don Giuseppe Nespeca

don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Gv 7,37-39 (37-53)

 

La Brocca d’oro e il Fiume della Vita

(Gv 7,37-39)

 

Durante la Festa delle Capanne - in occasione della raccolta dei frutti - i sacerdoti compivano il rito dell’acqua, portandola in una brocca d’oro dalla piscina di Siloè [«Inviato»] al Tempio (dove veniva versata per chiedere la pioggia d’autunno).

Il rito è personalizzato da Gesù, che invita le folle ad abbeverarsi alla Sapienza: chi lo accoglie avrà in sé una sorgente di vita, espressione dell’oro divino che viene elargito a tutti i suoi intimi - abilitati a rinnovare ogni cosa.

Invito a venire a Cristo e dissetarsi di Lui, e Promessa dello stesso Spirito divino per chi si abbevera alla sua Persona. Qui il Signore sostituisce la Torah.

A dire: non possiamo esistere completamente senza che l'umanità si disseti alla Bevanda che procura pienezza di essere.

Il Signore corrisponde a quanto cerchiamo, e lo supera, facendo di ciascuno un santuario che irriga.

Fonte personale, abbondantissima e portatrice di correnti vitali - persino nei deserti, per trasformarli in giardino.

Pentecoste è in Cristo un momento ultimo e sorgivo. Fuoco e Onda.

 

A differenza di At 2, per narrare la manifestazione viva di Dio nei credenti il Maestro non usa l’immaginario impressionante dei fenomeni naturali del Primo Testamento [tuoni, terremoti, uragani, fulmini, fuoco].

Onde raffigurare l’effusione dello Spirito, la caduta delle barriere e il progetto di una nuova Sapienza, Gesù adopera l’immagine quieta di un’Acqua che dev’essere assorbita, che fa crescere e - nel tempo - produce vita.

Il cammino di Rivelazione e Alleanza nello Spirito si rivela progressivo - sino a Lui, in cui trova il suo apice.

Coronamento che si trasfonde nel popolo rigenerato: esso da pavido diviene annunciatore e pioniere.

La nuova Creazione, i nuovi padri e madri espressione della sua vittoria sulla morte, non nascono dalla polvere, bensì dallo stesso «sangue misto ad acqua» del Cristo «innalzato».

Flusso che ora trascorre nei suoi - per farvi germogliare vita, in modo da provvedere e rallegrare il percorso altrui.

Nel rapporto di apertura fra Dio e l’uomo (che per grazia dà il suo contributo al progetto esuberante del Cielo) anche l’intera creazione si fa partecipe del Patto di Comunione.

 

Dopo una prima Alleanza cosmica e di pace con Noè, ecco quella personale con Abramo - in vista delle «moltitudini».

Il progetto di interiorizzazione e appello personale era già spostato verso l’umanità, ma con Mosè diventa energia, disegno di Liberazione.

In Cristo il popolo eletto e santo depone ogni privilegio: si rende autentico nel recupero dei lati opposti, e universale.

“Israele” passa dal comune sentimento religioso e dal miglioramento delle consapevolezze sulla storia vissuta a fianco dell’Eterno, alla profondità del suo Cuore - sino al nostro: ossia alla reinterpretazione e avventura inedita; propriamente, di Fede.

Dai Profeti a Cristo, l’Alleanza si fa globale.

Sotto Azione improvvisa o cadenzata dello Spirito, ‘Acqua’ che travalica e deborda, ma se assimilata fa crescere - tutto e anche la difformità diventa moto verso l'Unità: persino il caos attiva le nuove coesioni.

Il Patto antico dilata ben oltre i confini.

I suoi cerchi diventano sempre più ampi - senza per questo far temere che gli accadimenti possano fuggire di mano a Dio - nei momenti della quiete e delle pause, o perfino nei rivolgimenti senza posa.

 

L’acqua che i condottieri o i profeti del Primo Testamento avevano visto sgorgare da rocce o rupi spaccate, diventa Vivente - senza più corruzioni.

 

 

Come parla quest’uomo: il primato della coscienza della plebe

(Gv 7,40-53)

 

Nel passo di Vangelo le autorità religiose giudicano tutti con disprezzo.

Chi si è sempre immaginato maestro non sarà disposto a farsi discepolo di una Rivelazione sovversiva.

Novità impensabile, e non datata, che osa sgretolare piedistalli e legalismi.

Mentre l’élite scarica Cristo, persino la gendarmeria comandata a perpetuare e sorvegliare la sicurezza del mondo antico viene sbalordita dalla forza della nuova Parola-Persona.

Il Signore sostituisce la Torah:

«Ora nell’ultimo giorno, il grande della festa, Gesù stava ritto e gridò dicendo: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, colui che crede in me. Come ha detto la Scrittura: dal suo ventre scaturiranno fiumi di Acqua vivente» (vv.37-38).

Chi viene in contatto con il nuovo Tempio è guidato dall’intima radice che ha in grembo, e vuole riconoscerla in sé.

Nonché dare vita, promuoverla; amare, rallegrare la vita stessa.

Diventa egli stesso un Santuario gorgogliante, che inizia a pensare e agire in coscienza - a partire dal proprio nocciolo (forse soffocato, ma indistruttibile).

Una lezione di pensiero dal basso, data ai “superiori”.

Esempio che rivaluta il giudizio teologico dell’empia plebe (v.49).

Ed è curioso che la disubbidienza che salva dal sequestro il Cristo presente nei suoi fedeli abbia origine dalla mancanza di conoscenza minuta della Legge.

 

C’è gran confusione di opinioni riguardo a Gesù, in mezzo alla gente. 

Per le sette che hanno instaurato la tirannia delle norme fa difficoltà la sua origine imprevista, non misterica né travolgente - inaccettabile per il pensiero tarato.

Qualcuno lo ritiene figlio di Davide, altri un Profeta; un ingannatore o un uomo buono (v.12) ovvero qualcuno che non ha gli studi (v.15).

Il punto è che Egli non viene a imporre di nuovo la disciplina vetusta, né a rabberciarne i costumi.

Neppure a purificare il Tempio, rinnovandone la pratica propiziatoria. 

Cristo lo soppianta con l’adesso della realtà che rivela un inconcepibile Volto di Dio, che si coglie e dilata anche dal di dentro di ciascuno di noi.

Non è affatto la tranquilla riconferma delle solite cose.

La Tradizione (scritta e orale) vanta argomenti radicati, ma la sua fama provoca confusione e confronto duro tra tifoserie opposte, [anche oggi] alla moda o meno.

In tutto ciò non si trova mai nulla di eccezionale.

 

Fondamentale è capire che non abbiamo più bisogno di mandanti.

Il discrimine è la Persona, nell’unicità della sua Vocazione; non il punto di vista corrispondente a una grandezza o una mania.

È nel Figlio inatteso che giunge il presente e il futuro - non in un codice d’idee che possa riassumere gli spunti del “successo” e imbelletti il già trascorso.

 

Dice il Tao Tê Ching (ii): «Il santo attua l’insegnamento non detto». Commenta il maestro Wang Pi: «La spontaneità gli basta. Se governa corrompe».

Nell’intimo di ciascuno dimora una naturalezza che insegna, anche ai maestri della legge.

La spontaneità non ci porterà alla debole difesa di Gesù fatta da Nicodemo (vv.51-53) che per salvare la situazione si appoggia su un’altra legge, ovvia del resto.

Quando si smette di voler essere solo dipendenti - come chi è “chiamato” ad arrestare il nuovo che si affaccia - arriva lo stupore, la vertigine di Dio; differenti interessi.

Il Cristo-icona di Gv 7 vuole sviluppare in noi l’immagine e il talento innato del maestro di spirito che semplicemente attinge dall’esperienza personale del Padre, di sé e della realtà.

Non dobbiamo aspettarci che le risposte arrivino sempre da qualcuno fuori, valutato più esperto - cui invece siamo noi a dover insegnare il nuovo che viene per salvarci.

La Vocazione per Nome è affidata al Rabbi sconosciuto che ci abita già - e vuole affiorare, esprimendo il divino inconscio già presente.

 

L’Oro indispensabile, senza pesi mentali indotti: solo in coscienza e carattere.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

Mi sento in grado di ricevere il messaggio della Vita, o sono ancora inceppato nel meccanismo degli omologati che si turano occhi e orecchi?

Rimango sensibile al richiamo del Signore persino nei dettagli di una vita senza gloria o sotto inchiesta?

Solennità di Pentecoste, Tradizione viva

 

Negli Inni Sacri Manzoni paragona la caduta spirituale dell’umanità al precipitare di una gran pietra lungo uno «scheggiato» pendio; masso che infine «batte sul fondo e sta».

Per natura non abbiamo le capacità di risospingere il nostro macigno, rotolato a valle e «abbandonato all’impeto di rumorosa frana» [né appunto provvedere ai suoi fracassi].

Ma il Signore conosce l’uomo nel suo bisogno, e sa che non di rado - nel tempo del nostro disagio - esprimendoci anche affrettatamente, peggioriamo le situazioni.

È una condizione, più che una colpa.

Il Cielo Viene per aiutarci a interiorizzare; per imboccare la via della Felicità indistruttibile, evitando che le lacerazioni distruggano anche l’anima.

A tale scopo lo Spirito dispone a vivere un’Attinenza eminente, di Dimora e reciprocità, d’interpretazione e Radice.

Il suo vento potente - Ruah - viene chiamato «Santo» sia per la qualità suprema che per la sua attività: «santificare» ossia separare le persone dalla voragine dell’autodistruzione.

E un discernimento profondo sul tema vita-morte non è alla nostra portata.

Per questo ben quattro dei tradizionali sette Doni dello Spirito Santo hanno un carattere di profondo sapere.

 

La comprensione globale sulle cose è quanto caratterizza il Dono di Sapienza [dal latino sāpere, avere sapore] che trasmette all’esistere concreto il gusto di Dio stesso.

La Sapienza infonde nel credente una comprensione sottile, dal punto di vista divino, sul panorama e sui singoli tratti del nostro percorso: dubbioso, incerto, condizionato da situazioni a contorno.

L’occhio di Dio coglie la persona nella sua radicale indigenza, che cerca un completamento (proprio mentre l’affanno dei tentativi o dei pareri e degli influssi esterni gioca brutti scherzi).

Per questo motivo, nell’ascetica tradizionale la Sapienza - metro di Dio - si considerava recasse a perfezione la virtù teologale della Carità. 

Insomma, l’uomo in sé non è autonomo: necessita di essere colmato e salvato.

Sapienza è fonte d’intuito dei nostri limiti: principio di tolleranza altrui. 

Essa ci trasmette una equilibrata connaturalità, e un diverso ‘profumo’ nelle relazioni; pilastro d’una vita dedicata al bene.

Il Dono d’Intelletto [intus-lēgere, leggere dentro le cose] fa scoprire la trama di Dio nella storia e aiuta a valutare se stessi.

Decifrando i segni del tempo con acume di vista, scopriamo la dimensione non puramente terrena delle vicende. In tal guisa, grani divini deposti nel creato e negli accadimenti.

Vediamo in profondità: per questo era considerato Dono che porta a perfezione la virtù teologale della Fede: guida al cuore delle cose e non lascia che giudichiamo banalmente.

Il Consiglio conduce in vetta l’esercizio valutativo della virtù cardinale della Prudenza.

Un tempo i padri spirituali lo associavano alla spiegazione del brano dell’adultera: lei salvata dagli ipocriti e i vecchi marpioni resi immediatamente e finalmente coscienziosi.

Dono che ci fa capire il Disegno della Salvezza e aiuta a decidere per il meglio in situazioni d’impellenza imprevista o pericolo immediato.

È capacità di discernimento contro la precipitazione.

Il Consiglio accentua il dialogo e la sinergia in ordine alla pratica e alle prospettive di realizzazione personale.

Ad es: quante volte siamo stati in ascolto dei consigli di genitori e nonni - per capire il mondo e far tesoro delle loro esperienze e competenze!

Per noi che a fatica scopriamo le cose a portata di mano, tale Dono spalanca la Direzione di Dio: cosa è conveniente in ordine alla nostra maturità e al Fine ultimo.

Il Dono di Scienza porta anch’esso a perfezione la virtù di Fede, in quanto fa comprendere il valore (straordinario) e il limite (così ordinario) delle creature.

La Scienza dall’alto non consente di cadere nel materialismo, né nel disprezzo delle cose mondane - che ultimamente è diniego dell’opera ineffabile e suprema del Creatore.

Dall’indescrivibilmente piccolo della Fisica dei Quanti, all’infinitamente grande della Relatività [e il loro strano universo di mancate correlazioni] sbalordiamo di Dio.

Tutto parla di Lui e può condurci all’Eterno. Tuttavia, nulla lo cattura in modo assoluto.

Conoscere la realtà ad ampio spettro - nonché il contributo vitale di differenti punti di vista e culture - può far capire anche il prossimo.

E induce a comportarsi con competenza fra le cose: del pensiero, della psiche, dell’anima.

L’amore non sorretto da una capacità di versato discernimento non di rado va alla deriva.

Nell’era dei finti intenditori e dirigisti, non c’è forse cosa più devastante d’un impreparato scatenato nell’azione.

Mio padre falegname sapeva che il migliore del suo campo non è l’artigiano che fa più trucioli.

Gli antichi padri spirituali ribadivano volentieri: «per Scientiam homo cognoscit defecus suos et rerum mundanarum».

Lo vediamo negli insegnamenti approssimativi e persino nei parossismi delle teologie divorate dalla vanità: intimistiche e chiuse, o praticone ma esterne; disincarnate, favolistiche, o balorde.

Grazie al Dono di Fortezza, riconoscendoci deboli diamo spazio al vigore di Dio, non solo nelle grandi prove.

L’azione di spillo può sgretolare la nostra vita, più di una sciabolata.

E chi non ha forza interiore è malato, nelle difficoltà conformista; si barcamena e se ne lava le mani.

Il minimalismo attenua, snerva, fa diventare uomini-bonsai, che vegetano a lungo - restando rattrappiti.

Costanza, coraggio e tenacia sono un aiuto alla debolezza; solo con grinta diamo il meglio, anche nella relazione con Dio - perfezionando la stessa virtù cardinale della fortezza.

Il Dono di Pietas - virtù famigliare - infonde alla religione il cuore; il carattere d’intimità e tenerezza.

È sentimento figliale che integra e dirada la paura dello schiavo di fronte al padrone.

Un tempo era considerato Dono che portava in vetta la virtù cardinale della Giustizia [verso Dio] non come dovere di culto, bensì espressione di amicizia.

Riconoscimento della Gratuità ricevuta senza merito: creaturale e redentiva.

Il Timore di Dio guidava infine a perfezione la virtù teologale della Speranza, carattere dell’essere vivente che tutto attende dal Padre.

 

La Pentecoste era una festa ebraica che celebrava il dono della Legge. Il cambio di passo della Fede l’ha trasformata nel compleanno del popolo che dispiega nella storia il Volto amabile del Signore.

Non per una differente dottrina, ma per l’Azione d’un Motivo e Motore che ci porta, e rinnova il mondo in modo che non t’aspetti.

Magari con virtù passive più che attive. Grazie a un Sapere infuso o innato, spontaneo e naturale, più che artificiale.

Dimorando nella Persona ricondotta alla Sorgente e nella trama del Noi, il Padre non si pronuncia emanando leggi come il Dio-padrone delle religioni antiche.

Piuttosto, si esprime nella creatività polifonica della vita e nell’inedito dell’amore - unico linguaggio convincente, in grado di edificare. 

Comprensibile a tutti.

Insomma, nella convivialità delle differenze ciascuno è se stesso, in rapporto di scambio arricchente.

Trasparenza nella carne della condizione celeste.

Così l’Incarnazione continua: riflesso nell’umano dell’unità, verità e intensità d’intesa Padre-Figlio.

Qui anche la polvere può diventare Splendore, perché il complesso delle virtù cardinali individuali e teologali viene sublimato e perfezionato nella Relazione: il Noi dello Spirito.

Tale Eros fondante è tutt’Altro: addirittura in grado di trasmutare la nostra incoerenza in stato energetico per Nuovi Orizzonti.

Incapaci di peccato

(At 2,1-11)

 

Pentecoste è la festa del Dono, semplicemente. Il linguaggio di Atti degli Apostoli è piuttosto impressionante e colorito: infarcisce l’evento con prodigi simbolici che è bene decifrare.

Tuoni, folgori, vento e fuoco erano le immagini che avevano accompagnato la rivelazione della legge antica. Con esse Lc vuol sottolineare la potenza del mondo avvenire.

I rabbini sostenevano che sul Sinai le Parole di Dio avevano preso forma di settanta lingue di fuoco - a dire che l’intera Torah era destinata alle moltitudini, anche ai pagani.

Secondo interpretazione tradizionale, le Parole divine si erano rese visibili [«il popolo vedeva le voci»; testo ebraico] sotto forma di fiamme che avevano scolpito le tavole di pietra preparate da Mosè (Es 20,18).

Su tale sfondo, Lc intende presentare il dono della nuova Legge - quella dello Spirito - e impiega le medesime icone bibliche per farsi capire, non per raccontare cronache di dettaglio.

Le figure vigorose suggeriscono un’esplosione potente, che butta all’aria tutta la vita - questo il punto.

Ciò a dire: per una liberazione radicale dalle vecchie strutture che mascheravano il peccato e (troppe) doppiezze, ossessioni o quietismi, deve giungere lo Spirito divino.

Solo la sua forza inattesa e sconvolgente può cambiare la faccia della terra e far nascere trasformazioni radicali.

Impossibile ottenerlo autenticamente, generando qualsiasi rivolgimento a partire dal limite del nostro genio e muscoli.

 

È fuori dalle nostre capacità far cadere condizionamenti, barriere ataviche, e attivare la Novità poliedrica di Dio che ci umanizza.

Solo una Relazione fondante può ad es. convincere che le iniziative coraggiose e il trionfo della vita passano attraverso una forma di morte. Morte del pensiero comune, del mondo antico, di condizionamenti e mode - e del vuoto di se-stessi-a-modo.

Un’opera essenziale - per incontrare la molteplicità dei volti; propri e altrui.

Le “molte lingue parlate” stanno appunto a indicare l’universalismo ora graffiante del messaggio di Cristo e della sua Chiesa.

Il Dono viene da una Presenza ‘dentro’ noi e gli accadimenti. Ma è destinato appunto alle moltitudini, senza più barriere.

Il disastro di Babele è redento sia dall’alto che dal basso, perché qui e ora le difformità diventano risorse preziose.

Chi si lascia guidare dallo Spirito recupera le tante sfaccettature, anche dei [personali e non] lati in ombra.

In tal guisa si esprime nella lingua che tutti intendono: la Comunione, convivialità delle differenze.

È l’amore che fa tesoro di tutto e riunisce tutti (vv.7-11) facendo sparire le fissazioni idolatriche della religione selettiva - quella delle purità dalle sfumature individualiste o etniche; idolatrie legate all’estrazione culturale.

 

Tutti gli autori del Nuovo Testamento partono dalla realtà della presenza dello Spirito; Lc osa invece ‘descriverla’.

La discesa dello Spirito è dunque collocata nel giorno di Pentecoste, cinquanta giorni dalla Pasqua.

Ma in Gv (20,22) Gesù comunica lo Spirito che anima i credenti e la Chiesa… il medesimo giorno della Risurrezione.

Come la stessa liturgia propone nei suoi segni ed espressioni simboliche, il Mistero della Pasqua è Uno.

A dirla tutta: il Crocifisso «consegnò lo Spirito» già dalla Croce (Gv 19,30).

Lc descrive il denso significato dell’unico Mistero-realtà pasquale in tre “momenti”-aspetti successivi di maturazione dei discepoli.

Essi diventano ‘apostoli’ [Risurrezione, Ascensione, Pentecoste] non per trasmetterci una cronaca di fatti particolari, bensì per aiutare a comprenderne il rilievo e i molteplici aspetti.

Gv invece colloca la consegna dello Spirito dalla Croce e nella sera di Pasqua, per evidenziarlo quale Dono globale del Crocifisso Risorto.

L’autore di At pone emblematicamente tale portato nel giorno di Pentecoste, per sottolineare il rapporto e distacco dalla festività ebraica.

Festa che però forniva uno scenario perfetto: era festa di pellegrinaggio che richiamava in Gerusalemme ebrei sia palestinesi che della diaspora.

 

Le origini “ufficiali” della Comunità resa consapevole del suo compito di «Inviata in uscita» si alimentava - in più - d’un sottile riferimento allo Spirito della Creazione.

L’alito della Ruah - Spirito divino [in ebraico di genere femminile] diventa il soffio vitale e vento impetuoso che investe la «Casa» (v.2) rigenerando e costringendo i timorosi seguaci, ancora seduti al Tempio (Lc 24,53).

 

L’antica Pentecoste celebrava l’arrivo del popolo al monte Sinai e il dono della Legge [che teologizzava la festa agricola del ringraziamento per la raccolta del frumento, la quale a sua volta concludeva il ciclo della natura rinascente che aveva avuto inizio a Pasqua e precedeva la festa delle Capanne poi svolta in occasione della grande raccolta d’autunno; nella tradizione dei pastori, la Pasqua era una teologizzazione del rito apotropaico del sacrificio d’un agnello per propiziarsi l’esito della transumanza primaverile, mentre Pentecoste la sua festa conclusiva sulle alture e che precedeva il ritorno agli ovili nell’autunno successivo].

Lc vuole insegnare che lo Spirito ha sostituito la Torah: è divenuto la nuova norma di comportamento e l’unico criterio non esteriore di comunione con Dio.

L’autore evoca la tradizionale festa ebraica, quasi per comparazione - onde segnare il suo compimento-pienezza. Ma come la Pasqua, anche Pentecoste è tesa all’avvenire.

L’evangelista vuol dimostrare l’ampiezza della destinazione dello Spirito su «dodici» regioni diverse, veicolata dal fuoco della Parola (v.3) la quale abilitava all’Annuncio verso tutte le nazioni sulla terra.

Ma anzitutto Lc ha come intento di farne comprendere la reale incisività.

 

L’autore del terzo Vangelo e di At si rende conto che per ottenere opere di giustizia e amore, agli uomini non basta indicare la strada giusta.

È l’Eterno stesso che deve diventare Soggetto affidabile della storia, unico propulsore della vita.

Pertanto, Dio ha dovuto cambiare il nostro cuore: precetti e consigli non sono sufficienti a modificare l’istinto profondo di persone e popoli.

La normativa esterna ci fa solo diventare epidermici: non coglie l’intimo, non convince il cuore.

Ogni azione genuina è espressione d’una adesione profonda, d’un desiderio dell’anima, di un impulso intimo coinvolgente.

La legge dello Spirito è una sorta di fantasia al potere, ma non sta al di fuori, né richiede in sé alcuno sforzo contromano con il proprio carattere - in radice.

Il «cuore nuovo» è la vita stessa di Dio che entra in noi per trasformarci, non in termini moralistici o di modello - bensì dilatando l’esistenza in modo genuino, a partire dal seme, dal nostro nucleo.

 

Quando la Vita dell’Eterno pulsa nell’anima di chiunque, spontaneamente manifesta Dio nella storia degli uomini.

E produce le sue opere vitali - con un’azione impensabile, trasmutandoci da rovi in alberi fecondi.

Senza più artificio e doppiezza, il nostro deserto incerto diventa giardino.

Addirittura iniziamo ad amare con la qualità d’amore stessa di Dio - talora senza neanche il proposito e la disciplina, o la stessa consapevolezza di volerlo fare.

Da quando lo Spirito prende dimora in qualsiasi donna o uomo, essi non hanno più bisogno di farsi ammaestrare dall’opinione altrui: possono finalmente essere se stessi.

«E questa è la Promessa che Egli ci ha fatto: la Vita dell’Eterno. Questo vi ho scritto riguardo a coloro che cercano d’ingannarvi. E quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da Lui rimane in voi e non avete bisogno che qualcuno vi istruisca . Ma come la sua unzione v’insegna ogni cosa ed è veritiera e non mentisce, così ora rimanete in Lui com’essa vi ha istruito» (1Gv 2,25-27).

 

Tutto quanto resta esterno o lontano, svapora, e senza fatica perde consistenza.

Ciò perché non c’è più legge o pensiero cerebrale che tenga, né obblighi di contorno alcuno.

Diventiamo «incapaci di peccato»: siamo passati dal senso religioso che intimidiva e rendeva proni, alla dignità piena della Fede.

«Chiunque è nato da Dio non commette peccato perché in lui dimora un germe divino e non può peccare, perché è nato da Dio» (1Gv 3,9).

Sabato, 16 Maggio 2026 05:26

Sorgente della nuova vita

Riuniti questa mattina in questa casa di preghiera consacrata al Signore, come non evocare l’altra bella immagine che adopera san Paolo per parlare della Chiesa, quella della costruzione le cui pietre sono tutte unite, strette le une alle altre per formare un solo edificio, e la cui pietra angolare, sulla quale tutto poggia, è Cristo? E’ lui la sorgente della nuova vita che ci è donata dal Padre, nello Spirito Santo. Il Vangelo di san Giovanni l’ha appena proclamato: “Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno”. Quest’acqua zampillante, questa acqua viva che Gesù ha promesso alla Samaritana, i profeti Zaccaria ed Ezechiele la vedevano sorgere dal lato del tempio, per rigenerare le acque del Mar morto: immagine meravigliosa della promessa di vita che Dio ha sempre fatto al suo popolo e che Gesù è venuto a compiere. In un mondo dove gli uomini hanno tanta difficoltà a dividere tra loro i beni della terra e dove ci si inizia a preoccupare giustamente per la scarsità dell’acqua, questo bene così prezioso per la vita del corpo, la Chiesa si scopre ricca di un bene ancora più grande. Corpo del Cristo essa ha ricevuto il compito di annunciare il suo Vangelo fino ai confini della terra (cfr Mt 28, 19), vale a dire di trasmettere agli uomini e alle donne di questo tempo una buona novella che non solo illumina ma cambia la loro vita, fino a passare e vincere la morte stessa. Questa Buona Novella non è soltanto una Parola, ma è una Persona, Cristo stesso, risorto, vivo! Con la grazia dei Sacramenti, l'acqua che è scaturita dal suo costato aperto sulla croce è diventata una fonte che zampilla, “fiumi d’acqua viva”, un dono che nessuno può arrestare e che ridona vita. Come i cristiani potrebbero trattenere soltanto per loro ciò che hanno ricevuto? Come potrebbero confiscare questo tesoro e nascondere questa fonte? La missione della Chiesa non consiste nel difendere poteri, né ottenere ricchezze; la sua missione è di donare Cristo, di partecipare la Vita di Cristo, il bene più prezioso dell'uomo che Dio stesso ci dà nel suo Figlio.

[Papa Benedetto, omelia Istambul 1 dicembre 2006]

Sabato, 16 Maggio 2026 05:20

Semi di Verità, Spirito amico

Lo Spirito e i "semi di verità" del pensiero umano

1. Riprendendo un'affermazione del Libro della Sapienza (1,7), il Concilio Ecumenico Vaticano II ci insegna che "lo Spirito del Signore", il quale colma dei suoi doni il popolo di Dio pellegrino nella storia, "replet orbem terrarum", riempie tutto l'universo (cfr Gaudium et spes, 11). Egli guida incessantemente gli uomini verso la pienezza di verità e di amore che Dio Padre ha comunicato in Cristo Gesù.

Questa profonda consapevolezza della presenza e dell'azione dello Spirito Santo illumina da sempre la coscienza della Chiesa, facendo sì che tutto ciò che è genuinamente umano trovi eco nel cuore dei discepoli di Cristo (cfr ibid., 1).

Già nella prima metà del secondo secolo, il filosofo san Giustino poteva scrivere: "Tutto quanto è stato affermato sempre in modo eccellente e quanto scoprirono coloro che fanno filosofia o istituiscono leggi, è stato compiuto da loro attraverso la ricerca o la contemplazione di una parte del Verbo" (II Apol., 10,1-3).

2. L'apertura dello spirito umano alla verità e al bene si realizza sempre nell'orizzonte della "Luce vera che illumina ogni uomo" (Gv 1,9). Questa luce è lo stesso Cristo Signore, che ha illuminato fin dalle origini i passi dell'uomo ed è entrato nel suo "cuore". Con l'Incarnazione, nella pienezza dei tempi, la Luce è apparsa nel mondo in tutto il suo fulgore, brillando agli occhi dell'uomo come splendore di verità (cfr Gv 14,6).

Preannunciata già nell'Antico Testamento, la manifestazione progressiva della pienezza di verità che è Cristo Gesù si compie lungo il corso dei secoli per opera dello Spirito Santo. Tale specifica azione dello "Spirito della verità" (cfr Gv 14,17; 15,26; 16,13) riguarda non solo i credenti, ma, in modo misterioso, tutti gli uomini che, pur ignorando senza colpa il Vangelo, sinceramente cercano la verità e si sforzano di vivere rettamente (cfr Lumen gentium, 16).

Sulle orme dei Padri della Chiesa, san Tommaso d'Aquino può ritenere che nessuno spirito sia "così tenebroso da non partecipare in nulla alla luce divina. Infatti, ogni verità conosciuta da chicchessia è dovuta totalmente a questa 'luce che brilla nelle tenebre'; giacché ogni verità, chiunque sia che la dica, viene dallo Spirito Santo" (Super Ioannem, 1,5 lect. 3, n.103).

3. Per questo motivo, la Chiesa è amica di ogni autentica ricerca del pensiero umano e stima sinceramente il patrimonio di sapienza elaborato e trasmesso dalle diverse culture. In esso ha trovato espressione l'inesauribile creatività dello spirito umano indirizzato dallo Spirito di Dio verso la pienezza della verità.

L'incontro tra la parola di verità predicata dalla Chiesa e la sapienza espressa dalle culture ed elaborata dalle filosofie, sollecita queste ultime ad aprirsi e a trovare il proprio compimento nella rivelazione che viene da Dio. Come sottolinea il Concilio Vaticano II, tale incontro arricchisce la Chiesa, rendendola capace di penetrare sempre più a fondo nella verità, di esprimerla attraverso i linguaggi delle diverse tradizioni culturali e di presentarla - immutata nella sostanza - nella forma più adatta al mutare dei tempi (cfr Gaudium et spes, 44).

La fiducia nella presenza e nell'azione dello Spirito Santo anche nel travaglio della cultura del nostro tempo, può costituire, all'alba del Terzo Millennio, la premessa per un nuovo incontro tra la verità di Cristo e il pensiero umano.

4. Nella prospettiva del grande Giubileo dell'anno 2000, occorre approfondire l'insegnamento del Concilio a proposito di questo incontro sempre rinnovato e fecondo tra la verità rivelata, custodita e trasmessa dalla Chiesa, e le molteplici forme del pensiero e della cultura umana. Resta purtroppo ancor oggi valida la constatazione di Paolo VI nella lettera Enciclica Evangelii nuntiandi, secondo cui "la rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca" (n. 20).

Per ovviare a questa rottura, che incide con gravi conseguenze sulle coscienze e sui comportamenti, occorre risvegliare nei discepoli di Gesù Cristo quello sguardo di fede capace di scoprire i "semi di verità" diffusi dallo Spirito Santo nei nostri contemporanei. Si potrà contribuire anche alla loro purificazione e maturazione attraverso la paziente arte del dialogo, che mira in particolare alla presentazione del volto di Cristo in tutto il suo splendore.

In particolare è necessario tener ben presente il grande principio formulato dall'ultimo Concilio, che ho voluto richiamare nell'Enciclica Dives in misericordia: "Mentre le varie correnti del pensiero umano nel passato e nel presente sono state e continuano ad essere propense a dividere e persino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda" (n. 1).

5. Tale principio si mostra fecondo non solo per la filosofia e la cultura umanistica, ma anche per i settori della ricerca scientifica e dell'arte. Infatti, l'uomo di scienza che "si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono" (GS, 36b).

D'altro canto, il vero artista ha il dono di intuire e di esprimere l'orizzonte luminoso e infinito in cui è immersa l'esistenza dell'uomo e del mondo. Se è fedele all'ispirazione che lo abita e lo trascende, egli acquisisce una segreta connaturalità con la bellezza di cui lo Spirito Santo riveste la creazione.

Lo Spirito Santo, Luce che illumina le menti e divino "artista del mondo" (S. Bulgakov, Il Paraclito, Bologna 1971, p. 311), guidi la Chiesa e l'umanità del nostro tempo lungo i sentieri di un nuovo sorprendente incontro con lo splendore della Verità!

[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 16 settembre 1998]

Sabato, 16 Maggio 2026 05:03

Ritorno e ardente spirito missionario

Oggi che la piazza è aperta, possiamo tornare. È un piacere!

Oggi celebriamo la grande festa di Pentecoste, nel ricordo dell’effusione dello Spirito Santo sulla prima Comunità cristiana. Il Vangelo odierno (cfr Gv 20,19-23) ci riporta alla sera di Pasqua e ci mostra Gesù risorto che appare nel Cenacolo, dove si sono rifugiati i discepoli. Avevano paura. «Stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”» (v. 19). Queste prime parole pronunciate dal Risorto: «Pace a voi», sono da considerare più che un saluto: esprimono il perdono, il perdono accordato ai discepoli che, per dire la verità, lo avevano abbandonato. Sono parole di riconciliazione e di perdono. E anche noi, quando auguriamo pace agli altri, stiamo dando il perdono e chiedendo pure il perdono. Gesù offre la sua pace proprio a questi discepoli che hanno paura, che stentano a credere a ciò che pure hanno veduto, cioè il sepolcro vuoto, e sottovalutano la testimonianza di Maria di Magdala e delle altre donne. Gesù perdona, perdona sempre, e offre la sua pace ai suoi amici. Non dimenticatevi: Gesù non si stanca mai di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono.

Perdonando e radunando attorno a sé i discepoli, Gesù fa di essi una Chiesa, la sua Chiesa, che è una comunità riconciliata e pronta alla missione. Riconciliata e pronta alla missione. Quando una comunità non è riconciliata, non è pronta alla missione: è pronta a discutere dentro di sé, è pronta alle [discussioni] interne. L’incontro con il Signore risorto capovolge l’esistenza degli Apostoli e li trasforma in coraggiosi testimoni. Infatti, subito dopo dice: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21). Queste parole fanno capire che gli Apostoli sono inviati a prolungare la stessa missione che il Padre ha affidato a Gesù. «Io mando voi»: non è tempo di stare rinchiusi, né di rimpiangere: rimpiangere i “bei tempi”, quei tempi passati col Maestro. La gioia della risurrezione è grande, ma è una gioia espansiva, che non va tenuta per sé, è per darla. Nelle domeniche del Tempo pasquale abbiamo ascoltato dapprima questo stesso episodio, poi l’incontro con i discepoli di Emmaus, quindi il buon Pastore, i discorsi di addio e la promessa dello Spirito Santo: tutto questo è orientato a rafforzare la fede dei discepoli – e anche la nostra – in vista della missione.

E proprio per animare la missione, Gesù dona agli Apostoli il suo Spirito. Dice il Vangelo: «Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (v. 22). Lo Spirito Santo è fuoco che brucia i peccati e crea uomini e donne nuovi; è fuoco d’amore con cui i discepoli potranno “incendiare” il mondo, quell’amore di tenerezza che predilige i piccoli, i poveri, gli esclusi… Nei sacramenti del Battesimo e della Confermazione abbiamo ricevuto lo Spirito Santo con i suoi doni: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, conoscenza, pietà, timore di Dio. Quest’ultimo dono – il timore di Dio – è proprio il contrario della paura che prima paralizzava i discepoli: è l’amore per il Signore, è la certezza della sua misericordia e della sua bontà, è la fiducia di potersi muovere nella direzione da Lui indicata, senza che mai ci manchino la sua presenza e il suo sostegno.

La festa di Pentecoste rinnova la consapevolezza che in noi dimora la presenza vivificante dello Spirito Santo. Egli dona anche a noi il coraggio di uscire fuori dalle mura protettive dei nostri “cenacoli”, dei gruppetti, senza adagiarci nel quieto vivere o rinchiuderci in abitudini sterili. Eleviamo ora il nostro pensiero a Maria. Lei era lì, con gli Apostoli, quando è venuto lo Spirito Santo, protagonista con la prima Comunità dell’esperienza mirabile della Pentecoste, e preghiamo Lei perché ottenga per la Chiesa l’ardente spirito missionario.

[Papa Francesco, Regina Coeli 31 maggio 2020]

Confronti no, Eccezionalità sì

(Gv 21,20-25)

 

Ancora una volta nel quarto Vangelo si fronteggiano il passo e il carattere petrino [incerto] con quello del discepolo amato dal Signore.

Ma la pienezza di Dio traspare dall’intera Chiesa, se genuina. Le Vocazioni sono diverse. Nessuna in sé sufficiente.

Ciascuno sente l’Appello a portare avanti la propria Chiamata per Nome secondo carattere diretto, confidenziale, proprio, e passo dopo passo, senza arenarsi nei confronti.

Nessuno è modello superiore, o viceversa destinato a facsimile: l’amore erompe in modo personale, sempre libero, inedito.

L’opinione, la vicenda o curiosità altrui, è un veleno, sia per la realizzazione che per la dimensione missionaria.

Attenzione dunque alle dicerie, alle congetture, all’immagine, anche diffuse sul territorio.

Soprattutto in situazioni di monopolio, porterebbero all’omologazione, alla “vita media”, al collasso.

Bando ai paragoni:

«Me, segui» (v.22) significa aderire a un Cielo che abita ciascun figlio - e in Comunione, non in branco.

A ogni energia, storia, e sensibilità esclusiva, corrisponde un modo riservato, irripetibile, di essere discepoli.

Differenze e legami si ricompongono nello Spirito, che sa dove andare - chiamando ogni personalità singolare a dimensioni d’esistenza raccolta o estroversa - nella propria Radice.

Chi è spinto più all’azione [o riflessione] non deve indugiare, né volgersi indietro; piuttosto, immergersi.

Ciascuno è nel punto giusto. Non deve smarrire la strada unica.

Insomma, l’amore autentico non ha fondamenta generiche, bensì impredicibili, singolari, insolite; di rilievo comunque, sebbene “scorrette”.

Non dobbiamo distrarci dal nostro scopo naturale e spirituale innato.

 

Il mistero che avvolge Cristo dispiegato nel suo Popolo è inesauribile, e anche noi siamo chiamati in prima persona a ‘scrivere’ senza timori un caratteristico Vangelo (v.25) [cf. Gv 20,29-30].

La differenza tra religiosità antica e vita di Fede? Non siamo fotocopie d’una condotta persistente, bensì inventori e battistrada.

Cristo vuol essere reinterpretato in prima persona e nella convivialità delle differenze.

A ciascuno il Maestro riconosce un suo agire. Il consenso non c’entra con la Vocazione.

Invece spesso ci sediamo in armature esterne, e forse misuriamo anche il progetto di vita, il segno dei tempi, il dono, lo stimolo, il Segreto dei fratelli, con la stessa miopia di programmi commisurati.

Dio si riserva appunto d’indicarlo Lui a ciascuno. Oltre ogni ‘mappa’ e organigramma.

Poi, anche le “stabilità” sono parziali, attendono un compimento.

Chi scommette sulla Via della Fede sa di doversi allontanare dallo spirito di unilateralità.

Lo stesso vigore del cammino chiede la sosta quieta e il convergere. 

Anche il “restare” lancia infine una sua energia tranquilla proprio alle iniziative... così via.

I modi della sequela che risuonano in fondo al cuore sono tanto vari quante le persone, gli accadimenti, i ritmi commisurati all’anima, le età.

Essi abbracciano la medesima Proposta - senza che in tale poliedricità si perda il Mistero perdurante, né alcun legame.

 

Solo qui, Mondo reale, Persona, Natura ed Eternità si alleano.

 

 

[Sabato 7.a sett. di Pasqua, 23 maggio 2026]

Confronti no, Eccezionalità sì

(Gv 21,20-25)

 

Ancora una volta nel quarto Vangelo si fronteggiano il passo e il carattere petrino (incerto) con quello del discepolo amato dal Signore.

In lui anche noi siamo chiamati a una personalità sciolta e liberale [più tipica delle comunità giovannee dell’Asia Minore] che rifletta un animo meno rigido e profeticamente superiore rispetto alla chiesa apostolica ufficiale - ancora giudaizzante.

I primi cristiani attendevano imminente la cosiddetta seconda Venuta del Signore.

Alcune chiese, di fronte al decesso dei seguaci, iniziarono a immaginare che almeno alcuni di loro sarebbero sopravvissuti fino alla Parusia del Cristo.

Col passare del tempo e la morte non solo degli apostoli, ma anche dei discepoli di seconda e terza generazione, sorgevano dissidi sulle precedenze e l’interpretazione delle Scritture.

Tutto ciò, malgrado Gv abbia insistito sulla Presenza sempre attuale del Risorto, e la storicità della Vita dell’Eterno [cosiddetta ‘vita eterna’].

In aggiunta a ciò, il quarto Vangelo ribadisce l’attualità delle realtà ultime e del Giudizio.

Viceversa, permaneva diffusa l’idea del loro carattere di futurità.

Ma la morte dello stesso evangelista scosse non poco le comunità, sconcertando molti fedeli che immaginavano quel discepolo dovesse - almeno lui - essere presente al cosiddetto «Ritorno» [termine che nei Vangeli - in lingua originale - non esiste].

Questo il motivo dell’aggiunta di una “seconda conclusione” a Gv 20,30-31.

È ciò che designiamo «capitolo 21» - opera di scuola giovannea, che tenta di chiarire la Vicinanza del Signore, il senso delle «Manifestazioni» del Risorto, il servizio dell’autorità, la testimonianza del “discepolo amato”.

 

La pienezza di Dio traspare dall’intera Chiesa, se genuina. Le Vocazioni sono diverse. Nessuna in sé sufficiente.

Ciascuno sente l’Appello a portare avanti la propria Chiamata per Nome secondo carattere diretto, confidenziale, proprio, e passo dopo passo, senza arenarsi nei confronti.

L’opinione, la vicenda o curiosità altrui, è un veleno, sia per la realizzazione che per la dimensione missionaria.

Attenzione dunque alle dicerie, alle congetture, all’immagine, anche diffuse sul territorio.

Soprattutto in situazioni di monopolio culturale, spirituale, o semplicemente denominazionale [come ancora in Italia] dette convinzioni normalizzate porterebbero all’omologazione, alla “vita media”, al collasso.

Bando ai paragoni:

«Me, segui» (v.22 testo greco) significa aderire a un Cielo che abita ciascun figlio - e in Comunione, non in branco.

A ogni energia, storia, e sensibilità esclusiva, corrisponde un modo riservato, irripetibile, di essere discepoli.

Nessuno è modello superiore, o viceversa destinato a facsimile: l’amore erompe in modo personale, sempre libero, inedito.

La via della sequela additata, il rimanere o trattenere indeterminato, sono caratteristiche o polarità correlative e plasmabili: proprio da esse sorgono risposte inattese a questioni vere, e la Novità di Dio.

Differenze e legami si ricompongono nello Spirito, che sa dove andare - chiamando ogni personalità singolare a dimensioni d’esistenza raccolta o estroversa - nella propria Radice.

Chi è spinto più all’azione [o riflessione] non deve indugiare, né volgersi indietro; piuttosto, immergersi.

Ciascuno è nel punto giusto. Non deve smarrire la strada unica.

 

Nel mio giardino ho dei pini grossi che danno ombra, ma uno di essi all’improvviso è seccato irreparabilmente. Sembrava chissà cosa; in un attimo è precipitato. Da non credere. Succede anche nella vita religiosa.

Fra la mia erba campagnola noto fiorire - senza mai averle curate - diverse pianticelle che prive d’artificio scacciano gli insetti, offrendo al terreno una trama variegata e uno spettacolo cromatico delicato.

Se imponessi al sottobosco di crescer su per dare ombra, si ammalerebbe. Il tutto non diventerebbe neanche un rovo; piuttosto, un intreccio innaturale di disagi (imposti di testa mia) che mai sfumerebbero.

A ogni seme corrisponde un suo sviluppo e una propria unicità, anche in rapporto con la situazione differente a contorno - alla luce o meno.

Insomma, l’amore autentico non ha fondamenta generiche, bensì impredicibili, singolari, insolite; di rilievo comunque, sebbene “scorrette”.

 

Si narra che s. Antonio Abate si arrovellasse sul Giudizio finale [chi si salva e chi no?]. La risposta gli venne perentoria: «Antonio, bada a te stesso!» - a dire che l’interesse per le inclinazioni e preferenze altrui è ambiguo. Non sempre buono; talora inutile. Spesso funesto e letale.

Se a qualcuno è proposta in dono una vocazione di carità speciale - persino di sangue - ad altri è riservato un diverso genere di testimonianza irripetibile; es. martirio sapienziale o critico [degli osteggiati e pionieri].

Invece di perdere il pondus e carattere della propria Chiamata per Nome, lasciandosi travolgere dalla prepotenza di forze in campo - anche nella vita ecclesiale viene spontaneo annunciare un altro regno rispetto a quello del pensiero unico, del consenso, dei furbetti del quartierino. 

Non c’entrano con la Vocazione.

 

Non dobbiamo distrarci dal nostro scopo naturale e spirituale innato.

Il mistero che avvolge Cristo dispiegato nel suo Popolo è inesauribile. E anche noi siamo chiamati in prima persona a scrivere senza timori un caratteristico Vangelo (v.25) [cf. Gv 20,29-30].

La differenza tra religiosità antica e vita di Fede? Non siamo le fotocopie d’una condotta persistente, bensì inventori e battistrada.

Cristo vuol essere reinterpretato in prima persona e nella convivialità delle differenze.

A ciascuno il Maestro riconosce un suo agire.

Invece spesso ci sediamo in armature esterne, e forse misuriamo anche il progetto di vita, il segno dei tempi, il dono, lo stimolo, il Segreto dei fratelli, con la stessa miopia di programmi commisurati.

Dio si riserva appunto d’indicarlo Lui a ciascuno. Oltre ogni ‘mappa’ e organigramma.

 

Poi, anche le “stabilità” sono parziali, attendono un compimento.

Chi scommette sulla Via della Fede sa di doversi allontanare dallo spirito di unilateralità.

Lo stesso vigore del cammino chiede la sosta quieta e il convergere. 

Anche il “restare” lancia infine una sua energia tranquilla proprio alle iniziative... così via.

I modi della sequela che risuonano in fondo al cuore sono tanto vari quante le persone, gli accadimenti, i ritmi commisurati all’anima, le età.

Essi abbracciano la medesima Proposta - senza che in tale poliedricità si perda il Mistero perdurante, né alcun legame.

Solo qui, Mondo reale, Persona, Natura ed Eternità si alleano.

 

 

«Quando il tessitore alza un piede, l’altro si abbassa. Quando il movimento cessa e uno dei piedi si ferma, il tessuto non si fa più. Le sue mani lanciano la spola che passa dall’una all’altra; ma nessuna mano può sperare di tenerla. Come i gesti del tessitore, è l’unione dei contrari a tessere la nostra vita» (Tradizione orale africana Peul).

 

«Siamo assolutamente perduti se ci viene a mancare questa particolare individualità, l’unica cosa che possiamo dire veramente nostra - e la cui perdita costituisce anche una perdita per il mondo intero. Essa è preziosissima anche perché non è universale» (Rabindranath Tagore).

 

«La Verità non è affatto ciò che ho. Non è affatto ciò che hai. Essa è ciò che ci unisce nella sofferenza, nella gioia. Essa è figlia della nostra Unione, nel dolore e nel piacere partoriti. Né io né Te. E io e Te. La nostra opera comune, stupore permanente. Il suo nome è Saggezza» (Irénée Guilane Dioh).

 

«Lo smarrimento e la perdita di ogni certezza e riparo è insieme una sorta di prova e una sorta di guarigione» (Pema Chödrön).

 

«Quando patiamo una grave delusione, non sappiamo mai se si tratta della conclusione della vicenda che stiamo vivendo: potrebbe essere anche l’inizio di una grande avventura» (Pema Chödrön).

 

«Crescere significa superare ciò che siete oggi. Non imitate. Non pretendete d’avere raggiunto lo scopo e non cercate di bruciare le tappe. Cercate solo di crescere» (Svami Prajnanapada).

 

«La vera moralità non consiste nel seguire la via battuta, ma nel trovare il sentiero vero per noi e nel seguirlo senza paura» (Gandhi).

 

«La verità risiede in ogni cuore umano, e qui bisogna cercarla; bisogna lasciarsi guidare dalla verità quale ciascuno la vede. Ma nessuno ha il diritto di costringere gli altri ad agire secondo la propria visione della verità» (Gandhi).

 

«Ti devi oppone al mondo intero anche a costo di rimanere solo. Devi fissare il mondo negli occhi, anche se può succedere che il mondo ti guardi con occhi iniettati di sangue. Non temere. Credi in quella piccola cosa dentro di te che risiede nel cuore e dice: abbandona amici, moglie, tutto; ma porta testimonianza a quello per cui sei vissuto e per cui devi morire» (Gandhi).

 

«Nel Benin, se vedi una giara d’acqua posata sotto un albero davanti a una casa, sappi che è per te, straniero di passaggio; non c’è bisogno di bussare alla porta per chiedere da bere, ti basta aprire la giara, prendere la zucca, bere l’acqua e proseguire per la tua strada se non c’è nessuno» (Raymond Johnson).

 

«Dobbiamo imparare ad abbandonare le nostre difese e il nostro bisogno di controllare, e fidarci totalmente della guida dello spirito» (Sobonfu Somé).

 

«Osservare e ascoltare sono una grande arte. Dall’osservazione e dall’ascolto impariamo infinitamente più che non dai libri. I libri sono necessari, ma l’osservazione e l’ascolto ti affinano i sensi» (Krishnamurti).

 

«Il Fuoco è legato al Sogno, al mantenimento del nostro legame con noi stessi e con gli antenati, e all’arte di mantenere vive le nostre visioni» (Griot dell’Africa centrale).

 

«Come nella vita, i contrari coesistono ovunque: nell’organizzazione sociale e nella vita affettiva, negli scambi fra individui. Vivere e realizzare la contraddizione, ecco l’essenziale» (Alassane Ndaw).

 

«Il processo ai crimini è istruito, ma cosa ne pensa la giuria? Chi sono i giurati? Chi è il sostituto procuratore generale dell’umanità?» (Djibril Tamsir Niane).

 

«L’uomo deve assumersi la responsabilità dei legami, visibili e invisibili, il cui insieme conferisce un senso alla vita» (Aminata Traoré).

«Introdurre lo spirito di altre persone nella nostra vita ci dà più occhi per vedere e ci consente di superare i nostri limiti» (Sobonfu Somé).

 

«Nella foresta, quando i rami litigano, le radici si abbracciano»(Proverbio Africano).

 

Infatti persino in un rapporto d’amore profondo e coesistenza «c’è bisogno di liberarsi dall’obbligo di essere uguali» (Amoris Laetitia, n.139).

 

«Le onde si sollevano ciascuna alla sua altezza, quasi gareggiando incessantemente tra loro, ma giungono solo fino a un dato punto; in tal modo conducono la nostra mente alla grande calma del mare, di cui anch’esse sono parte e alla quale dovranno ritornare con un ritmo di meravigliosa bellezza» (Rabindranath Tagore).

 

Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Quale Vangelo senti di dover scrivere con la tua vita?

 

 

Unicità

11. «Ognuno per la sua via», dice il Concilio. Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili. Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi. Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza. Di fatto, quando il grande mistico san Giovanni della Croce scriveva il suo Cantico spirituale, preferiva evitare regole fisse per tutti e spiegava che i suoi versi erano scritti perché ciascuno se ne giovasse «a modo suo». Perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro.

[Papa Francesco, Gaudete et Exsultate]

Venerdì, 15 Maggio 2026 04:22

Giovanni il Teologo

Cari fratelli e sorelle,

dedichiamo l'incontro di oggi al ricordo di un altro membro molto importante del collegio apostolico: Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo. Il suo nome, tipicamente ebraico, significa “il Signore ha fatto grazia”. Stava riassettando le reti sulla sponda del lago di Tiberìade, quando Gesù lo chiamò insieme con il fratello (cfr Mt 4,21; Mc 1,19). Giovanni fa sempre parte del gruppo ristretto, che Gesù prende con sé in determinate occasioni. E’ insieme a Pietro e a Giacomo quando Gesù, a Cafarnao, entra in casa di Pietro per guarirgli la suocera (cfr Mc 1,29); con gli altri due segue il Maestro nella casa dell'archisinagògo Giàiro, la cui figlia sarà richiamata in vita (cfr Mc 5,37); lo segue quando sale sul monte per essere trasfigurato (cfr Mc 9,2); gli è accanto sul Monte degli Olivi quando davanti all’imponenza del Tempio di Gerusalemme pronuncia il discorso sulla fine della città e del mondo (cfr Mc 13,3); e, finalmente, gli è vicino quando nell'Orto del Getsémani si ritira in disparte per pregare il Padre prima della Passione (cfr Mc 14,33). Poco prima della Pasqua, quando Gesù sceglie due discepoli per mandarli a preparare la sala per la Cena, a lui ed a Pietro affida tale compito (cfr Lc 22,8).

Questa sua posizione di spicco nel gruppo dei Dodici rende in qualche modo comprensibile l’iniziativa presa un giorno dalla madre: ella si avvicinò a Gesù per chiedergli che i due figli, Giovanni appunto e Giacomo, potessero sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra nel Regno (cfr Mt 20,20-21). Come sappiamo, Gesù rispose facendo a sua volta una domanda: chiese se essi fossero disposti a bere il calice che egli stesso stava per bere (cfr Mt 20,22). L’intenzione che stava dietro a quelle parole era di aprire gli occhi dei due discepoli, di introdurli alla conoscenza del mistero della sua persona e di adombrare loro la futura chiamata ad essergli testimoni fino alla prova suprema del sangue. Poco dopo infatti Gesù precisò di non essere venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per la moltitudine (cfr Mt 20,28). Nei giorni successivi alla risurrezione, ritroviamo “i figli di Zebedeo” impegnati con Pietro ed alcuni altri discepoli in una notte infruttuosa, a cui segue per intervento del Risorto la pesca miracolosa: sarà “il discepolo che Gesù amava” a riconoscere per primo “il Signore” e a indicarlo a Pietro (cfr Gv 21,1-13).

All'interno della Chiesa di Gerusalemme, Giovanni occupò un posto di rilievo nella conduzione del primo raggruppamento di cristiani. Paolo infatti lo annovera tra quelli che chiama le “colonne” di quella comunità (cfr Gal 2,9). In realtà, Luca negli Atti lo presenta insieme con Pietro mentre vanno a pregare nel Tempio (cfr At 3,1-4.11) o compaiono davanti al Sinedrio a testimoniare la propria fede in Gesù Cristo (cfr At 4,13.19). Insieme con Pietro viene inviato dalla Chiesa di Gerusalemme a confermare coloro che in Samaria hanno accolto il Vangelo, pregando su di loro perché ricevano lo Spirito Santo (cfr At 8,14-15). In particolare, va ricordato ciò che afferma, insieme con Pietro, davanti al Sinedrio che li sta processando: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Proprio questa franchezza nel confessare la propria fede resta un esempio e un monito per tutti noi ad essere sempre pronti a dichiarare con decisione la nostra incrollabile adesione a Cristo, anteponendo la fede a ogni calcolo o umano interesse.

Secondo la tradizione, Giovanni è “il discepolo prediletto”, che nel Quarto Vangelo poggia il capo sul petto del Maestro durante l'Ultima Cena (cfr Gv 13,21), si trova ai piedi della Croce insieme alla Madre di Gesù (cfr Gv 19, 25) ed è infine testimone sia della Tomba vuota che della stessa presenza del Risorto (cfr Gv 20,2; 21,7). Sappiamo che questa identificazione è oggi discussa dagli studiosi, alcuni dei quali vedono in lui semplicemente il prototipo del discepolo di Gesù. Lasciando agli esegeti di dirimere la questione, ci contentiamo qui di raccogliere una lezione importante per la nostra vita: il Signore desidera fare di ciascuno di noi un discepolo che vive una personale amicizia con Lui. Per realizzare questo non basta seguirlo e ascoltarlo esteriormente; bisogna anche vivere con Lui e come Lui. Ciò è possibile soltanto nel contesto di un rapporto di grande familiarità, pervaso dal calore di una totale fiducia. E’ ciò che avviene tra amici; per questo Gesù ebbe a dire un giorno: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici ... Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13.15).

Negli apocrifi Atti di Giovanni l'Apostolo viene presentato non come fondatore di Chiese e neppure alla guida di comunità già costituite, ma in continua itineranza come comunicatore della fede nell'incontro con “anime capaci di sperare e di essere salvate” (18,10; 23,8). Tutto è mosso dal paradossale intento di far vedere l'invisibile. E infatti dalla Chiesa orientale egli è chiamato semplicemente “il Teologo”, cioè colui che è capace di parlare in termini accessibili delle cose divine, svelando un arcano accesso a Dio mediante l'adesione a Gesù.

Il culto di Giovanni apostolo si affermò a partire dalla città di Efeso, dove, secondo un’antica tradizione, avrebbe a lungo operato, morendovi infine in età straordinariamente avanzata, sotto l'imperatore Traiano. Ad Efeso l'imperatore Giustiniano, nel secolo VI, fece costruire in suo onore una grande basilica, di cui restano tuttora imponenti rovine. Proprio in Oriente egli godette e gode tuttora di grande venerazione. Nell’iconografia bizantina viene spesso raffigurato molto anziano – secondo la tradizione morì sotto l’imperatore Traiano - e in atto di intensa contemplazione, quasi nell’atteggiamento di chi invita al silenzio.

In effetti, senza adeguato raccoglimento non è possibile avvicinarsi al mistero supremo di Dio e alla sua rivelazione. Ciò spiega perché, anni fa, il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, colui che il Papa Paolo VI abbracciò in un memorabile incontro, ebbe ad affermare: “Giovanni è all'origine della nostra più alta spiritualità. Come lui, i ‘silenziosi’ conoscono quel misterioso scambio dei cuori, invocano la presenza di Giovanni e il loro cuore si infiamma” (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Torino 1972, p. 159). Il Signore ci aiuti a metterci alla scuola di Giovanni per imparare la grande lezione dell’amore così da sentirci amati da Cristo “fino alla fine” (Gv 13,1) e spendere la nostra vita per Lui.

[Papa Benedetto, Udienza Generale 5 luglio 2006]

Venerdì, 15 Maggio 2026 04:18

VEGLIA DI PENTECOSTE

 

1. "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo"! (Gv 20, 21-22).

 

In questa vigilia di Pentecoste, la Chiesa che è in Roma si trova radunata come gli Apostoli nel Cenacolo, dopo gli eventi del triduo pasquale. Essi sapevano che il Signore era risorto ed era apparso a Simone. Ma Gesù in persona venne in mezzo a loro ed offrì il saluto di pace. Mostrò poi le mani ed il costato trafitti, con i segni visibili della passione. Sì! È proprio Lui. È lo stesso Gesù, prima crocifisso ed ora risorto. "I discepoli gioirono al vedere il Signore" ( Gv 20, 20 ).

 

Fin dalla sera del giorno di Pasqua, però, Gesù anticipò l’evento della Pentecoste: "Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo".

2.

Carissimi Fratelli e Sorelle della Diocesi di Roma! Mediante una veglia di preghiera, che richiama quella pasquale, ci siamo qui riuniti per prepararci alla solennità della discesa dello Spirito Santo.

 

La lettura tratta dagli Atti degli Apostoli, che abbiamo poc’anzi ascoltata, ricorda quanto accadde a Gerusalemme nel giorno di Pentecoste: l’improvviso vento impetuoso, l’apparizione delle lingue di fuoco, gli Apostoli che, pieni di Spirito Santo, cominciano ad annunciare il Vangelo in lingue a loro sconosciute.

 

Persone appartenenti a varie nazioni, e che usano linguaggi diversi, ascoltano parlare nelle loro proprie lingue gli Apostoli, che erano Galilei (cf. At 1, 11 ): "Li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio" ( At 2, 11 ).

 

È l’inizio solenne della missione degli Apostoli, missione ricevuta cinquanta giorni prima dal Risorto, che aveva ordinato loro: "Io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo" ( Gv 20, 21 . 22 ).

3.

"Emitte Spiritum tuum et creabuntur": "manda il tuo Spirito e saranno creati" (cf. Sal 103, 30 ).

 

Dicendo: "Ricevete lo Spirito Santo", Cristo rivela la potenza creatrice dello Spirito di Dio che, effuso sopra ogni uomo (cf. Gl 3, 1 ), ristabilisce quell’unità del genere umano infranta, a causa del peccato, presso la torre di Babele.

 

Babele è diventata il simbolo della disgregazione e della dispersione (cf. Gen 11,1-9 ). La Pentecoste costituisce invece il compimento pieno dell’unità che, per la potenza dello Spirito di verità, viene ricostruita a partire proprio dalla molteplicità dell’esistenza e delle esperienze umane.

 

Cristo è posto a capo del popolo della Nuova Alleanza: Egli è l’atteso grande Profeta. Attorno a Lui devono riunirsi "i figli e le figlie" del nuovo Israele (cf. Lumen gentium, n. 9), i quali, animati dallo Spirito che dà la vita (cf. Ez 37, 14 ), prendono personalmente parte alla missione salvifica di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re, seguendo le sue orme, lungo i secoli ed i millenni.

4.

Il secondo millennio cristiano volge ormai al termine.

 

Consapevoli del "Tertio Millennio adveniente", del Terzo Millennio che si sta avvicinando, siamo riuniti in questo particolare Cenacolo della Chiesa, costituito questa sera presso la tomba di san Pietro. Ci guardano i quasi due millenni trascorsi, testimoniati in modo singolare da questo luogo, segnato dalle tombe di Martiri e di Confessori della fede. Qui siamo presso le reliquie degli Apostoli, colonne della Chiesa che è in Roma.

 

E si ripete in mezzo a noi, adesso, ciò che accadde la sera di Pasqua. Cristo, mediante l’Eucaristia, oltrepassa lo spazio e il tempo e si rende presente fra noi, come fece allora con gli Apostoli riuniti nel Cenacolo. Ci rivolge le stesse parole: "Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’ io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo".

5.

Ricevete lo Spirito Santo!

 

Siamo riuniti per invocare insieme il dono dello Spirito Santo per l’intera Comunità ecclesiale di Roma, chiamata a compiere un’impegnativa missione cittadina. Con questa iniziativa apostolica, la Chiesa che è in Roma intende spalancare le braccia ad ogni persona e famiglia della Città e penetrare come lievito in ogni ambito sociale, di lavoro, di sofferenza, di arte e di cultura, annunciando e testimoniando ai vicini e ai lontani il Signore risorto.

 

Carissimi Fratelli e Sorelle, vivendo in questa metropoli, che purtroppo non sfugge alle tentazioni del secolarismo, si è come sottilmente minacciati dalla stanchezza, dall’indifferenza, dal torpore spirituale e da quel relativismo in cui tutto si annacqua e si confonde. Ecco perché la grande missione cittadina, che con questa Veglia solennemente inauguriamo, è rivolta in primo luogo ai credenti. Essa è anzitutto implorazione allo Spirito Santo perché rinsaldi la nostra fede, rinnovi il nostro fervore, accenda la nostra carità.

 

Non si lasci turbare il nostro cuore dai timori e dalle perplessità. Al contrario, contando non sulle forze umane ma sulla grazia che viene da Dio, portiamo, quali testimoni della verità e dell’amore di Cristo, il Vangelo della speranza ad ogni abitante di Roma. Potremo così anche incidere sulla cultura, sui modi di vivere, sulle attese e i progetti dell’intera comunità cittadina.

6.

Chiesa che sei in Roma, il Signore ti ha amata con un amore incondizionato. Per questo sei ricca di energie spirituali e missionarie e molte di più lo Spirito, proprio attraverso la missione, ne susciterà in te.

 

Mi rivolgo anzitutto a voi, cari fratelli nel sacerdozio, consacrati per essere i primi testimoni del Vangelo e gli apostoli di verità e unità: siate i primi operatori instancabili della missione, siate santi per poter essere docili strumenti attraverso cui Dio opera la santificazione del suo popolo. È dalle parrocchie che deve partire questa missione e voi delle comunità parrocchiali siete i responsabili e i qualificati animatori.

 

E voi, cari religiosi e religiose, chiamati ad essere il segno profetico della presenza di Dio, donatevi con slancio, mediante la preghiera e le attività apostoliche, a questa Chiesa in missione. Troverete proprio in questo donarvi il gusto della vostra vocazione.

 

Penso a voi, cari fratelli e sorelle che operate pazientemente nelle parrocchie e formate il solido tessuto dell’attività pastorale quotidiana, della catechesi e del servizio della carità. Attraverso la missione potrete trovare un rinnovato vigore spirituale per trasmettere il Vangelo di Cristo nelle vostre famiglie e negli ambienti in cui lavorate. Voi, cari membri dei numerosi movimenti, organismi ed associazioni ecclesiali, assicurate alla missione cittadina la piena e fedele collaborazione, in stretta intesa con i Pastori, le parrocchie e l’intera realtà diocesana.

 

Voi, cari giovani, mettete le vostre fresche energie al servizio di questa grande impresa spirituale, superando ogni eventuale timore o rispetto umano. Proclamate con franchezza e coraggio la vostra fede in Cristo tra i vostri coetanei ed amici. Anche da voi, cari ammalati e sofferenti, e da voi che vi sentite emarginati, la missione cittadina attende un contributo in un certo senso determinante per il suo successo. Accogliendo la vostra condizione ed offrendola al Padre celeste insieme a Cristo, potete diventare una via provvidenziale e misteriosa di salvezza per Roma.

 

La missione vi appartiene, cari membri della Curia Romana e miei collaboratori al servizio della Chiesa universale, chiamati a dare il vostro qualificato contributo alla vita della Comunità cristiana, che è in Roma, ed alla preparazione del Grande Giubileo dell’Anno Duemila. Anche il vostro apporto sarà quanto mai importante per la buona riuscita di questa vasta azione evangelizzatrice.

 

La missione è fatta pure per voi, cari fratelli e sorelle giunti a Roma dalle più diverse parti del mondo. Voi ormai siete parte integrante della nostra Comunità diocesana. Grazie di essere qui con noi, questa sera, a pregare.

 

Possa la missione cittadina, dopo il Sinodo diocesano, segnare un ulteriore passo in avanti nel cammino di crescita spirituale e di comunione fra tutti i cristiani che vivono nella nostra Città.

7.

Il nostro sguardo, questa sera, non può non allargarsi alle attese della Chiesa universale, in cammino verso il Grande Giubileo del Duemila. La Chiesa cerca di prendere una coscienza più viva della presenza dello Spirito che agisce in lei, per il bene della sua comunione e missione, mediante doni sacramentali, gerarchici e carismatici.

 

Uno dei doni dello Spirito al nostro tempo è certamente la fioritura dei movimenti ecclesiali, che sin dall’inizio del mio Pontificato continuo a indicare come motivo di speranza per la Chiesa e per gli uomini. Essi "sono un segno della libertà di forme, in cui si realizza l’unica Chiesa, e rappresentano una sicura novità, che ancora attende di essere adeguatamente compresa in tutta la sua positiva efficacia per il Regno di Dio all’opera nell’oggi della storia" (Insegnamenti, VII 2[1984], p. 696). Nel quadro delle celebrazioni del Grande Giubileo, soprattutto quelle dell’anno 1998, dedicato in modo particolare allo Spirito Santo e alla sua presenza santificatrice all’interno della Comunità dei discepoli di Cristo (cf. Tertio millennio adveniente, n. 44), conto sulla comune testimonianza e sulla collaborazione dei movimenti. Confido che essi, in comunione con i Pastori ed in collegamento con le iniziative diocesane, vorranno portare nel cuore della Chiesa la loro ricchezza spirituale, educativa e missionaria, quale preziosa esperienza e proposta di vita cristiana.

8.

"Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo".

 

Cristo, anche nel segno dell’Evangeliario che questa sera affido al Cardinale Vicario perché sia solennemente esposto nella Basilica di san Giovanni in Laterano, è presente e sostiene il cammino della grande missione cittadina che condurrà la Comunità ecclesiale di Roma alle soglie del terzo millennio.

 

"Anch’io mando voi... ".

 

Signore, come avvenne agli inizi della missione della Chiesa, all’alba del primo millennio, tu oggi ci invii per una nuova missione evangelizzatrice.

 

Ci affidi il compito di portare la Buona Novella nelle strade e nelle piazze di questa Città; tu vuoi che la tua Chiesa sia pellegrina di speranza e di pace nelle vie del mondo.

 

Sostieni il nostro cammino con la forza del tuo Spirito; rendici apostoli coraggiosi del Vangelo e costruttori di una nuova umanità.

 

Maria, Salus Populi Romani, che accompagnerai con la tua venerata icona il pellegrinaggio di questa notte, guida i nostri passi; ottienici la pienezza dei doni dello Spirito Santo.

 

"Emitte Spiritum tuum et creabuntur". Amen!

 

 

[Papa Giovanni Paolo II, Omelia per l’Inaugurazione della Missione cittadina, in preparazione al Grande Giubileo, 25 maggio 1996]

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A life without love and without truth would not be life. The Kingdom of God is precisely the presence of truth and love and thus is healing in the depths of our being. One therefore understands why his preaching and the cures he works always go together: in fact, they form one message of hope and salvation (Pope Benedict)
Una vita senza amore e senza verità non sarebbe vita. Il Regno di Dio è proprio la presenza della verità e dell’amore e così è guarigione nella profondità del nostro essere. Si comprende, pertanto, perché la sua predicazione e le guarigioni che opera siano sempre unite: formano infatti un unico messaggio di speranza e di salvezza (Papa Benedetto)
His slumber causes us to wake up. Because to be disciples of Jesus, it is not enough to believe God is there, that he exists, but we must put ourselves out there with him; we must also raise our voice with him. Hear this: we must cry out to him. Prayer is often a cry: “Lord, save me!” (Pope Francis)
Il suo sonno provoca noi a svegliarci. Perché, per essere discepoli di Gesù, non basta credere che Dio c’è, che esiste, ma bisogna mettersi in gioco con Lui, bisogna anche alzare la voce con Lui. Sentite questo: bisogna gridare a Lui. La preghiera, tante volte, è un grido: “Signore, salvami!” (Papa Francesco)
May we obtain this gift [the full unity of all believers in Christ] through the Apostles Peter and Paul, who are remembered by the Church of Rome on this day that commemorates their martyrdom and therefore their birth to life in God. For the sake of the Gospel they accepted suffering and death, and became sharers in the Lord's Resurrection […] Today the Church again proclaims their faith. It is our faith (Pope John Paul II)
Ci ottengano questo dono [la piena unità di tutti i credenti in Cristo] gli Apostoli Pietro e Paolo, che la Chiesa di Roma ricorda in questo giorno, nel quale si fa memoria del loro martirio, e perciò della loro nascita alla vita in Dio. Per il Vangelo essi hanno accettato di soffrire e di morire e sono diventati partecipi della risurrezione del Signore […] Oggi la Chiesa proclama nuovamente la loro fede. E' la nostra fede (Papa Giovanni Paolo II)
God's grace does not suppress or suffocate the freedom of those who face martyrdom; on the contrary it enriches and exalts them: the Martyr is an exceedingly free person, free as regards power, as regards the world; a free person [Pope Benedict]
La grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera [Papa Benedetto]
For Jesus, faith has a decisive importance for the purposes of salvation. St Paul will develop Christ's teaching when, in conflict with those who wished to base the hope of salvation on observance of the Jewish law, he forcefully affirms that faith in Christ is the only source of salvation: "We hold that a man is justified by faith apart from works of law" (Rom 3:28) [John Paul II]
Ai fini della salvezza, la fede ha per Gesù un'importanza decisiva. San Paolo svilupperà l'insegnamento di Cristo quando, in contrasto con quanti volevano fondare la speranza di salvezza sull'osservanza della legge giudaica, affermerà con forza che la fede in Cristo è la sola fonte di salvezza: "Noi riteniamo, infatti, che l'uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge" (Rm 3,28) [Giovanni Paolo II]

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