Soluzione esterna?
(Lc 16,19-31)
Il rovesciamento delle situazioni nell’aldilà è un tema appartenente a tutta la cultura del medio Oriente antico - area fortemente segnata dalle discriminazioni sociali. Ma il senso del Vangelo è profondo.
La nuova traduzione Cei ha reso correttamente il termine Ade (v.23) con «inferi», non più «inferno» [Cei ‘74] perché il senso della parabola di Gesù è tutto proteso sull’aldiquà!
Il “dietro le nuvole” non c’entra. Quel che interessa il Signore non è tanto la sorte finale, quanto la situazione attuale di coloro che lo ascoltano - a partire dai suoi stessi seguaci: dove stanno andando?
Nelle parabole della Misericordia e del Padre cedevole Lc (15,1-32) annunciava che un uomo perduto sarebbe una sconfitta di Dio stesso.
Il suo Volto rivelatosi inconsueto induce i primi della classe invidiosi a spiare la libertà che i nuovi di Chiesa si permettono.
“Chi vi ha autorizzato a considerarvi pari agli altri e insidiare le nostre precedenze, senza esservi sobbarcati l’intera trafila, l’impegno cocciuto e le fatiche di noi veterani?”.
I pagani hanno gioco facile (Lc 16,1-15): accusano i vecchi di nascondere il loro spirito d’inamovibile avidità sotto i malcelati panni degli “omaggi”, delle opere benemerite, e di necessità gerarchiche.
Facilmente i “migliori” vengono colti con le mani nel sacco, abituati come sono a riverire Dio per servire insieme tutt’altro padrone - ben nascosto.
Infatti dopo aver narrato la parabola dell’amministratore disonesto, Gesù stesso sente sghignazzare alle sue spalle (Lc 16,14) non i peccatori, bensì proprio la gente devota e bigotta.
Sono i furbetti dell’élite attaccati alle cose e amanti del denaro (vv.13-15) - abituati a esercitare quell’antico mestiere [facile, valutato di diritto dei capi religiosi]. Ciò che il Signore aveva definito incompatibile («abominazione»: v.15): riverire l’Altissimo e intascare il suo malloppo.
“Povero illuso!” - direbbero del nostro Maestro i mestieranti, falsi amici di Dio: “Impossibile fare seguaci senza bottino: il Gratis dell’amore è un bel sogno, ma non alza nulla, non ammucchia proseliti e non fa scattare l’istinto predatorio dei primi della classe!”.
Nel brano di Vangelo di oggi, coloro che si ritengono in diritto di precedenza [nella comunità dei figli!] sollevano una questione di apparente ovvietà:
Non è forse nell’ordine naturale delle cose che nell’umana società ci siano primi e ultimi, dotti e ignoranti, sovrani e sudditi?
In fondo, il principio giuridico che regolava tutto il diritto di proprietà privata nel mondo latino è anche il motto di un noto quotidiano ufficiale: Unicuique Suum.
Anche Leone XIII, papa delle Encicliche sociali, riconosceva che «nella società umana è secondo l'ordine stabilito da Dio che vi siano prìncipi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei; obbligo di carità dei ricchi e dei possidenti è quello di sovvenire ai poveri e agli indigenti» [mentalità d'un peccato di semplice omissione: basta che poi facciano la “carità”].
La posizione del Signore è molto molto diversa. Per Lc il ricco non è il benedetto da Dio, come si supponeva fossero i possidenti - e così venivano considerati i patriarchi del Primo Testamento.
Il suo vestiario ricercato è solo metafora del vuoto interiore e dell’effimero di cui si bea - ciò che poi sarà corroso da tarme.
Il suo ingozzarsi è segno d’un abisso intimo da colmare - una sorta di fame nervosa, che percepisce vertigine.
«Eli hezer» [“Lazzaro”]: Dio aiuta, ma non l’epulone - secondo la mentalità pia, bacchettona e retriva.
Egli non dimentica; anzi, sta decisamente dalla parte del malfermo: la Fede crede il contrario delle religioni arcaiche!
Pertanto, il “godersi la vita” disattento dello straricco è rinunciare a vivere completamente: neppure ha nome - cosa terrificante per la mentalità antica.
L’evangelista non precisa che un tempo Lazzaro era forse stato una persona buona e responsabile: un povero e basta.
Neppure afferma che il gran signore fosse un delinquente totale: a parte la “cecità”... se l’indigente preferiva sostare fuori del suo uscio e non altrove, significa che qualcosina lì rimediava.
Ma a quel tempo non c’erano posate e ci si puliva le dita con la mollica del pane, poi gettata a terra; di ciò si cibavano i miserabili.
Una vita da cane, peggiore degli insulti. E ignorata.
Ecco il male radicale: che non era negli atti singoli, piuttosto nel fondo dell’essere, e nella conseguente sbadatezza globale.
Disattenzione che tende a scegliere il consenso e le gerarchie come sfondo ultimo dell’esistenza.
Dunque il quesito che il passo di Lc ribadisce non è banalmente moralistico: meriti o colpe, giuridiche o religiose.
La domanda si pone sull’umanità stessa: diminuita, ridotta, arida, inabile; incapace di scandire un rovesciamento deliberato.
Inestricabilmente legata agli abissi già scavati.
Il Vangelo vuole stimolarci a riflettere non sul tema dell’elemosina lecita, bensì sull’avvertenza, e Comunione delle risorse: sul senso della ricchezza sfrenata accanto alla povertà.
La miseria involontaria è spesso considerata situazione ormai d’abitudine, ma tale dramma incide sulle persone e su interi popoli - dalla nascita alla morte costretti in una realtà squilibrata, o impossibile da sostenere.
In molte aree, le disarmonie di ceto tendono persino ad aggravarsi, forse per una logica interna a un sistema economico e sociale che tende a concentrare il potere e dirigere le risorse.
Anticamente, il «seno di Abramo» (vv.22-23) era la condizione che riconosceva il successo del progetto di Dio, il luogo dell’adempimento delle Promesse d’Israele.
Anche oggi, chi non avverte che alcuni deperiscono in un mondo di miseria, trasforma la vita in un insuccesso; si ritrova inutile e vuoto, non giunge nella Luce della Vita.
Coloro che traccheggiano - senza l’incontro con gli altri - scelgono una forma di esistenza che nulla ha a che spartire con il Popolo di Dio; nulla a che vedere con il Mistero dell’Eterno, e le sue benedizioni.
Come dunque non sprofondare nell’abisso dell’insignificanza?
Non è una sorte dovuta all’ignoranza o a uno spirito di rivalsa, quella che urta con il disegno del Padre sui suoi figli.
Essere aperti alla sensibilità umanizzante e alla grandezza dell’opera di Dio non è una questione legata a un qualche celeste meccanismo vendicativo del “poi”.
Quindi neppure a una sorta d’avviso (pur eloquente) foraneo.
Allora, come distoglierci dalla seduzione dei beni?
Vincere le attrattive del denaro e la brama di accumulo che genera paralisi sociale e umiliazioni devastanti la persona, è un vero miracolo.
E un miracolo di coscienza non può farlo né un prodigio immediato, né una visione (vv.29-31).
Tantomeno una comune religione, se essa tendesse a sacralizzare e non interferire, a far permanere le posizioni; a farsi complice nel fabbricare poveri e ricchi, guadagnando su entrambi.
Ciò cui Gesù rimanda è l’Ascolto. Lo «Shemà Israel» - recitato due volte ogni giorno.
Nella povertà estrema dei mezzi, «Ascolta Israele» è il Richiamo del Padre.
Il Signore partecipa della situazione oppressa di troppi suoi figli - impossibilitati a vestirsi di abiti costosi o banchettare lautamente e frequentemente.
Insomma, per edificare il Regno e cambiare il mondo diviso, vale solo il lasciarsi educare dalla Parola di Dio.
Seme intimo e Germe, Terapia-evento, Verbo energico e Richiamo: che introduce nella consapevolezza attiva e sponsale dell’Amore.
Logos che ci colloca nella giusta posizione. Avvertimento unico; non esterno.
Eros fondante che già qui e ora rovescia le situazioni.