Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

«Chi riceve colui che manderò, riceve me; ma chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato» (Gv 13,20).

Gesù, nell’ultima Cena, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli li invita a fare altrettanto, ricordando loro che un inviato non è più grande di chi lo ha mandato.

Al tempo stesso rammenta che ricevere colui che Dio manda significa ospitare il Signore stesso.

 

Francesco sapeva, per grazia, che accogliere è l’infinito del verbo disvelare.

Il Signore si manifesta a colui che ospita con amore l’inviato del Padre delle Misericordie.

Il Povero e i suoi figli conobbero l’accoglienza speciale del vescovo assisano, come è narrato nella Leggenda dei tre compagni:

"Arrivati a Roma, vi trovarono il vescovo di Assisi, che li ricevette con grande gioia.

Egli nutriva una stima affettuosa per Francesco e tutti i frati; ma, ignorando il motivo della loro venuta, fu preso da ansietà: temeva che volessero abbandonare Assisi, dove il Signore aveva cominciato per loro mezzo a compiere meraviglie di bene.

Egli era fiero e felice di avere nella sua diocesi uomini così zelanti, sulla cui vita esemplare faceva moltissimo conto.

Quando però seppe lo scopo del viaggio e comprese i loro progetti, ne fu rasserenato e promise di consigliarli e aiutarli" (FF 1456).

Ma c’era anche chi reagiva diversamente con i frati inviati:

"Molti li prendevano per dei ciarlatani o sempliciotti, e non volevano riceverli in casa, per paura che commettessero dei furti.

In diverse località, dopo aver ricevuto un mucchio d’ingiurie, non trovavano dove rifugiarsi, se non sotto i portici delle chiese o delle case.

Un giorno due frati giunsero a Firenze. Girarono mendicando tutta la città, senza però trovare uno che li ospitasse.

Arrivati a una casa che aveva davanti un porticato, sotto il quale c’era il forno, si dissero:

«Potremo riposarci qui».

Pregarono però la padrona di riceverli in casa, ma quella ricusò.

Allora umilmente le proposero che permettesse loro almeno di rifugiarsi quella notte vicino al forno. La donna acconsentì […]

Quella notte dormirono a disagio fino all’alba, presso il forno, scaldati dal solo amore divino e protetti dalla coperta di Madonna Povertà.

Si levarono per andare alla chiesa più vicina, per partecipare alla liturgia del mattino" (FF 1442).

Nel riconoscere colui che Cristo invia è insita la rivelazione dell’incontro autentico e personale con Gesù.

Inoltre, Francesco e i suoi avevano la chiara consapevolezza che se avessero respinto il Maestro la via del discepolo non avrebbe potuto essere dissimile.

Da qui l’accogliere tutto, dimorando nell’Amore.

Le Fonti ricordano che in ciò riposa la Perfetta Letizia, come Francesco insegnò a frate Leone:

" «Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiaccioli d’acqua congelata […] giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede:

«Chi è?».

Io rispondo:

«Frate Francesco» […]

l’altro risponde:

«Vattene, tu sei un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai […]».

E io sempre resto davanti alla porta e dico:

«Per amor di Dio, accoglietemi per questa notte» […]

«Ebbene se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui la vera virtù e la salvezza dell’anima» " (FF 278).

 

 

Giovedì della 4.a sett. di Pasqua  (Gv 13,16-20)

«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, poiché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate agli infanti» (Mt 11,25).

Gesù è l’unico che può veramente chiamare Padre il Signore del cielo e della terra, ma in questa familiarità egli introduce tutti.

Chiara, pianticella del beato padre Francesco, con la sua speciale caratura di semplicità e piccolezza aveva raggiunto, per Grazia, una familiarità così grande con il Signore, da muoversi in totale sintonia con Lui.

Consultando le Fonti, nella Leggenda leggiamo del grado di unione intima della Santa con lo Sposo divino.

"Quanta forza e sostegno riceveva nella fornace della preghiera ardente, quanto le sia dolce la bontà divina in quella fruizione, lo testimoniano comprovati indizi.

Allorché infatti ritornava nella gioia della santa orazione, riportava dal fuoco dell’altare del Signore parole ardenti, tali da infiammare il cuore delle sorelle.

Esse constatavano infatti con ammirazione che si irradiava dal suo volto una certa dolcezza e che la sua faccia pareva più luminosa del solito" (FF 3199).

In una lettera ad Ermentrude di Bruges* raccomanda:

«Sii sempre attenta e vigile nella preghiera. Porta alla sua consumazione il bene che hai incominciato, e adempi il mistero che hai abbracciato in santa povertà ed umiltà sincera» (FF 2916).

Tale era Chiara, creatura semplice e piccola, capace di gioire di ogni dono ricevuto, di ogni minuscola realtà che le parlava dell’Eterno.

"Accoglieva con grande letizia i frammenti di elemosina, i tozzi di pane che i questuanti riportavano e, quasi triste per i pani interi, era felice invece per quei pezzetti" (FF 3188).

Donna conformata a Cristo in tutto, si riteneva un nulla davanti a Dio.

Nel suo Testamento esortava alla mitezza ed umiltà del cuore, quale Madre amorevole:

«Ancora prego colei che sarà al governo delle sorelle, che si studi di presiedere alle altre più con le virtù e la santità della vita che per la dignità, affinché, animate dal suo esempio, le sorelle le prestino obbedienza, non tanto per l’ufficio che occupa, ma per amore.

Sia essa, inoltre, provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie […]

Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza […]» (FF 2848).

Mansuetudine ed umiltà: statura dei piccoli, a cui sono rivelati i Misteri del Regno, trovando consolazione nell’amare con i sentimenti di Cristo.

 

*Ermentrude di Bruges: a lei si deve la diffusione dell’Ordine delle Clarisse nelle Fiandre.

 

 

S. Caterina da Siena, 29 aprile  (Mt 11,25-30)

Sotto al Portico di Salomone, in Gerusalemme, Gesù fa la sua denuncia ai Giudei: non siete mie pecore, perché non ascoltate la mia voce.

 

Francesco aveva una grande premura per le pecore del suo gregge, volendo camminare sulle orme del Signore e desiderando altrettanto per esse.

Aveva una predilezione speciale per le pecore e gli agnellini: gli richiamavano alla memoria l’Agnello Immolato per la nostra salvezza.

È commovente come questi mansueti animali lo ascoltassero, riconoscendo la sua voce di pastore vero.

Nelle Fonti troviamo brani significativi in merito. La Leggenda maggiore narra:

"A Santa Maria della Porziuncola portarono in dono all’uomo di Dio una pecora, che egli accettò con gratitudine, perché amava l’innocenza e la semplicità che, per sua natura, la pecora dimostra.

L’uomo di Dio ammoniva la pecorella a lodare Dio e a non infastidire assolutamente i frati. La pecora, a sua volta, quasi sentisse la pietà dell’uomo di Dio, metteva in pratica i suoi ammaestramenti con grande cura.

Quando sentiva i frati cantare in coro, entrava anche lei in chiesa e, senza bisogno di maestro, piegava le ginocchia, emettendo teneri belati davanti all’altare della Vergine, Madre dell’Agnello, come se fosse impaziente di salutarla.

Durante la celebrazione della Messa, al momento dell’elevazione, si curvava con le ginocchia piegate, quasi volesse, quell’animale devoto, rimproverare agli uomini poco devoti la loro irriverenza e volesse incitare i devoti alla riverenza verso il Sacramento" (FF 1148).

Francesco, pastore mite, era ascoltato e seguito da tutte le creature, che avvertivano in lui la sua unità con il Cristo, il Bel Pastore inviato dal Padre.

I suoi intimi lo ascoltavano con grande ammirazione, poiché la sua vita eloquente parlava per lui.

 

«Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco e mi seguono» (Gv 10,27)

 

 

Martedì della 4.a sett. di Pasqua  (Gv 10,22-30)

Apr 19, 2026

Un solo popolo, un solo Pastore

Pubblicato in Aforisma

La liturgia odierna ci propone un brano del Vangelo di Giovanni, sottolineando la missione universale dei discepoli. Essi ascoltano la voce del Pastore e diventano un solo popolo in Cristo e per Cristo.

 

Nelle Fonti francescane è più volte narrata la missionarietà di Francesco e dei suoi.

Leggiamo:

"Allora il beato Francesco li radunò tutti insieme, e dopo aver parlato loro a lungo del Regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divise in quattro gruppi, di due ciascuno, e disse loro:

«Andate, carissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annunciate agli uomini la Pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Signore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse.

Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci viene preparato il regno eterno» (FF 366).

“Allora frate Bernardo con frate Egidio partì per Compostella, al santuario di San Giacomo, in Galizia; San Francesco con un altro compagno scelse un’altra parte; gli altri quattro, a due a due, si incamminarono verso le altre due direzioni” (FF 368).

Così misero in pratica la Parola del Vangelo, senza edulcorarla.

A tutti portavano la Buona Novella del Regno, annunciandola ancor prima che con le labbra, con il loro comportamento semplice e autentico.

Lo stesso Silvestro, che era un prete, prima di entrare nell’Ordine, fece un sogno:

"[…] vide una immensa croce, la cui sommità toccava il cielo è il cui piede stava appoggiato alla bocca di Francesco, e i bracci si stendevano da una parte e dall’altra del mondo.

Svegliatosi, il sacerdote capì e fermamente credette che Francesco era vero amico e servo di Cristo, e il suo movimento religioso si sarebbe dilatato prodigiosamente in tutto il mondo" (FF 1434).

 

Spesso accadeva che s’imbattessero in rifiuti e vessazioni:

"A motivo di tali ostilità, i frati furono costretti a fuggire da diverse nazioni. 

Così, angosciati, afflitti, non di rado spogliati delle loro vesti e battuti dai briganti, tornavano da Francesco con grande amarezza.

Soffrivano vessazioni del genere pressoché in tutti i paesi d’oltralpe, come in Germania, Ungheria, e in molti altri" (FF 1475).

 

«E ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge un solo pastore»  (Gv 10,16b)

Apr 18, 2026

Pastore e Porta

Gesù nel capitolo dieci del Vangelo giovanneo si definisce la Porta delle pecore, entrando per la quale s’incontra la salvezza. Lui solo è il vero Pastore che ha cura di esse e le difende dai pericoli.

 

Un giorno Francesco, vicino al traguardo della sua chiamata, ricevette da un frate una domanda circa la figura che avrebbe guidato l’Ordine dopo di lui.

Il passo, tratto dalla vita seconda del Celano, recita così:

«Padre tu passerai da questa vita, e la famiglia che ti ha seguito rimane abbandonata in questa valle di lacrime. Indica uno, se conosci che esista nell’Ordine, che soddisfi il tuo spirito e al quale si possa addossare con tranquillità il peso di ministro generale».

Francesco, accompagnando le singole parole con sospiri, rispose:

«Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso. Ma voglio dipingervi e, come si dice, modellare la figura, nella quale si veda chiaramente quale deve essere il padre di questa famiglia».

«Deve essere - proseguì - un uomo di vita quanto mai austera, di grande discrezione e lodevole fama […] si applichi con zelo alla preghiera e sappia distribuire determinate ore alla sua anima e altre al gregge, che gli è affidato […] Dopo l’orazione poi, si metta a disposizione dei religiosi, disposto a lasciarsi importunare da tutti, pronto a rispondere e a provvedere a tutti con affabilità […] Anche ammettendo che emerga per cultura, tuttavia ancor più nella sua condotta sia il ritratto della virtuosa semplicità e coltivi la virtù […]».

E continuò:

«Consoli gli afflitti, essendo l’ultimo rifugio per i tribolati, perché non avvenga che, non trovando presso di lui rimedi salutari, gli infermi si sentano sopraffatti dal morbo della disperazione. Umìli se stesso, per piegare i protervi alla mitezza, e lasci cadere parte del suo diritto, per conquistare un’anima a Cristo. Quando ai disertori dell’Ordine, come a pecorelle smarrite, non chiuda loro le viscere della sua misericordia, ben sapendo che sono violentissime le tentazioni, che possono spingere a tanto […] È suo compito soprattutto indagare nel segreto delle coscienze per estrarre la verità dalle vene più occulte, ma non presti orecchio a chi fa pettegolezzi […]» (FF 771-772).

Tutto questo indica il valore dell’essere "Porta" per Francesco tra i suoi frati, che amò con fermezza e tenerezza; con discrezione e comprensione, per amore di Cristo.

 

«Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; ed entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9)

 

 

4.a Domenica di Pasqua A  (Gv 10,1-10)

Apr 17, 2026

Senza misura

Pubblicato in Aforisma

«Andando in tutto il mondo, predicate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).

Gesù Risorto, prima di ascendere al Padre, affidò ai discepoli la missione universale di proclamare il Vangelo a ogni creatura, sottolineando come l’annuncio sarebbe stato confermato da segni, anticipazione di quella salvezza piena che è attesa nel futuro di Dio.

 

Francesco dette la misura di tutto questo quando partì in missione verso Oriente, per incontrare il Sultano.

Le Fonti recitano così:

"Nel tredicesimo anno della sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagàni, preso con sé un compagno*, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano*.

Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava? […]

Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l’afferrarono, l’insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla […] e sebbene investito dall’odio brutale di molti, venne accolto dal Sultano con grande onore!" (FF 422).

Sosteneva che il  predicatore chiamato ad annunciare il Vangelo «deve prima attingere nel segreto della preghiera ciò che poi riverserà nei discorsi. Prima deve riscaldarsi interiormente, per non proferire all’esterno fredde parole […] essi sono la vita del corpo, gli avversari dei demoni, essi sono la lampada del mondo» (FF 747).

Questi annunciano la salvezza, compiono segni, perché ciò che portano in cuore trabocca all’esterno e Dio opera in loro.

Tale modello era quanto i frati vedevano in Francesco, quale testimonianza e annuncio fattivo del Risorto.

“I frati che vissero con lui inoltre sanno molto bene come ogni giorno, anzi ogni momento, affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui.

La bocca parlava per l’abbondanza dei santi affetti del cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori.

Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra […]” (FF 522).

E quando una creatura sparisce, facendo affiorare l’immagine del Figlio di Dio in lei, compie, ovunque si trovi, la più perfetta evangelizzazione, offre il più convincente annuncio.

Così Francesco, uomo nuovo fatto Parola vivente.

 

* Era frate Illuminato, come informa San Bonaventura.

  • Probabilmente San Francesco arrivò dal Sultano Melek-el- Kamel nella tregua d’armi tra la fine di agosto e la fine di settembre del 1219.

 

 

S. Marco Evangelista  (Mc 16,15-20)

Nel brano di oggi Gesù sconvolge gli schemi mentali dei Giudei che si chiedono come può dar loro da mangiare il suo corpo e bere il sangue.

 

Francesco, dotato per Grazia di carismi straordinari, aveva ben compreso  tutto questo.

Nella sua semplicità fu un grande innamorato dell’Eucaristia, cui dedicò una lettera speciale: «Lettera a tutti i chierici sulla riverenza del Corpo del Signore».

In essa, fra l’altro, leggiamo:

"«Niente infatti possediamo e vediamo corporalmente in questo mondo dello stesso Altissimo, se non il corpo e il sangue, i nomi e le parole mediante le quali siamo stati creati e redenti «da morte a vita»" (FF 207a).

E ancora le Fonti informano sulla devozione di Francesco al Corpo e Sangue del Signore.

"Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità […] essendo colmo di riverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e, quando riceveva l’Agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore […]

Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro" (FF 789).

Anche Chiara anelava a ricevere il Pane vivo disceso dal cielo con grande devozione e raccoglimento:

"Quando poi stava per ricevere il Corpo del Signore, versava prima calde lacrime e, accostandosi quindi con tremore, temeva Colui che si nasconde nel Sacramento non meno che il Sovrano del cielo e della terra" (FF 3210).

E ancora, durante la sua lunga degenza si dedicò ancor più devotamente all’Eucaristia.

Secondo la Leggenda:

"In quella grave malattia che la confinò al giaciglio, si faceva sollevare e sorreggere dietro con sostegni; e, stando seduta, filava tessuti delicatissimi.

Da questi tessuti ricavò più di cinquanta paia di corporali e, racchiusili in buste di seta o di porpora, li destinava a varie chiese per la piana e per i monti d’Assisi" (FF 3209).

La vita di questi due Poveri fu un incessante sacrificio eucaristico a beneficio dell’umanità, in unità con Gesù.

Ogni loro gesto fu pane spezzato e sangue versato per ogni creatura bisognosa di tutto.

Vivendo in povertà e semplicità nel quotidiano divennero pane per tutti.

 

«Chi mastica la mia carne e beve il mio sangue ha la Vita dell’Eterno» (Gv 6,54)

 

 

Venerdì della 3.a sett. di Pasqua  (Gv 6,52-59)

Apr 15, 2026

Il Padre attira e invia

Pubblicato in Aforisma

In questa parte del capitolo 6 del Vangelo giovanneo viene messo in evidenza da Gesù che nessuno può andare a Lui se il Padre non lo attira.

Chi ascolta e impara dal Padre va a Gesù.

 

Francesco, sempre in ascolto della Parola e istruito dallo Spirito, un giorno ebbe a dire ai suoi frati quanto segue:

"«L’Ordine e la vita dei frati minori si assomiglia a un piccolo gregge, che il Figlio di Dio, in quest’ultima ora, ha chiesto al suo Padre celeste, dicendo:

«Padre vorrei che tu suscitassi e donassi a me in quest’ultima ora un nuovo umile popolo, diverso per la sua umiltà e povertà da tutti gli altri che lo hanno preceduto, e fosse felice di non possedere che me solo». E il Padre rispose al suo Figlio diletto:

«Figlio, ciò che hai chiesto, è fatto».

Aggiungeva quindi Francesco che il Signore ha voluto che i frati si chiamassero ‘Minori’, perché appunto questo è il popolo chiesto dal Figlio di Dio al Padre suo, e di esso si dice nel Vangelo: non vogliate temere, o piccolo gregge, poiché è piaciuto al Padre vostro di concedere a voi il Regno; e ancora: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli più piccoli (minori), lo avete fatto a me.

Sebbene qui il Signore parli di tutti quelli che sono poveri in spirito, tuttavia egli intendeva riferirsi in modo particolare all’Ordine dei frati minori, che sarebbe fiorito nella sua Chiesa" (FF 1617).

E Chiara, nel chiuso delle pareti damianite, scrivendo alla sua figlia spirituale Agnese di Praga:

"«Riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero. Lui per tutti noi sostenne il supplizio della croce, strappandoci dal potere del Principe delle tenebre, che ci tratteneva avvinti con catene in conseguenza del peccato del primo uomo, e riconciliandoci con Dio Padre»" (FF 2863).

Questi due santi attestano con la vita che per loro il Pane che viene da Dio è la Parola di Gesù e l’Atto donativo estremo di Lui, trasformato in salvezza perenne per tutti noi.

La preghiera cara a Francesco, e spesso ripetuta da lui dinanzi al Crocifisso, è esternazione di ascolto e fede insieme, di orme dirette alla comunione con il Padre e il Figlio suo Gesù nello Spirito.

"«Altissimo glorioso Dio, / illumina le tenebre de lo core mio. / Et dame fede dricta, / speranza certa e carità perfecta,/ senno e cognoscemento, / Signore, /che faccia lo tuo santo e verace comandamento. Amen»" (FF 276).

 

«Nessuno può venire a me, se il Padre che mi ha mandato non lo attira» (Gv 6,44)

«Chi crede ha la Vita dell’Eterno» (Gv 6,47)

 

 

Giovedì della 3.a sett. di Pasqua  (Gv 6,44-51)

Nel Vangelo della liturgia odierna Gesù si autorivela come il Pane della vita: salvezza che ogni uomo cerca.

Afferma che è disceso dal cielo per fare la volontà di Colui che lo ha mandato, non la propria.

Francesco si distinse sempre per quella ricerca continua della volontà di Dio in ogni cosa.

Nelle Fonti troviamo da parte del Poverello una valorizzazione della volontà del Padre su Gesù:

«E la volontà di suo Padre fu questa, che il suo figlio benedetto e glorioso, che egli ci ha donato ed è nato per noi, offrisse se stesso, mediante il proprio sangue, come sacrificio e vittima sull’altare della croce, non per sé, poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, ma in espiazione dei nostri peccati, lasciando a noi l’esempio perché ne seguiamo le orme. E vuole che tutti siamo salvi per mezzo di lui e che lo riceviamo con cuore puro e col nostro corpo casto» (Lettera ai Fedeli. FF 184).

E nella Parafrasi del «Padre nostro» aggiunge:

«Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra: affinché ti amiamo con tutto il cuore, sempre pensando a te; con tutta l’anima, sempre desiderando te; con tutta la mente, orientando a te tutte le nostre intenzioni e in ogni cosa cercando il tuo onore; e con tutte le nostre forze, spendendo tutte le nostre energie e sensibilità dell’anima e del corpo a servizio del tuo amore e non per altro; e affinché possiamo amare i nostri prossimi come noi stessi, trascinando tutti con ogni nostro potere al tuo amore, godendo dei beni altrui come dei nostri e nei mali soffrendo insieme con loro e non recando nessuna offesa a nessuno»

(FF 270).

Nella preghiera chiedeva sempre a Dio la conoscenza della sua volontà:

"Francesco, il servo di Cristo, non confidando nell’esperienza propria o in quella dei suoi, si affidò alla preghiera, per cercare con insistenza quale fosse […] la disposizione della volontà divina.

Venne così illuminato con una risposta dal cielo e comprese che egli era stato mandato dal Signore a questo scopo: guadagnare a Cristo le anime, che il diavolo tentava di rapire.

E perciò scelse di vivere per tutti, anziché per sé solo, stimolato dall’esempio di Colui che si degnò di morire, Lui solo, per tutti gli uomini" (FF 1066).

Chiara d’Assisi fin da giovanetta cercò sempre la volontà del Padre e, in monastero, nella sua Regola, scrive:

«Le sorelle […] ricordino che hanno rinunciato alla propria volontà per amore di Dio» (FF 2807).

Sull’esempio di Cristo venuto ad adempiere il progetto del Padre, anche Francesco e Chiara furono dei cercatori instancabili del disegno divino su di loro.

 

«Poiché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 6,38)

 

 

Mercoledì 3.a sett. di Pasqua  (Gv 6,35-40)

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Dear friends, the mission of the Church bears fruit because Christ is truly present among us in a quite special way in the Holy Eucharist. His is a dynamic presence which grasps us in order to make us his, to liken us to him. Christ draws us to himself, he brings us out of ourselves to make us all one with him. In this way he also inserts us into the community of brothers and sisters: communion with the Lord is always also communion with others (Pope Benedict)
Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri (Papa Benedetto)
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Pope Pius II, Canonization Edict]
«Doctrina eius (scilicet Catharinae) non acquisita fuit; prius magistra visa est quam discipula» [Papa Pio II, Bolla di Canonizzazione]
In this passage, the Lord tells us three things about the true shepherd:  he gives his own life for his sheep; he knows them and they know him; he is at the service of unity [Pope Benedict]
In questo brano il Signore ci dice tre cose sul vero pastore: egli dà la propria vita per le pecore; le conosce ed esse lo conoscono; sta a servizio dell'unità [Papa Benedetto]
Let us permit St Augustine to speak once more: "If only good shepherds be not lacking! Far be it from us that they should be lacking, and far be it from divine mercy not to call them forth and establish them. It is certain that if there are good sheep, there are also good shepherds: in fact it is from good sheep that good shepherds are derived." (Sermones ad populum, Sermo XLIV, XIII, 30) [John Paul II]
Lasciamo ancora una volta parlare Sant’Agostino: “Purché non vengano a mancare buoni pastori! Lungi da noi che manchino, e lungi dalla misericordia divina il non farli sorgere e stabilirli. Certo è che se ci sono buone pecore, ci sono anche buoni pastori: infatti è dalle buone pecore che derivano i buoni pastori” (S. Agostino, Sermones ad populum, I, Sermo XLIV, XIII, 30) [Giovanni Paolo II]
Jesus, Good Shepherd and door of the sheep, is a leader whose authority is expressed in service, a leader who, in order to command, gives his life and does not ask others to sacrifice theirs. One can trust in a leader like this (Pope Francis)
Gesù, pastore buono e porta delle pecore, è un capo la cui autorità si esprime nel servizio, un capo che per comandare dona la vita e non chiede ad altri di sacrificarla. Di un capo così ci si può fidare (Papa Francesco)
To be Christians means to be missionaries, to be apostles (cfr. Decree Apostolicam Actuositatem, n.2). It is not enough to discover Christ - you must bring Him to others! [John Paul II]
Essere cristiani significa essere missionari-apostoli (cfr. «Apostolicam Actuositatem», 2). Non basta scoprire Cristo - bisogna portarlo agli altri! [Giovanni Paolo II]
What is meant by “eat the flesh and drink the blood” of Jesus? Is it just an image, a figure of speech, a symbol, or does it indicate something real? (Pope Francis)
Che significa “mangiare la carne e bere il sangue” di Gesù?, è solo un’immagine, un modo di dire, un simbolo, o indica qualcosa di reale? (Papa Francesco)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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