Mag 24, 2026 Scritto da 

Autocommiserazione, conflitto, indifferenza?

La lettura tratta dal profeta Isaia e il Vangelo di questo giorno mettono davanti ai nostri occhi una delle grandi immagini della Sacra Scrittura: l’immagine della vite. Il pane rappresenta nella Sacra Scrittura tutto quello di cui l’uomo ha bisogno per la sua vita quotidiana. L’acqua dà alla terra la fertilità: è il dono fondamentale, che rende possibile la vita. Il vino invece esprime la squisitezza della creazione, ci dona la festa nella quale oltrepassiamo i limiti del quotidiano: il vino "allieta il cuore". Così il vino e con esso la vite sono diventati immagine anche del dono dell’amore, nel quale possiamo fare qualche esperienza del sapore del Divino. E così la lettura del profeta, che abbiamo appena ascoltato, comincia come cantico d’amore: Dio si è creato una vigna - un’immagine, questa, della sua storia d’amore con l’umanità, del suo amore per Israele, che Egli si è scelto. Il primo pensiero delle letture di oggi è quindi questo: all’uomo, creato a sua immagine Dio ha infuso la capacità di amare e quindi la capacità di amare anche Lui stesso, il suo Creatore. Con il cantico d’amore del profeta Isaia Dio vuole parlare al cuore del suo popolo – e anche a ciascuno di noi. "Ti ho creato a mia immagine e somiglianza", dice a noi. "Io stesso sono l’amore, e tu sei la mia immagine nella misura in cui in te brilla lo splendore dell’amore, nella misura in cui mi rispondi con amore". Dio ci aspetta. Egli vuole essere amato da noi: un simile appello non dovrebbe forse toccare il nostro cuore? Proprio in quest’ora in cui celebriamo l’Eucaristia, in cui inauguriamo il Sinodo sull’Eucaristia, Egli ci viene incontro, viene incontro a me. Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? Autocommiserazione, conflitto, indifferenza?

Con ciò siamo arrivati automaticamente al secondo pensiero fondamentale delle letture odierne. Esse parlano innanzitutto della bontà della creazione di Dio e della grandezza dell’elezione con cui Egli ci cerca e ci ama. Ma poi parlano anche della storia svoltasi successivamente – del fallimento dell’uomo. Dio aveva piantato viti sceltissime e tuttavia era maturata uva selvatica. In che cosa consiste questa uva selvatica? L’uva buona che Dio si aspettava – dice il profeta – sarebbe consistita nella giustizia e nella rettitudine. L’uva selvatica sono invece la violenza, lo spargimento di sangue e l’oppressione, che fanno gemere la gente sotto il giogo dell’ingiustizia. Nel Vangelo l’immagine cambia: la vite produce uva buona, ma gli affittuari la trattengono per sé. Non sono disposti a consegnarla al proprietario. Bastonano e uccidono i messaggeri di lui e uccidono il suo Figlio. La loro motivazione è semplice: vogliono farsi essi stessi proprietari; si impossessano di ciò che non appartiene a loro. Nell’Antico Testamento in primo piano c’è l’accusa per la violazione della giustizia sociale, per il disprezzo dell’uomo da parte dell’uomo. Sullo sfondo appare però che, con il disprezzo della Torah, del diritto donato da Dio, è Dio stesso che viene disprezzato; si vuole soltanto godere del proprio potere. Questo aspetto è messo in risalto pienamente nella parabola di Gesù: gli affittuari non vogliono avere un padrone – e questi affittuari costituiscono uno specchio anche per noi. Noi uomini, ai quali la creazione, per così dire, è affidata in gestione, la usurpiamo. Vogliamo esserne i padroni in prima persona e da soli. Vogliamo possedere il mondo e la nostra stessa vita in modo illimitato. Dio ci è d’intralcio. O si fa di Lui una semplice frase devota o Egli viene negato del tutto, bandito dalla vita pubblica, così da perdere ogni significato. La tolleranza, che ammette per così dire Dio come opinione privata, ma gli rifiuta il dominio pubblico, la realtà del mondo e della nostra vita, non è tolleranza ma ipocrisia. Laddove però l’uomo si fa unico padrone del mondo e proprietario di se stesso, non può esistere la giustizia. Là può dominare solo l’arbitrio del potere e degli interessi. Certo, si può cacciare il Figlio fuori della vigna e ucciderlo, per gustare egoisticamente da soli i frutti della terra. Ma allora la vigna ben presto si trasforma in un terreno incolto calpestato dai cinghiali, come ci dice il Salmo responsoriale (cfr Sal 79,14).

Così giungiamo al terzo elemento delle letture odierne. Il Signore, nell’Antico come nel Nuovo Testamento, annuncia alla vigna infedele il giudizio. Il giudizio che Isaia prevedeva si è realizzato nelle grandi guerre ed esili ad opera degli Assiri e dei Babilonesi. Il giudizio annunciato dal Signore Gesù si riferisce soprattutto alla distruzione di Gerusalemme nell’anno 70. Ma la minaccia di giudizio riguarda anche noi, la Chiesa in Europa, l’Europa e l’Occidente in generale. Con questo Vangelo il Signore grida anche nelle nostre orecchie le parole che nell’Apocalisse rivolse alla Chiesa di Efeso: "Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto" (2,5). Anche a noi può essere tolta la luce, e facciamo bene se lasciamo risuonare questo monito in tutta la sua serietà nella nostra anima, gridando allo stesso tempo al Signore: "Aiutaci a convertirci! Dona a tutti noi la grazia di un vero rinnovamento! Non permettere che la tua luce in mezzo a noi si spenga! Rafforza tu la nostra fede, la nostra speranza e il nostro amore, perché possiamo portare frutti buoni!".

A questo punto però sorge in noi la domanda: "Ma non c’è nessuna promessa, nessuna parola di conforto nella lettura e nella pagina evangelica di oggi? È la minaccia l’ultima parola?" No! La promessa c’è, ed è essa l’ultima, l’essenziale parola. La sentiamo nel versetto dell’Alleluia, tratto dal Vangelo di Giovanni: "Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto" (Gv 15,5). Con queste parole del Signore, Giovanni ci illustra l’ultimo, il vero esito della storia della vigna di Dio. Dio non fallisce. Alla fine Egli vince, vince l’amore. Una velata allusione a questo si trova già nella parabola della vigna proposta dal Vangelo di oggi e nelle sue parole conclusive. Anche lì la morte del Figlio non è la fine della storia, anche se non viene direttamente raccontata. Ma Gesù esprime questa morte mediante una nuova immagine presa dal Salmo: "La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo …" (Mt 21, 42; Sl 117, 22). Dalla morte del Figlio scaturisce la vita, si forma un nuovo edificio, una nuova vigna. Egli, che a Cana cambiò l’acqua in vino, ha trasformato il suo sangue nel vino del vero amore e così trasforma il vino nel suo sangue. Nel cenacolo ha anticipato la sua morte e l’ha trasformata nel dono di se stesso, in un atto d’amore radicale. Il suo sangue è dono, è amore, e per questo è il vero vino che il Creatore aspettava. In questo modo Cristo stesso è diventato la vite, e questa vite porta sempre buon frutto: la presenza del suo amore per noi, che è indistruttibile.

Così, queste parabole sfociano alla fine nel mistero dell’Eucaristia, nella quale il Signore ci dona il pane della vita e il vino del suo amore e ci invita alla festa dell’amore eterno. Noi celebriamo l’Eucaristia nella consapevolezza che il suo prezzo fu la morte del Figlio – il sacrificio della sua vita, che in essa resta presente. Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo di questo calice, noi annunciamo la morte del Signore finché Egli venga, dice san Paolo (cfr1 Cor 11,26). Ma sappiamo anche che da questa morte scaturisce la vita, perché Gesù l’ha trasformata in un gesto oblativo, in un atto di amore, mutandola così nel profondo: l’amore ha vinto la morte. Nella santa Eucaristia Egli dalla croce ci attira tutti a sé (Gv 12,32) e ci fa diventare tralci della vite che è Egli stesso. Se rimaniamo uniti a Lui, allora porteremo frutto anche noi, allora anche da noi non verrà più l’aceto dell’autosufficienza, della scontentezza di Dio e della sua creazione, ma il vino buono della gioia in Dio e dell’amore verso il prossimo. Preghiamo il Signore di donarci la sua grazia, perché nelle tre settimane del Sinodo che stiamo iniziando non soltanto diciamo cose belle sull’Eucaristia, ma soprattutto viviamo della sua forza. Invochiamo questo dono per mezzo di Maria, cari Padri sinodali, che saluto con tanto affetto, insieme alle diverse Comunità dalle quali provenite e che qui rappresentate, perché docili all’azione dello Spirito Santo possiamo aiutare il mondo a diventare in Cristo e con Cristo la vite feconda di Dio. Amen. 

[Papa Benedetto, omelia 2 ottobre 2005]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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This Name clearly expresses that the God of the Bible is not some kind of monad closed in on itself and satisfied with his own self-sufficiency but he is life that wants to communicate itself, openness, relationship [Pope Benedict]
Questo nome esprime dunque chiaramente che il Dio della Bibbia non è una sorta di monade chiusa in se stessa e soddisfatta della propria autosufficienza, ma è vita che vuole comunicarsi, è apertura, relazione [Papa Benedetto]
There, however, in the place that should have been taken up by the encounter between God and man, he found livestock merchants and money-changers who occupied this place of prayer with their commerce […] In the temple's purification, however, it was a matter of more than fighting abuses. A new time in history was foretold (Pope Benedict)
Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera […] Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia (Papa Benedetto)
«Ask Jesus for the grace to follow him closely», so as not to leave him alone, thus overcoming the temptations of looking at ourselves to «share the cake» of personal interests [Pope Francis]
«Chiedere a Gesù la grazia di seguirlo da vicino», per non lasciarlo solo, superando così le tentazioni di guardare noi stessi per «spartirsi la torta» degli interessi personali [Papa Francesco]
First, in Nazareth, he makes him grow, raises him, educates him, but then follows him: "Your mother is there" (Pope Francis)
Prima, a Nazareth, lo fa crescere, lo alleva, lo educa, ma poi lo segue: “La tua madre è lì” (Papa Francesco)
Unity is not made with glue [...] The great prayer of Jesus is to «resemble» the Father (Pope Francis)
L’Unità non si fa con la colla […] La grande preghiera di Gesù» è quella di «assomigliare» al Padre (Papa Francesco)
Divisions among Christians, while they wound the Church, wound Christ; and divided, we cause a wound to Christ: the Church is indeed the body of which Christ is the Head (Pope Francis)
Le divisioni tra i cristiani, mentre feriscono la Chiesa, feriscono Cristo, e noi divisi provochiamo una ferita a Cristo: la Chiesa infatti è il corpo di cui Cristo è capo (Papa Francesco)
The glorification that Jesus asks for himself as High Priest, is the entry into full obedience to the Father, an obedience that leads to his fullest filial condition [Pope Benedict]
La glorificazione che Gesù chiede per se stesso, quale Sommo Sacerdote, è l'ingresso nella piena obbedienza al Padre, un'obbedienza che lo conduce alla sua più piena condizione filiale [Papa Benedetto]
Will he find a response? Or will what happened to the vine of which God says in Isaiah: "He waited for it to produce grapes but it yielded wild grapes", also happen to us? Is not our Christian life often far more like vinegar than wine? [Pope Benedict]
Troverà una risposta? O accade con noi come con la vigna, di cui Dio dice in Isaia: "Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica"? La nostra vita cristiana spesso non è forse molto più aceto che vino? [Papa Benedetto]

Due Fuochi due Vie - Vol. 1 Due Fuochi due Vie - Vol. 2 Due Fuochi due Vie - Vol. 3 Due Fuochi due Vie - Vol. 4 Due Fuochi due Vie - Vol. 5 Dialogo e Solstizio I fiammiferi di Maria

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