica - vede la propria ricchezza umana e spirituale crescere e fiorire.

Viceversa, nessuno si sorprenderà che le situazioni di retroguardia o astratte e disincarnate - estenuanti, benché in sé fiacche, esaurite, prive di spina dorsale e solo noiose ovvero fantasiose - subiscano ulteriori flessioni e infine periscano senza lasciare rimpianti (vv.27-30).

 

In queste catechesi del capitolo 25 l’evangelista Mt cerca di far comprendere, aiutare e fare da molla alle sue comunità, ricordando che Gesù stesso non era sotto scorta, ma una figura coinvolta, volenterosa.

Non lasciava correre, ma entrava dentro, in merito alle questioni - né diceva: ma che figura ci faccio?

Neppure ha voluto limitarsi a lottare per un cambiamento giuridico apprezzabile e necessario - ma standosene a distanza di sicurezza.

Ha invece incarnato il dono di sé, tracciando la Via della scelta sociale in prima persona, con arduità d’intraprenderla; senza nulla collocare in cassaforte, per timore.

Parafrasando l’enciclica Fratelli Tutti (n.262) diremmo: sapeva che neppure le norme erano sufficienti «se si pensa che la soluzione ai problemi consista nel dissuadere mediante la paura».

Il Signore infatti frequentava i fuori del giro e le figure intermedie; si teneva alla larga dagli ambienti invidiosi e con la puzza sotto il naso. Agiva in modo laborioso, “artigianale” (FT n.217) e mettendoci la faccia; non predicava agli altri ex cathedra.

 

Aveva alternative?

Certo: non muoversi, non custodire i minimi, non proteggerli, limitarsi, tenere la bocca chiusa; eventualmente aprirla, ma solo per adulare i potenti, gli affermati e ben introdotti.

Rinunciando a lottare e intraprendere vie tortuose, non avrebbe avuto problemi.

E se alla mediocrità comune delle guide spirituali del tempo avesse aggiunto l'omertà, avrebbe potuto benissimo fare carriera.

Ma anche per noi: il gioco al ribasso e sul sicuro atrofizza la vita personale e sociale, non fa crescere un nuovo Regno - lo perde.

 

 

 

In tutti, qualcosa di uguale e disuguale

 

Il Vangelo […] è la parabola dei talenti, tratta da san Matteo (25,14-30). Racconta di un uomo che, prima di partire per un viaggio, convoca i servitori e affida loro il suo patrimonio in talenti, monete antiche di grandissimo valore. Quel padrone affida al primo servitore cinque talenti, al secondo due, al terzo uno. Durante l’assenza del padrone, i tre servitori devono far fruttare questo patrimonio. Il primo e il secondo servitore raddoppiano ciascuno il capitale di partenza; il terzo, invece, per paura di perdere tutto, seppellisce il talento ricevuto in una buca. Al ritorno del padrone, i primi due ricevono la lode e la ricompensa, mentre il terzo, che restituisce soltanto la moneta ricevuta, viene rimproverato e punito.

E’ chiaro il significato di questo. L’uomo della parabola rappresenta Gesù, i servitori siamo noi e i talenti sono il patrimonio che il Signore affida a noi. Qual è il patrimonio? La sua Parola, l’Eucaristia, la fede nel Padre celeste, il suo perdono… insomma, tante cose, i suoi beni più preziosi. Questo è il patrimonio che Lui ci affida. Non solo da custodire, ma da far crescere! Mentre nell’uso comune il termine “talento” indica una spiccata qualità individuale – ad esempio talento nella musica, nello sport, eccetera –, nella parabola i talenti rappresentano i beni del Signore, che Lui ci affida perché li facciamo fruttare. La buca scavata nel terreno dal «servo malvagio e pigro» (v. 26) indica la paura del rischio che blocca la creatività e la fecondità dell’amore. Perché la paura dei rischi dell’amore ci blocca. Gesù non ci chiede di  conservare la sua grazia in cassaforte! Non ci chiede questo Gesù, ma vuole che la usiamo a vantaggio degli altri. Tutti i beni che noi abbiamo ricevuto sono per darli agli altri, e così crescono. È come se ci dicesse: “Eccoti la mia misericordia, la mia tenerezza, il mio perdono: prendili e fanne largo uso”. E noi che cosa ne abbiamo fatto? Chi abbiamo “contagiato” con la nostra fede? Quante persone abbiamo incoraggiato con la nostra speranza? Quanto amore abbiamo condiviso col nostro prossimo? Sono domande che ci farà bene farci. Qualunque ambiente, anche il più lontano e impraticabile, può diventare luogo dove far fruttificare i talenti. Non ci sono situazioni o luoghi preclusi alla presenza e alla testimonianza cristiana. La testimonianza che Gesù ci chiede non è chiusa, è aperta, dipende da noi.

Questa parabola ci sprona a non nascondere la nostra fede e la nostra appartenenza a Cristo, a non seppellire la Parola del Vangelo, ma a farla circolare nella nostra vita, nelle relazioni, nelle situazioni concrete, come forza che mette in crisi, che purifica, che rinnova. Così pure il perdono, che il Signore ci dona specialmente nel Sacramento della Riconciliazione: non teniamolo chiuso in noi stessi, ma lasciamo che sprigioni la sua forza, che faccia cadere muri che il nostro egoismo ha innalzato, che ci faccia fare il primo passo nei rapporti bloccati, riprendere il dialogo dove non c’è più comunicazione… E così via. Fare che questi talenti, questi regali, questi doni che il Signore ci ha dato, vengano per gli altri, crescano, diano frutto, con la nostra testimonianza.

Credo che oggi sarebbe un bel gesto che ognuno di voi prendesse il Vangelo a casa, il Vangelo di San Matteo, capitolo 25, versetti dal 14 al 30, Matteo 25, 14-30, e leggere questo, e meditare un po’: “I talenti, le ricchezze, tutto quello che Dio mi ha dato di spirituale, di bontà, la Parola di Dio, come faccio che crescano negli altri? O soltanto li custodisco in cassaforte?”.

E inoltre Il Signore non dà a tutti le stesse cose e nello stesso modo: ci conosce personalmente e ci affida quello che è giusto per noi; ma in tutti, in tutti c’è qualcosa di uguale: la stessa, immensa fiducia. Dio si fida di noi, Dio ha speranza in noi! E questo è lo stesso per tutti. Non deludiamolo! Non lasciamoci ingannare dalla paura, ma ricambiamo fiducia con fiducia! La Vergine Maria incarna questo atteggiamento nel modo più bello e più pieno. Ella ha ricevuto e accolto il dono più sublime, Gesù in persona, e a sua volta lo ha offerto all’umanità con cuore generoso. A Lei chiediamo di aiutarci ad essere “servi buoni e fedeli”, per partecipare “alla gioia del nostro Signore”.

(Papa Francesco, Angelus 16 novembre 2014)

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
These words are full of the disarming power of truth that pulls down the wall of hypocrisy and opens consciences [Pope Benedict]
Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze [Papa Benedetto]
While the various currents of human thought both in the past and at the present have tended and still tend to separate theocentrism and anthropocentrism, and even to set them in opposition to each other, the Church, following Christ, seeks to link them up in human history, in a deep and organic way [Dives in Misericordia n.1]
Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda [Dives in Misericordia n.1]
Jesus, however, reverses the question — which stresses quantity, that is: “are they few?...” — and instead places the question in the context of responsibility, inviting us to make good use of the present (Pope Francis)
Gesù però capovolge la domanda – che punta più sulla quantità, cioè “sono pochi?...” – e invece colloca la risposta sul piano della responsabilità, invitandoci a usare bene il tempo presente (Papa Francesco)
The Lord Jesus presented himself to the world as a servant, completely stripping himself and lowering himself to give on the Cross the most eloquent lesson of humility and love (Pope Benedict)
Il Signore Gesù si è presentato al mondo come servo, spogliando totalmente se stesso e abbassandosi fino a dare sulla croce la più eloquente lezione di umiltà e di amore (Papa Benedetto)
More than 600 precepts are mentioned in the Law of Moses. How should the great commandment be distinguished among these? (Pope Francis)
Nella Legge di Mosè sono menzionati oltre seicento precetti. Come distinguere, tra tutti questi, il grande comandamento? (Papa Francesco)
The invitation has three characteristics: freely offered, breadth and universality. Many people were invited, but something surprising happened: none of the intended guests came to take part in the feast, saying they had other things to do; indeed, some were even indifferent, impertinent, even annoyed (Pope Francis)
L’invito ha tre caratteristiche: la gratuità, la larghezza, l’universalità. Gli invitati sono tanti, ma avviene qualcosa di sorprendente: nessuno dei prescelti accetta di prendere parte alla festa, dicono che hanno altro da fare; anzi alcuni mostrano indifferenza, estraneità, perfino fastidio (Papa Francesco)
Those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" (Pope Benedict)
Proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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don Giuseppe Nespeca

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