Apr 18, 2026 Scritto da 

Si può e si deve uscire

«Io Sono la Porta delle pecore»

(Gv 10,1-10)

 

Nei pascoli, durante la notte le pecore venivano ricoverate in recinti di pietra su un declivio e i pastori (a turno) si ponevano a difesa del gregge rannicchiandosi nella posizione dell’uscio in basso, armati di bastone, come fossero una porta, invalicabile per ladri e predatori.

La consuetudine di vita consentiva al gregge - anche di differenti proprietari - di riconoscere il richiamo tipico e la voce del pastore corrispondente. Non di rado egli designava ciascuna con un nomignolo individuale (irripetibile secondo carattere).

In Gerusalemme le grandi Porte della città venivano aperte al mattino e chiuse al tramonto. Erano punti fondamentali della vita sociale urbana, passaggi obbligati per entrare e uscire dalle mura.

Dopo decenni di deportazione, la fine dell’impero babilonese e l’editto di Ciro, la Porta delle Pecore fu la prima ad essere restaurata e l’unica consacrata, perché attraverso di essa affluivano gli armenti da sacrificare al Tempio.

A motivo della paralisi sociale e dell’alienazione dei miseri, il motto «ripristinare la comunione con Dio» - criterio della ricostruzione del Tempio e della Città Santa - significava per Gesù assumere differenti punti di vista.

Egli prende posizione e denuncia in modo esplicito la situazione di degrado del vero gregge sacrificato all’interesse e alla logica dell’istituzione religiosa ufficiale, cui non interessa la felicità delle persone ma solo la difesa dei privilegi.

Per tornaconto di cerchia, le guide spirituali della vita pia antica erano disposte a tutto pur di assicurarsi il solito livello economico, nonché visibilità, prestigio, difesa di proprietà e sicurezze varie.

 

Gv 5,2 indica una piscina con cinque portici lungo i quali venivano deposti gli infermi «presso la Porta delle Pecore». Disgraziati che per supposta impurità non avevano accesso al Tempio ma venivano sdraiati lì in attesa di miracolo.

Secondo il Signore, è l’istituzione a dover servire i malfermi e bisognosi, invece che opprimere mediante vessazioni e fandonie, edulcorate con imponenti sceneggiature.

Egli è Pastore che cammina innanzi (v.4); non si nasconde dietro le quinte: rischia in prima persona. Non viene per prendere, ma per dare in abbondanza. Perché Dio cerca il suo popolo in penuria.

La sua è una Chiamata per Nome (v.3): rispetta l’identità personale, non impone ritmi astratti o insostenibili, non forza i tempi; valuta le condizioni di ciascuno.

Per il Pastore autentico non esistono folle anonime - da mungere, tosare, e dirigere fin nei dettagli. È Lui che ci mette la faccia e paga.

Quindi non racchiude dentro gli antichi recinti sacri (v.1 testo greco) ove si annidano ossessioni di massa. Steccati muniti di guardiano e gendarmi, dove si viene omologati - e l’anima sensibile non respira più, sequestrata da opportunisti, ladri e banditi (v.8).

Dalla sua Porta si può uscire (vv.3-9). Anzi, è Lui che ci costringe a superarla (v.3 testo greco).

Sembra incredibile? È il di più della Fede: animati dallo Spirito, credere che a Dio nulla sfugge di mano.

In sinergia con l’Amico interiore, ogni Guida autentica conduce verso una differente ricchezza, pascoli più sostanziosi, inattesi stupori.

Il Pastore vero obbliga a fare Esodo, spingendoci (con forza) fuori dagli ovili ristretti - delimitati e installati; interventisti o stracolmi di sofisticazione, affaristi e finto-devoti - che ormai dobbiamo sorvolare.

Per una nuova Nascita, un sempre nuovo Incontro, una più significativa esperienza di Vita abbondante e indistruttibile (v.10): quella inusitata del Dio totalmente altro e totalmente vicino.

 

I dirigenti avevano un atteggiamento di rigetto di Gesù e del popolo. Estranei e avidi, non chiamavano le persone per nome.

Invece l’autorità di Cristo è nel servizio e per la vita dei malfermi - nella preoccupazione per il benessere della gente.

Nell’opinione del Signore l’autorità dei leaders ufficiali non era legittima: perché fatta di scalate e spietatezza, fondate su una interpretazione dei codici che non liberava le persone ma le rendeva sottoposte - pigiate e incapaci di reinventarsi.

La loro ricerca del vantaggio confliggeva con gl’interessi dei diseredati, tenuti lontano e nello steccato. Gesù invece si fa Porta, ossia pastore legittimo, che ha a cuore il gregge e lo conosce da presso.

Lo sente suo, e viene non per servirsene e profittare di esso, ma per renderlo felice - avendo una conoscenza amorosa di ciascuno. Egli non è pastore-re, bensì pastore che dona la vita.

L’autorevolezza della guida è avvalorata sia dalla conoscenza diretta del «guardiano-portinaio» (v.3) che da quella del popolo, il quale ne riconosce la Parola, e lo segue - spinto da quel Richiamo come da un fremito dentro.

 

Durante tutta la complessa redazione del quarto Vangelo, molti credenti avevano ormai abbandonato l’ubbidienza alla legge (nel modo in cui veniva esposta dai rabbini): i vecchi maestri non erano più seguiti come prima.

Ad es. il nato cieco non accetta l’opinione dei capi religiosi pur popolari (Gv 9) che accusavano il Maestro di essere un peccatore (v.24). Così intraprende un progressivo cammino di presa di coscienza ed emancipazione.

Cristo mette in rilievo l’autorità che ha sul popolo, presentandosi con la formula non transitoria «Io Sono» [colma di risonanze eminenti e profonde].

E attualizzando, precisa tale espressione con la metafora della Porta - non tanto per chiuderla, ma anzitutto per spalancarla e lasciar passare.

In tal guisa e a differenza delle vecchie guide, il gregge minuto lo segue non per timore o calcolo, come farebbe con un padrone inflessibile, bensì spontaneamente.

 

Mettendo in conto la presenza di ostacoli (senza i quali non si cresce) nel cammino anche concitato sperimenteremo l’Amico invisibile quale Maestro di chiarezza, decisione, costanza, flessibilità, introspezione.

Riconosciuto nel volto ignoto che si cela dentro ciascuno di noi, saremo resi consapevoli da vicino, motivati e liberi - affinché veniamo resi alla vita.

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
All this helps us not to let our guard down before the depths of iniquity, before the mockery of the wicked. In these situations of weariness, the Lord says to us: “Have courage! I have overcome the world!” (Jn 16:33). The word of God gives us strength [Pope Francis]
Tutto questo aiuta a non farsi cadere le braccia davanti allo spessore dell’iniquità, davanti allo scherno dei malvagi. La parola del Signore per queste situazioni di stanchezza è: «Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!» (Gv 16,33). E questa parola ci darà forza [Papa Francesco]
It does not mean that the Lord has departed to some place far from people and from the world. Christ's Ascension is not a journey into space toward the most remote stars […] Christ's Ascension means that he no longer belongs to the world of corruption and death that conditions our life. It means that he belongs entirely to God (Pope Benedict)
Non vuol dirci che il Signore se ne è andato in qualche luogo lontano dagli uomini e dal mondo. L’Ascensione di Cristo non è un viaggio nello spazio verso gli astri più remoti […] L’Ascensione di Cristo significa che Egli non appartiene più al mondo della corruzione e della morte che condiziona la nostra vita. Significa che Egli appartiene completamente a Dio (Papa Benedetto)
«When the servant of God is troubled, as it happens, by something, he must get up immediately to pray, and persevere before the Supreme Father until he restores to him the joy of his salvation. Because if it remains in sadness, that Babylonian evil will grow and, in the end, will generate in the heart an indelible rust, if it is not removed with tears» (St Francis of Assisi, FS 709)
«Il servo di Dio quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime» (san Francesco d’Assisi, FF 709)
Wherever people want to set themselves up as God they cannot but set themselves against each other. Instead, wherever they place themselves in the Lord’s truth they are open to the action of his Spirit who sustains and unites them (Pope Benedict
Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce (Papa Benedetto)

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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don Giuseppe Nespeca

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