(Gv 1,1-18)
Giovanni 1:1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Giovanni 1:2 Egli era in principio presso Dio:
Giovanni 1:3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
Giovanni 1:4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
Giovanni 1:5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
Nei vv. 1-5 vi è una logica discendente, che vede il Logos, dapprima, in rapporto con Dio (vv. 1-2), poi, in rapporto con se stesso (vv. 3-4), infine, in rapporto con gli uomini (v. 5), così che da quel suo essere presso Dio si ritrova ad essere presso gli uomini. Una discesa, quindi, spesa a favore degli uomini.
Si parla di un principio, che richiama per la sua formulazione - «En archē» - quello genesiaco (Gen 1,1) e a questo intenzionalmente rimanda. Qui (Gv 1,1), infatti, come là (Gen 1,1), si inizia con «En archē»; si prosegue con un richiamo alla luce e alle tenebre (Gv 1,5), che in qualche modo riflettono Gen 1,3-5; la Parola del prologo è l'esclusiva protagonista creatrice di tutto ciò che esiste, possedendo in se stessa la vita; così similmente, la Parola genesiaca, che si ripete, quasi come una litania, per ben nove volte (“E Dio disse”), è potenza creatrice, che promana vita. Vi è in Giovanni una chiara intenzionalità nell'assimilare le vicende degli inizi del suo Vangelo a quelle della creazione genesiaca, quasi a voler indicare al lettore come l'accadere dell'evento Gesù costituisce l'inizio di una Nuova Creazione.
Benché vi sia un sostanziale richiamo al primo capitolo della Genesi, i due «En archē» sono sostanzialmente diversi, costituendo due contesti completamente differenti tra loro. Il genesiaco «En archē» si costituisce come l'inizio temporale della creazione, limitandosi ad indicarne l'origine divina. Non si tratta di un'origine metafisica, bensì storica. Di diversa natura è l' «En archē» di Giovanni, il cui contenuto è l'esistenza trascendente, metafisica, della Parola. Si tratta di un principio assoluto, che ci porta non alle origini della creazione, bensì della vita stessa di Dio. Non c'è più il fare di Dio, bensì l'Essere di Dio, che è Parola. Il verbo unico e dominante nei vv. 1-2, infatti, è il verbo «essere», che per sua natura indica sempre l'essenza del suo soggetto, dice sempre qualcosa del suo essere e ci trasporta nell'area dell'ontologia. Esso è posto qui sempre all'imperfetto indicativo («era»), evidenziando la persistenza dell'Essere della Parola, che viene posta in un principio che non ha inizio, ma che indica l'assolutezza della Parola e la sua preminenza.
Il v. 1 presenta la Parola, o Verbo, nella sua relazionalità con Dio, che in Giovanni indica il Padre: “il Verbo era presso Dio”. Anche qui compare il verbo ‘essere’ per indicare un aspetto costitutivo dell'essere della Parola. Anche qui il verbo è posto all'imperfetto indicativo, per significare come l'essere della Parola presso Dio sia una condizione permanente e persistente, il proprium dell'esistenza della Parola, evidenziandone la coeternità. Il suo rapporto con Dio è qualificato dalla particella «pros», che qui regge l'accusativo («ton theon», Dio), aprendo in tal modo la relazione ad una pluralità di significati, che descrivono in diversi modi il rapportarsi della Parola nei confronti del Padre. La particella esprime un moto a luogo; possiede, quindi, in se stessa una sua dinamicità, che indica la direzione della Parola: essa non si trova soltanto presso il Padre, da cui proviene, ma è rivolta, per sua natura, verso il Padre, esprimendo una forte tensione relazionale, che l'attrae verso di Lui e a Lui lo lega inscindibilmente. La particella «pros», inoltre, assume in sé anche il significato di causa, ragione, finalità, evidenziando un altro aspetto della Parola nel suo relazionarsi con il Padre: la sua ragion d'essere è il suo essere per il Padre, in sua funzione e in suo favore; in Lui trova il senso del suo esistere e in Lei il Padre si riflette e si ritrova. È una Parola che si nutre della volontà del Padre, così che il fare la sua volontà diventa elemento essenziale e costitutivo del suo stesso vivere e del suo stesso esserci, anzi lei è lo stesso Dabar (ebr.: = parola) del Padre. Non vi sono personalismi o iniziative private, ma il Dabar del Padre, per sua natura, riflette in se stesso il Padre e ne dà attuazione nel suo dire/agire, divenendone testimone e rivelatore in mezzo agli uomini.
“E il Verbo era Dio”. Il nome “Dio” non è preceduto dall'articolo determinativo come, invece avviene per “Il Verbo” (kai theos ēn ho logos), lasciando intendere come il nome “Dio” sia predicato della Parola, che è soggetto del verbo, sottolineandone, quindi, la divinità alla pari del Padre.
L'intento del v. 2, «Egli era in principio presso Dio», è quello di accentrare l'attenzione sulla relazionalità Parola-Padre, relazione che era tale fin da principio. L'attenzione, quindi, si sposta sulla relazionalità della Parola con il Padre, della quale si attesta l'eternità con l'espressione «en archē». Non più la Parola, dunque, è «en archē», bensì la relazione di Questa con Dio.
Se i vv. 1-2 contemplano la Parola nella sua triplice condizione di eternità, di relazionalità con Dio, e di natura divina, accentrando l'attenzione sull'aspetto relazionale, i vv.3-5 evidenziano la doppia dinamicità della Parola, ponendola in stretta relazione agli uomini (v. 4), che si attua nel suo apparire in mezzo ad essi (v. 5).
Il v. 3 si apre con un assoluto al plurale «panta» (tutte le cose), privo di articolo determinativo, quindi onnicomprensivo, che non ha limiti e che tutto abbraccia senza nulla escludere, facendo della Parola la fonte esclusiva, prima ed ultima, di tutto ciò che esiste. Tale esclusività di questa origine originante del Tutto viene rafforzata dall'espressione seguente, posta in forma negativa, con cui si esclude che qualcosa sia avvenuta senza il suo intervento. Questa assolutezza va ben oltre alla semplice creazione, per abbracciare l'intero esistente sia in quanto già in essere, che in divenire o semplicemente in potenza. Ma ciò che maggiormente viene sottolineata è l'azione di mediazione propria della Parola. L'accento, quindi, va a cadere non tanto sul «panta», bensì sulle preposizioni «dià» (per mezzo) e «chōrìs» (senza), che sottolineano la natura mediatrice della Parola.
«In lui [nel Verbo] era la vita e la vita era la luce degli uomini». Luce e vita, un binomio che richiama da vicino la dimensione stessa dell'Essere divino. Luce perché con il suo apparire si è resa visibile e raggiungibile dagli uomini; luce perché diventa rivelatrice del volere di Dio nei confronti degli uomini; luce perché questa è la dimensione di Dio, in cui viene collocata la nuova creazione, alla quale gli uomini sono chiamatati ad aderire esistenzialmente. Una luce che richiama il genesiaco v. 1,3. Anche lì compare la luce, che costituisce il contesto ambientale entro cui venne collocata la prima creazione. Non si tratta della luce degli astri, che comparirà soltanto nel quarto giorno, bensì della dimensione stessa di Dio, in cui la creazione genesiaca venne posta, rivestita e permeata. Per questo, al suo termine, Dio si ritroverà in essa e in essa si rifletterà, riconoscendo che “quanto aveva fatto era cosa molto buona” (Gen 1,31). Una creazione, dunque, rivestita e incandescente - di Dio.
Il v. 5 chiude la concatenazione discendente della Parola, che, contemplata nel suo essere in principio presso Dio, appare ora in mezzo alle tenebre. Questo bipolarismo fa parte dello schema della mente umana, che al positivo associa per contrapposizione il negativo, aprendo tra questi due poli un'ampia gamma di sfumature. La coesistenza e la convivenza della luce con le tenebre appartengono al primordiale contesto della creazione genesiaca. Anche lì la luce apparve in mezzo alle tenebre. Essa non ha dissolto le tenebre, ma ha creato un nuovo contesto, una nuova realtà, che si è contrapposta ad esse, così che Dio le ha separate (Gen 1,4), assegnando loro un proprio ruolo (Gen 1,5). Luce e tenebre, dunque, si pongono alle origini della vita come due entità a se stanti e inconciliabili, poiché esse hanno a che fare con le dinamiche più profonde dell'uomo e della vita. Luce e tenebre dicono la dialettica di contrapposte vedute tra Dio e l'uomo decaduto. Le tenebre, oltre che descrivere la condizione dell'uomo dopo la caduta primordiale, dicono tutta la sua incapacità di saper cogliere la luce, poiché le tenebre, per loro natura sono cieche e racchiudono tutto nella loro cecità. È proprio questa dialettica di contrapposizione luce-tenebre, che caratterizza la storia della salvezza. Per questo “le tenebre non l'hanno accolta” (v. 5).
Due sono i significati di tenebre nel v. 5: nella prima parte si indica in senso generale la condizione umana decaduta, avvolta nell'ignoranza di Dio, così che l'apparire della luce in questo contesto sottolinea la funzione illuminatrice e rivelativa della Parola incarnata, togliendo all'uomo decaduto ogni alibi, portandolo a conoscenza del volere divino, di fronte al quale è chiamato a prendere posizione. Nella seconda parte del v. 5 le tenebre sono storicizzate e incarnate nel mondo pagano e in quello giudaico, quali luoghi storici in cui esse si sono radicate e si sono contrapposte alla Parola. Il primo “tenebre”, dunque, indica lo stato, la condizione dell'uomo prima della venuta della Parola; il secondo “tenebre” individua storicamente gli attori che le incarnano.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
- Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
- Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
- Tutte le generazioni mi chiameranno beata
- Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
(Acquistabili su Amazon)