18a Domenica T.O. (anno A)
(Mt 14,13-21)
Matteo 14:13 Avendo udito questo, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città.
Matteo 14:14 Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
“Avendo udito questo...”. Gesù aveva sentito dell’esecuzione di Giovanni Battista; il momento è delicato. Continuando a stare nella Galilea, Gesù poteva temere qualche persecuzione da parte di Erode Antìpa, e siccome non era ancora venuta la sua ora, si “ritirò” verso un “luogo deserto”.
Il verbo anachoreō letteralmente significa: andare indietro, retrocedere, ritirarsi, allontanarsi, tenersi lontano da, e si associa in genere a situazioni di pericolo. È come un ritirarsi del bene di fronte al male. Il bene sembra indietreggiare di fronte al male che avanza. In un certo senso è vero: il male sembra prevaricare sul bene. Per prudenza Gesù si ritira in un luogo solitario, in disparte. Il verbo anachoreō è il verbo da cui nasce il nostro anacoresi, che è il ritirarsi della tradizione monastica, della tradizione eremitica, presente nella chiesa fin quasi dall'inizio. Da che cosa nasce questa esperienza? Dal confronto con il male, dall'esperienza che davanti a questo male ci si può ritirare, che questo male può essere consegnato nelle mani di Dio attraverso la preghiera.
L'altro protagonista è la folla, che segue Gesù a piedi. Ciò che caratterizza la folla è il seguire Gesù in lontananza, sulla riva, mentre lui si muove in barca. Solo i discepoli, anche se non nominati, sono in barca con Gesù. Con questo suo tacere sui discepoli in barca con Gesù, Matteo ottiene due risultati: da un lato mette al centro la figura di Gesù, dall’altro lascia intendere come i discepoli si identificano con Gesù stesso. Si pone, quindi una distinzione fondamentale tra quelli che stanno in barca con Gesù e quelli che invece lo seguono a piedi. È grande la sete che le folle hanno di Gesù. È triste sapere che le folle hanno tanta sete di Dio e che spesso le fontane presso le quali esse accorrono sono senz’acqua.
Il movimento di sequela-servizio è preceduto dall’espressione apò tōn póleōn, “dalle città”. La sequela, dunque, presuppone un uscire dai propri luoghi comuni di vita, un abbandonare i propri luoghi familiari e di relazione, mettendosi in disparte e creando in tal modo attorno a sé il deserto.
“Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati”. Gesù scende dalla barca e vede “una grande folla”. Il verbo greco usato qui per esprimere il vedere di Gesù è “horaō”; un verbo che nel linguaggio biblico indica un vedere particolare, un vedere profondo che va al di là di una semplice percezione fisica. Il greco usa tre verbi per indicare il vedere o il guardare: “Blepō”, che indica un guardare fisico, una mera percezione sensoriale; “Theoreō”, che significa osservare, esaminare, cercare, e si riferisce ad un guardare che si interroga e che cerca di capire. “Horaō” indica un vedere spirituale, un conoscere, un notare, ed esprime una percezione di ciò che trascende la dimensione fisica. In questo senso potremmo dire che horaō è l’esatto opposto di Blepō. Quel vedere di Gesù, quindi, più che un guardare è un abbracciare con lo sguardo quella folla, che gli appartiene perché lo segue.
Gesù sente “compassione per loro”. Il verbo greco qui usato è esplagchísthē e indica una profonda commozione, che coinvolge la persona fin nelle profondità del suo essere. Il verbo, infatti, ha il suo aggancio nel sostantivo splágchnon, che significa “viscere”. Quello che Gesù sente, pertanto, è un qualcosa che parte dalla profondità della sua persona. Gesù, dunque, vede e si commuove profondamente. Questi due verbi, vedere e commuoversi, sono tra loro dipendenti, l’uno conseguente all’altro e sono tali da creare una profonda comunione tra Gesù e l’oggetto del suo vedere e sentire. L’uso di questo verbo dice tutto l’amore viscerale di Dio nei confronti dell’uomo.
Quando si parla della misericordia di Dio, della misericordia di Gesù, della sua compassione, di questo smuoversi viscerale dell’intimo profondo, tutto è ben rappresentato dalle immagini dei crocifissi bizantini, che hanno Gesù con una pancia molto rilevante. Perché? Perché si vuole mettere in evidenza figurativamente che ha viscere di misericordia, cioè la capacità di sentire i bisogni dell'uomo.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
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