Mar 14, 2026 Scritto da 

Cosa può fare Gesù di fronte alla morte?

Il Signore della Vita (o il segno pallido)

(Gv 11,1-45)

 

La scorsa Domenica il Vangelo ci ha fatto riflettere sul segno dell’apertura degli occhi.

Persino nei perdenti, può esserci crescita nella consapevolezza della dignità e vocazione personale per Fede.

Rimane un interrogativo: una Luce, se donata a tempo... forse non serve granché.

Cristo ci trasmette una coscienza colma di percezioni e capace d’intrapresa sapienziale, spirituale, missionaria - ma esiste una Meta finale o tutto si conclude qui?

Se dobbiamo cavarcela da soli, che senso hanno le Promesse bibliche? 

Come mai sentiamo desideri di Pienezza, poi il tuffo nel nulla?

Dov’è l’Amore e l’onnipotenza di Dio? E il Risorto, vita dell’Eterno presente fra noi? La sua stessa vita non ci è stata già donata?

L’evento della morte sconcerta, e quella di un amico di Dio in comunità [Betania] forse accentua gli interrogativi sul senso del nostro credere e impegnarci a fondo.

Per quale motivo nel momento del massimo bisogno, il Signore lascia che cadiamo? Perché sembra non esserci (v.21)?

Tuttavia comprendiamo che riuscire a portare avanti un’interminabile vecchiaia non sarebbe una vittoria sulla morte.

La credenza delle antiche culture è che quando gli dèi formarono l'umanità le attribuirono morte, e trattennero per sé la vita.

Chiunque fosse andato alla disperata ricerca della mitica erba che rende giovane il vecchio doveva rassegnarsi: morire significava partire per un paese senza ritorno.

Lasciando perire anche i suoi più cari amici, Gesù ci educa: non è sua intenzione procrastinare l’esistenza biologica (vv.14-15), né semplicemente migliorarla un pochino.

Cristo non è un ‘medico’ che viene a dilazionare l’appuntamento con la morte, bensì Colui che vince la morte - perché la trasforma in una Nascita.

Del resto, una vita davvero autentica, umana e umanizzante, ha necessità di guardare in faccia la nostra condizione.

Salute e vita fisica sono doni che ognuno vuol prolungare, ma che al termine devono essere consegnati, nell’Approdo che non scalfisce più.

Eterna [nei Vangeli, la stessa Vita dell’Eterno: Zoè aiònios] non è questa forma di vita [nei Vangeli: Bìos - magari potenziata] bensì solo i suoi tempi dell’amore forte.

Questa l’autenticità della grazia da chiedere e sviluppare. Perennità cui porgere risposta, condizione unica che non ci dà scacco.

 

Il Mondo Definitivo non interferisce con il decorso naturale, sebbene esso possa già manifestarsi - nella realtà intima e di coesistenza poliedrica.

Ma tale esperienza superiore [di Alleanza anche coi disagi] si annida unicamente in ciò che è qualità indistruttibile; personale, e nelle micro e macro relazioni.

In particolare, la Comunione: unico segno della forma di Vita che si prende carico ma non vacilla, non ha limiti, e non avrà fine.

Per questo motivo il Signore non entra nel “villaggio” dove altri sono andati a consolare e fare le condoglianze.

Vuole che Maria esca dalla casa dove tutti piangono disperati e porgono cordoglio funebre - come se tutto fosse finito.

Intende tirarci fuori dal “piccolo borgo” dove si crede che la fine terrena possa essere insensatamente solo dilazionata, fino al sepolcro senza futuro.

Ci vuole decisamente fuori dal paesotto dove tutti sono in lutto e restano con la finta consolazione delle pratiche esequiali, ‘sollievo’ condito solo di belle frasette.

La naturale commozione per il distacco non trattiene le lacrime, che spontaneamente «scorrono dagli occhi, scivolano giù» [dakryein-edakrysen].

L’emozione non produce un pianto scomposto e urlato [klaiein] come quello inconsolabile dei giudei [vv.33.35 testo greco; la traduzione italiana fa confusione].

Nessun commiato. Per questo motivo, segue l’ordine di togliere la pietra che a quel tempo chiudeva le tombe (v.39).

Il forte richiamo è assolutamente imperativo: i ‘defunti’ non sono ‘morti’, come credono le religioni antiche; la loro vita prosegue.

 

«Lazzaro, qui fuori!» [v.43 testo greco]: è il grido della vittoria della vita

Nell’avventura di Fede in Cristo scopriamo che la vita non ha pietre sopra.

Basta, gemere per situazioni mortifere. Esse ci accostano alle nostre radici, e alla fioritura piena.

E smettiamo di piangere i “morti”!

L’appello che il Signore fa oggi - ancora dopo due millenni! - è che non esiste un mondo inabissato di scomparsi.

Rispetto all’andare sulla terra, i passati a miglior vita non sono ben separati da noi; in luogo a se stante, privo di comunicazione con l’attuale.

Le credenze arcaiche immaginavano infatti che l’Ade o lo Sheôl fosse una grotta buia, intrisa di nebbia, qua e là popolata di larve inconsistenti e vaganti.

Il mondo dei vivi non è separato da quello dei defunti.

«Lazzaro si è addormentato» (v.11), ossia: non è un decaduto, perché gli uomini non muoiono. Essi passano dalla vita creaturale [bìos] alla Vita piena [Zoè].

Il defunto ha lasciato questo mondo ed è entrato nel mondo di Dio, ri-Nato e generato al suo essere autentico, completo, definitivo.

Quindi: «Scioglietelo e lasciatelo andare!».

Insomma, Lazzaro non è semplicemente finito nella fossa, né ben rianimato da Cristo egli si ripresenta in questa forma di vita per un altro tratto… inesorabilmente segnato dal limite.

Nel racconto, infatti, mentre tutti vanno verso Gesù, Lazzaro no.

Non è questo ciò che Gesù può fare di fronte alla morte. Egli non immortala questa condizione, altrimenti l’esistenza continuerebbe ad essere un’inutile fuga dall’appuntamento decisivo.

Ed è ora di finirla di singhiozzare la persona cara: «defunta», non ‘morta’.

Non dobbiamo trattenerla con visite ossessive, memorie tormentate, talismani, condoglianze: lasciamo che esista felice nella sua nuova condizione!

Vita per noi e Vita per coloro che sono già fioriti nel mondo della Pace di Dio - dove  si vive appieno: gli uni con gli altri e gli uni per gli altri.

 

Condizione che in tal guisa possiamo prefigurare, sciogliendo non pochi blocchi intimi, impedimenti esterni, e lacci relazionali; annegati negli umori dell’amarezza, della costernazione, dell’abbattimento:

 

«Anche oggi Gesù ci ripete: “Togliete la pietra”. Dio non ci ha creati per la tomba, ci ha creati per la vita, bella, buona, gioiosa.

Dunque, siamo chiamati a togliere le pietre di tutto ciò che sa di morte: ad esempio, l’ipocrisia con cui si vive la fede, è morte; la critica distruttiva verso gli altri, è morte; l’offesa, la calunnia, è morte; l’emarginazione del povero, è morte.

Il Signore ci chiede di togliere queste pietre dal cuore, e la vita allora fiorirà ancora intorno a noi.

Cristo vive, e chi lo accoglie e aderisce a Lui entra in contatto con la vita. Senza Cristo, o al di fuori di Cristo, non solo non è presente la vita, ma si ricade nella morte.

Ognuno di noi sia vicino a quanti sono nella prova, diventando per essi un riflesso dell’amore e della tenerezza di Dio, che libera dalla morte e fa vincere la vita».

[Papa Francesco, Angelus 29 marzo 2020]

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Di fronte a un lutto, che atmosfera percepisci in casa, in chiesa, al cimitero, durante le esequie? E le condoglianze, che effetto ti fanno?

 

 

Su Betania [prosieguo del passo di Lazzaro]:

 

Gesù Viene alla Festa, ma da clandestino

(Gv 11,45-56)

 

Cristo è tutto quello che le feste ebraiche avevano promesso e proclamato.

Esse decifravano autorevolmente, ma in modo incosciente (i vv.47-52 si compiacciono di parole a doppio senso).

Il sommo sacerdote parlava infatti in nome di Dio: interpretava la situazione in modo divinamente ispirato.

In Cristo ci si avviava alla realizzazione della promessa fatta ad Abramo: si chiudeva l’epoca della dispersione degli uomini.

La Croce avrebbe realizzato la vocazione del Tempio: la ricomposizione del popolo e l’unità dell’essere umano dalla terra arida e lontana, nella condivisione e gratuità.

Ma quale poteva essere anche per Gesù il punto di partenza (energetico) per non ritirarsi dentro i limiti del proprio ambiente fin nei dettagli, e attivare un cammino di rinascita?

La comunità di Betania [«casa dei poveri»] è immagine delle prime realtà di fede, indigenti e composte di soli fratelli e sorelle, senza autorità cooptate e preposte. A misura di persona.

Dove si potevano sciogliere quei legami che impedivano di andare oltre il già conosciuto. Senza patriarchi dal controllo tarato, ossessivo e vendicativo - dove non ci si guarda.

Nido di relazioni sane, che riusciva a dare un senso anche alle ferite.

 

È il solo luogo in cui Gesù si trovava a suo agio, ossia l’unica realtà in cui lo possiamo ancora riconoscere vivo e presente in mezzo - anzi, Sorgente di vita per modesti e bisognosi.

Stride nel passo di Vangelo il confronto con la volgare astuzia dei direttori e la dimensione fuori-scala dei luoghi e feste comandate.

Come se lì nessuna linfa scorresse tra Santità di Dio e vita reale delle persone dimesse.

Malgrado il Maestro compisse il bene - come in tutti i regimi, non mancavano i delatori (v.46).

D’altro canto, buona parte degli abitanti di Gerusalemme trovavano nell’indotto delle attività del Tempio il loro sostentamento materiale.

Figuriamoci se i primi della classe si sarebbero lasciati strappare l’osso di bocca, per andare dietro a uno sconosciuto che intendeva soppiantare l’istituzione ufficiale e le posizioni di privilegio con una utopia disadorna.

Il trono dei prìncipi della Casa fraterna era viceversa privo di cuscini, e la coordinatrice della comunità una donna: Marta [«signora»]. Leader a rovescio, servizievole.

Tutt’Altro che difesa reazionaria di posizioni privilegiate e dell’ordine antico... ancora tutte tensioni al ribasso e a “sistemare” secondo catena di comando, che mai ci danno spunti di vita nuova. Situazione vischiosa che l’iniziativa del cammino sinodale tenta finalmente di scardinare.

Sotto Domiziano queste piccole realtà alternative - sebbene premurose verso i piccoli e lontani - dovettero vivere come Gesù: clandestine.

Pagavano l’unità con la croce. Ma rinnovavano la vita dell’impero.

291
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Spirit, defined as "another Paraclete" (Jn 14: 16), a Greek word that is equivalent to the Latin "ad-vocatus", an advocate-defender. The first Paraclete is in fact the Incarnate Son who came to defend man (Pope Benedict)
Spirito, definito "un altro Paraclito" (Gv 14,16), termine greco che equivale al latino "ad-vocatus", avvocato difensore. Il primo Paraclito infatti è il Figlio incarnato, venuto per difendere l’uomo (Papa Benedetto)
When Christians are truly convinced of this, their lives are transformed. This transformation results not only in a credible and compelling personal witness but also in an urgent and effective communication - likewise through the media - of a living faith which paradoxically increases as it is shared. It is consoling to know that all who bear the name Christian share this same conviction [John Paul II]
Quando i cristiani sono sinceramente convinti di questo, la loro vita si trasforma, e questa trasformazione si manifesta non solo nella testimonianza personale, ma anche nell'impellente ed efficace comunicazione - anche attraverso i media - di una fede viva che, paradossalmente, si accresce quando viene condivisa. È consolante sapere che tutti coloro che assumono il nome di cristiani condividono la stessa convinzione [Giovanni Paolo II]
It is sad to see good bishops, good people, but busy with many things, the finances, with this, that and the other… Prayer must take first place [Pope Francis]
È triste vedere bravi vescovi, bravi, gente buona, ma indaffarati in tante cose, l’economia, e questo e quell’altro e quell’altro… La preghiera al primo posto [Papa Francesco]
Work is part of God’s loving plan, we are called to cultivate and care for all the goods of creation and in this way share in the work of creation! Work is fundamental to the dignity of a person. Work, to use a metaphor, “anoints” us with dignity, fills us with dignity, makes us similar to God, who has worked and still works, who always acts (cf. Jn 5:17); it gives one the ability to maintain oneself, one’s family, to contribute to the growth of one’s own nation [Pope Francis]
Il lavoro fa parte del piano di amore di Dio; noi siamo chiamati a coltivare e custodire tutti i beni della creazione e in questo modo partecipiamo all’opera della creazione! Il lavoro è un elemento fondamentale per la dignità di una persona. Il lavoro, per usare un’immagine, ci “unge” di dignità, ci riempie di dignità; ci rende simili a Dio, che ha lavorato e lavora, agisce sempre (cfr Gv 5,17); dà la capacità di mantenere se stessi, la propria famiglia, di contribuire alla crescita della propria Nazione [Papa Francesco]
Dear friends, the mission of the Church bears fruit because Christ is truly present among us in a quite special way in the Holy Eucharist. His is a dynamic presence which grasps us in order to make us his, to liken us to him. Christ draws us to himself, he brings us out of ourselves to make us all one with him. In this way he also inserts us into the community of brothers and sisters: communion with the Lord is always also communion with others (Pope Benedict)
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.