Mag 21, 2026 Scritto da 

Ai giovani

Ho parlato di fruttificazione, e mi soccorre anche in questo il Vangelo, allorché propone - lettura che abbiamo incontrato di recente nella sacra liturgia - la similitudine del fico sterile, che è minacciato di sradicamento (Lc 13,6-9). L’uomo deve fruttificare nel tempo, cioè durante la vita terrena, e non soltanto per sé, ma anche per gli altri, per la società di cui è parte integrante. Tuttavia questo suo operare nel tempo, proprio perché egli è “contenuto” nel tempo, non deve fargli né dimenticare né trascurare l’altra essenziale sua dimensione, di essere che è orientato verso l’eternità: l’uomo, dunque, deve fruttificare simultaneamente anche per l’eternità.

E se togliamo questa prospettiva all’uomo, egli rimarrà un fico sterile.

Da una parte, egli deve “riempire di sé” il tempo in maniera creativa, perché la dimensione ultraterrena non lo dispensa di certo dal dovere di operare responsabilmente ed originalmente, partecipando con efficacia ed in collaborazione con tutti gli altri uomini all’edificazione della società secondo le concrete esigenze del momento storico, in cui si trova a vivere. È, questo, il senso cristiano della “storicità” dell’uomo. D’altra parte, questo impegno di fede immerge il giovane in una contemporaneità, che porta in se stessa, in un certo senso, una visione contraria al cristianesimo.

Questa anti-visione presenta queste caratteristiche, che ricordo in modo sia pure sommario.

All’uomo d’oggi manca spesso il senso del trascendente, delle realtà soprannaturali, di qualche cosa che lo supera. L’uomo non può vivere senza qualche cosa che vada più in là, che lo superi. L’uomo vive se stesso se è consapevole di questo, se deve sempre superare se stesso, trascendere se stesso. Questa trascendenza è inscritta profondamente nella costituzione umana della persona.

Ecco, nella anti-visione, come ho detto, contemporanea, il significato dell’esistenza dell’uomo viene perciò ad essere “determinato” nell’ambito di una concezione materialistica in ordine ai vari problemi, quali ad esempio quelli della giustizia, del lavoro ecc...: di qui scaturiscono quei contrasti multiformi tra le categorie sociali o tra le entità nazionali, in cui si manifestano i vari egoismi collettivi. È necessario, invece, superare tale concezione chiusa e, in fondo, alienante, contrapponendo ad essa quel più vasto orizzonte che già la retta ragione ed ancor più la fede cristiana ci fanno intravvedere. Lì, infatti, i problemi trovano una soluzione più piena; lì la giustizia assume completezza ed attuazione in tutti i suoi aspetti; lì i rapporti umani, esclusa ogni forma di egoismo, vengono a corrispondere alla dignità dell’uomo, come persona sulla quale risplende il volto di Dio.

 

Da tutto ciò emerge l’importanza di quella scelta, che voi giovani dovete fare! Fatela con Cristo, seguendolo animosamente ed aderendo al suo insegnamento, consapevoli dell’eterno amore che in lui ha trovato la sua espressione suprema e la sua definitiva testimonianza. Nel dirvi questo, io non posso certo ignorare gli ostacoli e i pericoli, purtroppo né lievi né infrequenti, che a voi si presentano nei diversi ambienti dell’odierno contesto sociale. Ma non dovete lasciarvi sviare; non dovete mai cedere alla tentazione, sottile e per ciò stesso più insidiosa, di pensare che una tale scelta possa contraddire alla formazione della vostra personalità. Io non esito ad affermare che questa opinione è del tutto falsa: ritenere che la vita umana, nel processo della sua crescita e della sua maturazione, possa essere “diminuita” dall’influsso della fede in Cristo, è un’idea da respingere.

È vero esattamente il contrario: come la civiltà sarebbe depauperata e monca senza la presenza della componente religiosa così la vita del singolo uomo e, segnatamente, del giovane sarebbe incompleta e carente senza una forte esperienza di fede, attinta da un contatto diretto con Cristo crocifisso e risorto. Il cristianesimo, la fede, credetemi, giovani, dà completezza e coronamento alla nostra personalità: esso, incentrato com’è nella figura di Cristo, vero Dio e vero uomo e, come tale, redentore dell’uomo, vi apre alla considerazione, alla comprensione, al gusto di tutto ciò che di grande, di bello e di nobile è nel mondo e nell’uomo. L’adesione a Cristo non comprime, ma dilata ed esalta le “spinte” che la sapienza di Dio creatore ha deposto nelle vostre anime. L’adesione a Cristo non mortifica, ma irrobustisce il senso del dovere morale, dandovi il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi per “qualcosa che veramente vale”, dandovi, ripeto, il desiderio e la soddisfazione di impegnarvi così, e premunendo lo spirito contro le tendenze, oggi non di rado affioranti nell’animo giovanile, a “lasciarsi andare” o nella direzione di una irresponsabile e neghittosa abdicazione, o nella via della violenza cieca e omicida. Soprattutto - ricordatelo sempre - l’adesione a Cristo sarà fonte di una gioia autentica, di una gioia intima che il mondo non può dare e che - come egli stesso preannunciò ai suoi discepoli - nessuno potrà mai togliervi (cf. Gv 16,22), anche essendo nel mondo.

Questa gioia, come frutto di una fede pasquale e - come ho detto stamane - frutto “di contatto” con Cristo, come dono ineffabile del suo Spirito, vuol essere il punto d’arrivo dell’odierno mio colloquio con voi. Voglio arrivare a questa parola “gioia”. Voglio arrivare a questa parola, perché viviamo la settimana pasquale. Il cristianesimo è gioia, e chi lo professa e lo fa trasparire nella propria vita ha il dovere di testimoniarla, di comunicarla e di diffonderla intorno a sé. Ecco perché ho citato queste due figure. Don Bosco: sono andato ancora a trovare la sua tomba, e mi è sembrato sempre gioioso, sempre sorridente. E Pier Giorgio: era un giovane di una gioia trascinante, una gioia che superava anche tante difficoltà della sua vita perché il periodo giovanile è sempre anche un periodo di prova delle forze.

Come giovani, voi vi preparate a costruire non solo il vostro avvenire, ma anche quello delle generazioni future: che cosa trasmetterete ad esse? Vi dovete porre questa domanda. Solo dei beni materiali, con l’aggiunta, magari, di una più ricca cultura, di una scienza più progredita, di una tecnologia più avanzata? Oppure, oltre a questo, anzi prima ancora di questo, non volete forse trasmettere quella superiore prospettiva, alla quale ho accennato, a quei beni di ordine spirituale, che si chiamano amore e libertà. Vero amore, vera libertà, vi dico, perché si possono facilmente sfruttare queste grandissime parole: amore e libertà. Si possono facilmente sfruttare. Nella nostra epoca noi siamo testimoni di uno sfruttamento terribile di queste parole: amore e libertà. Occorre ritrovare il vero senso delle due parole: amore e libertà. Vi dico: dovete tornare al Vangelo. Dovete tornare alla scuola di Cristo. Trasmetterete poi questi beni di ordine spirituale: senso della giustizia, in tutti i rapporti umani, promozione e tutela della pace. E vi dico di nuovo, sono parole sfruttate, molte, molte volte sfruttate. Si deve sempre tornare alla scuola di Cristo, per ritrovare il vero, pieno, profondo significato di queste parole. Il necessario supporto per questi valori non sta che nel possesso di una fede sicura e sincera, di una fede che abbracci Dio e l’uomo, l’uomo in Dio. Dove c’è Dio e dove c’è Gesù Cristo, suo Figlio, un tale fondamento è ben saldo; è profondo, è profondissimo. Non c’è una dimensione più adeguata, più profonda, da dare a questa parola “uomo”, a questa parola “amore”, a questa parola “libertà”, a queste parole “pace” e “giustizia”: altra non c’è, non c’è che Cristo. Allora, tornando sempre a questa scuola, ecco la ricerca di quei doni preziosi che voi giovani dovete trasmettere alle generazioni future, al mondo di domani; sarà con lui più facile e non potrà non riuscire.

Sul punto di congedarmi da voi, io desidero sollevarvi a questa visione di trascendenza e bellezza, onde la vostra vita cristiana acquisti solidità e cresca “di virtù in virtù” (Sal 83,8) e fiorisca - perché siete giovani, dovete fiorire - fiorisca in opere e, anche per la società terrena, siano premessa e promessa di un avvenire più umano e, perciò, più sereno. È l’imperativo maggiore di questa nostra epoca che diventa triste, e che sarà ancora più triste, più tragica, se non vedrà quella prospettiva che solamente voi giovani potete dare ad essa, al nostro secolo, alla nostra generazione, alla nostra Italia, al nostro mondo!

[Papa Giovanni Paolo II, Discorso ai giovani 13 aprile 1980]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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This Parable of the Sower is somewhat the ‘mother’ of all parables […] Such is the heart of God! Each one of us is ground on which the seed of the Word falls; no one is excluded! [Pope Francis]
Questa del seminatore è un po’ la “madre” di tutte le parabole […] Così è il cuore di Dio! Ognuno di noi è un terreno su cui cade il seme della Parola, nessuno è escluso [Papa Francesco]
Are we not perhaps all afraid in some way? If we let Christ enter fully into our lives, if we open ourselves totally to him, are we not afraid that He might take something away from us? Are we not perhaps afraid to give up something significant, something unique, something that makes life so beautiful? Do we not then risk ending up diminished and deprived of our freedom? (Pope Benedict)
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui – paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell’angustia e privati della libertà? (Papa Benedetto)
«Is there an attitude for those who want to follow Jesus» so that «they do not end badly, that they do not end up eaten alive - as my mother used to say: "Eat raw" - by others»? (Pope Francis)
«Esiste un atteggiamento per quelli che vogliono seguire Gesù» in modo che «non finiscano male, che non finiscano mangiati vivi — come diceva mia mamma: “Mangiati crudi” — dagli altri»? (Papa Francesco)
For Christians, volunteer work is not merely an expression of good will. It is based on a personal experience of Christ (Pope Benedict)
Per i cristiani, il volontariato non è soltanto espressione di buona volontà. È basato sull’esperienza personale di Cristo (Papa Benedetto)
Christ reveals his identity of Messiah, Israel's bridegroom, who came for the betrothal with his people. Those who recognize and welcome him are celebrating. However, he will have to be rejected and killed precisely by his own; at that moment, during his Passion and death, the hour of mourning and fasting will come (Pope Benedict)
Cristo rivela la sua identità di Messia, Sposo d'Israele, venuto per le nozze con il suo popolo. Quelli che lo riconoscono e lo accolgono con fede sono in festa. Egli però dovrà essere rifiutato e ucciso proprio dai suoi: in quel momento, durante la sua passione e la sua morte, verrà l'ora del lutto e del digiuno (Papa Benedetto)
For the prodigious and instantaneous healing of the paralytic, the apostle St. Matthew is more sober than the other synoptics, St. Mark and St. Luke. These add broader details, including that of the opening of the roof in the environment where Jesus was, to lower the sick man with his lettuce, given the huge crowd that crowded at the entrance. Evident is the hope of the pitiful companions: they almost want to force Jesus to take care of the unexpected guest and to begin a dialogue with him (Pope Paul VI)
As the cross can be reduced to being an ornament, “to carry the cross” can become just a manner of speaking (John Paul II)
Come la croce può ridursi ad oggetto ornamentale, così "portare la croce" può diventare un modo di dire (Giovanni Paolo II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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don Giuseppe Nespeca

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