Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
Cari fratelli e sorelle!
Le parabole evangeliche sono brevi narrazioni che Gesù utilizza per annunciare i misteri del Regno dei cieli. Utilizzando immagini e situazioni della vita quotidiana, il Signore “vuole indicarci il vero fondamento di tutte le cose. Egli ci mostra … il Dio che agisce, che entra nella nostra vita e ci vuole prendere per mano” (Gesù di Nazaret. I, Milano, 2007, 229). Con tale genere di discorsi, il divino Maestro invita a riconoscere anzitutto il primato di Dio Padre: dove Lui non c’è, niente può essere buono. E’ una priorità decisiva per tutto. Regno dei cieli significa, appunto, signoria di Dio, e ciò vuol dire che la sua volontà dev’essere assunta come il criterio-guida della nostra esistenza.
Il tema contenuto nel Vangelo di questa domenica è proprio il Regno dei cieli. Il “cielo” non va inteso soltanto nel senso dell’altezza che ci sovrasta, poiché tale spazio infinito possiede anche la forma dell’interiorità dell’uomo. Gesù paragona il Regno dei cieli ad un campo di grano, per farci comprendere che dentro di noi è seminato qualcosa di piccolo e nascosto, che, tuttavia, possiede un’insopprimibile forza vitale. Malgrado tutti gli ostacoli, il seme si svilupperà e il frutto maturerà. Questo frutto sarà buono solo se il terreno della vita sarà stato coltivato secondo la volontà divina. Per questo, nella parabola del buon grano e della zizzania (Mt 13,24-30), Gesù ci avverte che, dopo la semina fatta dal padrone, “mentre tutti dormivano” è intervenuto “il suo nemico”, che ha seminato l’erba cattiva. Questo significa che dobbiamo essere pronti a custodire la grazia ricevuta dal giorno del Battesimo, continuando ad alimentare la fede nel Signore, che impedisce al male di mettere radici. Sant’Agostino, commentando questa parabola, osserva che “molti prima sono zizzania e poi diventano buon grano” e aggiunge: “se costoro, quando sono cattivi, non venissero tollerati con pazienza, non giungerebbero al lodevole cambiamento” (Quaest. septend. in Ev. sec. Matth., 12, 4: PL 35, 1371).
Cari amici, il Libro della Sapienza – da cui è tratta oggi la prima Lettura – evidenzia questa dimensione dell’Essere divino e dice: “Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose ... La tua forza infatti è principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti” (Sap 12,13.16); e il Salmo 85 lo conferma: “Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca” (v. 5). Se dunque siamo figli di un Padre così grande e buono, cerchiamo di assomigliare a Lui! Era questo lo scopo che Gesù si prefiggeva con la sua predicazione; diceva infatti a chi lo ascoltava: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Rivolgiamoci con fiducia a Maria, che ieri abbiamo invocato con il titolo di Vergine Santissima del Monte Carmelo, perché ci aiuti a seguire fedelmente Gesù, e così a vivere da veri figli di Dio.
[Papa Benedetto, Angelus 17 luglio 2011]
5. Una delle parabole narrate da Gesù sulla crescita del Regno di Dio sulla terra ci fa scoprire con molto realismo il carattere di lotta che il regno comporta, per la presenza e l’azione di un “nemico”, che “semina la zizzania (o gramigna) in mezzo al grano”. Dice Gesù che, quando “la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania”. I servi del padrone del campo vorrebbero strapparla, ma il padrone non glielo consente, “perché non succeda che . . . sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio” (Mt 13, 24-30). Questa parabola spiega la coesistenza e spesso l’intreccio del bene e del male nel mondo, nella nostra vita, nella stessa storia della Chiesa. Gesù ci insegna a veder le cose con realismo cristiano e a trattare ogni problema con chiarezza di principi, ma anche con prudenza e con pazienza. Ciò suppone una visione trascendente della storia, nella quale si sa che tutto appartiene a Dio e ogni esito finale è opera della sua Provvidenza. Non è però nascosta la sorte finale - di dimensione escatologica - dei buoni e dei cattivi: la simboleggiano la raccolta del grano nel deposito e la bruciatura della zizzania.
6. La spiegazione della parabola sulla semina la dà Gesù stesso, su richiesta dei discepoli (cf. Mt 13, 36-43). Nelle sue parole emerge la dimensione sia temporale che escatologica del Regno di Dio.
Egli dice ai suoi: “A voi è stato confidato il mistero del Regno di Dio” (Mc 4, 11). Su questo mistero li istruisce e, al tempo stesso, con la sua parola e la sua opera “prepara per loro un regno, così come a lui (Figlio) l’ha preparato il Padre” (cf. Lc 22, 29). Questa preparazione viene ripresa anche dopo la sua risurrezione: leggiamo infatti negli Atti degli Apostoli che “appariva loro per quaranta giorni e parlava del Regno di Dio” (cf. At 1, 3) sino al giorno in cui “fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio (Mc 16, 19). Erano le ultime istruzioni e disposizioni agli Apostoli su ciò che dovevano fare dopo l’Ascensione e la Pentecoste per dare concreto inizio al Regno di Dio nella origine della Chiesa.
[Giovanni Paolo II, Udienza Generale 25 settembre 1991]
L’odierna pagina evangelica propone tre parabole con le quali Gesù parla alle folle del Regno di Dio. Mi soffermo sulla prima: quella del grano buono e della zizzania, che illustra il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). Quanta pazienza ha Dio! Anche ognuno di noi può dire questo: “Quanta pazienza ha Dio con me!”. Il racconto si svolge in un campo con due opposti protagonisti. Da una parte il padrone del campo che rappresenta Dio e sparge il buon seme; dall’altra il nemico che rappresenta Satana e sparge l’erba cattiva.
Col passare del tempo, in mezzo al grano cresce anche la zizzania, e di fronte a questo fatto il padrone e i suoi servi hanno atteggiamenti diversi. I servi vorrebbero intervenire strappando la zizzania; ma il padrone, che è preoccupato soprattutto della salvezza del grano, si oppone dicendo: «Non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano» (v. 29). Con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati, che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male. Solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale. Con le sue ambiguità e il suo carattere composito, la situazione presente è il campo della libertà, il campo della libertà dei cristiani, in cui si compie il difficile esercizio del discernimento fra il bene e il male.
E in questo campo si tratta dunque di congiungere, con grande fiducia in Dio e nella sua provvidenza, due atteggiamenti apparentemente contradditori: la decisione e la pazienza. La decisione è quella di voler essere buon grano - tutti lo vogliamo -, con tutte le proprie forze, e quindi prendere le distanze dal maligno e dalle sue seduzioni. La pazienza significa preferire una Chiesa che è lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli, piuttosto che una Chiesa di “puri”, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no.
Il Signore, che è la Sapienza incarnata, oggi ci aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani: “Questi sono i buoni, questi sono i cattivi”. Egli ci dice che la linea di confine tra il bene e il male passa nel cuore di ogni persona, passa nel cuore di ognuno di noi, cioè: Siamo tutti peccatori. A me viene la voglia di chiedervi: “Chi non è peccatore alzi la mano”. Nessuno! Perché tutti lo siamo, siamo tutti peccatori. Gesù Cristo, con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati. Guardare sempre e soltanto il male che sta fuori di noi, significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi.
E poi Gesù ci insegna un modo diverso di guardare il campo del mondo, di osservare la realtà. Siamo chiamati a imparare i tempi di Dio - che non sono i nostri tempi - e anche lo “sguardo” di Dio: grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono. E’ la realtà della conversione. E’ la prospettiva della speranza!
Ci aiuti la Vergine Maria a cogliere nella realtà che ci circonda non soltanto la sporcizia e il male, ma anche il bene e il bello; a smascherare l’opera di Satana, ma soprattutto a confidare nell’azione di Dio che feconda la storia.
[Papa Francesco, Angelus 23 luglio 2017]
Per una leggerezza senza maschere
(Mt 12,14-21)
Le autorità condannano Gesù a morte. Le persone minute lo aspettano, lo attendono come unica speranza.
Sentono che c’è ancora molto da trovare, e che solo Lui può ispirare il loro agire, così aprirli alla Rinascita.
Intuiscono sintonia col giovane Maestro che ha scelto il loro ceto sociale, quello dei malfermi, ritenuto sbagliato e sconcertante.
La vita dura e soffocata dei Piccoli ha insegnato loro ad essere sempre pronti alle sorprese, ad azioni nuove; perfino a crisi destabilizzanti.
Modo migliore per rimanere agganciati alla vita e alla possibilità stessa di realizzarla, attivandola dal Nascondimento.
Nel clamore e nell’approvazione sociale, che nega i problemi, la loro Missione resterebbe falsata.
Mentre l’esteriorità dei leaders non cede alla dedizione, allo spezzarsi - anche dal proprio intimo. Così non diventa coscienza nuova.
Malati di grandezza e bramosi di tranquillità, i capi politici e religiosi antichi proiettano nell’idea del Messia il loro essere doppio, corrotto e artificioso, solo appariscente.
Incapace di misurarsi con il sommario - e mettersi a disposizione.
Non capiscono la Forza discreta del Signore, la sua energia sapiente [e stile dimesso] dai vantaggi duraturi.
Essi sono disposti a stordire la gente avvilita, e lo fanno volentieri con modelli, paragoni, bilanci, formule vuote, e incitamenti stracolmi di riserve.
Ma restano a distanza di sicurezza per quanto concerne il convivere, condividere, e rallegrarne la vita.
Continuano a sentenziare ma senza dare nulla, tantomeno porgendo se stessi - e convertirsi ai poveri, se non per manipolarli.
La loro avversione a Cristo - venuto per il riscatto delle «moltitudini» (vv.15.18.21) - va appunto a cozzare con l’incessante bisogno della gente.
Le persone conoscono il proprio tessuto di fango tutto reale, e desiderano un’emancipazione.
Senza sotterfugi, si presentano privi di maschere.
Oggi come allora il Silenzio dell’Unto del Signore [non manipolato] si ripropone nei suoi testimoni autentici - vincendo la tentazione dello spettacolare.
Superando la mania dello straordinario; di ciò che è propaganda e pubblicità a fini di proselitismo e tornaconto.
Dio sa che il lato Ombra è profezia e germe di futuro: la parte migliore del suo popolo, e di noi stessi.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ci sono persone ambigue inclini a valorizzare interventi normalizzati, che ritengono la tua Missione falsata dal Silenzio?
Ritieni tu stesso che la tua realizzazione sia soffocata dal Nascondimento? O viceversa attivata?
[Sabato 15.a sett. T.O. 18 Luglio 2026]
Per una leggerezza senza maschere
(Mt 12,14-21)
«Non litigherà né sgriderà, né alcuno udrà nelle piazze la sua voce. Una canna incrinata non spezzerà e un lucignolo fumigante non spegnerà, finché non abbia condotto a vittoria il giudizio. E nel suo nome spereranno le nazioni» (Mt 12,19-20).
Le autorità condannano Gesù a morte, perché Egli ha osato smascherare la malignità dei loro espedienti mercenari (arte in cui sono maestri).
Invece di farsi educatrici, le guide della religiosità ufficiale restano protagoniste d’una struttura piramidale, opprimente.
Gli estromessi e respinti - invece - alienati e reietti dalla società e dal giro dei “grandi”, si presentano al Signore senza maschere, con tante insicurezze e malanni.
Colgono che l’essere umanizzante e divino permane esattamente contrario a quello di chi li rappresenta. Secondo quel che il popolo sperava in cuore, senza sotterfugi; a disposizione.
Non un padrone onnipotente, che rendesse più comodo e prestigioso il cammino degli eletti.
Viceversa, perché molti sono i problemi quotidiani e interiori che meritano maggiore Presenza.
I “migliori” del mondo (anche pio) beffeggiano il Volto del Padre. Le persone minute lo aspettano, lo attendono come unica speranza.
Sentono che c’è ancora molto da trovare, e che solo Lui può ispirare il loro agire, così aprirli alla Rinascita.
Intuiscono sintonia col giovane Maestro che ha scelto il loro ceto sociale, quello dei malfermi, ritenuto sbagliato e sconcertante, ma che ogni giorno si ripropone lo stesso problema di Dio in modo schietto.
Sentirsi persona e lasciarsi liberare è motivo di tutta la storia sacra: frutto di Esodo che spezza legami delimitati.
Li sfalda, perché addirittura predilige l’andirivieni itinerante dell’inesperto che cerca e si lascia mettere in discussione - contrario del falsato “permanere insediati”.
Ciò che non si fa di tonalità affettiva e peso emotivo profondo, eppure chiede in continuazione di essere preso in carico e in coscienza.
La vita dura e soffocata dei Piccoli ha insegnato loro ad essere sempre pronti alle sorprese, ad azioni nuove; perfino a crisi destabilizzanti.
Modo migliore per rimanere agganciati alla vita e alla possibilità stessa di realizzarla, attivandola dal Nascondimento.
Nel clamore e nell’approvazione sociale, che nega i problemi, la loro Missione resterebbe falsata.
Mentre l’esteriorità dei leaders non cede alla dedizione, allo spezzarsi - anche dal proprio intimo.
Così non diventa coscienza nuova.
Malati di grandezza e bramosi di tranquillità, i capi politici e religiosi antichi proiettano nell’idea del Messia il loro essere doppio, corrotto e artificioso, solo appariscente.
Incapace di misurarsi con il sommario.
Non capiscono la Forza discreta del Signore, la sua energia sapiente (e stile dimesso), dai vantaggi duraturi.
Essi sono disposti a stordire la gente avvilita, e lo fanno volentieri con modelli, paragoni, bilanci, formule vuote, e incitamenti stracolmi di riserve.
Ma restano a distanza di sicurezza per quanto concerne il convivere, condividere, e rallegrarne la vita.
Continuano a sentenziare ma senza dare nulla, tantomeno porgendo se stessi - e convertirsi ai poveri, senza manipolarli.
La loro avversione a Cristo - venuto per il riscatto delle «moltitudini» (vv.15.18.21) - va appunto a cozzare con l’incessante bisogno della gente.
Le persone conoscono il proprio tessuto di fango tutto reale, e desiderano un’emancipazione.
Oggi come allora il Silenzio del vero Unto del Signore [che si ripropone nei suoi testimoni autentici] vince la tentazione dello spettacolare.
Supera la mania dello straordinario; di ciò che è propaganda e pubblicità a fini di proselitismo e moneta.
Anche noi conserviamo le caratteristiche dell’Opera del Maestro, di cui proseguiamo l’Azione universalmente benefica.
Desideriamo corrispondere, nella discrezione e piccola semplicità di una vita ignota, ma di prospettiche vedute.
Dio sa che il lato Ombra è talora la parte migliore del suo popolo, e di noi.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Ci sono persone ambigue inclini a valorizzare interventi normalizzati - ovvero prodigiosi - che ritengono la tua Missione falsata dal Silenzio?
Ritieni tu stesso che la tua realizzazione sia soffocata dal Nascondimento? O viceversa attivata?
A questo punto vorrei ringraziare di vero cuore anche tutte le numerose persone in tutto il mondo, che nelle ultime settimane mi hanno inviato segni commoventi di attenzione, di amicizia e di preghiera. Sì, il Papa non è mai solo, ora lo sperimento ancora una volta in un modo così grande che tocca il cuore. Il Papa appartiene a tutti e tantissime persone si sentono molto vicine a lui. E’ vero che ricevo lettere dai grandi del mondo – dai Capi di Stato, dai Capi religiosi, dai rappresentanti del mondo della cultura eccetera. Ma ricevo anche moltissime lettere da persone semplici che mi scrivono semplicemente dal loro cuore e mi fanno sentire il loro affetto, che nasce dall’essere insieme con Cristo Gesù, nella Chiesa. Queste persone non mi scrivono come si scrive ad esempio ad un principe o ad un grande che non si conosce. Mi scrivono come fratelli e sorelle o come figli e figlie, con il senso di un legame familiare molto affettuoso. Qui si può toccare con mano che cosa sia Chiesa – non un’organizzazione, un’associazione per fini religiosi o umanitari, ma un corpo vivo, una comunione di fratelli e sorelle nel Corpo di Gesù Cristo, che ci unisce tutti. Sperimentare la Chiesa in questo modo e poter quasi toccare con le mani la forza della sua verità e del suo amore, è motivo di gioia, in un tempo in cui tanti parlano del suo declino. Ma vediamo come la Chiesa è viva oggi! […]
Ringrazio tutti e ciascuno anche per il rispetto e la comprensione con cui avete accolto questa decisione così importante. Io continuerò ad accompagnare il cammino della Chiesa con la preghiera e la riflessione, con quella dedizione al Signore e alla sua Sposa che ho cercato di vivere fino ad ora ogni giorno e che vorrei vivere sempre.
[Papa Benedetto, Udienza Generale 27 febbraio 2013]
Egli è Figlio, e si è fatto “servo”!
Ne parla esplicitamente l’odierna liturgia con le parole del libro di Isaia: “Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. / Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni” (Is 42, 1).
Gesù Cristo: Figlio che si è fatto servo. Il Battesimo nel Giordano lo riconferma pienamente: Gesù si presenta a Giovanni per farsi battezzare; ma questi cerca di impedirglielo dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” (Mt 3, 14).
Come se volesse dire: “Proprio tu che sei il fautore della Grazia salvifica e signore della nostra salvezza”. Gesù tuttavia risponde: “Lascia fare per ora poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia” (Mt 3, 15).
Gesù riceve il Battesimo da Giovanni: il Battesimo di penitenza. In questo modo manifesta se stesso come servo della nostra redenzione. Viene come Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (cf. Gv 1, 29.36). Porta in sé la volontà dell’obbedienza al Padre fino alla morte.
Viene come colui che “non spezzerà una canna incrinata, / non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42, 3).
[Papa Giovanni Paolo II, Angelus 13 gennaio 1985]
Quando facciamo prevalere la comodità dell’abitudine e la dittatura dei pregiudizi, è difficile aprirsi alla novità e lasciarsi stupire. Noi controlliamo, con l’abitudine, con i pregiudizi. Finisce che spesso dalla vita, dalle esperienze e perfino dalle persone cerchiamo solo conferme alle nostre idee e ai nostri schemi, per non dover mai fare la fatica di cambiare. E questo può succedere anche con Dio, proprio a noi credenti, a noi che pensiamo di conoscere Gesù, di sapere già tanto di Lui e che ci basti ripetere le cose di sempre. E questo non basta, con Dio. Ma senza apertura alla novità e soprattutto – ascoltate bene – apertura alle sorprese di Dio, senza stupore, la fede diventa una litania stanca che lentamente si spegne e diventa un’abitudine, un’abitudine sociale. Ho detto una parola: lo stupore. Cos’è, lo stupore? Lo stupore è proprio quando succede l’incontro con Dio: “Ho incontrato il Signore”. Leggiamo il Vangelo: tante volte, la gente che incontra Gesù e lo riconosce, sente lo stupore. E noi, con l’incontro con Dio, dobbiamo andare su questa via: sentire lo stupore. È come il certificato di garanzia che quell’incontro è vero, non è abitudinario.
Alla fine, perché i compaesani di Gesù non lo riconoscono e non credono in Lui? Perché? Qual è il motivo? Possiamo dire, in poche parole, che non accettano lo scandalo dell’Incarnazione. Non lo conoscono, questo mistero dell’Incarnazione, ma non accettano il mistero. Non lo sanno, ma il motivo è inconsapevole e sentono che è scandaloso che l’immensità di Dio si riveli nella piccolezza della nostra carne, che il Figlio di Dio sia il figlio del falegname, che la divinità si nasconda nell’umanità, che Dio abiti nel volto, nelle parole, nei gesti di un semplice uomo. Ecco lo scandalo: l’incarnazione di Dio, la sua concretezza, la sua “quotidianità”. E Dio si è fatto concreto in un uomo, Gesù di Nazaret, si è fatto compagno di strada, si è fatto uno di noi. “Tu sei uno di noi”: dirlo a Gesù, è una bella preghiera! E perché è uno di noi ci capisce, ci accompagna, ci perdona, ci ama tanto. In realtà, è più comodo un dio astratto, distante, che non si immischia nelle situazioni e che accetta una fede lontana dalla vita, dai problemi, dalla società. Oppure ci piace credere a un dio “dagli effetti speciali”.
[Papa Francesco, Angelus 4 luglio 2021]
16a Domenica del Tempo Ordinario (anno A) [19 luglio 2026]
Prima Lettura dal libro della Sapienza (12,3.16-19)
Il Libro della Sapienza, scritto in greco da un ebreo di Alessandria poco prima della venuta di Cristo, si rivolge a persone immerse nella cultura greca, che esaltava l’intelligenza e la filosofia come le vie più alte per la conoscenza. L’autore ricorda invece che la vera sapienza appartiene a Dio e che i suoi misteri non si conquistano mediante il sapere umano, ma si accolgono come dono e con umiltà. È la stessa verità che Gesù esprime quando ricorda che il Padre rivela i suoi segreti ai piccoli più che ai sapienti di questo mondo (Mt11,25, Lc10,21). Il filo conduttore del testo è il rapporto tra onnipotenza e misericordia. Da una parte, Dio è il Signore assoluto dell’universo: non esiste altro Dio, egli domina ogni cosa e possiede una forza infinita. Dall’altra, questa potenza non si manifesta con la violenza, ma con la mitezza e la bontà: Dio si prende cura di tutto, giudica con indulgenza, governa con dolcezza e, dopo il peccato, offre sempre la possibilità della conversione. L’autore propone un’idea sorprendente: Dio è misericordioso proprio perché è onnipotente. Gli uomini, spesso insicuri della propria autorità, sentono il bisogno di ostentare il potere; Dio invece, che possiede tutta la forza, non ha nulla da dimostrare. Per questo la sua potenza si esprime nella pazienza, nel perdono e nella tenerezza. Questa immagine di Dio è il frutto di un lungo cammino di rivelazione. Attraverso i profeti, Israele ha imparato che Dio non è un sovrano tirannico, ma un Padre che ama. Come Elia sull’Oreb, i credenti scoprono che Dio non si manifesta nell’uragano o nel terremoto, ma nella brezza leggera. La sua forza è discreta, ma invincibile, perché è la forza dell’amore. Da questa scoperta scaturisce anche una conseguenza per l’uomo. Se siamo creati a immagine di Dio, siamo chiamati a imitare il suo modo di agire. Perciò il giusto non cerca il dominio o la violenza, ma l’umanità, la compassione e il servizio. Gesù riprende lo stesso insegnamento quando ai suoi discepoli insegna che tra loro non deve prevalere la logica del potere, ma quella del servizio dell’amore (Mc9,35; Mt 20,26-27; Mt 23,11, Lc 22,26). Insomma, la grandezza di Dio non consiste nel dominare con la forza, ma nel salvare con la misericordia e la sua onnipotenza si manifesta nell’indulgenza, nel perdono e nella capacità di dare sempre una nuova possibilità all’uomo e chi vuole assomigliare a Dio deve fare della bontà, e non del potere, la misura della propria vita.
Salmo Responsoriale (85/86)
In questo salmo emerge l’immagine di Dio tenero e misericordioso che rivela la sua potenza nella misericordia. Se leggiamo il salmo alla luce della prima Lettura, tratta dal libro della Sapienza, comprendiamo che l’autore si meraviglia insieme della grandezza e della tenerezza di Dio. L’una spiega l’altra perché se Dio è indulgente con l’uomo è proprio perché è onnipotente. E questo doppio accento – indulgenza e grandezza – ritorna nelle strofe del salmo: 1ª e 3ª strofa è l’indulgenza; 2ª strofa è la grandezza. 1ª strofa: Tu che sei buono e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca. 3ª strofa: Tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso di, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Volgiti a me e abbi pietà”. 2ª strofa: “Grande tu sei e compi meraviglie; tu solo sei Dio”. Nella terza strofa “Dio misericordioso e pietoso” ci conduce alla grande rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai (Es 34,6). Arriva nel momento peggiore, subito dopo l’episodio del vitello d’oro quando Mosè, adirato, aveva spezzato le tavole della Legge. L’Alleanza era stata profanata dal popolo che si era costruito un idolo. Dio non rinnega l’Alleanza: dice a Mosè di tagliare due nuove tavole di pietra e scriverà le stesse parole. È prova di misericordia. Ed è proprio lì che dice: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira…”. E’ interessante leggere qui la reazione di Mosè (cf.Es 34,8-9). L’autore del salmo reagisce come Mosè: ricorda la misericordia di Dio e lo “prende in parola”, lo supplica: “Tu, Signore, Dio di tenerezza e di pietà… Volgi a me lo sguardo e abbi pietà di me”. In tutte le preghiere anche noi ricordiamo il suo disegno misericordioso per l’umanità e lo supplichiamo di affrettarne il compimento (cf.Rm 8,26-27). Il parallelo con l’Esodo continua perché dopo la rivelazione e la risposta di Mosè, Dio conclude un’alleanza (cf.Es 34,10). Ma il salmo aggiunge una novità rispetto a Esodo, perché viene scritto più dopo. Durante l’esilio a Babilonia Israele prese coscienza dell’universalismo del progetto di Dio, che cioè tutte le nazioni sono chiamate a conoscerlo. Ma come potranno conoscerlo? Scoprendo l’opera di Dio a favore del suo popolo. Il popolo ebraico non pretende di convertire gli altri, ma capisce che l’opera di Dio in suo favore diventa un tramite di conversione per le altre nazioni: se aprono gli occhi, riconoscono il Dio d’Israele come salvatore e si rivolgono a Lui.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 26-27)
San Paolo ha già detto che la vita del battezzato è sotto l’azione dello Spirito. Insiste ancora sul ruolo dello Spirito Santo (in questo capitolo lo nomina 18 volte). Mette in evidenza che la vita di battezzati si svolge tutta sotto la sua influenza, se ci si lascia guidare. Lo Spirito abita in noi e il grande progetto di Dio è come il processa di una nascita. Le doglie del parto sono il preludio di una grande gioia. “Ritengo che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura… Sappiamo che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto”. Ed è lo Spirito a guidare la nostra preghiera, come leggiamo in questo testo brevissimo ma con un accostamento importante: da una parte, nell’ultimo versetto: “è secondo Dio che lo Spirito intercede per i santi”; dall’altra: “viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si deve”. C’insegna che si prega entrando nella volontà di Dio, guardando il mondo e noi stessi con lo sguardo di Dio; gioendo per i segni, anche piccoli, dell’avanzamento del Regno che sono la fraternità, la condivisione, la solidarietà, il rispetto. Mai abbassando le braccia davanti alla lentezza dei progressi dell’umanità, perché lo Spirito soffia senza sosta anche se non sempre si vede. Immediato è il richiamo al Padre Nostro: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, tre espressioni che ci fanno entrare nei piani di Dio. Ci serve l’aiuto dello Spirito Santo per illuminare la preghiera come Gesù aveva promesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”( Gv 14,16). Lui conosce i segreti del progetto di Dio come Paolo ben esprime : “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio… Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2,10-12). Ed il modello è Gesù, guidato sempre dallo Spirito: tutta la sua vita è sotto il segno dell’adempimento della missione del Padre fino a Getsemani: quando proclama “Padre, non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Mc 14,36). E l’autore della lettera agli Ebrei riassume la sua vita così: “Entrando nel mondo, Cristo dice… Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5.9).
Dal Vangelo secondo Matteo (13, 24-43)
La parabola della zizzania non vuole anzitutto spiegare l’origine del male, anche se ribadisce un principio fondamentale: Dio non è autore del male. Come nel racconto della Genesi, tutto ciò che Dio ha creato è buono; il padrone del campo semina solo buon grano, mentre la zizzania è opera di un nemico. Nel contesto del Vangelo di Matteo, però, questa parabola si collega a quella del seminatore. Dopo aver mostrato che l’annuncio del Regno non produce sempre i frutti sperati, Gesù affronta una nuova domanda: perché non eliminare subito ciò che ostacola il bene? I servi propongono di strappare la zizzania, ma il padrone lo vieta per non sradicare anche il grano. Solo al tempo della mietitura avverrà la separazione.
Il messaggio è chiaro: non spetta agli uomini giudicare definitivamente o eliminare il male negli altri; questo compito appartiene a Dio. Gesù invita quindi a convivere con la presenza simultanea di bene e male nel mondo e nelle comunità, evitando atteggiamenti elitari o fanatici. Probabilmente Matteo si rivolgeva a una comunità tentata di distinguere rigidamente i “buoni” dai “cattivi”. Alla fine dei tempi Dio farà il discernimento definitivo. La Bibbia presenta spesso il giudizio come una separazione tra giusti e malvagi, ma la realtà è più profonda: la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni persona. Nessuno è solo giusto o solo santo, ma tutti portiamo in noi il buon grano e la zizzania. Dio non distruggerà il bene insieme al male: salverà ciò che in ciascuno può. portare frutto. Dopo la parabola della zizzania, Gesù racconta quelle del granello di senape e del lievito. Se le parabole precedenti evidenziavano gli ostacoli al Regno, queste mostrano la sua forza interiore. Ciò che è piccolo e nascosto cresce inevitabilmente fino alla piena realizzazione: il seme diventa un grande albero e il lievito fa fermentare tutta la pasta. Sta qui l’insegnamento centrale che Gesù indica in tre atteggiamenti fondamentali: la fiducia, perché il Regno di Dio cresce anche quando non lo vediamo; la pazienza, perché la mietitura arriverà al momento stabilito da Dio; l’umiltà, perché nessuno può considerarsi totalmente giusto o autorizzato a giudicare gli altri. La pazienza di Dio nasce dal suo desiderio di non perdere neppure una spiga buona insieme alle erbacce. Ma soprattutto rivela che Dio non smette di sperare nella conversione dell’uomo e nella trasformazione della “zizzania” del nostro cuore in buon grano. Questo è il vero significato della sua misericordiosa pazienza.
+Giovanni D’Ercole
Incarnazione, o vuoto d’umanità
(Mt 12,1-8)
Nel cammino di conversione i conflitti di coscienza non sono parentesi o incidenti di percorso, ma nodi cruciali.
La genuinità del credere genera poi forza implicativa e nuove capacità espressive.
L’alternativa è fra Intimità e pratica di Fede, o la religione che condanna persone senza colpe (v.7):
Secondo valutazioni religiose ordinarie, la normativa valeva più della fame... ma l’esperienza di Dio nella vita capovolge le idee elaborate dagli esperti.
A dirla tutta, l’osservanza del sabato era divenuta una legge centrale non per delle sottigliezze teologiche, ma perché nel periodo dell’Esilio il riposo settimanale aveva consentito di riunirsi, condividere speranze, incoraggiarsi, mantenere l'identità di popolo.
Ma il legalismo finì per soffocare lo spirito del giorno di culto, un tempo segno di una libertà a servizio della fede e dell’uomo, entrambi non asservibili.
Così dove giunge Gesù si sgretola ogni modulo spirituale vuoto di umanità, e prende piede l’Incarnazione: il luogo in cui Dio e l’uomo ‘riposano’ sul serio [altro che sabato!].
Quindi il Signore cita il profeta Osea, uomo dall’esperienza cruda, ma che ben definisce la vetta dell’intimità con Dio: Rito autentico è accorgersi dei bisogni del prossimo e avere il cuore nell’altrui necessità.
Il «sacrificio» [‘sacrum facere’, rendere sacro] arcaico rifletteva un’idea di taglio, separazione e distanza fra mondo perfetto del “cielo” e vita profana delle persone.
Ma dopo la venuta del «Figlio dell’uomo» (v.8) i nuovi consacrati non vivranno lontani dall’esistere sommario.
Saranno piuttosto i primi ad accogliere e sollevare coloro che soffrono necessità.
Segno dell’Alleanza con Dio, e Incontro [santificazione autentica] è l’aderire che continua nella trama dei giorni.
Dopo l’Inno di Giubilo Messianico e la «Letizia dei semplici» che soppianta il «giogo» della religione antica (Mt 11,25-30) il Maestro si presenta ai farisei nella controfigura regale di Davide, che s’accinge alla conquista del Regno alternativo, anche con un piccolo manipolo di seguaci.
Alla schiavitù delle costumanze, Cristo oppone una scioltezza che rende più agile, più spontaneo, più ricco e personale l’incontro fra Dio e il suo popolo.
Una scia di luce - anche per noi - di fronte all’attuale tracollo pastorale (malgrado la pletora di strutture sul territorio!).
Nel tempo della crisi globale che sembra ipotecare il futuro [e ancora si tenta di calcolarlo dirigendolo a priori, secondo interessi selettivi] la sfida è più che mai aperta.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Come hai percepito di rivivere Cristo nella scioltezza delle norme?
[Venerdì 15.a sett. T.O. 17 Luglio 2026]
The dialogue of Jesus with the rich young man, related in the nineteenth chapter of Saint Matthew's Gospel, can serve as a useful guide for listening once more in a lively and direct way to his moral teaching [Veritatis Splendor n.6]
Il dialogo di Gesù con il giovane ricco, riferito nel capitolo 19 del Vangelo di san Matteo, può costituire un'utile traccia per riascoltare in modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale [Veritatis Splendor n.6]
St Augustine rightly commented: “Christ showed himself indifferent to her, not in order to refuse her his mercy but rather to inflame her desire for it” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Pope Benedict]
Sant’Agostino commenta giustamente: “Cristo si mostrava indifferente verso di lei, non per rifiutarle la misericordia, ma per infiammarne il desiderio” (Sermo 77, 1: PL 38, 483) [Papa Benedetto]
In the divine attitude justice is pervaded with mercy, whereas the human attitude is limited to justice. Jesus exhorts us to open ourselves with courage to the strength of forgiveness, because in life not everything can be resolved with justice. We know this (Pope Francis)
Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia; lo sappiamo (Papa Francesco)
The Second Vatican Council's Constitution on the Sacred Liturgy refers precisely to this Gospel passage to indicate one of the ways that Christ is present: "He is present when the Church prays and sings, for he has promised "where two or three are gathered together in my name there am I in the midst of them' (Mt 18: 20)" [Sacrosanctum Concilium, n. 7]
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II si riferisce proprio a questo passo del Vangelo per indicare uno dei modi della presenza di Cristo: "Quando la Chiesa prega e canta i Salmi, è presente Lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18, 20)" [Sacrosanctum Concilium, 7]
For Jesus we are not a "mass", a "multitude"! We are individual "persons" with an eternal value, both as creatures and as re-deemed persons! He knows us! He knows me, and loves me and gave himself for me! (Gal 2:20) [John Paul II]
Non siamo “massa”, “moltitudine”, per Gesù! Siamo “persone” singole con un valore eterno, sia come creature sia come persone redente! lui ci conosce! lui mi conosce, e mi ama e ha dato se stesso per me! (Gal 2,20) [Giovanni Paolo II]
The grain of wheat that "falls to the ground and dies" becomes the promise of bread (Pope John Paul II)
Il chicco di grano che “cade in terra e muore” diventa la promessa del pane (Papa Giovanni Paolo II)
The power of faith can move mountains (cf. Mt 17:20): the Lord can illuminate even the deepest darkness [Pope Benedict]
La forza della fede può spostare le montagne (cfr Mt 17,20): il Signore può illuminare anche la tenebra più profonda [Papa Benedetto]
By willingly accepting death, Jesus carries the cross of all human beings and becomes a source of salvation for the whole of humanity. St Cyril of Jerusalem commented: “The glory of the Cross led those who were blind through ignorance into light, loosed all who were held fast by sin and brought redemption to the whole world of mankind” (Catechesis Illuminandorum XIII, 1: de Christo crucifixo et sepulto: PG 33, 772 B) [Pope Benedict]
don Giuseppe Nespeca
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