Lug 28, 2026 Scritto da 

Fede: Briciole e fiuto, parti integrali. Segni di raduno universale

Mt 15,21-28 (21-37)

 

Gesù scopriva la volontà del Padre negli eventi della vita. Lo stesso per la crescita di consapevolezza delle prime comunità, le quali si sono trascinate pregiudizi non da poco, almeno sino alla terza generazione di credenti (compresa) - come testimoniato dai Sinottici.

La legge religiosa impediva di occuparsi di persone straniere e di altra etnia, frontiere o cultura. All’inizio, Gesù [ovvero: Lui nelle prime comunità, suo Corpo mistico] sembra non volersene occupare (v.26).

Ma dopo aver aiutato le folle e i suoi ad emanciparsi dalla prigione delle norme di purità (vv.10-20) Cristo esce dai modi conformisti di sperimentare Dio.

Egli fa esodo persino da territori nazionali e di razza che allora sequestrano le linfe vitali - così sorvolando i preconcetti sacri.

 

Le singolari iniziative del Figlio nascono sulla base dell’esperienza tutta personale del divino, di un Padre munifico nell’elargire senza condizioni. 

Provvidente e disuguale dal Dio taccagno delle religioni: quest’ultimo discordante dalle creature, estraneo, e (incomprensibilmente) abitudinario.

Il Signore stesso ci aiuta nella sua vicenda a sperimentare il trascendente nella vita anche sommaria. Così, a uscire dai modi dottrinali artificiosi che mettono l’esistenza in gabbia [territorio, costumi, ideologia, appartenenze di vario genere - anche “interne”].

Con una trovata inconsueta, il giovane Rabbi cerca di aprire la mentalità giudaizzante, superando le frontiere.

L’intento è quello di farci sviluppare la sua stessa Fede. Essa che promuoveva l’esistere variegato, e al di fuori della miopia tradizionale poteva così riscontrare adesioni sbalorditive.

Nessuno steccato a confine, nessun ostacolo... riescono a contenere la nostra voglia di vivere: vogliamo alimentarci non dell’orgoglio (o di resistenze) ma dell’amore a rischio, non svilito - ed esprimerci completamente.

Persino il dialogo con una donna non del suo popolo era una “pensata” aliena dalla mentalità delle folle dell’epoca - estranea perfino alle concezioni delle prime due generazioni di credenti, sotto questo aspetto ancora ingessate e frammiste d’idoli.

Ma c’era tutto un popolo di sconosciuti [la «donna» meticcia e la sua ‘discendenza’ spirituale] che sentiva di non avere futuro. E ciò interpellava i tanti apriorismi del tempo.

Insomma, anche la chiesa di Mt non aveva colto appieno il significato del «pane dei figli» - tutto a disposizione affinché venisse “riconosciuto”.

 

A motivo di ataviche rivalità, i popoli antichi erano soliti chiamare gli stranieri con l’appellativo sprezzante di «cane», sinonimo d’impudenza, meschinità e ignobile bassezza.

Erano diffuse titubanze del senso della fraternità umana - da visione primitiva [e non solo, nell’era dell’accesso].

La frase durissima del Signore (v.26) riflette un paragone proveniente dalle zone povere e dalla vita in famiglia, dove un tempo abbondavano animali domestici e gioventù.

Vi era pur differenza tra ‘bambini” generati dall’ascolto della Parola di Dio e coloro che si regolavano “a fiuto”.

Ma sebbene nessuno negasse il sostentamento ai «figli» per darlo ai «cani» attorno - questi ultimi avevano almeno il diritto delle briciole cadute sul terreno.

In effetti, il testo parla di «piccoli cani» [kynaría-kynaríois] come animali domestici amati dai giovanissimi e che durante i pasti facilmente davano loro da mangiare gli avanzi.

In certo senso, appartenevano alla “casa”.

 

Per i diversi e lontani - anche malconsiderati - non è un problema ricorrere a Gesù in modo istintivo; anzi, si accontenterebbero dei frantumi.

In base a ciò, nella comunità dei figli non dovrebbe mancare il nutrimento del corpo e l’alimento sapienziale per chiunque (Mt 14,20-21).

Tuttavia i veterani che si ritenevano famigliari di spettanza e accampavano diritti anagrafici, tenevano il broncio e nelle assemblee pretendevano non consentire a tutti di partecipare alla comunione, ai granelli eucaristici, ai doni del Regno di festa.

Ma grazie all’appello dei Vangeli [ben diversi dagli esagerati proclami “evangelici” imperiali o delle legioni] il dominio del male volgeva al termine (v.28).

Secondo Mt non dovrebbe esistere ossessione, catena o preconcetto che possa toglierci orientamenti di progresso ed energie, affinché con estrema libertà siamo messi in grado di adoperarci e aprirsi nei confronti dei bisogni altrui, anche pagani (Mt 14,22a).

 

Dunque nelle fraternità giudeo cristiane di Galilea e Siria sorge un dibattito circa le condizioni di appartenenza comunitaria.

Qual è la posizione dei convertiti dal paganesimo? Hanno diritto di partecipare allo spezzare del Pane senza previa trafila dottrina-disciplina? C’è o no frattura con la tradizione osservante?

Mt ribadisce che non abbiamo prelazione alcuna: principio di salvezza universale è l’attitudine di Fede; non un diritto.

La comunità dei battezzati non è autorizzata a vivere di rendita. Il Vangelo è aperto, supera la biblica priorità del popolo eletto.

La ragione di ogni eventuale eccezione è l’amore sensibile, che ha la libertà di cedere, che diviene unico principio di appartenenza.

 

Condizione di adesione al nuovo popolo di Dio è la Fede nel cuore e non nel sangue o nella testa, né nella disciplina che allontana da noi stessi, da Dio e dagli altri.

Fede: principio nuovo, che sgretola ogni illusione di esclusività.

 

Col Padre, nel Figlio, non si tratta più di mortificarsi, dipendere, sforzarsi e lottare, per poter stare uno di fronte all’altro.

La purità legale è insufficiente (vv.1-20), anzi ora è la persona anche dalle origini sconcertanti - prima un’estranea - che esce “vittoriosa” dal botta e risposta con il Signore.

L’Affidamento sponsale è apprezzabile ovunque, da parte di chiunque: Eros fondante che zampilla da ogni anima, e non è legato a repertori. Supera qualsiasi particolarismo.

Certo, ha i suoi criteri - però essenziali: trasparenza, freschezza, tensione all’unità, superamento delle condizioni e dei tabù; valore della persona; empatia segreta di energie.

 

Il passo di Vangelo traccia un intero cammino di adesione a Cristo.

I lontani possono accostarsi e addirittura partire dall’idea popolare - sconveniente - che Gesù sia il «Figlio di Davide» atteso (v.22): comandante militare e sovrano che avrebbe dovuto prendere il potere, assoggettare le nazioni, assicurare l’età dell’oro, adempiere egli stesso le prescrizioni di Legge come fosse un Modello, e imporne a tutti l’osservanza.

Il punto di partenza del cammino può essere un misero barlume, un inizio che forse non promette granché. Infatti nel caso specifico risulta decisamente confusionario: il Maestro non risponde (v.23).

Il titolo a Lui affibbiato non ha nulla a che vedere con Dio, né riguarda l’autentico Primogenito. Egli non è Messia potente - immagine predatoria, omologata - bensì servitore.

Non ha alcun senso neppure chiedergli «Pietà» (v.22)! Anzi - diciamola tutta - malgrado le superficiali abitudini rituali che abbiamo, qui Cristo sembra proprio adirato (v.23).

Non è questo il rapporto sano col Signore: Egli non mette in castigo e non gode di sentirsi implorato dai bisognosi.

Piuttosto educa come fa un amico, fratello o genitore; e non concede grazie a lotteria, né miracoli a simpatia e protezione, o favori a territorio - come gli dèi pagani.

Quell’immagine è totalmente deviante, ma è una figura fasulla che vien fuori proprio dagli “interni” (vv.23-24), i quali sul tema non avrebbero nulla da eccepire (v.23).

Anzi, la loro stessa catechesi ne è la scaturigine: il titolo «figlio di Davide» suona strano, sulla bocca di una pagana.

 

Ancora oggi questa idea paternalista omologante - di colpa inculcata - tende ad allontanare chi cerca un compagno di strada amabile.

La priorità per “Israele” è riconosciuta da Gesù perché sono proprio i figli maggiori a doversi convertire a un nuovo Volto del primo Dio del Sinai - ancora valutato Legislatore e Giudice, invece che Creatore e Redentore della nostra intelligenza e libertà.

[Sebbene in modo bonario-infantile, purtroppo continuano a diffonderlo, quale notaio arcigno, sin dal pre-catechismo].

Gesù prende le distanze da chi accampa pretese e nel contempo devia le anime dei bisognosi che lo cercano.

Poi, in termini spirituali nessuno può millantare diritto a nulla: i Doni davvero sacri non derivano da nessun rapporto di elezione selettiva, e neppure clientelare [del tipo compravendita].

 

Dunque, per diventare intimi a Cristo... ci si può accontentare delle «briciole» eucaristiche - ossia “salvezza minima”?

Ci si può sentire appagati dai soli frantumi che cadono dalla tavola dei supponenti chiusi in piccoli schemi (vv.26-27)?

Certo, perché è la Fede che salva (v.28), non un grande gesto o una lunga consuetudine nelle discipline dell’arcano - né un codice di purità.

L’autentico Signore dice solo:

«Donna, grande la tua Fede! Avvenga per te come vuoi» (v.28) - ossia procedi pure verso la gioia di una vita piena, trasmissibile a una “prole” non destinata a tormenti o morte prematura.

E senza più sul groppone il giudizio altrui, quello con solite tare ingannevoli, d’inadeguatezza.

Grazie a Lui non siamo introdotti in una pratica religiosa sommaria, ma in una Relazione che si cesella nel tempo (vv.22-28).

 

Come orientarsi?

Invece della stretta Legge, è il Vangelo che ci abilita in pieno.

Come fossimo «cagnolini» (vv.26-27) che cercano vita e alimento, procedendo istintivamente [a “fiuto”] per strade inesplorate. E che secondo carattere, inclinazione, Chiamata per Nome, fanno appello ad altre forze segrete.

Insomma, tutti gli uomini - sebbene ancora lontani da un’esplicita adesione di fede - sono abitati da questo sapere al contempo personale e primordiale, che orienta in modo immediato, e infallibile.

Così in semplicità faremo anche noi, per trovare la Via.

Infatti la Fede non ha nazionalità, ed è l’unico linguaggio-relazione-traiettoria validi per la comunicazione fra Dio e la donna e l’uomo.

La proposta è universale; valica i tempi, le frontiere denominazionali e persino religiose.

 

A commento del Tao Te Ching (LVIII), il maestro Wang Pi afferma:

«Chi ben governa non ha forma né nome, non dà inizio ad amministrazioni. Le varie categorie si dividono e si separano, per questo il popolo è frammentato».

Aggiunge il maestro Ho-shang Kung:

«Quando chi governa è liberale, il popolo è unito nella ricchezza e nella sazietà: gli uomini si amano e vanno d’accordo».

 

Oggi si tratta di condividere i minuzzoli e frammenti del “di più” da noi in occidente ereditato dalle passate generazioni.

Un “di più” molto istruttivo e agiato; elargito in modo sovrabbondante, eppure ricevuto senza “nulla di troppo” [ne quid nimis] né tanti meriti o azzardi (da “buoni cristiani...”).

E rispettando in tutto la nomenclatura dei reduci, di cordate e potenti - sempre poco inclini alla convivenza reale.

Cristo è invece vivanda sapienziale per una libera circolazione; non cibo impedito, da tener chiuso nei tabernacoli.

La sua virtù è compresa ormai solo fuori delle sagrestie - da discosti e remoti (vv.21-22) - dove persino un minuzzolo di Pane fa confidare e risorgere, nella condivisione.

Spezzare l’Eucaristia sorgente e culmine è proclamarla Dono da non trattenere né conservare intatto, bensì da esporre e distribuire senza previ moralismi.

Dividere quel Cibo è partecipare l'esistere in radice, ciò che abbiamo e siamo; metro di quel che annunciamo, crediamo e pratichiamo.

 

Purtroppo, non di rado gli estranei e difformi sono più affamati della vera Manna dal Cielo.

Saturi fino alla nausea - e forse ancora incapaci di comprenderne il senso - perché vivere il Nutrimento condiviso [forse con pochi riguardi al suo significato] come problema e paura?

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Se non è del “tuo popolo”, ti va almeno di parlarci - anche se veterani, clubs interni e regolari lo vietano?

Non pensi che il cammino sinodale sia una buona occasione per rivedere posizioni astratte?

Sai di qualche parrocchietta ecclesiale che non lascia possibilità agli esterni?

Conosci persone ferite dalle esclusioni? Tu cosa fai, silenzio-assenso?

 

 

Moltiplicazione per Divisione, nell’itineranza

 

Il semplice Mistero (Eucaristico)

(Mt 15,29-37)

 

«L’uomo è l’essere-limite che non ha limite» (Fratelli Tutti n.150).

Nel cuore abbiamo un gran desiderio di appagamento e Felicità. Il Padre ce lo ha messo, Lui stesso lo soddisfa - ma ci vuole associati alla sua opera - dentro e fuori di noi.

Il Figlio riflette il disegno di Dio nella compassione per le folle bisognose di tutto (vv.30.32) e - malgrado la pletora di maestri ed esperti - prive di qualsiasi insegnamento autentico [cf. Mt 9,36. 14,14].

La sua soluzione è diversissima da quella di tutte le guide “spirituali”, perché non ci sorvola con un paternalismo indiretto [cf. Mt 14,16] che asciughi le lacrime, rimargini le ferite, cancelli le umiliazioni.

Invita a utilizzare in prima persona ciò che siamo e abbiamo, sebbene possa apparire cosa ridicola. Ma insegna in modo assolutamente netto che spostando le energie si realizzano risultati prodigiosi.

Così rispondiamo in Cristo ai grandi problemi del mondo: recuperando la condizione dell’uomo viator - essere di passaggio, sua impronta essenziale - e condividendo i beni; non lasciando che ciascuno si arrangi [cf. Mt 14,15].

La nostra reale nudità, le peripezie e l’esperienza dei molti fratelli, diversi, sono risorse da non valutare con diffidenza, «come concorrenti o nemici pericolosi» della nostra realizzazione (FT n.151).

Non solo quel poco che rechiamo basterà a saziarci: avanzerà per altri e con identica pienezza di verità, umana, epocale [vv.34.37: il brano insiste sulla simbologia semitica del numero “sette”].

 

In Mt Gesù è il nuovo Mosè che sale su «il Monte» dei rapporti autentici - per inaugurare un Tempo alternativo, che contrassegna la storia vera.

La gente non rimane più a fondovalle ad aspettare: si riunisce intorno a Lui, giungendo così com’è, col carico dei tanti bisogni differenti.

Il nuovo popolo di Dio non è una folla stanziale, di eletti, scelti e puri.

Ognuno reca con sé il suo percorso, i suoi affanni e problemi, che il Signore guarisce - curando non con una soluzione dal di sopra o dal di fuori.

Insomma: un altro mondo è possibile, però attraverso lo spezzare il proprio (anche misero) pane.

Soluzione sapiente, ininterrotta, efficace, se la si fa emergere da dentro, in cammino e stando in mezzo - non davanti, non a capo, non in alto (v.36).

 

Il luogo della Rivelazione di Dio doveva essere quello dei fulmini, su un “monte” fumante come di fornace (Es 19,18)... ma infine persino lo zelo violento di Elia aveva dovuto ricredersi (1Re 19,12).

Anche ai pagani, il Figlio rivela un Padre il quale non semplicemente cancella le infermità: le fa capire come luogo che sta preparando uno sviluppo personale, e quello della Comunità.

S’immaginava che nei tempi del Messia, zoppi, sordi e ciechi sarebbero scomparsi (Is 35,5ss.). Età dell’oro: tutto al vertice, nessun abisso.

In Gesù - Pane distribuito - si manifesta una pienezza dei tempi inconsueta, apparentemente nebulosa e fragile, ma reale e in grado di riavviare persone e relazioni.

Lo Spirito di Dio agisce non calandosi come un fulmine dall’alto, bensì attivando in noi capacità che appaiono impalpabili, eppure in grado di raggranellare il nostro essere disperso, classificato inconsistente - che coinvolge il sommario di tutti i giorni - e lo rivaluta.

 

L’Incarnazione ci ritessere il cuore, in dignità e promozione; si dispiega realmente, perché non solo trascina via gli ostacoli, ma poggia su di essi.

E non li cancella affatto: così li surclassa, ma trasmutando - ponendo nuova vita.

Linfa che trae succo e germoglia Fiori dall’unico terreno melmoso e fecondo, e li comunica.

Solidarietà cui sono invitati tutti, non solo quelli ritenuti in condizione di perfezione e compattezza.

 

Le nostre carenze ci rendono attenti, e unici. Non vanno disprezzate, bensì assunte, poste nelle mani del Figlio e dinamizzate (v.36).

Le stesse cadute possono essere un segnale prezioso: in Cristo, non sono più umiliazioni riduttive, bensì indicatori di percorso. Forse non stiamo utilizzando e investendo al meglio le nostre risorse.

Così i crolli possono trasformarsi rapidamente in risalite - differenti, non confezionate - e ricerca di completamento totale nella Comunione.

Quindi, nell’ideale di realizzare la Vocazione e intuire il tipo di contributo da porgere, nulla di meglio d’un ambiente vivo che non tarpi le ali: una fraternità vivace nello scambio e convivenza.

Non tanto per attutirci gli scossoni, ma perché siamo messi in grado di edificare magazzini sapienziali non tarati da nomenclature - cui tutti possono attingere, persino i diversi e lontani da noi.

Se poi anche qui verrà a trovarci una manchevolezza, sarà per insegnare a essere presenti al mondo secondo (magari) altre e ulteriori direzioni, o per far emergere la missione e una maturazione creativa - non per rimanere fissati su parzialità e minuzie.

 

L’allusione ai sette pani (moltiplicati perché divisi) conforta le citazioni relative al magma plasmabile delle icone bibliche.

Qui Mosè ed Elia su «il Monte»: figure dei cinque Libri del Pentateuco (i primi Alimenti), più le due sezioni di Profeti e Scritti.

Tutti insieme «sette pani»: Pienezza di cibo e saggezza per l’anima, chiamata a procedere oltre le siepi circonvicine, rompendo gli argini della mentalità asservita al contorno.

È il nutrimento-base dello spirito umano-divino, cui però si aggiunge un giovane e fresco alimento companatico, che appunto ci coinvolge (v.34).

[Come diceva s. Agostino: «La Parola di Dio che ogni giorno viene a voi spiegata e in un certo senso “spezzata” è anch’essa Pane quotidiano» (Sermo 58, IV: PL 38,395)].

Alimento completo: cibo base e “companatico” - storico e ideale, in codice e in atto.

Qui diventiamo in Cristo come un corpus attualizzato e propulsivo di testimoni (e Scritture!) sensibile.

Certo ridotto, non ancora affermato - e privo di eroici fenomeni, ma accentuatamente sapienziale e pratico.

Annunciatori e condivisori, senza clamorosi proclami di autosufficienza.

Mai rinchiusi entro steccati arcaici: sempre in fieri - perciò in grado di percepire binari sconosciuti.

 

E «spezzare il Pane»... ossia attivarsi, procedere oltre, dividere il poco - per alimentare, straripare (moltiplicando l’ascolto e l’azione di Dio) e far riconquistare stima anche ai disperati.

Siamo figli: come pochi e piccoli pesci (v.34), ma che non sguazzano in competizioni che rendono tossica la vita.

Anzi: chiamati in prima persona a scrivere una singolare, empatica e sacra, Parola-evento.

Infanti nel Signore, nuotiamo in questa differente Acqua. A volte forse esteriormente velata o melmosa e torbida…

Infine fatta trasparente anche solo perché arrendevole, compassionevole (v.32) e benevola.

La vecchia pozzanghera esclusiva della religione che non osa il rischio della Fede (v.33) non ci avrebbe aiutato ad assimilare la proposta del Gesù Messia, Figlio di Dio, Salvatore - acrostico del termine greco Ichtys [pesce].

Egli è l’Iniziativa-Risposta del Padre, sostegno nel (poco etereo) viaggio alla ricerca della Speranza dei poveri - di tutti noi indigenti in attesa.

 

La Fede operante ha dunque per emblema l’Eucaristia, rivoluzione della sacralità. Sembra strano, per noi che ci abbiamo fatto il callo.

Infatti scopo dell’evangelizzazione è partecipare ed emancipare l’essere completo da tutto ciò che lo minaccia, non solo nel limite estremo: anche nella sua azione di ogni giorno - fino a cercare la comunione dei beni.

In Mc (7,31-37) il prodigio è collocato dopo l’apertura dei “sensi”. Qui dopo le guarigioni presso il lago di Galilea (vv.29-31).

Il Segno Fonte e Culmine della comunità dei figli è un gesto creativo che impone uno spostamento di visione, un occhio assolutamente nuovo.

Di fronte all’indigenza di molti - causata dall’avidità di pochi - l’atteggiamento della Chiesa autentica non si compiace di emblemi e fervorini, né di parziali chiamate a distinguersi nell’elemosina.

Lo spezzare del Pane subentra alla Manna calata dall’alto nel deserto (Mt 15,33) e comporta la sua distribuzione - non solo in situazioni particolari.

Non c’è da accontentarsi, nel moltiplicare la vita per tutti.

Questa l’attitudine del Corpo vivente del Cristo taumaturgico [non il facitore di miracoli] che si sente chiamato ad attivarsi in ogni circostanza.

 

Se la partecipazione eucaristica non suscita solo elemosina puntuale, pietismo esterno e assistenzialismo di maniera, ecco il Risultato:

Donne e uomini mangeranno, rimarranno sazi, e avanzerà alimento per altri ancora (non tutti i convitati da Dio previsti sono ancora presenti...).

 

Notiamo che ai discepoli non era neanche passato per la testa che la soluzione potesse venire dalla gente stessa e dal loro spirito.

Non solo dal paternalismo dei capi, o da qualche singolo benefattore.

Soluzione inattesa: la questione dell’alimento si risolve non dall’alto, ma a partire dall’interno delle persone e con i pochi pani portati con sé.

Non c’è soluzione col verbo “moltiplicare” - ossia “incrementare”…relazioni che contano, accrescere proprietà, ammucchiare astuzie.

Unica terapia è «spezzare», «dare», «porgere» (v.36). E tutti sono coinvolti, nessuno privilegiato.

 

A quel tempo la competitività e la mentalità di classe caratterizzava la società dell’impero - e iniziava a infiltrarsi già nella piccola comunità, appena agli inizi.

Come se il Signore e il Dio del tornaconto potessero convivere uno a fianco all’altro, ancora.

È la comunione dei bisognosi che viceversa sale in cattedra nella Chiesa non artefatta.

La condivisione reale fa da professore degli onnipresenti veterani, smaliziati e pretenziosi, unici a doversi ancora convertire.

Il germe della loro “durata” dovrebbe essere non la posizione in quota e il ruolo, bensì l’amore.

Tale l’unico senso dei gesti sacri; non altri progetti venati da prevaricazioni, o dall’apparire.

 

Gli “appartenenti” sbalordiscono.

Per il Signore i lontani (sebbene ancora in bilico nelle scelte) sono pienamente partecipi del banchetto messianico - senza preclusioni, né discipline dell’arcano con attese snervanti.

Viceversa, quella Mensa urge in favore di altri che ancora devono essere chiamati. Per una sorta di ristabilimento dell’Unità originale.

 

Insomma, la Redenzione non appartiene alle élites preoccupate della stabilità del loro dominio - che sono addirittura i deboli a dover sostenere.

 

La vita da salvati viene a noi per incorporazione.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

Hai mai spezzato il tuo pane, trasmesso felicità e compiuto recuperi che rinnovano i rapporti, rimettendo in piedi le persone che neppure hanno stima di sé? O hai privilegiato disinteresse, catene e atteggiamenti di élite?

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Faith opens us to knowing and welcoming the real identity of Jesus, his newness and oneness, his word, as a source of life, in order to live a personal relationship with him. Knowledge of the faith grows, it grows with the desire to find the way and in the end it is a gift of God who does not reveal himself to us as an abstract thing without a face or a name, because faith responds to a Person who wants to enter into a relationship of deep love with us and to involve our whole life (Pope Benedict)
La fede ci apre a conoscere e ad accogliere la reale identità di Gesù, la sua novità e unicità, la sua Parola, come fonte di vita, per vivere una relazione personale con Lui. Il conoscere della fede cresce, cresce con il desiderio di trovare la strada, ed è finalmente un dono di Dio, che si rivela a noi non come una cosa astratta senza volto e senza nome, ma la fede risponde a una Persona, che vuole entrare in un rapporto di amore profondo con noi e coinvolgere tutta la nostra vita (Papa Benedetto)
Jesus Christ clearly indicates that even acts of devotion and penance (such as fasting, almsgiving, prayer), which by their religious purpose are primarily 'interior', can succumb to current 'externalism', and can therefore be falsified [John Paul II]
Gesù Cristo indica chiaramente che anche gli atti di devozione e di penitenza (come digiuno, elemosina, preghiera) che per la loro finalità religiosa sono principalmente “interiori”, possono cedere all’“esteriorismo” corrente, e quindi possono essere falsificati [Giovanni Paolo II]
Today’s Gospel reminds us that faith in the Lord and in his Word does not open a way for us where everything is easy and calm; it does not rescue us from life’s storms. Faith gives us the assurance of a Presence (Pope Francis)
Il Vangelo di oggi ci ricorda che la fede nel Signore e nella sua parola non ci apre un cammino dove tutto è facile e tranquillo; non ci sottrae alle tempeste della vita. La fede ci dà la sicurezza di una Presenza (Papa Francesco)
Dear friends, “in the Eucharist Jesus also makes us witnesses of God’s compassion towards all our brothers and sisters. The Eucharistic mystery thus gives rise to a service of charity towards neighbour” (Post-Synodal Apostolic Exhortation Sacramentum Caritatis, 88) [Pope Benedict]
Cari amici, “nell’Eucaristia Gesù fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al Mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo” (Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 88) [Papa Benedetto]
We see this great figure, this force in the Passion, in resistance to the powerful. We wonder: what gave birth to this life, to this interiority so strong, so upright, so consistent, spent so totally for God in preparing the way for Jesus? The answer is simple: it was born from the relationship with God (Pope Benedict)
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio (Papa Benedetto)
Christian's are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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