Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
(Mc 8,22-26)
In questa sezione di Mc è descritta l’iniziazione della Fede; in filigrana, l’istradamento alla relazione con Cristo che ci toglie le difficoltà di ‘vista’ - e i passi tipici delle prime liturgie battesimali.
Il contesto generale del brano fa comprendere che l’episodio prelude una lunga istruzione di Gesù.
Egli per tre volte annuncia la sua Passione a Pietro e ai discepoli, riottosi nell’impegno della Croce.
Quando Mc scrive, la situazione delle comunità non era facile. Si sperimentava molta sofferenza: non risultava così semplice comprendere tante pene.
Nel 64 Nerone decretò la prima grande persecuzione, che produsse molte vittime fra i credenti.
L’anno successivo era scoppiata la rivolta giudaica, che aveva fatto scattare la riconquista sanguinosa della Palestina a partire dalla Galilea. Nel frattempo, a Roma i torbidi della sanguinosa guerra civile (68-69) stavano sgretolando l’idea dell’età dell’oro e recando piuttosto molte angustie.
Infine la città santa, Gerusalemme, veniva rasa al suolo (70). E malgrado Tito fosse tornato a Roma, la guerra si stava protraendo in altri focolai, sino alla caduta di Masada (74).
In tale quadro, fuori dalla Palestina sorgevano forti tensioni tra giudei convertiti a Cristo e giudei osservanti, e la maggiore difficoltà era sulla interpretazione della Croce di Gesù.
Per i tradizionalisti - e in un primo tempo per gli stessi apostoli - uno sconfitto e umiliato non poteva essere il Messia atteso.
La stessa Torah affermava che tutti i crocifissi dovevano essere considerati persone maledette da Dio [cf. Dt 21,22-23: «l’appeso è una maledizione di Dio»].
Proprio in detto contesto, Mc sembra alludere che… i veri ciechi sono Pietro e gli apostoli stessi, condizionati dalla propaganda del Messia Re glorioso; nonché i giudaizzanti.
Tutti volevano un Gesù trionfatore. Erano come non-vedenti che non capivano nulla, se non la propaganda facile e appariscente - nonché il mondo organizzato sulla base dell’egoismo.
Per guarire la cecità dei suoi dirigenti o dei semplici membri di comunità ancora incertissimi, il Signore doveva condurli «fuori dal villaggio» - luogo delle solite, antiche credenze illusorie.
E doveva proibire ai suoi intimi di rientrarvi: lì nessuno sarebbe mai riuscito a comprendere il valore del dono di sé nella vita ordinaria o nella convivenza di assemblea, testimonianze di Dio (vv.23.26).
Lo stesso del «cieco di Betsaida» è capitato anche a noi: solo quando il rapporto si è interiorizzato e consolidato, siamo passati dai barlumi a una maggiore chiarezza, imparando a capire persone, tematiche, realtà.
Per essere infine ‘illuminati’ abbiamo dovuto accettare che il dono di Dio venisse introdotto attraverso l'identità di vita nel Figlio.
Il Signore ci ha sanato lo sguardo, facendoci crescere nel tempo. Un “portento” che si è fatto recupero anche naturale.
Prospettiva che ha suscitato la decisione e l’azione, che ora si misurano perfino con cose grandi. A partire da un punto di osservazione nuovo, colmo di Speranza.
Ciò vale anche nella percezione dei disagi, che via via rigenerano l’essere - perché stenti e inquietudini sono semplici voci di un’energia che vuole allontanare nebbie e zavorre, e farci fiorire altrimenti.
Ecco gli accadimenti-testimonianza della Venuta del Messia nella nostra vita.
Eventi e immagini intime - guida - che i Vangeli non inquadrano in una cornice cristologica o ecclesiologica trionfalistica, bensì quasi sommaria e dai tratti spontanei; umanissima e relazionale.
Per dire che la persona nuova è forse ancora immersa nell’ombra, ma via via pone sullo sfondo l’uomo vecchio.
E nella metamorfosi del suo sguardo prospettico, in Cristo avvicina la persona futura.
[Mercoledì 6.a sett. T.O. 19 febbraio 2025]
(Mc 8,22-26)
L’enciclica Fratelli Tutti invita a uno sguardo prospettico, che suscita la decisione e l’azione: un occhio nuovo, colmo di Speranza.
Essa «ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. [...] La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» [n.55; da un Saluto ai giovani de L’Avana, settembre 2015].
In questa sezione di Mc è descritta l’iniziazione della Fede; in filigrana, l’istradamento alla relazione con Cristo che ci toglie le difficoltà di “vista”, e i passi tipici delle prime liturgie battesimali.
Il contesto generale del brano fa comprendere che l’episodio prelude una lunga istruzione di Gesù.
Egli per tre volte annuncia la sua Passione a Pietro e ai discepoli, riottosi nell’impegno della Croce.
Il Maestro insiste - non per rincarare la dose e logorare i suoi intimi.
[Come anche riconosce il Tao Tê Ching (xxxiii): «Ha vita perenne ciò che muore però non perisce»].
Quando Mc scrive, la situazione delle comunità non era facile. Si sperimentava molta sofferenza: non risultava così semplice comprendere tante pene.
Nel 64 Nerone decretò la prima grande persecuzione, che produsse molte vittime fra i credenti.
L’anno successivo scoppiava la rivolta giudaica, che aveva fatto scattare la riconquista sanguinosa della Palestina a partire dalla Galilea.
Nel frattempo, a Roma i torbidi della sanguinosa guerra civile (68-69) stavano sgretolando l’idea dell’età dell’oro e recando piuttosto molte angustie.
Infine la città santa, Gerusalemme, veniva rasa al suolo (70).
E malgrado Tito fosse tornato a Roma, la guerra si stava protraendo in altri focolai, sino alla caduta di Masada (74).
In tale quadro, fuori dalla Palestina sorgevano forti tensioni tra giudei convertiti al Signore e giudei osservanti, e la maggiore difficoltà era sulla interpretazione della Croce di Gesù.
Per i tradizionalisti - e in un primo tempo per gli stessi apostoli - uno sconfitto e umiliato non poteva essere il Messia atteso.
La stessa Torah affermava che tutti i crocifissi dovevano essere considerati “maledetti da Dio” [cf. Dt 21,22-23: «l’appeso è una maledizione di Dio»].
Proprio in detto contesto, Mc sembra alludere che… i veri ciechi sono Pietro e gli apostoli stessi, condizionati dalla propaganda del Messia Re glorioso, nonché i giudaizzanti.
Tutti volevano un Monarca trionfatore. Ma erano come non-vedenti che non capivano nulla, se non la propaganda facile e appariscente - nonché il mondo organizzato sulla base dell’egoismo.
Per guarire la cecità dei suoi “dirigenti” o dei semplici membri di comunità ancora incertissimi, il Figlio doveva condurli «fuori dal villaggio» - luogo delle solite, antiche credenze illusorie.
E proibire ai suoi intimi di rientrarvi: lì nessuno sarebbe mai riuscito a comprendere il valore del dono di sé nella vita ordinaria o nella convivenza di assemblea, testimonianze di Dio (vv.23.26).
Sin dalle origini l’avviamento alla Fede comprendeva rito e Parola nuova.
Quest’ultima rivelava appieno il significato delle prime liturgie - protese verso una trasformazione che toccasse in concreto tutto l’uomo.
Erano coinvolti mente e cuore, spirito e sensi, individuo e comunità - per una visione chiara del senso della vita.
Nella lingua del Primo Testamento, Parola ed evento attivo si esprimono in un solo termine: «Dabar».
Qui visione e ascolto coincidono in un solo processo di percezione, assimilazione, interiorizzazione e sintonia, quindi azione.
Tutto in Cristo e in noi si offre ai sensi e all’intelligenza.
Pare appunto di vedere un catecumeno che viene - come si diceva - «illuminato», ossia strappato dal disorientamento d’una vita paganeggiante.
Il candidato era introdotto nella nuova solarità della Fede: progressivamente “iniziato” alla Persona di Cristo, alle esigenze della Comunione e della Missione.
Lo stesso del «cieco di Betsaida» è capitato pressoché a tutti.
Lanciati i primi contatti informali con Gesù, anche noi abbiamo esordito percependo qualcosa, forse in modo dapprima confuso…
Come da bambini, tracciavamo “disegni” - e sulle prime non sapevamo ben delineare le differenze, neppure i profili di massima dei volumi circostanti.
Solo quando il rapporto si è interiorizzato e consolidato siamo passati dai barlumi a una maggiore chiarezza, imparando a capire persone, tematiche, realtà.
È stato e continua ad essere un “prodigio” tutto da assimilare, che si adatta poco a poco al corso naturale.
Ciò sebbene non si limiti a un aggiornamento di formule culturali, ma giunga infine a “compromettere” il testimone.
Un «segno» (direbbe Gv) di realtà maggiori, un segnale di cose mirabili - se vogliamo.
Un’opera potente, ma che si dispiega in un processo evolutivo di conoscenza di sé e degli altri, di apprendimento esistenziale, e fioritura nelle facoltà.
[Non si parla di scienza infusa; né di «mirabilia Dei» in senso antico, ossia d’una meraviglia vistosamente immediata. Come fosse un’impresa incredibile, eccezionale, irripetibile, clamorosa (e fortuita - o estremamente difficoltosa e stentata). Per convincere solo qualcuno e in modo perentorio].
Elemento di Rivelazione essenziale delle sacre Scritture - comparate ad altri testi religiosi del mondo antico - è il cosmo demitizzato, a misura umana.
I problemi sono ricondotti alla dialettica della nostra scelta fra morte e vita, nonché alla capacità di accogliere una Vocazione nella Vocazione.
Passaggi e metamorfosi servono a non pietrificare la vita. Partoriscono novità provvidenziali alla donna e all’uomo, alla storia e sensibilità.
Aprendo lo sguardo, sgretoliamo convincimenti inutili; spalanchiamo l’attitudine all’ascolto del rinnovamento proposto.
Anzi, vedere ciò che prima non si era mai notato fa parte del processo che conduce dall’oscurità alla Fede.
Per essere infine illuminati abbiamo dovuto accettare che il dono di Dio venisse introdotto attraverso l'identità di vita nel Figlio, che spinge ad altre nascite.
Il Signore ha sanato lo sguardo facendoci crescere nel tempo. Un “portento” che si è fatto recupero anche naturale.
Il contatto col Signore che apre gli occhi e fa scrutare sempre meglio avviene a tappe - un evento scaturigine non puntuale; espresso anche attraverso il linguaggio tattile dei Sacramenti.
E passo passo Egli lascia che avanziamo nell’acutezza dell’intuizione, nella comprensione del mondo circostante.
Prospettiva che ha suscitato la decisione e l’azione, che ora si misurano perfino con cose grandi. A partire da un punto di osservazione nuovo, colmo di Speranza.
Ciò vale anche nella percezione dei disagi, che via via rigenerano l’essere - perché stenti e inquietudini sono semplici voci di un’energia che vuole allontanare nebbie e zavorre, e farci fiorire altrimenti.
Ecco gli accadimenti-testimonianza della Venuta del Messia nella nostra vita.
Eventi e immagini intime guida, che i Vangeli non inquadrano in una cornice cristologica o ecclesiologica trionfalistica, bensì quasi sommaria e dai tratti spontanei - umanissima e relazionale.
Per dire che la persona nuova è forse ancora immersa nell’ombra, ma via via pone sullo sfondo l’uomo vecchio.
E nella metamorfosi del suo sguardo prospettico, in Cristo avvicina la persona futura.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Quale acume di vista ti ha concesso la Persona di Cristo? Quale icona intima e coinvolgente?
Quale salto di relazioni, in termini di umanizzazione?
Anche noi a causa del peccato di Adamo siamo nati “ciechi”, ma nel fonte battesimale siamo stati illuminati dalla grazia di Cristo. Il peccato aveva ferito l’umanità destinandola all’oscurità della morte, ma in Cristo risplende la novità della vita e la meta alla quale siamo chiamati. In Lui, rinvigoriti dallo Spirito Santo, riceviamo la forza per vincere il male e operare il bene. Infatti la vita cristiana è una continua conformazione a Cristo, immagine dell’uomo nuovo, per giungere alla piena comunione con Dio. Il Signore Gesù è “la luce del mondo” (Gv 8,12), perché in Lui “risplende la conoscenza della gloria di Dio” (2 Cor 4,6) che continua a rivelare nella complessa trama della storia quale sia il senso dell’esistenza umana. Nel rito del Battesimo, la consegna della candela, accesa al grande cero pasquale simbolo di Cristo Risorto, è un segno che aiuta a cogliere ciò che avviene nel Sacramento. Quando la nostra vita si lascia illuminare dal mistero di Cristo, sperimenta la gioia di essere liberata da tutto ciò che ne minaccia la piena realizzazione.
[Papa Benedetto, Angelus 3 aprile 2011]
Cari pellegrini.
Voi siete lieti di trovarvi riuniti nella casa del Papa. E anch’io sono molto lieto di accogliervi. Insieme, noi stiamo vivendo alcuni momenti “cuore a cuore”, come all’Arca di Trosly-Breuil, come nelle 67 Arche del mondo. Voi tutti che avete alcune limitazioni nella salute o che circondate con tanta delicatezza questi giovani affetti da handicap, avete un posto prioritario nel mio cuore di Pastore universale. Non è così che Gesù si comportava? Non è così che genitori ed educatori qui presenti si comportano?
Per alcuni istanti voglio raccogliermi con voi e contemplare Gesù insieme a voi. Leggendo attentamente il Vangelo, noi siamo - quasi ad ogni pagina - meravigliati dall’atteggiamento del Signore nel suo rapportarsi alle persone. Egli ha una maniera unica - possiede, direi, il segreto - di avvicinarsi alle persone o di lasciarle venire a lui. Una maniera unica di dialogare con loro ascoltandole e facendole esprimere. Una maniera unica di liberarle o di iniziare a liberarle dalle loro miserie: le apre progressivamente ad altro che a loro stesse, ad altre realtà valide. Si direbbe: Gesù le libera attraverso una progressiva decentrazione da loro stesse.
Perciò, come voi nelle comunità dell’Arca, Gesù utilizza con rispetto e delicatezza le risorse umane della vicinanza, dello sguardo, dei gesti, del silenzio, del dialogo. Voi potete anche - in questa prospettiva di meditazione - esaminare a lungo i suoi incontri con i primi apostoli, con Nicodemo, gli invitati alle nozze di Cana, la Samaritana, Zaccheo, il centurione romano, il cieco di Betsaida o quello della piscina di Siloe, Marta e Maria di Betania, i discepoli di Emmaus, Tommaso, l’apostolo incredulo . . .
Il rapporto di Gesù con i suoi compatrioti manifesta in altissimo grado il suo senso della dignità, del valore sacro di ogni persona.
Voi siete persuasi della ricchezza inaudita di questa rivelazione, che non può essere che divina. ma sappiamo, purtroppo, che troppi uomini e troppi responsabili dei popoli la dimenticano. le vostre arche sono e possono essere, ancor più, una serena e vigorosa dimostrazione di rispetto sacro, di attenzione paziente, di promozione umana possibile, in favore di bambini e di adolescenti limitati fin dalla nascita da diversi handicap. voi contribuite, senza far rumore, alla “civiltà dell’amore”.
Di tutto cuore, vi incoraggio a proseguire il vostro lavoro educativo e di ispirazione evangelica, svolto in modo originale e comunitario, nella 67 Arche diffuse in diversi continenti. Immagino che questa vita comunitaria non sia senza problemi. Risolverli una volta per tutte richiederà del tempo. Ma ciò che conta è vivere con i vostri problemi, rinnovando e affermando ogni giorno la vostra volontà, la vostra scelta di rispetto, di ascolto, di tenerezza, di perdono, di cooperazione, di speranza, di gioia. In verità, questo comportamento attenua i problemi, creando un clima di apertura di spirito e di cuore tra coloro che hanno degli handicap e favorendo la crescita della personalità degli adulti dediti anima e corpo al loro servizio.
Invoco con fervore sul gruppo che ho la gioia di ricevere, ma anche su tutte le Arche del mondo, sui loro membri e sui loro responsabili, e sul loro fondatore, monsignor Jean Vanier, rinnovate grazie di luce e di forza divina.
[Papa Giovanni Paolo II, Discorso alla Comunità Arche 16 febbraio 1984]
Il Vangelo odierno ci presenta l’episodio dell’uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. Il lungo racconto si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude – è curioso questo - con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi nell’anima. Il miracolo è narrato da Giovanni in appena due versetti, perché l’evangelista vuole attirare l’attenzione non sul miracolo in sé, ma su quello che succede dopo, sulle discussioni che suscita; anche sulle chiacchiere, tante volte un’opera buona, un’opera di carità suscita chiacchiere e discussioni, perché ci sono alcuni che non vogliono vedere la verità. L’evangelista Giovanni vuol attirare l’attenzione su questo che accade anche ai nostri giorni quando si fa un’opera buona. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita – hanno visto il miracolo e lo interrogano -, poi dai dottori della legge; e questi interrogano anche i suoi genitori. Alla fine il cieco guarito approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di vedere, ma di conoscere Lui, vedere Lui come «la luce del mondo» (Gv 9,5).
Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, i dottori della legge al contrario sprofondano sempre più nella loro cecità interiore. Chiusi nella loro presunzione, credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Essi fanno di tutto per negare l’evidenza. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio nella guarigione, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. La loro chiusura alla luce diventa aggressiva e sfocia nell’espulsione dal tempio dell’uomo guarito.
Il cammino del cieco invece è un percorso a tappe, che parte dalla conoscenza del nome di Gesù. Non conosce altro di Lui; infatti dice: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi» (v. 11). A seguito delle incalzanti domande dei dottori della legge, lo considera dapprima un profeta (v. 17) e poi un uomo vicino a Dio (v. 31). Dopo che è stato allontanato dal tempio, escluso dalla società, Gesù lo trova di nuovo e gli “apre gli occhi” per la seconda volta, rivelandogli la propria identità: «Io sono il Messia», così gli dice. A questo punto colui che era stato cieco esclama: «Credo, Signore!» (v. 38), e si prostra davanti a Gesù. Questo è un brano del Vangelo che fa vedere il dramma della cecità interiore di tanta gente, anche la nostra perché noi alcune volte abbiamo momenti di cecità interiore.
La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani; tutti noi siamo cristiani, ma tutti noi, tutti, alcune volte abbiamo comportamenti non cristiani, comportamenti che sono peccati. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Essa ha la sua origine nel Battesimo. Anche noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!
Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Ho un cuore aperto o un cuore chiuso? Aperto o chiuso verso Dio? Aperto o chiuso verso il prossimo? Sempre abbiamo in noi qualche chiusura nata dal peccato, dagli sbagli, dagli errori. Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova.
[Papa Francesco, Angelus 30 marzo 2014]
E il molto lievito, che impoverisce
(Mc 8,14-21)
Gesù dice una cosa, gli apostoli ne comprendono un’altra. Il «lievito dei farisei e quello di Erode» è tema che allude all’ideologia di dominio.
I discepoli erano vicini al Cristo, perché personaggio del momento.
Ma rapiti da illusioni dozzinali, essi non ascoltavano più il Maestro, che li stava incalzando.
Ancora oggi alcuni seguaci non se la sentono di coinvolgersi in cose che non vogliono conoscere e li metterebbero in penuria (v.14) - con la sola possibilità della condivisione fraterna.
Costoro non sembrano disposti a percepire altro che proclami di potere, opulenza, fama e vittoria imperiale.
La loro testa e i loro desideri restano distanti, impegnati solo nei riscontri di “gonfiore” e tornaconto - malgrado le apparenze contrarie.
Essi giungono a voler sequestrare il Figlio di Dio, perché sembrano diventati esattamente come gli avversari della nuova Fede: cuore indurito (v.17) - occhi che non guardano, orecchi che non ascoltano (v.18).
Allontanandosi da Lui per volgersi volentieri alle consuete idolatrie e speranze paganeggianti.
Ovvio, in giro c’erano idee confuse sul Messia - tutte però legate alla concezione [infedele] di ‘grandiosità’.
Ma il Messia autentico non vuole raggiungere una posizione eminente grazie a contatti e raggiri, bensì sovvenire l'umanità bisognosa e spaurita.
Molti attendevano un Re, altri un sommo sacerdote finalmente santo.
Alcuni si aspettavano un guerrigliero, o un guaritore; altri un giudice o un profeta.
Certo, nessuno un Servitore.
Tutti lo riducevano a normalissime lusinghe, secondo i propri interessi - e ceto di appartenenza.
Infatti proprio gli intimi del Maestro si dimostravano disposti ad andar dietro a qualsiasi venticello di dottrina, purché ciò potesse consentir loro di trattenere i tesori del Regno.
Ogni titolo per il Messia - religioso, politico, nazionalista - poteva essere tollerato, digerito e reso addomesticabile... meno quello che li costringeva a farsi servitori degli altri.
Unica presenza scomoda.
Eppure, la prolungata assenza di spirito profetico diventa causa principale di molti tormenti.
L’inclinazione alla convivenza e alla comunione è ‘verità’ missionaria. Strumento per la redenzione di tutti, a partire da chi si protende verso sorelle e fratelli bisognosi.
Per sua natura e mandato, la Barchetta della Chiesa resta inviata a tutte le nazioni. ‘Sale della terra’, ‘Luce del mondo’.
Nessun fedele deve credersi esonerato.
Il Battesimo ci ha incorporati, affinché veniamo lanciati a cooperare - secondo capacità e contesti.
Un respiro che non può interrompersi, né limitarsi. Pena la morte.
Insomma, il Signore non ci chiede comportamenti marginali e sfumati, bensì ricettivi e globali.
Attitudini che intaccano il senso della storia e i suoi “quadri”…
Perché spartire il poco «pane» non impoverisce; piuttosto, arricchisce.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
«Non avevano se non ‘un solo pane’ con sé nella barca»: te ne lamenti o ne valuti il senso?
[Martedì 6.a sett. T.O. 18 febbraio 2025]
Cari amici, non esitate a seguire Gesù Cristo. In Lui troviamo la verità su Dio e sull'uomo. Egli ci aiuta a sconfiggere i nostri egoismi, ad uscire dalle nostre ambizioni e a vincere ciò che ci opprime. Colui che opera il male, colui che commette peccato, è schiavo del peccato e non raggiungerà mai la libertà (cfr Gv 8,34). Solo rinunciando all'odio e al nostro cuore indurito e cieco, saremo liberi, ed una nuova vita germoglierà in noi.
Con la ferma convinzione che Cristo è la vera misura dell'uomo, e sapendo che in Lui si trova la forza necessaria per affrontare ogni prova, desidero annunciarvi apertamente il Signore Gesù come Via, Verità e Vita. In Lui tutti troveranno la piena libertà, la luce per capire in profondità la realtà e trasformarla con il potere rinnovatore dell'amore.
[Papa Benedetto, omelia a L’Avana 28 marzo 2012]
4. «Il compito fondamentale della chiesa di tutte le epoche e, in modo particolare, della nostra - ricordavo nella prima Enciclica programmatica - è di dirigere lo sguardo dell'uomo, di indirizzare la coscienza e l'esperienza di tutta l'umanità verso il mistero di Cristo».
La missione universale della chiesa nasce dalla fede in Gesù Cristo, come si dichiara nella professione della fede trinitaria: «Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli... Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo». Nell'evento della redenzione è la salvezza di tutti, «perché ognuno è stato compreso nel mistero della redenzione e con ognuno Cristo si è unito, per sempre, attraverso questo mistero». Soltanto nella fede si comprende e si fonda la missione.
Eppure, anche a causa dei cambiamenti moderni e del diffondersi di nuove idee teologiche alcuni si chiedono: È ancora attuale la missione tra i non cristiani? Non è forse sostituita dal dialogo inter-religioso? Non è un suo obiettivo sufficiente la promozione umana? Il rispetto della coscienza e della libertà non esclude ogni proposta di conversione? Non ci si può salvare in qualsiasi religione? Perché quindi la missione?
«Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14, 6)
5. Risalendo alle origini della chiesa, troviamo chiaramente affermato che Cristo è l'unico salvatore (Gv 14,6) di tutti colui che solo è in grado di rivelare Dio e di condurre a Dio. Alle autorità religiose giudaiche che interrogano gli apostoli in merito alla guarigione dello storpio, da lui operata, Pietro risponde: «Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo... in nessun altro c'è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati». (At 4,10. 12) Questa affermazione, rivolta al sinedrio, ha un valore universale, poiché per tutti - giudei e gentili - la salvezza non può venire che da Gesù Cristo.
L'universalità di questa salvezza in Cristo e affermata in tutto il Nuovo Testamento. San Paolo riconosce in Cristo risorto il Signore: «In realtà - scrive anche se ci sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c'è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene, e noi siamo per lui; e c'è un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui». (1 Cor 8,5-6) L'unico Dio e l'unico Signore sono affermati in contrasto con la moltitudine di «dèi» e «signori» che il popolo ammetteva. Paolo reagisce contro il politeismo dell'ambiente religioso del suo tempo e pone in rilievo la caratteristica della fede cristiana: fede in un solo Dio e in un solo Signore, inviato da Dio.
Nel Vangelo di san Giovanni questa universalità salvifica di Cristo comprende gli aspetti della sua missione di grazia, di verità e di rivelazione: «Il Verbo è la luce vera, che illumina ogni uomo». (Gv 1,9) E ancora: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato». (Gv 1,18; cf. Mt 11,27) La rivelazione di Dio si fa definitiva e completa a opera del suo Figlio unigenito: «Dio, che nei tempi antichi aveva già parlato molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo». (Eb 1,1-2; cf. Gv 14,6) In questa Parola definitiva della sua rivelazione Dio si è fatto conoscere nel modo più pieno: egli ha detto all'umanità chi è. E questa autorivelazione definitiva di Dio è il motivo fondamentale per cui la chiesa è per sua natura missionaria. Essa non può non proclamare il Vangelo, cioè la pienezza della verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso.
Cristo è l'unico mediatore tra Dio e gli uomini: «Uno solo, infatti, è Dio, e uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l'ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo - dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità». (1 Tm 2,5-7; cf. Eb 4,14-16) Gli uomini, quindi, non possono entrare in comunione con Dio se non per mezzo di Cristo, sotto l'azione dello Spirito. Questa sua mediazione unica e universale, lungi dall'essere di ostacolo al cammino verso Dio, è la via stabilita da Dio stesso, e di ciò Cristo ha piena coscienza. Se non sono escluse mediazioni partecipate di vario tipo e ordine, esse tuttavia attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non possono essere intese come parallele e complementari.
6. È contrario alla fede cristiana introdurre una qualsiasi separazione tra il Verbo e Gesù Cristo. San Giovanni afferma chiaramente che il Verbo, che «era in principio presso Dio», è lo stesso che «si fece carne»: (Gv 1,2. 14) Gesù è il Verbo incarnato, persona una e indivisibile. Non si può separare Gesù da Cristo, né parlare di un «Gesù della storia», che sarebbe diverso dal «Cristo della fede». La chiesa conosce e confessa Gesù come «il Cristo, il Figlio del Dio vivente»: (Mt 16,16) Cristo non è altro che Gesù di Nazareth, e questi è il Verbo di Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. In Cristo «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9) e «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto». (Gv 1,16) «Il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre», (Gv 1,18) è «il Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione... Piacque a Dio di far abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, pacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli». (Col 1,13-14. 19-20.) È proprio questa singolarità unica di Cristo che a lui conferisce un significato assoluto e universale, per cui, mentre è nella storia, è il centro e il fine della stessa storia: «Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine». (Ap 22,13)
Se, dunque, è lecito e utile considerare i vari aspetti del mistero di Cristo, non bisogna mai perdere di vista la sua unità. Mentre andiamo scoprendo e valorizzando i doni di ogni genere, soprattutto le ricchezze spirituali, che Dio ha elargito a ogni popolo, non possiamo disgiungerli da Gesù Cristo, il quale sta al centro del piano divino di salvezza. Come «con l'incarnazione il Figlio di Dio s'è unito in un certo modo a ogni uomo», così «dobbiamo ritenere che lo Spirito santo dia a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale. Il disegno divino è «di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra». (Ef 1,10)
[Papa Giovanni Paolo II, Redemtoris Missio]
«Offriamo questa messa per i nostri ventuno fratelli copti, sgozzati per il solo motivo di essere cristiani». Lo ha detto Papa Francesco nella celebrazione presieduta martedì 17 febbraio nella cappella della Casa Santa Marta. «Preghiamo per loro — ha aggiunto — che il Signore come martiri li accolga, per le loro famiglie, per il mio fratello Tawadros che soffre tanto». E proprio con il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Tawadros II, il Papa ha parlato personalmente al telefono nel pomeriggio di lunedì manifestandogli la sua profonda partecipazione al dolore per il barbaro assassinio compiuto dai fondamentalisti islamici. E assicurando anche la propria preghiera.
Ripetendo le parole dell’antifona iniziale «Sii per me difesa, o Dio, rocca e fortezza che mi salva, perché tu sei mio baluardo e mio rifugio; guidami per amore del tuo nome» (salmo 31, 3-4), Papa Francesco ha aperto l’omelia. Il brano del Libro della Genesi sul diluvio (6, 5-8; 7, 1-5.10), proposto dalla liturgia del giorno, «ci fa pensare — ha detto il Pontefice — alla capacità di distruzione che ha l’uomo: l’uomo è capace di distruggere tutto quello che Dio ha fatto» quando «gli sembra di essere più potente di Dio». E così «Dio può fare cose buone, ma l’uomo è capace di distruggerle tutte».
Anche «nella Bibbia, nei primi capitoli, troviamo tanti esempi, dall’inizio». Ad esempio, ha spiegato Francesco, «l’uomo chiama il diluvio per la sua malvagità: è lui che lo chiama!». Inoltre «l’uomo chiama il fuoco del cielo, in Sodoma e Gomorra, per la sua malvagità». Poi «l’uomo crea la confusione, la divisione dell’umanità — Babele, la Torre di Babele — per la sua malvagità». Insomma, «l’uomo è capace di distruggere, noi siamo tutti capaci di distruggere». Ce lo conferma, sempre nella Genesi, «una frase molto, molto acuta: “Questa malvagità era grande e ogni intimo intento del loro cuore — del cuore degli uomini — non era altro che male, sempre”».
Non è questione di essere troppo negativi, ha fatto notare il Papa, perché «questa è la verità». A tal punto che «siamo capaci di distruggere anche la fraternità», come dimostra la storia di «Caino e Abele nelle prime pagine della Bibbia». Un episodio che, appunto, «distrugge la fraternità, è l’inizio delle guerre: le gelosie, le invidie, tanta cupidigia di potere, di avere più potere». Sì, ha affermato Francesco, «questo sembra negativo, ma è realista». Del resto, ha aggiunto, basta prendere un «giornale qualsiasi» per vedere «che più del novanta per cento delle notizie sono notizie di distruzione: più del novanta per cento! E questo lo vediamo tutti i giorni!».
Ma allora «cosa succede nel cuore dell’uomo?» è stato l’interrogativo fondamentale proposto dal Papa. «Gesù, una volta, avvertì i suoi discepoli che il male non entra nel cuore dell’uomo perché mangia questa cosa che non è pura, bensì perché esce dal cuore». E «dal cuore dell’uomo escono tutte le malvagità». Infatti «il nostro cuore debole è ferito». C’è «sempre quella voglia di autonomia» che porta a dire: «Io faccio quello che voglio e se io ho voglia di questo, lo faccio! E se per questo voglio fare una guerra, la faccio! E se per questo voglio distruggere la mia famiglia, lo faccio! E se per questo devo ammazzare il vicino, lo faccio!». Ma proprio «queste sono le notizie di ogni giorno» ha rimarcato il Papa, osservando che «i giornali non ci raccontano notizie di vita di santi».
Dunque, ha proseguito rilanciando la questione centrale, «perché siamo così?». La risposta è diretta: «Perché abbiamo questa possibilità di distruzione, questo è il problema!». E così facendo, poi, «nelle guerre, nel traffico delle armi siamo imprenditori di morte!». E «ci sono i Paesi che vendono le armi a questo che è in guerra con questo, e le vendono anche a questo, perché così continui la guerra». Il problema è proprio la «capacità di distruzione e questo non viene dal vicino» ma «da noi!».
«Ogni intimo intento del cuore non era altro che male» ha ripetuto, ancora, Francesco. Ricordando appunto che «noi abbiamo questo seme dentro, questa possibilità». Ma «abbiamo anche lo Spirito Santo che ci salva». Si tratta perciò di scegliere a partire dalle «piccole cose». E così «quando una donna va al mercato e trova un’altra, incomincia a chiacchierare, a sparlare della vicina, dell’altra donna di là: questa donna uccide, questa donna è malvagia». E lo è «nel mercato» ma anche «in parrocchia, nelle associazioni: quando ci sono le gelosie, le invidie vanno dal parroco a dire “ma questa no, questo sì, questo fa”». Anche «questa è la malvagità, la capacità di distruggere che tutti noi abbiamo».
È su questo punto che «oggi la Chiesa, alle porte della Quaresima, ci fa riflettere». L’invito del Papa è a domandarcene la ragione, a partire dal passo evangelico di Marco (8, 14-21). «Nel Vangelo Gesù rimprovera un po’ i discepoli che discutevano: “ma tu dovevi prendere il pane — No, tu!”». Insomma i dodici «discutevano come sempre, litigavano fra loro». Ed ecco che Gesù rivolge loro «una bella parola: “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode”». Così, «semplicemente fa l’esempio di due persone: Erode è cattivo, assassino, e i farisei ipocriti». Ma il Signore parla anche di «“lievito” e loro non capivano».
Il fatto è che, come racconta Marco, i discepoli «parlavano di pane, di questo pane, e Gesù gli fa: “Ma quel lievito è pericoloso, quello che noi abbiamo dentro e che ci porta a distruggere. Guardatevi, fate attenzione!”». Poi «Gesù fa vedere l’altra porta: “Avete il cuore indurito? Non vi ricordate quando ho spezzato i cinque pani, la porta della salvezza di Dio?». Infatti «per questa strada della discussione — dice — mai, mai si farà qualcosa di buono, sempre ci saranno divisioni, distruzione!». E continua: «Pensate alla salvezza, a quello che anche Dio ha fatto per noi, e scegliete bene!». Ma i discepoli «non capivano perché il cuore era indurito per questa passione, per questa malvagità di discutere fra loro e vedere chi era il colpevole di quella dimenticanza del pane».
Francesco ha quindi esortato a prendere «questo messaggio del Signore sul serio». Con la consapevolezza che «queste non sono cose strane, non è il discorso di un marziano» ma sono invece «le cose che ogni giorno accadono nella vita». E per verificarlo, ha ripetuto, basta soltanto prendere «il giornale, niente di più!».
Però, ha aggiunto, «l’uomo è capace di fare tanto bene: pensiamo a madre Teresa, per esempio, una donna del nostro tempo». Ma se «tutti noi siamo capaci di fare tanto bene» siamo altrettanto «capaci anche di distruggere nel grande e nel piccolo, nella stessa famiglia: distruggere i figli, non lasciando crescere i figli con libertà, non aiutandoli a crescere bene» e così in qualche modo annullando i figli. E considerato che «abbiamo questa capacità», per noi «è necessaria la meditazione continua: la preghiera, il confronto fra noi» proprio «per non cadere in questa malvagità che tutto distrugge».
E «abbiamo la forza» per farlo, come «Gesù ci ricorda». Tanto che «oggi ci dice: “Ricordate. Ricordatevi di me, che ho versato il mio sangue per voi; ricordatevi di me che vi ho salvato, vi ho salvati tutti; ricordatevi di me, che ho la forza di accompagnarvi nel cammino della vita, non per la strada della malvagità, ma per la strada della bontà, del fare il bene agli altri; non per la strada della distruzione, ma per la strada del costruire: costruire una famiglia, costruire una città, costruire una cultura, costruire una patria, sempre di più!».
La riflessione di oggi ha suggerito a Francesco di chiedere al Signore, «prima di incominciare la Quaresima», la grazia di «scegliere sempre bene la strada col suo aiuto e non lasciarci ingannare dalle seduzioni che ci porteranno sulla strada sbagliata».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 18/02/2015]
Christians are a priestly people for the world. Christians should make the living God visible to the world, they should bear witness to him and lead people towards him. When we speak of this task in which we share by virtue of our baptism, it is no reason to boast (Pope Benedict)
I cristiani sono popolo sacerdotale per il mondo. I cristiani dovrebbero rendere visibile al mondo il Dio vivente, testimoniarLo e condurre a Lui. Quando parliamo di questo nostro comune incarico, in quanto siamo battezzati, ciò non è una ragione per farne un vanto (Papa Benedetto)
Because of this unique understanding, Jesus can present himself as the One who reveals the Father with a knowledge that is the fruit of an intimate and mysterious reciprocity (John Paul II)
In forza di questa singolare intesa, Gesù può presentarsi come il rivelatore del Padre, con una conoscenza che è frutto di un'intima e misteriosa reciprocità (Giovanni Paolo II)
Yes, all the "miracles, wonders and signs" of Christ are in function of the revelation of him as Messiah, of him as the Son of God: of him who alone has the power to free man from sin and death. Of him who is truly the Savior of the world (John Paul II)
Sì, tutti i “miracoli, prodigi e segni” di Cristo sono in funzione della rivelazione di lui come Messia, di lui come Figlio di Dio: di lui che, solo, ha il potere di liberare l’uomo dal peccato e dalla morte. Di lui che veramente è il Salvatore del mondo (Giovanni Paolo II)
It is known that faith is man's response to the word of divine revelation. The miracle takes place in organic connection with this revealing word of God. It is a "sign" of his presence and of his work, a particularly intense sign (John Paul II)
È noto che la fede è una risposta dell’uomo alla parola della rivelazione divina. Il miracolo avviene in legame organico con questa parola di Dio rivelante. È un “segno” della sua presenza e del suo operare, un segno, si può dire, particolarmente intenso (Giovanni Paolo II)
That was not the only time the father ran. His joy would not be complete without the presence of his other son. He then sets out to find him and invites him to join in the festivities (cf. v. 28). But the older son appeared upset by the homecoming celebration. He found his father’s joy hard to take; he did not acknowledge the return of his brother: “that son of yours”, he calls him (v. 30). For him, his brother was still lost, because he had already lost him in his heart (Pope Francis)
Ma quello non è stato l’unico momento in cui il Padre si è messo a correre. La sua gioia sarebbe incompleta senza la presenza dell’altro figlio. Per questo esce anche incontro a lui per invitarlo a partecipare alla festa (cfr v. 28). Però, sembra proprio che al figlio maggiore non piacessero le feste di benvenuto; non riesce a sopportare la gioia del padre e non riconosce il ritorno di suo fratello: «quel tuo figlio», dice (v. 30). Per lui suo fratello continua ad essere perduto, perché lo aveva ormai perduto nel suo cuore (Papa Francesco)
Doing a good deed almost instinctively gives rise to the desire to be esteemed and admired for the good action, in other words to gain a reward. And on the one hand this closes us in on ourselves and on the other, it brings us out of ourselves because we live oriented to what others think of us or admire in us (Pope Benedict)
Quando si compie qualcosa di buono, quasi istintivamente nasce il desiderio di essere stimati e ammirati per la buona azione, di avere cioè una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall’altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi (Papa Benedetto)
don Giuseppe Nespeca
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