29a Domenica T.O. (anno A)
(1Ts 1,1-5b)
1 Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
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Dal momento che la prima lettera ai Tessalonicesi è la prima lettera che Paolo scrisse, fa da modello per tutte le altre lettere: mittente, destinatari e saluto, che poi era anche lo schema classico di scrivere lettere nell’ambiente greco-romano. Dentro questo schema, Paolo introduce la novità della fede cristiana, precisando che la Chiesa dei Tessalonicesi ha il suo fondamento e trova la sua identità nel rapporto con Dio Padre per mezzo del Signore Gesù Cristo. Da questa origine divina proviene la grazia e la pace che Paolo e i suoi collaboratori, Silvano e Timoteo, augurano ai Tessalonicesi.
Paolo si presenta con il suo nome di cittadino romano – Paulos – e associa con sé Silvano e Timoteo, che hanno partecipato con lui alla fondazione della Chiesa di Tessalonica. La prima lettera ai Tessalonicesi è dunque una lettera con più mittenti. La fede si annuncia in comunione. Ogni discepolo di Gesù è chiamato ad annunciare la verità, la Parola, dalla quale scaturisce la fede. Ogni discepolo di Gesù deve essere una sola voce con tutti gli altri discepoli. Una sola Parola, una sola verità, una sola fede, una sola voce. È questa la regola santa, l’unica regola, perché vi sia la retta predicazione. La comunione nella verità e nella fede, l’univocità e la coralità della predicazione dell’unica verità e dell’unica fede, dona vigore, forza alla fede e alla verità. La verità e la fede annunciate in una frantumazione di voci, di concetti, di parole umane, proclamate in disaccordo e in disarmonia nella stessa loro essenzialità altro non fanno che il gioco della menzogna e dell’errore. Una verità così annunciata, una fede così proclamata non ha incidenza in nessun cuore. La divisione nella fede e nella verità, che è una e indivisibile, non giova alla causa di Cristo.
Tutti gli scritti del Nuovo Testamento si rifanno in qualche maniera agli apostoli, cioè la chiesa ha un fondamento apostolico. Il cristianesimo non è una ideologia inventata a tavolino e non è una illuminazione di qualche mistico, ma è una storia, è una storia che degli uomini hanno visto, di cui sono testimoni e che, quindi, raccontano. E questo è estremamente importante: il cristianesimo non lo invento io, non l’ha inventato nessuno di noi; questo è il grande problema di tutte le sette, dove uno si inventa qualcosa e la gente gli corre subito dietro. Noi non dobbiamo inventare nulla, tutto quello che diciamo deve misurarsi sulla storia di Gesù, questo è il primo criterio della chiesa, se no è una balla che si è inventato l’uomo. Noi, il massimo che possiamo dire è qualcosa di quel che è stato scritto, secondo l’intelligenza e l’esperienza che il Signore ce ne dà; non possiamo inventare niente, possiamo solo cercare di capire con grande umiltà e nella misura in cui ci è dato di capire.
L’uomo che non ha tradizioni, che non ha radici, è come una pianta senza radici: non porta nessun frutto, va di qua e va di là, non distingue più le cose vere dalle cose false, rincorre le ultime notizie, ma non ha più l’identità. La chiesa ha invece una radice apostolica, che è la sua connessione col Gesù storico; e la nostra fede è in Gesù. Se togli la storia di Gesù e, quindi, la successione apostolica che la testimonia, si fa di Gesù un’invenzione propria e questo non ha nulla a che fare con il cristianesimo.
La verità non è da inventare, è da cercare, è da comprendere, è da amare, è da vivere. Le verità inventate si chiamano, appunto, favole, menzogne, eresie. Questo è un aspetto da non trascurare. Perché ci sono i dogmi? Perché sono necessari; mica la prima cosa che mi viene in mente è vera; mica perché la maggioranza pensava che la terra era piatta, la terra era piatta. È per questo che leggiamo ancora adesso le Lettere e i documenti della prima chiesa: sono la norma e il fondamento della nostra fede.
Il gruppo dei tessalonicesi viene chiamato ekklēsia, parola usata dagli ebrei della LXX per tradurre il verbo ebraico qāhāl (chiamare, dall’ebr. qol = voce). In greco chiamare si dice kalein, che sta alla base del sostantivo ek-klēsia (chiamata fuori, convocazione). La scelta di ekklēsia, invece di synagōgē, è intenzionale per distinguere il gruppo dei credenti cristiani dalle altre comunità ebraiche.
L’ekklēsia viene presentata subito in termini religiosi: en Theo Patri kai Kirio Iesou Christo (= in Dio Padre e Signore Gesù Cristo). La chiesa non è una cosa che facciamo noi, ma è una chiamata di Dio, è Dio che con la sua Parola parla e noi rispondiamo e la chiesa è esattamente la risposta che l’uomo dà alla chiamata di Dio, alla Parola di Dio, all’ascolto di Dio, di Dio che parla nella storia, storia testimoniata negli scritti apostolici. Per questo la chiesa non è un’invenzione umana, non è che stiamo insieme perché ci siamo simpatici, ma stiamo insieme per quest’unica chiamata del Padre. Chiamata ad amare e a unirci a suo Figlio e a formare così tra di noi la fraternità.
La chiesa si realizza su due fronti; uno in modo concreto: quando ci riuniamo per ascoltare la Parola di Dio formiamo chiesa, siamo riuniti attorno alla Parola di Dio; però questa chiesa, che risponde alla convocazione di Dio, che è Padre di tutti, è necessariamente unita a tutte le chiese formando un’unica chiesa, se no diventa una setta e non risponde più a Dio che è Padre comune. La chiesa è estremamente concreta: sono le persone che si trovano in un determinato posto per un determinato scopo, ma contemporaneamente è universale. La Chiesa per Paolo ha una dimensione universale che si riconduce necessariamente a una dimensione locale. Non si ha Chiesa se questa non è collocata in un determinato luogo. E tutte le chiese di determinati luoghi formano la grande Chiesa di tutto il mondo.
Da qui il senso di cattolicità – cattolico vuol dire universale – però anche di concretezza; dove si perde uno dei due termini la chiesa un po’ si dissolve o nell’ideologia o nella setta: se non c’è la comunità reale di chi ascolta c’è l’ideologia, se non c’è la comunità universale c’è la setta e, quindi, la negazione della verità. È interessante che non sono io che scelgo i miei fratelli - se scelgo i miei fratelli non amo i fratelli, amo quello che mi interessa - io la mia chiesa non la scelgo, è l'insieme delle persone concrete che ho intorno, che con me ascoltano, con me faticano, con me lottano, con me vivono, con me hanno gli stessi difetti, le stesse mancanze.
La chiesa è fatta da quelle persone che sono en Theo Patri (in Dio Padre); è complemento di luogo "essere in", cioè abitano in Dio come Padre. Il luogo dell’uomo è Dio come Padre, lì l’uomo è di casa, lì l’uomo trova famiglia, lì l’uomo trova le proprie radici, lì l’uomo trova sé stesso. Si racconta in una tardizione ebraica che quando Dio chiede ad Adamo, "Adamo dove sei"? Gli domanda "dove sei" perché Adamo si era spostato dal suo luogo e il luogo dell’uomo è Dio, è lì che l’uomo è di casa. Il cristiano è colui che torna a essere di casa in Dio, dimora in Dio, e ritrova, quindi, la propria identità.
E, a questa chiesa, Paolo, Silvano e Timoteo augurano grazia e pace (charis ed eirēnē). Questo binomio è una novità assoluta, non ha precedenti, perché i greci salutavano con charis – che significa anche salute (chaire "stai bene") – mentre gli ebrei salutavano con shalom. Ecco uno stupendo saluto cristiano che è greco ed ebraico nello stesso tempo: grazia e pace.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
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