Gen 12, 2026 Scritto da 

2a Domenica T.O.

II Domenica Tempo Ordinario (anno A)  [18 Gennaio 2026]

 

Dio ci benedica e la Vergine ci protegga. Oggi inizia la settimana di preghiere per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) e riprende il Tempo Ordinario.

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (49,3...6)

Questo passo appartiene a un gruppo di quattro testi del profeta Isaia, chiamati i “Canti del Servo”. Essi risalgono al periodo drammatico dell’Esilio a Babilonia (VI secolo a.C.) e sono rivolti a un popolo scoraggiato, che arriva a chiedersi se Dio lo abbia dimenticato. Il profeta annuncia invece una parola decisiva: Israele è ancora il servo di Dio. L’Alleanza non è spezzata; Dio non solo non ha abbandonato il suo popolo, ma gli affida ancora una missione più grande. In questo canto il Servo non è un individuo particolare, ma il popolo di Israele nel suo insieme, come afferma chiaramente il testo: “Mio servo tu sei, Israele”. La sua vocazione è altrettanto chiara: manifestare la gloria di Dio. Questa gloria non è astratta, ma concreta: è l’opera di salvezza di Dio, qui identificata con il ritorno dall’esilio. La liberazione del popolo sarà la prova visibile che Dio è salvatore. Così, chi è stato salvato diventa testimone della salvezza davanti al mondo. Nella mentalità antica, la sconfitta e la deportazione di un popolo potevano sembrare il fallimento del suo Dio; la liberazione, invece, manifesterà ai popoli pagani la superiorità del Dio d’Israele. Essere “servo” significa quindi, da una parte, la certezza del sostegno di Dio, dall’altra, una missione: continuare a credere nella salvezza e a testimoniarla, affinché anche gli altri popoli riconoscano Dio come salvatore. Si comprende così l’annuncio finale: “Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. Il progetto di Dio non riguarda solo Israele, ma tutta l’umanità. Qui l’attesa messianica evolve profondamente: il Messia non è più un re individuale, ma un soggetto collettivo, il popolo di Israele, che non esercita un potere politico ma svolge una missione di servizio. Resta una difficoltà: se il Servo è Israele, come può “radunare Israele”? Isaia si rivolge in realtà al “Resto”, il piccolo gruppo dei fedeli che non ha perso la fede durante l’esilio. Questo Resto ha il compito di ricondurre il popolo a Dio, cioè di convertirlo. Ma questa è solo la prima tappa: il rialzarsi di Israele diventa il segno iniziale del progetto di salvezza universale. Infine, il profeta insiste sull’origine divina di questo messaggio: non è frutto di invenzione umana, ma parola del Signore. In mezzo allo scoraggiamento, risuona una confessione di fiducia umile e profonda: la forza del Servo non è in se stesso, ma in Dio.

decisivo del Resto fedele. +Fondamento di tutto: la forza viene da Dio solo, non dall’uomo.

 

*Salmo responsoriale (39/40) 

L’affermazione del salmo 39/40 – “ sacrificio  e offerta  non gradisci” sorprende, perché i salmi erano cantati proprio nel tempio, mentre si offrivano sacrifici. In realtà il senso è chiaro: ciò che conta per Dio non è il rito in sé, ma l’atteggiamento del cuore che esso esprime. Per questo il salmista può dire: “Gli orecchi mi hai aperto”… allora ho detto: Ecco, io vengo”. Tutta la Bibbia racconta un lungo cammino educativo nella comprensione del  sacrificio, che procede di pari passo con la rivelazione del vero volto di Dio. Sacrificare significa “rendere sacro”, entrare in comunione con Dio; ma il modo di farlo cambia man mano che si comprende chi Dio è davvero. Israele non ha inventato il sacrificio: era una pratica comune ai popoli del Vicino Oriente. Tuttavia, fin dall’inizio, la fede biblica introduce una differenza decisiva: i sacrifici umani sono assolutamente proibiti. Dio è il Dio della vita, e non può chiedere la morte per avvicinarsi a Lui. Anche il racconto di Abramo e Isacco mostra che “sacrificare” non significa uccidere, ma offrire. Col passare dei secoli, avviene una vera conversione del sacrificio, che riguarda prima di tutto il suo significato. Se Dio è pensato come un essere da placare o da comprare, il sacrificio diventa un gesto magico. Se invece Dio è riconosciuto come colui che ama per primo e dona gratuitamente, allora il sacrificio diventa risposta d’amore e di riconoscenza, segno dell’Alleanza e non merce di scambio. La pedagogia biblica conduce così dalla logica del “dare per avere” alla logica della grazia: tutto è dono, e l’uomo è chiamato a rispondere con il “sacrificio delle labbra”, cioè con il rendimento di grazie. Anche la materia del sacrificio cambia: i profeti insegnano che il vero sacrificio gradito a Dio è far vivere, non dare la morte. Come dice Osea (6,6): “Voglio l’amore e non il sacrificio”. L’ideale ultimo è il servizio dei fratelli, espresso nei Canti del Servo di Isaia: una vita donata perché altri vivano. Il salmo 39/40 riassume questo cammino: Dio apre l’orecchio dell’uomo per entrare in un dialogo d’amore; nell’Alleanza nuova, il sacrificio diventa totalmente spirituale: “Ecco, io vengo”.

 

*Seconda Lettura dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinti (1,1-3)

Questo testo celebra la dignità di noi battezzati. È scelto per questo domenica, che segna il ritorno al tempo ordinario nella liturgia: ordinario non significa banale, ma semplicemente nell’ordine dell’anno. Ogni domenica celebriamo eventi straordinari: qui San Paolo ci ricorda la grandezza del nostro titolo di cristiani. Secondo Paolo, siamo coloro che invocano il nome del Signore Gesù Cristo, riconoscendolo come Dio. Dire “Signore” significa che Gesù è il centro della nostra vita, della storia e del mondo. Per questo Paolo ci chiama “popolo santo”: essere santi non vuol dire perfetti, ma appartenere a Dio. Il battesimo ci consacra a Lui, e la comunità merita di essere onorata nella celebrazione eucaristica. Se Gesù non è veramente il nostro Signore, dobbiamo interrogarci sulla nostra fede. Paolo sottolinea più volte il nome di Cristo nella lettera, mostrando che la relazione con Lui è il fondamento della vita cristiana. Tutti i cristiani sono “chiamati”: Paolo stesso non sceglie di essere apostolo, ma è chiamato da Dio sul cammino di Damasco. La parola Chiesa (ecclesia) significa “chiamata”, e ogni comunità locale è chiamata a riflettere l’amore universale di Dio. La missione è universale, ma accessibile: Dio non ci chiede gesti straordinari, solo disponibilità alla Sua volontà, come ricorda il Salmo di oggi: “Ecco, io vengo”. La liturgia eucaristica riprende le parole di Paolo: nel gesto della pace e nel saluto “Il Signore sia con voi”, siamo immersi nella grazia e nella pace di Cristo. Questo testo è particolarmente adatto per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: ci ricorda ciò che unisce i cristiani di tutto il mondo, chiamati a essere semi di una nuova umanità, che un giorno si riunirà nella grazia e nella pace attorno a Gesù Cristo. Il contesto storico di questa lettera: Corinto era città di grandi ricchezze e povertà, crocevia tra Adriatico ed Egeo, con una popolazione mista e contrasti sociali marcati. La comunità cristiana fondata da Paolo rifletteva queste differenze. La lettera ai Corinzi che leggiamo oggi è probabilmente la prima a noi giunta, scritta intorno al 55-56 d.C., per rispondere a domande specifiche della comunità.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (1,29-34)

Giovanni Battista proclama con solennità: “Ho visto e ho testimoniato che questo è il Figlio di Dio”. All’epoca, il titolo “Figlio di Dio” era sinonimo di Messia: riconoscerlo in Gesù significava annunciare il Messia atteso da Israele. Ogni re di Gerusalemme riceveva l’unzione e il titolo di Figlio di Dio come segno che lo Spirito lo guidava; ma a differenza dei re precedenti, Gesù è colui su cui lo Spirito ”dorme” permanentemente, indicando che tutta la sua missione sarà condotta dallo Spirito Santo. Giovanni Battista descrive Gesù anche come “l’Agnello di Dio colui che toglie il peccato del mondo”. La figura dell’agnello richiama tre immagini: L’agnello pasquale, segno di liberazione; Il Servo sofferente di Isaia, innocente che porta i peccati degli altri; L’agnello offerto da Dio, come nella prova di Abramo con Isacco. Gesù è quindi il Messia, il liberatore dell’umanità, ma non elimina immediatamente il peccato: ci offre la possibilità di liberarci da esso vivendo guidati dallo Spirito, con amore, gratuità e perdono. La salvezza non è di un solo uomo, ma di tutto il popolo dei credenti, il “Corpo di Cristo”. L’umanità nuova inizia in Gesù, attraverso la sua obbedienza e la sua piena comunione con Dio, offrendo un modello di vita nuova.

*Origene nel commentario sul vangelo di Giovanni scrive: “Così Giovanni chiama Gesù Agnello di Dio: “Ecco l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Con queste parole Giovanni dichiara che Cristo, colui che era prima di lui, è colui che porta via i peccati del mondo.

+Giovanni D’Ercole

56
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Familiarity at the human level makes it difficult to go beyond this in order to be open to the divine dimension. That this son of a carpenter was the Son of God was hard for them to believe. Jesus actually takes as an example the experience of the prophets of Israel, who in their own homeland were an object of contempt, and identifies himself with them (Pope Benedict)
La familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi (Papa Benedetto)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
These two episodes — a healing and a resurrection — share one core: faith. The message is clear, and it can be summed up in one question: do we believe that Jesus can heal us and can raise us from the dead? The entire Gospel is written in the light of this faith: Jesus is risen, He has conquered death, and by his victory we too will rise again. This faith, which for the first Christians was sure, can tarnish and become uncertain… (Pope Francis)
The ability to be amazed at things around us promotes religious experience and makes the encounter with the Lord more fruitful. On the contrary, the inability to marvel makes us indifferent and widens the gap between the journey of faith and daily life (Pope Francis)
La capacità di stupirsi delle cose che ci circondano favorisce l’esperienza religiosa e rende fecondo l’incontro con il Signore. Al contrario, l’incapacità di stupirci rende indifferenti e allarga le distanze tra il cammino di fede e la vita di ogni giorno (Papa Francesco)
An ancient hermit says: “The Beatitudes are gifts of God and we must say a great ‘thank you’ to him for them and for the rewards that derive from them, namely the Kingdom of God in the century to come and consolation here; the fullness of every good and mercy on God’s part … once we have become images of Christ on earth” (Peter of Damascus) [Pope Benedict]
Afferma un antico eremita: «Le Beatitudini sono doni di Dio, e dobbiamo rendergli grandi grazie per esse e per le ricompense che ne derivano, cioè il Regno dei Cieli nel secolo futuro, la consolazione qui, la pienezza di ogni bene e misericordia da parte di Dio … una volta che si sia divenuti immagine del Cristo sulla terra» (Pietro di Damasco) [Papa Benedetto]
And quite often we too, beaten by the trials of life, have cried out to the Lord: “Why do you remain silent and do nothing for me?”. Especially when it seems we are sinking, because love or the project in which we had laid great hopes disappears (Pope Francis)
E tante volte anche noi, assaliti dalle prove della vita, abbiamo gridato al Signore: “Perché resti in silenzio e non fai nulla per me?”. Soprattutto quando ci sembra di affondare, perché l’amore o il progetto nel quale avevamo riposto grandi speranze svanisce (Papa Francesco)
The Kingdom of God grows here on earth, in the history of humanity, by virtue of an initial sowing, that is, of a foundation, which comes from God, and of a mysterious work of God himself (John Paul II)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

duevie.art

don Giuseppe Nespeca

Tel. 333-1329741


Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge N°62 del 07/03/2001.
Le immagini sono tratte da internet, ma se il loro uso violasse diritti d'autore, lo si comunichi all'autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione.
L'autore dichiara di non essere responsabile dei commenti lasciati nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze, il cui contenuto fosse ritenuto non idoneo alla pubblicazione verranno insindacabilmente rimossi.