Teresa Girolami

Teresa Girolami

Teresa Girolami è laureata in Materie letterarie e Teologia. Ha pubblicato vari testi, fra cui: "Pellegrinaggio del cuore" (Ed. Piemme); "I Fiammiferi di Maria - La Madre di Dio in prosa e poesia"; "Tenerezza Scalza - Natura di donna"; co-autrice di "Dialogo e Solstizio".

Nel brano di Vangelo oggi proposto, Gesù parla dell’essere venuto per dare pieno compimento alla Legge.

Quindi non demolire o trasgredire la Parola, ma osservarla amando. L’amore è il vero compimento della Legge del Signore, che è perfetta e rinfranca l’anima.

Francesco lo aveva ben compreso vivendo e insegnando alla sua fraternità a fare altrettanto.

Le Fonti forniscono, attraverso vari tasselli, preziosi esempi di vita. Nella Lettera ai reggitori dei popoli:

«Vi supplico […] con tutta la riverenza di cui sono capace, di non dimenticare il Signore, assorbiti come siete dalle cure e preoccupazioni di questo mondo, e di non deviare dai suoi comandamenti, poiché tutti coloro che dimenticano il Signore e si allontanano dai comandamenti di lui, sono maledetti e saranno dimenticati da lui» (FF 211).

Al tempo stesso il Poverello, con quell’equilibrio ed elasticità che lo contraddistingueva, sottolinea:

«E ogniqualvolta sopravvenga la necessità, sia consentito a tutti i frati, ovunque si trovino, di prendere tutti i cibi che gli uomini possono mangiare, così come il Signore dice di David, il quale mangiò i pani dell’offerta che non era permesso mangiare se non ai sacerdoti […] Similmente, ancora, in tempo di manifesta necessità tutti i frati provvedano per le cose loro necessarie così come il Signore darà loro la grazia, poiché la necessità non ha legge» (FF 33).

 

Secondo il pensiero di Francesco, ciò che danneggia l’amore è la detrazione. Infatti, nella Leggenda maggiore, leggiamo:

"Il vizio della detrazione, nemico radicale della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il morso del serpente e come la più dannosa pestilenza […]

«La cattiveria dei detrattori - diceva - è tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento nell’amore, ci obbliga a bramare la salvezza delle anime più di quella dei corpi»" (FF 1141).

 

Chiara stessa, nella Regola avverte:

«Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione» (FF 2809).

«Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l’unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione» (FF 2810).

L’Amore era la Regola dei frati e delle Povere Dame di San Damiano: «[…] e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen.» (FF 2918 - Lettera a Ermentrude di Bruges).

 

«Non crediate che io sia venuto ad abbattere la Legge o i Profeti; non sono venuto a demolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17)

 

 

Mercoledì 10.a sett. T.O.  (Mt 5,17-19)

Nel Vangelo odierno Gesù parla della testimonianza da dare con la vita, per essere sale e luce per tutti.

Francesco, nel suo percorso di fede, si studiò di piacere a Dio con un’esistenza sapida e un vivere luminoso, irrigato dalla Grazia.

La stessa Chiara, sempre unita allo Sposo Gesù, fu profeticamente eletta per essere quanto il suo stesso nome significava: luce, chiarore per il mondo.

Nelle Fonti la loro testimonianza rifulge.

Nella Lettera di frate Elia, scritta subito dopo la morte di Francesco, è evidente l’esperienza dei frati fatta accanto al loro padre e il profumo di vita respirato.

"Veramente era la vera luce la presenza del fratello e padre nostro Francesco, non solo per noi che gli eravamo compagni nella medesima professione di vita, ma anche per quelli che erano lontani.

Era, infatti, una luce suscitata dalla luce vera, quella che illumina quanti erano nelle tenebre e sedevano nell’ombra della morte, per dirigere i loro passi sulla via della pace.

Questo egli ha fatto, come vera luce meridiana.

La luce che veniva dall’alto illuminava il suo cuore e riscaldava la volontà di lui col fuoco del suo amore" (FF 307).

Questa l’esperienza di chi lo conobbe da vicino.

Ma Chiara stessa, nell’epistolario compilato per il meraviglioso dialogo con Agnese di Boemia, offre dei passi che sono la misura del suo cuore e della sua vita-luce.

Nella quarta lettera leggiamo:

«E poiché questa visione di lui è splendore dell’eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, ogni giorno porta l’anima tua, o regina, sposa di Gesù Cristo, in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto, perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno, vestita e circondata di varietà, e sii parimenti adorna con i fiori e le vesti di tutte le virtù, come conviene a te, figlia e sposa carissima del sommo Re» (FF 2902).

La purezza in Francesco e Chiara aveva raggiunto livelli tali da far sì che tutta la macchina del mondo, come dice San Bonaventura, si era messa al servizio dei sensi santificati di queste due splendide figure.

Tutto nella loro povera e semplice esistenza diveniva testimonianza chiara e di spessore, a lode di Dio.

 

«Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre belle opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16)

 

 

Martedì della 10.a sett. T.O.  (Mt 5,13-16)

Con le Beatitudini, Mt inizia dal tema della povertà in spirito e conclude con la beatitudine dei perseguitati, di quanti cioè vogliono vivere il Vangelo e l’amore sino in fondo.

Per Francesco e Chiara d’Assisi l’umiltà del cuore, la povertà interiore ed esteriore, costituiva la chiave di volta di tutte le altre Beatitudini; identikit di Gesù e di ogni discepolo che vuole camminare sulle sue orme.

Incantevole è un passo del «Sacrum Commercium» (operetta allegorica di autore ignoto) contenuto nelle Fonti e che qui riportiamo, a riguardo della  povertà.

«Così, innamorato della tua bellezza, il Figlio dell’Altissimo Padre a te sola si unì strettamente nel mondo e ti conobbe per prova fedelissima in ogni cosa.

Prima ancora che dallo splendore della sua patria Egli venisse sulla terra, tu gli preparasti un’abitazione degna, un trono su cui assidersi e un talamo dove riposare, cioè la Vergine poverissima, dalla quale Egli nacque a risplendere su questo mondo.

A lui appena nato con sollecitudine corresti incontro, perché egli trovasse in te, e non nelle mollezze, un posto che gli fosse gradito.

Fu deposto, dice l’evangelista, in una mangiatoia, perché non c’era posto per lui nell’albergo.

Allo stesso modo, senza mai separarti da lui, l’hai sempre accompagnato, tanto che in tutta la sua vita, quando apparve sulla terra e visse fra gli uomini, mentre le volpi avevano le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, egli però non aveva dove posare il capo.

E in seguito quando egli, che un tempo aveva dischiuso la bocca dei profeti, aprì la sua bocca per insegnare, te per prima volle lodare, te per prima esaltò con le parole: Beati i poveri in ispirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (FF 1977).

Francesco poi, nelle sue Ammonizioni, fra l’altro esalta il cuore puro, appunto povero, quando dice:

«Beati i puri di cuore, poiché essi vedranno Dio. Veramente puri di cuore sono coloro che disdegnano le cose terrene e cercano le cose celesti, e non cessano mai di adorare e vedere il Signore Dio, vivo e vero, con cuore e animo puro» (FF 165).

Gli fa eco Chiara, nel suo Testamento:

«Se vivremo secondo la predetta forma di vita, lasceremo alle altre un nobile esempio e, attraverso una fatica di brevissima durata, ci guadagneremo il palio della beatitudine eterna» (FF 2830).

 

Il tema della ricchezza da condividere, “del non trattenere” e del “restituire” a Dio e ai fratelli, è molto sentito in Francesco d’Assisi.

Nelle Fonti:

“Una volta, mentre ritornava da Siena, incontrò un povero. Si dava il caso che Francesco a causa della malattia, avesse indosso sopra l’abito un mantello.

Mirando con gli occhi misericordiosi la miseria di quell’uomo, disse al compagno:

«Bisogna che restituiamo il mantello a questo povero: perché è suo. Difatti noi lo abbiamo ricevuto in prestito, fino a quando ci sarebbe capitato di trovare qualcuno più povero di noi».

“Il compagno, però, considerando lo stato in cui il padre pietoso si trovava, oppose un netto rifiuto: egli non aveva il diritto di dimenticare se stesso, per provvedere all’altro.

Ma il Santo:

«Ritengo che il Grande Elemosiniere mi accuserà di furto, se non darò quel che porto indosso a chi è più bisognoso».

 

«Beati i poveri […] poiché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5,3).

 

 

Lunedì 10.a sett. T.O.  (Mt 5,1-12a)

Mag 30, 2026

Il Vivente

In questa domenica solenne del Corpus Domini la liturgia propone un brano di Giovanni in cui Gesù, rivolto ai Giudei, dice:

«Io sono il pane il vivente, quello disceso dal cielo. Se uno mangia da questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

 

Francesco era innamorato della Francia non perché la Madre, Monna Pica, provenisse da quelle terre, ma per il fiorire del culto eucaristico, di cui lo aveva informato Giacomo da Vitry, convinto fautore.

Quando andava per le selve o era particolarmente allegro, spesso cantava le lodi in francese.

Le Fonti c’informano al riguardo della sua viscerale devozione al Corpo di Cristo.

Nella Vita seconda del Celano leggiamo:

"Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità.

Riteneva grave segno di disprezzo non partecipare all’Eucaristia, anche unica, se il tempo lo permetteva.

Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri.

Infatti, essendo colmo di riverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e quando riceveva l’Agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull’altare del suo cuore.

Per questo amava la Francia, terra devota al Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri.

Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro" (FF 789).

"Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento.

«Se mi capitasse - diceva spesso - di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani.

Direi infatti: Ohi! Aspetta, San Lorenzo*, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano» " (FF 790).

E s. Chiara, dinanzi alla penuria di pane in monastero, per Grazia, ottenne di moltiplicarlo.

"C’era un solo pane, in monastero, e già incalzavano l’ora del desinare e la fame.

Chiamata la dispensiera, la Santa le comanda di dividere il pane e di mandarne una parte ai frati, di trattenere l’altra dentro, per le sorelle.

Da questa seconda metà serbata, ordina di tagliare cinquanta fette, quale era il numero delle Donne, e di presentarle loro sulla mensa della povertà.

E alla devota figlia, che le rispondeva:

«Occorrerebbero gli antichi miracoli di Cristo, per poter tagliare così poco pane in cinquanta fette», la Madre replicò, dicendole:

«Fa’ sicura quello che ti dico, figlia!».

Si affretta dunque la figlia ad eseguire il comando della Madre; e si affretta la Madre a rivolgere pii sospiri al suo Cristo, per le sue figlie.

E per Grazia divina quella scarsa materia cresce tra le mani di colei che la spezza, così che risulta una porzione abbondante per ciascun membro della comunità" (FF 3189).

L’amore di Francesco e Chiara al Corpo e Sangue di Cristo li rendeva direttamente partecipi di quel Sacro Mistero.

 

* San Lorenzo era solo diacono, come Francesco.

 

 

Domenica del Corpo e Sangue di Cristo A  (Gv 6,51-58)

Mag 29, 2026

Povertà: due monetine

Pubblicato in Aforisma

Gesù mette in guardia dagli scribi cultori dell’esteriorità.

Egli guarda alla piccola offerta della vedova gettata nel tesoro comune, inducendo un’acuta riflessione.

 

Nelle Fonti francescane troviamo vari episodi del Poverello che illustrano la linfa vitale del suo cammino.

Francesco collaborava all’opera creatrice di Dio facendosi alimento vitale per i poveri e malfermi e così incitava a fare ai suoi frati. 

Raccontano le Fonti:

“Un giorno venne un mendicante alla chiesa di Santa Maria della Porziuncola, presso la quale i frati dimoravano, e chiedeva l’elemosina.

Vi era conservato un mantello, appartenuto ad uno di loro quando stava ancora nel mondo.

Francesco disse a questi di consegnarlo al poverello, ed egli immediatamente e con gioia lo diede.

E subito, in premio della fede e bontà dimostrate con quel gesto, a quel fratello parve che l’elemosina fosse salita in cielo: e si sentì pervaso d’indicibile gaudio. 

[…] Erano felici nel Signore, sempre, non avendo dentro di sé o tra di loro nulla che potesse in qualche modo contristarli” (FF 1451; 1454).

 

La stessa Chiara d’Assisi, in una stupenda lettera ad una sua figlia spirituale (Agnese di Boemia) scriveva:

«O Povertà beata! A chi t’ama e t’abbraccia procuri ricchezze eterne.

O Povertà Santa! A quanti ti possiedono e desiderano, Dio promette il Regno dei cieli, ed offre in modo infallibile eterna Gloria e vita beata.

O Povertà pia! Te il Signore Gesù Cristo si degnò abbracciare a preferenza di ogni altra cosa»

(FF 2864).

 

«In verità io vi dico che questa vedova povera ha gettato più di tutti quelli che hanno gettato nel tesoro»  (Mc 12,43)

 

 

Sabato 9.a sett. T.O.  (Mc 12,38-44)

Marco ritrae Gesù mentre insegna nel tempio, ponendo l’accento sulla rispondenza tra il Messia creduto Figlio di Davide, e il sovrano medesimo.

 

Lo stesso Francesco, per aiutare i suoi frati a crescere nell’orizzonte del Regno di Dio, in guisa che sofferenze e traversie potessero avere un’altra dimensione, un giorno così si espresse con un suo frate.

Recitano le Fonti:

”Lo stesso [fra’ Leonardo] riferì che un giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone e gli disse

«Frate Leone, scrivi […] quale è la vera Letizia».

«Ecco, io torno da Perugia e, a notte profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che, all’estremità della tonaca, si formano dei ghiaccioli d’acqua congelata […]

E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e, dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede: “Chi è?”.

Io rispondo: «Frate Francesco».

E quegli dice: “Vattene, non è ora decente, questa, di andare in giro, non entrerai”.

E poiché io insisto ancora, l’altro risponde: “Vattene, tu sei un semplice e un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali che non abbiamo bisogno di te”.

E io sempre resto davanti alla porta e dico:

«Per amore di Dio, accoglietemi per questa notte».

E quegli risponde: “Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là”.

«Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera Letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima».

(FF 278).

 

«Davide stesso disse nello Spirito Santo: ‘Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché ponga i tuoi nemici 

sotto i tuoi piedi’» (Mc 12,36).

 

 

Venerdì 9.a sett. T.O.  (Mc 12,35-37)

Mag 27, 2026

Carità soddisfa lo Spirito

Pubblicato in Aforisma

Agli scribi che chiedono qual è il comandamento grande Gesù risponde in modo spiazzante: Ascolta! Amare Dio e il prossimo con tutto se stessi vale più di mille sacrifici!

Allo scriba, che aveva compreso tutto questo, Gesù evidenzia che non è lontano dal Regno di Dio.

 

La vita di Francesco d’Assisi è ricca di episodi singolari, che attestano l’ampiezza di un cuore nuovo, improntato all’Amore.

All’inizio della loro vita comunitaria, i frati vivevano a Rivotorto, a 3 Km dalla Porziuncola.

Ecco cosa accadde una sera:

“Una notte, una di quelle pecorelle, mentre le altre dormivano, si mise a gridare: «Muoio, fratelli, ecco, muoio di fame!».

Il saggio pastore si alzò immediatamente e si affrettò a portare l’aiuto opportuno alla pecorella infermiccia.

Ordinò di preparare la mensa, anche se con cibi alla buona […]

Proprio lui cominciò a mangiare per primo ed invitò a quel dovere di carità gli altri frati, perché il poverino non avesse ad arrossire.

Preso il cibo col timore del Signore, affinché fosse completo l’atto di carità, il Padre tenne ai figli un lungo discorso sulla virtù della discrezione.

Prescrisse di offrire sempre a Dio un sacrificio condito di prudenza, ammonendoli accortamente di tener conto, nel servizio divino, delle proprie forze […]

Poi soggiunse:

«Carissimi, ciò che ho fatto mangiando, sappiate che è stato fatto non per bramosia, ma per doverosa attenzione e perché me lo ha imposto la carità fraterna.

La carità vi sia di esempio, non il cibo, perché questo soddisfa la gola, quella invece lo spirito». (FF 608).

Il Povero Assisano aveva le idee ben chiare sulle priorità da dare nel cammino spirituale.

Per lui l’amore a Dio con tutte le fibre del suo essere e al prossimo era una dolcissima verità scolpita nel  cuore a lettere di fuoco.

Nel merito ci assistono le Fonti, ricche di episodi di vita.

Chiara, fedele discepola di Francesco, faceva la medesima  cosa fra le mura damianite, pronta sempre a servire amorevolmente le sorelle della sua comunità e quanti bussavano alla porta del Monastero.

"Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore" (FF 3181).

"Molto spesso lavava i piedi delle servigiali che tornavano da fuori e, lavatili, li baciava" (FF 3182).

Amare il Signore con tutte le forze e il prossimo come se stessi vale più degli olocausti; i due Giganti assisani lo avevano ben compreso testimoniandolo a tutti.

 

«E amerai il Signore Dio tuo da tutto il tuo cuore e da tutta la tua vita e da tutta la tua mente e da tutta la tua forza […] Amerai il prossimo tuo come te stesso»  (Mc 12,30-31)

 

 

Giovedì 9.a sett. T.O.  (Mc 12,28b-34)

Gesù ricorda che coloro che sono considerati degni della vita futura non avranno per sempre moglie né marito.

Al riguardo le Fonti hanno un episodio molto significativo che fa riflettere.

“Nell’eremo dei frati di Sarteano, il maligno che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione.

Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte: “Francesco, Francesco, Francesco”.

«Cosa vuoi?».

E quello: “Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigorosa non troverà misericordia in eterno”.

Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l’astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza […]

Vedendo che in tal modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale […]

Appena il Padre nota [tale tentazione] si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda.

«Orsù frate asino - esclama - così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell’Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente […]».

Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava […] uscito nell’orto si immerse nudo nella neve alta.

Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo:

«Ecco, questa più grande è tua moglie, questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio».

«Fa’ presto, occorre vestirli tutti perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza il Signore».

“[…] e il Santo tornò nella sua cella glorificando Dio” (FF 703).

 

«Quando infatti risorgeranno dai morti, né prendono moglie né prendono marito, ma sono come angeli nei cieli»  (Mc 12,25)

 

 

Mercoledì 9.a sett. T.O  (Mc 12,18-27)

Pagina 1 di 11
Jesus showed us with a new clarity the unifying centre of the divine laws revealed on Sinai […]  Indeed, in his life and in his Paschal Mystery Jesus brought the entire law to completion.  Uniting himself with us through the gift of the Holy Spirit, he carries with us and in us the “yoke” of the law, which thereby becomes a “light burden” (Pope Benedict)
Gesù ci ha mostrato con una nuova chiarezza il centro unificante delle leggi divine rivelate sul Sinai […] Anzi, Gesù nella sua vita e nel suo mistero pasquale ha portato a compimento tutta la legge. Unendosi con noi mediante il dono dello Spirito Santo, porta con noi e in noi il "giogo" della legge, che così diventa un "carico leggero" (Papa Benedetto)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
"How will we be able to live without him?". In these words of St Ignatius we hear echoing the affirmation of the martyrs of Abitene: "Sine dominico non possumus" [Pope Benedict]
"Come potremmo vivere senza di Lui?". Sentiamo echeggiare in queste parole di Sant’Ignazio l’affermazione dei martiri di Abitene: "Sine dominico non possumus" [Papa Benedetto]
The kingdom of Christ is manifested, as the Council teaches, in the 'kingship' of man [John Paul II]
Il regno di Cristo si manifesta, come insegna il Concilio, nella “regalità” dell’uomo [Giovanni Paolo II]
In the middle of the dense forest of rules and regulations — to the legalisms of past and present — Jesus makes an opening through which one can catch a glimpse of two faces: the face of the Father and the face of the brother. He does not give us two formulas or two precepts: there are no precepts nor formulas. He gives us two faces [Pope Francis]
In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni – ai legalismi di ieri e di oggi – Gesù opera uno squarcio che permette di scorgere due volti: il volto del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti: non sono precetti e formule; ci consegna due volti [Papa Francesco]
Whoever is inscribed in God's name participates in God's life, and lives. Therefore to believe is to be inscribed in the name of God. Thus we are alive. Whoever has a share in God's name is not dead but rather belongs to the living God. In this sense we should be able to understand the dynamism of faith, which entails enrolling our names in the name of God and in this way entering into life [Pope Benedict]
Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita [Papa Benedetto]
As sometimes happens in the Gospel, faced with the trap set for him by his enemies, Jesus, with his response, rises above the contingent controversy and goes far beyond the particular and mutually divergent positions (John Paul II)

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