Stura le orecchie, affinché non restiamo sordi e balbuzienti
(Mc 7,31-37)
«Ma questo Vangelo ci parla anche di noi: spesso noi siamo ripiegati e chiusi in noi stessi, e creiamo tante isole inaccessibili e inospitali. Persino i rapporti umani più elementari a volte creano delle realtà incapaci di apertura reciproca: la coppia chiusa, la famiglia chiusa, il gruppo chiuso, la parrocchia chiusa, la patria chiusa… E questo non è di Dio!»
[Papa Francesco, Angelus 6 settembre 2015]
Lo sfondo del passo di Vangelo è il tema dell’iniziazione alla Fede, che investe i “sensi” (interiori) i quali rischiano di spegnersi.
Anche ogni credente infatti corre il pericolo di affievolire la percezione, circoscrivere l’energia vitale, ridurre in modo drastico il rapporto con la realtà profonda, e l’orizzonte del suo cammino.
«Effatà» era una formula liturgica globalmente espressiva, impiegata dalle chiese primitive nel Battesimo.
Dietro quell’espressione ritroviamo una dimensione ecclesiale davvero vivente e consapevole, sebbene popolare.
Comunità che percepiscono il linguaggio della Fede, accolgono e condividono il pensiero del Figlio; quindi reagiscono alla stasi, non hanno propensioni decadute, né restano mute e cieche.
L’invito a spalancare tutta la vita [Effatà] nasce da un afflato missionario non asservito, che non molla. Vediamo in che senso.
L’itinerario inverosimile di Gesù (v.31) suggerisce quasi un suo essere restio a tornare indietro, trattenendosi piuttosto fra pagani. Perché?
Si rende conto che i “lontani” sembrano meno sordi alla Parola di Dio, rispetto alla gente d’Israele: sono desti, recepiscono, hanno una coscienza ancora viva.
Dopo l’accesa disputa sul puro e impuro, ecco il Maestro spazientirsi perfino coi discepoli.
Essi sono rimasti al livello della medesima sordità spirituale del popolo, inerte; mutilato dello spirito della Scrittura.
Ancora sordi, balbettano: si sono autoinflitti un nodo alla lingua.
Se parlano lo fanno a fatica, in modo disarticolato, incomprensibile.
Insomma, i seguaci non espongono messaggi autentici.
Si mostrano intimi, però malgrado le apparenze non sanno ancora ascoltare [diremmo: neppure fedeli alla Tradizione viva; cf. Dei Verbum 1]!
Ciò per il fatto che le orecchie di alcuni di loro sono aperte alle sole furbizie: devono essere «sturate» senza troppi complimenti.
Infatti l’azione di Gesù è violenta (v.33 testo greco).
I “sostenitori” qui paiono contrapporsi in ogni modo all’azione del Cristo nella sua totalità.
Gli apostoli ritenevano che il Tesoro di Dio fosse esclusivamente destinato agli “interni” - non ai popoli.
Egli allora colpisce duro: vuole incontrare gli “estranei”, affinché anch’essi accendano le loro risorse.
L’episodio di Vangelo è parabola della condizione di qualunque persona - anche sconclusionata - che incontrando il Signore inizia a percepire e comunicare bene, con saggezza.
Senza più vacillare nelle traiettorie di crescita - con lo spavento della realtà, e di se stessi.
La sapienza religiosa o la filosofia pagana hanno cercato risposte agli enigmi, alle domande di senso della vita. Eppure, sinora unicamente tartagliando.
Anche le grandi civiltà hanno solo pensato qualche frammento di Verità. Essa è rimasta erratica e malferma. Non si è espressa con esattezza, o pienamente.
Ad es. (in Platone) Socrate parla di immortalità dell’anima, quindi ha pur avuto un vago senso della Vita indistruttibile, senza però ricevere la Luce della Pasqua.
Qui il problema non è di catechismo esterno, bensì anzitutto personale ed ecclesiale.
Il Messia autentico non sopporta il nostro tirare avanti, senza confronti e discussioni che ci ri-creino.
Il giovane Rabbi non vuole che il discepolo si rassegni, si ripieghi, si affezioni alla propria malattia.
Ancora oggi sclerotizziamo forse su posizioni che non mettono in discussione le vere sindromi, e restiamo coi soliti acciacchi - totalmente passivi in merito.
Condizione di vita trasandata e vuota di senso, da cui i “padrini” del Battesimo vorrebbero emanciparci (v.32a).
Sono i veri collaboratori del Cristo, estranei al giro dei sempre appiccicati a Dio - quelli che lo tallonano, ma non lo seguono.
I suoi «Angeli» [cf. Mc 1,13] gli portano un «sordo» (non muto, ma) «balbuziente».
E’ l’unica volta che nel NT appare questo termine.
Nel Primo Testamento «balbuziente» (moghilàlos) appare una sola volta, per indicare la liberazione dall’esodo di Babilonia [«La lingua del balbuziente griderà di gioia», Is 35,6 vers. greca dei LXX].
Non guarigione fisica, ma un’immagine di Liberazione - radicale - che diventa motivo e motore della persona.
È un problema di comprensione!
Cristo ci tira fuori, «in disparte» (v.33)... anche rispetto al dissenso degli “intimi”, i quali amano circondarsi di folle e aderire al pensiero comune; compromissorio e banale, che non rompe le chiusure.
Vuole separarci dal modo di ragionare attorno, di maniera, del tutto conforme; intende distaccarci dagli obbiettivi qualunquisti e altrui.
Desidera che pensiamo e diciamo cose sensate, dettate dal pensiero di Dio e dalla vocazione personale; non trendy, à la page, normalizzate, standard.
Chi resta nel villaggio in cui tutti chiacchierano allo stesso modo, o ragionano allo stesso modo, e scelgono allo stesso modo - storditi, rintronati da voci impersonali - non può essere curato.
Infatti il «sospiro» di Gesù (v.34) sembra quello di colui che si sente già preso in ostaggio dai suoi, i quali sembra lo trattengano come un leone in gabbia.
Ci vuole una bella effusione di Spirito dal Cielo per stare calmi e non prenderli a schiaffi… e impegnarsi a ricominciare [ancora] daccapo.
Proprio gli intimi continuano a preferire i soliti libretti d’istruzione e proibizione: più facili - che affrontare rischi e lasciarsi educare.
[Considerandosi privilegiati, alcuni hanno preso possesso della sua Persona trasmettendola a pezzettini, attraverso un insegnamento che non stupisce, non libera, né lo annuncia, bensì lo balbetta e svilisce].
«Sospiro» è anche chiedersi: vale la pena? La scelta peggiore sarebbe quella di circoscriversi nella diffidenza.
Dopo il Concilio Vaticano II si è appena iniziato ad aprire l’orecchio alla Parola, e man mano la predicazione sta cambiando - ma coi soliti tempi biblici. (Oggi speriamo nel cammino sinodale).
Intanto si diffonde qua e là un’idea di Chiesa “scalza”, che sa ascoltare le domande dell’uomo d’oggi, invece che zittirle.
Un’istituzione in provincia dalle grandi narrazioni e scarsamente incisiva, ma che forse inizia a tralasciare alcune frasi fatte, e comincia a non tacitare tutte le questioni.
Finalmente ci si rende conto che è tempo di annuncio e nuova catechesi, d’un convincente linguaggio e discernimento - e una ben diversa pastorale. Non per questo glamour.
Ma prima di agire sul territorio, è opportuno che curiali, dirigenti, capitani e consoli aprano occhi e orecchie - coinvolgendosi di persona.
«Apriti!» resta l’invito pressante a spalancare ancora nuovi percorsi: slacciare il dialogo, essere concreti e rispettosi, rimettere in causa la vita. Arricchendo se stessi e gli altri.
Unico miracolo grande è dischiudere ogni persona alla percezione e comunicazione, intuendo e dando tutto di se stessi.
Perché cercando la verità nell’ascolto profondo e reciproco, oltre le confraternite o cordate, non si balbetta più.
Persino la gerarchia di alto profilo sta iniziando a bucare i soliti muri di gomma e di pietra, esteriori.
Nel frattempo, il confronto ecumenico e con le culture ci schioda dallo status che blocca le conquiste più significative.
È il Dialogo che trasmette senso e sostanza persino alla Dogmatica.
Solo in questo modo riusciremo nel discernimento, nonché a prolungare l’Azione creatrice del Figlio.
Insomma, il cardine di tutto è la consapevolezza che la Persona del Cristo comunica meraviglia e pienezza di vita; non trasmette lacci.
Nella cultura semitica la saliva [v.33: «e avendo sputato, toccò la sua lingua»] era considerata alito condensato.
Immagine dello Spirito che libera da alienazioni - beninteso, non a partire da fuori.
Anche l’evangelizzazione deve configurarsi in tale concomitanza, solidale con la realizzazione, e impegnata nei processi: da dentro.
Così vivremo in modo fluente, e proclameremo la Buona Notizia in favore della nostra Felicità. Trovando soluzioni inattese.
Purtroppo - malgrado lo scatenarsi dello stesso Spirito nelle persone, gli annunciatori più “stretti” continuavano a voler predicare il «Figlio dell’uomo» come «il» (quel) Messia che si attendevano (v.36).
Ma la religione incline allo spettacolo, e l’ideologia di potere, tutta esibizionismi esterni - anch’essa appariscente - non ha mai avuto a che fare con Lui.
Nel Battesimo il Signore ci stappa le orecchie per abilitarci all’ascolto della «Parola» che si fa «evento», e scioglie la lingua affinché facciamo risuonare agli altri quanto viene proclamato.
Attraverso questo dissigillo siamo stati costituiti credenti e profeti. Prima eravamo balbettoni.
Dopo l’ascolto abbiamo iniziato a discorrere correttamente, non per virtù propria: solo perché abbiamo ricevuto da altri la Parola che dona vita, guarisce, e non mente.
Tuttavia, spesso turiamo le orecchie e leghiamo appunto la lingua, rattrappendo anima, spirito, e mani.
Ma così rendiamo Dio meno presente e operante; impediamo la crescita, blocchiamo l’apertura; ogni sviluppo di vita piena.
L’attitudine del figlio? Spalancare l’Esodo al mondo, alla vera conoscenza, alla luce del Vangel; ove non c’è tenebra.
E la missione della Chiesa autentica non è quella di decidere tutto, bensì far udire e parlare. Senza l’a-priori di riferimenti inutili.
Aprirci resta la nostra Vocazione decisiva.







