Seconda Domenica di Quaresima (anno A) [1 Marzo 2026]
*Prima Lettura dal libro della Genesi (12,1- 4)
Le poche righe che abbiamo appena letto costituiscono il primo atto di tutta l’avventura della nostra fede: la fede degli ebrei, poi, in ordine cronologico, dei cristiani e dei musulmani. Siamo nel secondo millennio a.C. Abram* viveva in Caldea, cioè in Iraq, e più precisamente nell’estremo sud-est dell’Iraq, nella città di UR, nella valle dell’Eufrate, vicino al Golfo Persico. Viveva con sua moglie Sarai, presso suo padre Terach, e con i suoi fratelli (Nahor e Aran) e il suo nipote Lot. Abram aveva settantacinque anni, sua moglie Sarai sessantacinque; non avevano figli e, vista la loro età, non ne avrebbero mai più avuti. Un giorno il vecchio padre, Terach, prese la strada insieme ad Abram, Sarai e al suo nipote Lot. La carovana risale la valle dell’Eufrate dal sud-est al nord-ovest con l’intenzione di scendere poi verso la terra di Canaan; ci sarebbe una strada più corta, certo, per collegare il Golfo Persico al Mediterraneo, ma attraversava un enorme deserto; Terach e Abram preferirono percorrere il “Crescente Fertile”, che porta bene il suo nome. L’ultima tappa a nord-ovest si chiama Harran. È lì che il vecchio Terach muore. Ed è soprattutto lì che, per la prima volta, circa 4000 anni fa, intorno al 1850 a.C., Dio parlò ad Abram.
” Vattene dalla tua terra” dice la nostra traduzione liturgica, ma essa omette le due prime parole, probabilmente per evitare interpretazioni eccessive di cui non sempre ci si è astenuti. In realtà, in ebraico, le prime due parole sono “Tu, va!”. Grammaticalmente, non significano altro. È un appello personale, una messa da parte: si tratta di un vero e proprio racconto di vocazione. Ed è a questo semplice invito che Abram ha risposto. Spesso si traduce “Va per te”, ma si tratta già di una sovra-interpretazione di fede. “Va per te”: bisogna essere consapevoli che ci si allontana dalla letteralità del testo per entrare in un’interpretazione, in un commento spirituale. È Rashi, il grande commentatore ebreo dell’XI secolo (a Troyes in Champagne), che traduce “Va per te, per il tuo bene e per la tua felicità”. In effetti, è ciò che Abram sperimenterà nel corso dei giorni. Se Dio chiama l’uomo, è per il bene dell’uomo, non per altro! Il disegno misericordioso di Dio sull’umanità è racchiuso in queste due piccole parole: “Per te”. Già Dio si rivela come colui che desidera il bene dell’uomo, di tutti gli uomini**; se bisogna ricordare una cosa, è questa! “Va per te”: un credente è qualcuno che sa che, qualunque cosa accada, Dio lo conduce verso il suo compimento, verso la sua felicità. Ecco dunque la prima parola di Dio ad Abram, quella che ha scatenato tutta la sua avventura… e la nostra! Tu, va, lascia il tuo paese, la tua parentela e la casa di tuo padre, e va’ verso la terra che ti mostrerò. E il seguito sono solo promesse: Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome, e tu sarai una benedizione… In te saranno benedette tutte le famiglie della terra. Abram viene strappato al suo destino naturale, scelto, eletto da Dio, investito di una vocazione di portata universale. Abram, per il momento, è un nomade, forse ricco, ma sconosciuto, e non ha figli; sua moglie Sarai ha superato ampiamente l’età di avere figli. Eppure è lui che Dio sceglie per diventare il padre di un grande popolo. Ecco cosa significava quel “per te” di prima: Dio gli promette tutto ciò che, a quell’epoca, costituisce la felicità di un uomo: una numerosa discendenza e la benedizione di Dio. Ma questa felicità promessa ad Abram non è solo per lui: nella Bibbia, nessuna vocazione, nessuna chiamata è mai per l’interesse egoistico di chi è chiamato. È uno dei criteri di una vocazione autentica: ogni vocazione è sempre per una missione a servizio degli altri. Qui c’è questa frase: “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”. Significa almeno due cose: primo, il tuo successo sarà tale che sarai preso come esempio: quando si vorrà augurare felicità, si dirà: Possa tu essere felice come Abram. Secondo, questo “in te” può significare attraverso te; e allora significa “attraverso di te, io, Dio, benedirò tutte le famiglie della terra”. Il progetto di felicità di Dio passa per Abram, ma lo supera, lo trabocca; riguarda tutta l’umanità: “In te, attraverso te, saranno benedette tutte le famiglie della terra”. Per tutta la storia d’Israele, la Bibbia resterà fedele a questa prima scoperta: Abramo e i suoi discendenti sono il popolo eletto, scelto da Dio ma a beneficio di tutta l’umanità, fin dal primo giorno, dalla prima parola a Abram. Resta che le altre nazioni restano libere di non entrare in questa benedizione; è il senso della frase apparentemente curiosa: “Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò”(12,3). È un modo per dire la nostra libertà: chiunque lo desideri può partecipare alla benedizione promessa ad Abram, ma nessuno è obbligato ad accettarla! L’ora della grande partenza è arrivata; il testo è straordinario per la sua sobrietà: dice semplicemente “Abram partì come gli aveva ordinato il Signore”(12,4) e Lot partì con lui. Non si può essere più laconici! Questa partenza, al semplice richiamo di Dio, è la prova più bella di fede; quattromila anni dopo, possiamo dire che la nostra fede trova la sua fonte in quella di Abramo; e se le nostre vite intere sono illuminate dalla fede, è grazie a lui!. E tutta la storia umana diventa il luogo del compimento delle promesse di Dio ad Abramo: compimento lento, progressivo, ma certo e sicuro.
Note: *All’inizio di questa grande avventura, colui che chiamiamo Abramo si chiamava ancora solo Abram; più tardi, dopo anni di pellegrinaggio, riceverà da Dio il nuovo nome, quello con cui lo conosciamo: Abramo, che significa “padre di moltitudini”.
**Questo “per te” non va inteso come esclusivo, anche se inizialmente non si era capito subito. Solo dopo una lunga scoperta dell’Alleanza di Dio i credenti hanno potuto accedere alla verità piena: il progetto di Dio non riguarda solo Abramo e i suoi discendenti, ma tutta l’umanità. Questo è ciò che chiamiamo l’universalità del progetto di Dio. Questa scoperta risale all’Esilio a Babilonia, nel VI secolo a.C.
Aggiunta: In un altro momento della vita di Abramo, quando offrirà Isacco in sacrificio Dio userà la stessa espressione “Tu va” per dargli la forza d’affrontare la prova. ricordandogli il percorso già compiuto. La Lettera agli Ebrei prenderà la partenza di Abramo per dire che cosa è la fede (cf. Eb 11,8-12)
*Salmo responsoriale (32/33)
Torna tre volte la parola “amore” in questi pochi versetti; e questa insistenza risponde molto bene alla prima Lettura: Abramo è il primo di tutta la storia umana a scoprire che Dio è amore e che ha progetti di felicità per l’umanità. Bisognava però credere a questa straordinaria rivelazione. E Abramo ha creduto, ha accettato di fidars delle parole di futuro che Dio gli annunciava. Un vecchio senza figli, eppure, avrebbe avuto tutte le buone ragioni per dubitare di questa incredibile promessa di Dio. Dio gli dice: Lascia il tuo paese… Farò di te una grande nazione. E il testo della Genesi conclude che Abram partì come Signore gli aveva detto.
Un bellissimo esempio per noi all’inizio della Quaresima: bisognerebbe credere in ogni circostanza che Dio ha progetti di felicità per noi. Questo era proprio il senso della frase pronunciata su di noi il Mercoledì delle Ceneri: “Convertitevi e credete nel Vangelo”. Convertirsi significa credere una volta per tutte che la Novità è che Dio è Amore. Geremia diceva da parte di Dio: “Io conosco i pensieri che ho su di voi – oracolo del Signore – pensieri di pace e non di sventura, per darvi un futuro e una speranza” (Ger 29,11). Così, le prime due domeniche di Quaresima ci invitano a una scelta: per la prima domenica abbiamo letto nel libro della Genesi la storia di Adamo: l’uomo che sospetta di Dio davanti a un divieto (quello di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male), immaginando che Dio possa forse perfino essere geloso! Sono le insinuazioni del serpente, che significa veleno. Per questa seconda domenica di Quaresima, invece, leggiamo la storia di Abramo, il credente. Poco più avanti, il libro della Genesi dice di lui: Abram credette al Signore che lo reputò giusto. E, per aiutarci a seguire lo stesso cammino di Abramo, questo salmo ci suggerisce le parole della fiducia: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore per liberarlo dalla more”. All’inizio leggiamo: “Dell’amore è piena la terra… e poi l’espressione “chi lo teme” è spiegata nella riga successiva: è chi spera nel suo amore”, quindi ben lungi dalla paura, anzi proprio il contrario! La tentazione è voler essere liberi e fare tutto ciò che si vuole… obbedire solo a se stessi. Tutto questo nasce dall’esperienza e per questo il popolo eletto può dire: “l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore” perché Dio ha vegliato su di loro come un padre sui suoi figli. Quando si afferma che li libera dalla morte non si parla della morte biologica. Bisogna ricordare che all’epoca in cui questo salmo è composto, la morte individuale non era considerata un dramma; ciò che contava era la sopravvivenza del popolo nella certezza che Dio avrebbe fatto sopravvivere il suo popolo. In ogni momento, e specialmente nella prova, Dio accompagna il suo popolo e lo libera dalla morte. Mentre il riferimento al tempo di fame è certamente un’allusione alla manna che Dio fece cadere durante l’Esodo, quando la fame diventava minacciosa. Tutto il popolo può testimoniare questa sollecitudine di Dio in ogni epoca; e quando si canta “Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera” si ripete semplicemente il nome di Dio misericordioso e fedeleche si è rivelato a Mosè (Es 34,6). La conclusione è una preghiera di fiducia:”Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo” è un invito per il credente a offrirsi a questo amore.
*Seconda lettura dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1,8b-10)
Paolo è in prigione a Roma, sa che presto sarà giustiziato e qui consegna le sue ultime raccomandazioni a Timòteo: “Figlio mio carissimo, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Questa sofferenza è la persecuzione che è inevitabile per un vero discepolo di Cristo. come Gesù aveva detto (cf. Mc 8,34-35). Sia all’inizio che alla fine del brano torna il riferimento al Vangelo che si presenta così come un’inclusione e al centro, incorniciato da questi due identici riferimenti, Paolo spiega che cosa sia questo Vangelo. Usa la parola Vangelo, nel suo senso etimologico di buona notizia, proprio come Gesù stesso all’inizio della sua predicazione in Galilea dice: “Convertitevi e credete al Vangelo, alla Buona Notizia” vuol dire che la predicazione cristiana è l’annuncio che il regno di Dio è finalmente inaugurato. Per Paolo, è nella frase centrale del nostro testo che scopriamo in che cosa consista il Vangelo: in definitiva, si riassume in poche parole: Dio ci ha salvati per mezzo di Gesù Cristo. *“Dio ci ha salvati”: è un passato compiuto, qualcosa di acquisito; ma nello stesso tempo, perché gli uomini entrino in questa salvezza, è necessario che il Vangelo sia loro annunciato. È dunque davvero una vocazione santa quella che ci è stata affidata: “Dio ci ha salvati e ci ha chiamati a una vocazione santa”(1,9). Vocazione santa perché affidata dal Dio che è santo; vocazione santa perché si tratta di annunciare il progetto di Dio; vocazione santa perché il progetto di Dio ha bisogno della nostra collaborazione: ciascuno deve prendervi la propria parte, come dice Paolo. Ma l’espressione “vocazione santa” significa anche qualcos’altro: il progetto di Dio su di noi, sull’umanità, è così grande da meritare pienamente questo nome. La vocazione particolare degli apostoli si inserisce in questa vocazione universale dell’umanità.
*”Dio ci ha salvati”: nella Bibbia, il verbo salvare significa sempre liberare. È stata necessaria una lunga scoperta progressiva di questa realtà da parte del popolo dell’Alleanza: Dio vuole l’uomo libero e interviene incessantemente per liberarci da ogni forma di schiavitù. Le schiavitù sono di molti tipi: schiavitù politiche, come la servitù in Egitto o l’Esilio a Babilonia; e ogni volta Israele ha riconosciuto nella sua liberazione l’opera di Dio; schiavitù sociali, e la Legge di Mosè come i profeti non cessano di chiamare alla conversione dei cuori affinché ogni uomo possa vivere in modo dignitoso e libero; schiavitù religiose, ancora più subdole. I profeti non hanno mai smesso di trasmettere questa volontà di Dio di vedere l’umanità finalmente liberata da tutte le sue catene. Paolo dice che Gesù ci ha liberati persino dalla morte: Gesù “ha vinto la morte e ha fatto rsplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo”(1,10). Paolo lo afferma proprio
mentre si prepara a essere giustiziato. Gesù stesso è morto e anche noi moriremo tutti. Gesù dunque non parla della morte biologica. Di quale vittoria si tratta allora? Gesù ci dona, colmo di Spirito Santo, la sua stessa vita, che noi possiamo condividere spiritualmente, e che nulla può distruggere, nemmeno la morte biologica. La sua Risurrezione è la prova che la morte biologica non può annientarla per cui per noi la morte biologica non sarà che un passaggio verso la luce che non tramonta: nella liturgia dei funeraldiciamo: “La vita non è tolta, ma trasformata”. Se la morte biologica fa parte della nostra costituzione fisica, fatta di polvere – come dice il libro della Genesi – essa non riesce a separarci da Gesù Cristo (cf. Rm 8,39). In noi c’è una relazione con Dio, che nulla, nemmeno la morte biologica, può distruggere: è ciò che san Giovanni chiama “la vita eterna”.
*Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
“Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni”: ci troviamo ancora una volta davanti al mistero delle scelte di Dio. È a Pietro che Gesù aveva detto poco prima, a Cesarea: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa; e le potenze della morte non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). Ma Pietro è accompagnato dai due fratelli, Giacomo e Giovanni, i due figli di Zebedeo. “E Gesù li condusse su un alto monte, in disparte”: su un alto monte Mosè aveva ricevuto la Rivelazione del Dio dell’Alleanza e le tavole della Legge; quella Legge che doveva educare progressivamente il popolo dell’Alleanza a vivere nell’amore di Dio e dei fratelli. Sullo stesso monte, Elia aveva avuto la rivelazione del Dio della tenerezza nella brezza leggera… Mosè ed Elia, le due colonne dell’Antico Testamento…Sull’alto monte della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni, le colonne della Chiesa, ricevono la rivelazione del Dio di tenerezza incarnato in Gesù: «Questi è il mio l’amato, nel quale mi sono compiaciuto». E questa rivelazione viene loro concessa per rafforzare la loro fede prima della tempesta della Passione. Pietro lo scriverà più tardi (cf. 2 Pt 1,16-18).
L’espressione “il mio Figlio amato: ascoltatelo” designa Gesù come il Messia: per orecchie ebraiche, questa semplice frase è una triplice allusione all’Antico Testamento, perché richiama tre testi molto diversi tra loro, ma ben presenti nella memoria di tutti; tanto più che l’attesa era intensa al tempo della venuta di Gesù e le ipotesi si moltiplicavano: ne abbiamo la prova nelle numerose domande rivolte a Gesù nei Vangeli. “Figlio” era il titolo abitualmente attribuito al re, e si attendeva il Messia con i tratti di un re discendente di Davide, che avrebbe finalmente regnato sul trono di Gerusalemme, rimasto senza re da molto tempo. L’amato, nel quale mi sono compiaciuto evocava invece un contesto del tutto diverso: si tratta dei “Canti del Servo” del libro di Isaia; era dire che Gesù è il Messia non più alla maniera di un re, ma di un Servo, nel senso di Isaia (Is 42,1). “Ascoltatelo” diceva ancora un’altra cosa: che Gesù è il Messia-Profeta nel senso in cui Mosè, nel libro del Deuteronomio, aveva annunciato al popolo: “Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta come me: a lui darete ascolto” (Dt 18,15). “Facciamo tre capanne”: questa frase di Pietro suggerisce che l’episodio della Trasfigurazione possa essere avvenuto durante la festa delle Capanne, o almeno in un clima legato a essa, festa che si celebrava in memoria della traversata del deserto durante l’Esodo e dell’Alleanza conclusa con Dio, nella fervente esperienza che i profeti chiameranno più tardi il fidanzamento del popolo con il Dio di tenerezza e di fedeltà. Durante questa festa si abitava nelle capanne per otto giorni attendendo e implorando una nuova manifestazione di Dio che si sarebbe compiuta con la venuta del Messia Sul monte della Trasfigurazione, i tre apostoli si trovano improvvisamente davanti a questa rivelazione del mistero di Gesù: nulla di sorprendente che siano presi dal timore che coglie ogni uomo davanti alla manifestazione del Dio santo; non sorprende neppure che Gesù li rialzi e li rassicuri: già l’Antico Testamento aveva rivelato al popolo dell’Alleanza che il Dio santissimo è il Dio vicino all’uomo e che la paura non è appropriata. Ma la rivelazione del mistero del Messia, in tutte le sue dimensioni, non è ancora alla portata di tutti; Gesù ordina loro di non raccontare nulla per il momento, prima che il Figlio dell’uomo sia risorto dai morti. Dicendo quest’ultima frase, Gesù conferma la rivelazione che i tre discepoli hanno appena ricevuto: egli è davvero il Messia che il profeta Daniele vedeva sotto le sembianze di un uomo, venire sulle nubi del cielo (cf. Dn 7,13-14). Lo stesso Daniele presenta il Figlio dell’uomo non come un individuo solitario, ma come un popolo, che egli chiama “il popolo dei santi dell’Altissimo”. La realizzazione è ancora più bella della promessa: in Gesù, Uomo-Dio, è l’umanità intera che riceverà questa regalità eterna e sarà eternamente trasfigurata. Ma Gesù ha detto chiaramente: Non dite nulla a nessuno prima della Risurrezione. Solo dopo la Risurrezione di Gesù gli apostoli saranno capaci di esserne testimoni.
+Giovanni D’Ercole







