Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".
26a Domenica T.O. (anno A)
(Mt 21,28-32)
28"Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". 29Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. 30Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. 31Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Risposero: "Il primo". E Gesù disse loro: "In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. 32Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.
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La figura del padre dà fastidio, è dovere, è norma, è obbligo, ti fa ombra, in fondo vorresti essere tu come tuo padre, vorresti essere il padre di te stesso. C'è qualcosa nell'uomo che si chiama peccato originale che fa sì che non accetta questo principio, vuole lui mettere le mani sul suo principio, essere lui padrone di sé, il che vuol dire uccidere il padre, vuol dire rimuovere il fatto di avere una origine, un principio e accettare che è un principio. Noi vogliamo essere il principio di noi stessi, quindi ci dà fastidio il padre e lo intendiamo come uno che esige e ci ribelliamo.
La parabola vuole demolire quel muro di perbenismo e di separazione che divideva la società giudaica in giusti e in peccatori e che faceva sì che i primi si sentissero già salvati, e pertanto non bisognosi di salvezza; un atteggiamento questo che rende impossibile ogni apertura alla proposta salvifica di Gesù. Il racconto, infatti, è incentrato su due figli che hanno un unico padre e, quindi, entrambi sono posti sullo stesso piano. Questi due figli si distingueranno tra loro non per l'appartenenza al padre, che è comune, ma per la diversa risposta che gli daranno.
Il padre dice a un figlio: «Figlio», lo chiama figlio, è un vocativo, la nostra vocazione fondamentale è l’essere chiamati figli, cioè l’accettare che Lui ci è padre. Se non accetto di essere figlio non accetto me, non accetto Lui, non accetto di essere fratello. Quindi è importante questa parola: Figlio! È in quanto figlio che esisto! Ciò che sono è il mio essere figlio. Ho ricevuto tutto. Se non accetto di essere figlio, voglio mettere le mani su tutto e distruggo tutto.
La proposta di salvezza è la stessa per tutti i figli, ma diversa è la risposta; ed è proprio qui che la parabola smaschera l'ipocrisia religiosa. Il primo figlio dà un netto rifiuto, ma poi pentitosi accoglie l'invito del padre e va nella vigna. L'iniziale atteggiamento negativo (rifiuto), passando attraverso un processo di conversione («si pentì»), che comporta un rimettere in discussione le proprie scelte, le proprie sicurezze e la propria vita, si trasforma in apertura esistenziale a Dio, che viene accolto nella propria vita («vi andò [nella vigna]»).
Il primo figlio proclama con enfasi la sua adesione. “Sì, signore” (egō, kyrie). Significativa è la costruzione della frase che Matteo fa in greco: egō kyrie kai ouk apēlthen, “Sì, signore e non vi andò” (v. 30). Ci saremmo aspettati che Matteo dicesse: “Sì, signore, MA non vi andò”, come traduce la CEI. La differenza sembra di poco conto, ma non lo è. Il “ma”, infatti, crea una contrapposizione tra il dire e il fare: il dire è positivo, ma poi c'è stato un cambiamento nella sua decisione, ci potrebbe essere stato qualcosa che ha impedito di mettere in pratica la sua promessa, che in qualche modo lo avrebbe potuto giustificare. Ebbene, il “ma” non c'è. Al suo posto Matteo mette una congiunzione “kai” (“e”), che esprime continuità tra quel “Sì, signore” e il non andare. In altre parole, in quella immediata e pronta adesione alla richiesa del padre, è racchiusa una menzogna, un rifiuto; non perché poi non l'ha fatto, ma perché non ha mai avuto intenzione di farlo.
Nella figura del primo figlio si vede l’atteggiamento delle autorità religiose. Il loro tanto ostentato zelo, la loro ostentata devozione, in realtà serve solo a mascherare il niente. A cosa serve riempirsi la bocca di cose buone, se poi la vita viaggia in senso opposto? È sul piano del fare, dunque, che il vero credente viene misurato e solo in questo modo il suo culto acquista un vero significato.
Il secondo figlio, spiega Gesù, sono i pubblicani e le prostitute (v. 31), cioè due categorie di persone considerate impure, tagliate fuori dalla salvezza e, per questo, messe al bando della società civile e religiosa. Ebbene, questo secondo figlio è ora messo in concorrenza con il primo, che si riteneva santo e prediletto di Dio, a cui era dovuta la salvezza. Tuttavia per Gesù ciò che fa la differenza non è la condizione sociale di vita, ma l'accettazione della sua proposta di salvezza.
La parabola, quindi, denuncia un comportamento ipocrita e menzognero, poiché fa consistere la salvezza nell'apparire e non nell'essere, quasi che Dio si possa comperare con qualche preghiera o con qualche sacrificio.
«Vi passano avanti nel regno di Dio». Gesù non parla di precedenza, il verbo non significa che vi prendono il posto e voi rimanete indietro. L'espressione indica esclusione: quelli che voi credete essere gli esclusi dal regno di Dio sono entrati e voi siete rimasti fuori. Infatti, mentre i pubblicani e le prostitute avevano prestato fede alla parola del Battista e si erano convertiti, essi, al contrario, ne avevano contrastato l'attività, come del resto continuavano a fare con Gesù. È implicito che chi non ha accolto il Battista, non accoglie neppure Gesù come Messia. In questa maniera essi si opponevano al disegno di Dio, estromettendosi dalla via della salvezza, chiudendosi la via per l'accesso nel regno dei cieli.
Perché i pubblicani e le prostitute «passano avanti» nel regno di Dio? Perché sanno di sbagliare. Sapere di sbagliare è la dignità dell’uomo. L’uomo che dice di aver sbagliato mostra la più grande dignità, che è riconoscere la colpa. Uno che non riconosce l’errore o è disonesto o è stolto. L’uomo va avanti solo se riconosce gli errori precedenti, in questo modo la sua storia passata è recuperata. Allora può dire: Kyrie eleison! Chi si sente giusto, invece, non chiederà mai pietà. Di che cosa deve domandare perdono?
Argentino Quintavalle, autore dei libri
- Apocalisse – commento esegetico
- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?
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26a Domenica T.O. (anno A) [27 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (18,25-28)
Per comprendere la profezia di Ezechiele dobbiamo ricordare il drammatico contesto in cui egli parla. Nel 597 a.C. molti abitanti di Gerusalemme furono deportati a Babilonia dall’esercito di Nabucodonosor. Gerusalemme era stata devastata, il Tempio profanato, la popolazione decimata. Gli esiliati si trovavano lontani dalla Terra Promessa e da tutto ciò che aveva dato senso alla loro vita. Di fronte a una simile tragedia nasce spontanea la domanda: «Che cosa abbiamo fatto a Dio per meritare tutto questo?». A quel tempo era molto diffusa la convinzione che esistesse una corrispondenza diretta tra il comportamento dell’uomo e ciò che gli accade: il giusto viene premiato e il peccatore punito. Per questo gli esiliati ripetevano un proverbio: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). In altre parole: noi stiamo pagando per le colpe dei nostri padri e delle generazioni precedenti.
Ezechiele rompe questa mentalità. Dio dice attraverso il profeta: «Non ripeterete più questo proverbio in Israele». Nessuno è condannato a vivere sotto il peso delle colpe degli altri. Ogni persona è chiamata a rispondere delle proprie scelte. E qui emerge una grande novità: il passato non determina definitivamente il futuro. Se il malvagio cambia strada, pratica il diritto e la giustizia, si converte e ritorna a Dio, può vivere. «Se il malvagio si allontana da tutti i peccati che ha commesso, […] egli vivrà» (cfr. Ez 18,21). È un messaggio straordinariamente attuale: nessuno è prigioniero del proprio passato, ma sempre si può ricominciare e questo libera l’uomo dalla convinzione di essere condannato a pagare le colpe degli altri e gli restituisce la possibilità di sperare. Nessun passato è così pesante da impedire un nuovo inizio. Anche nel momento della prova, Dio apre davanti all’uomo una strada nuova. La speranza nasce proprio dalla certezza che la misericordia di Dio lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare. La conversione, nella prospettiva biblica, è proprio un cambiamento di direzione, un «fare ritorno» a Dio. Ezechiele ricorda inoltre che la vera conversione non consiste soltanto in parole o pratiche religiose: si manifesta concretamente nel praticare il diritto e la giustizia, cioè nel modo in cui trattiamo gli altri.
Salmo responsoriale (24/25)
Nel Salmo tornano più volte le parole «via», «strada», «cammino» e il verbo «guidami»: Signore, fammi conoscere le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza… Il Signore indica ai peccatori la via, guida i poveri secondo giustizia e insegna agli umili la sua strada». Il tema del cammino è tipico dei salmi penitenziali. La Legge di Dio, cioè i suoi comandamenti, è come una sorta di “codice della strada”. A parlare è un peccatore che riconosce di essersi smarrito, di aver preso una strada sbagliata, e chiede a Dio di riportarlo sulla via giusta. Non a caso, nella Bibbia, convertirsi significa letteralmente «fare ritorno», «fare dietrofront». E non è mai troppo tardi per tornare indietro. Nella prima lettura, Ezechiele ci ha ricordato che un futuro è sempre possibile: nessuno è definitivamente condannato dal proprio passato. Per questo possiamo ancora pregare: «Signore, insegnami le tue vie». Che cosa ci viene chiesto? Prima di tutto non la perfezione, ma l’umiltà: «Il Signore insegna agli umili la sua via». La parola ebraica anawim, tradotta con «umili» o «poveri», indica coloro che riconoscono di essere poveri, fragili, senza risorse e bisognosi di Dio. Sono i «poveri di cuore», quelli che arrivano a pregare semplicemente: «Signore, abbi pietà di me». La loro supplica diventa già una domanda di conversione: «Signore, insegnami la tua strada». E l’io che parla nel Salmo non è soltanto un individuo, ma il popolo intero. Il Salmo 24/25 probabilmente veniva utilizzato in celebrazioni penitenziali nel Tempio di Gerusalemme e per questo nella preghiera biblica esiste una continua compenetrazione tra «io» e «noi». Il Salmo parla in prima persona, ma alla fine dice: «Libera Israele, o Dio, da tutte le sue angosce». L’«io» comprende quindi il «noi». L’uomo biblico possiede un forte senso della solidarietà tra le generazioni: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei loro discendenti; l’Alleanza con Noè, Abramo e Mosè riguarda non soltanto il singolo, ma tutto il popolo. Oggi, invece, la nostra società tende spesso a mettere al centro l’individuo, la sua libertà e i suoi diritti personali, talvolta a scapito della dimensione comunitaria. La Bibbia ha percorso un cammino diverso: ha progressivamente scoperto l’importanza della persona senza mai separarla dalla comunità. È questa una delle grandi ricchezze della rivelazione biblica: la persona non viene annullata nella comunità, ma neppure la comunità viene dimenticata a favore dell’individuo. Siamo personalmente responsabili, ma nello stesso tempo profondamente solidali gli uni con gli altri. Per questo, nel Salmo, quel peccatore umile e fiducioso è contemporaneamente ciascuno di noi e l’intera comunità dei credenti. C’è infine un particolare molto bello: il Salmo gioca continuamente sul tema della memoria e dell’oblio: «Ricordati, Signore, della tua misericordia… Non ricordare i peccati della mia giovinezza… Non dimenticarmi». È quasi una preghiera perché Dio abbia una “memoria selettiva”: che dimentichi i nostri peccati e ricordi invece la sua misericordia!
È una preghiera audace, ma anche profondamente umile. Audace, perché nasce dalla fiducia nell’Alleanza; umile, perché riconosce il proprio peccato e la propria povertà. L’uomo chiede a Dio: «Non ricordare ciò che sono stato, ricordati invece di come sei Tu: misericordioso, fedele, lento all’ira e grande nell’amore». In fondo, già nell’Antico Testamento Israele aveva scoperto qualcosa di sorprendente: Dio non è soltanto il Giudice, ma è un Padre pieno di tenerezza e misericordia. E così la preghiera del Salmo può diventare anche la nostra: “Signore, quando mi sono smarrito, insegnami la tua via. Quando sono caduto, mostrami che posso tornare. Quando mi riconosco povero e fragile, guidami. Non ricordare i miei peccati: ricordati della tua misericordia. E fa’ che il mio «io» non dimentichi mai il «noi» della comunità dei tuoi figli”.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Filippesi (2,1-11)
Per la Domenica delle Palme, ogni anno ascoltiamo soprattutto la seconda parte di questo testo, quella che contempla il mistero di Cristo: «Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio». Oggi, invece, soffermiamoci sulla prima parte, nella quale Paolo ci spiega come si vive «nel Cristo». Paolo usa questa espressione all’inizio e alla fine del brano: «Se dunque vi è qualche consolazione in Cristo…» e poi: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Tra queste due affermazioni elenca gli atteggiamenti che devono caratterizzare la vita cristiana: consolazione, amore, comunione, tenerezza, compassione. Sono, non a caso, gli stessi atteggiamenti con cui nell’Antico Testamento viene descritto Dio. Essere «nel Cristo» non è quindi un modo di dire. Dal Battesimo apparteniamo a Cristo, siamo inseriti in Lui e diventiamo membra del suo Corpo. Questa nuova identità supera tutte le nostre differenze: culturali, sociali, economiche, fisiche. Abbiamo ormai un nome comune: cristiani. È come accade in una grande famiglia: quando ci incontriamo, prima di ogni altra differenza riconosciamo di appartenere alla stessa famiglia. È questo senso profondo di appartenenza che dovrebbe caratterizzare la comunità cristiana. Paolo dice: «Abbiate gli stessi sentimenti, lo stesso amore, una sola anima e una sola meta». È come se ci dicesse: fate onore alla famiglia alla quale appartenete, fate onore al nome che portate. Poi arriva un’espressione sorprendente: «Considerate gli altri superiori a voi stessi». Non significa affatto svalutarsi o pensare di essere inferiori. Il Vangelo non ci chiede di fare una classifica tra persone superiori e inferiori. Il Regno di Dio non funziona secondo la logica della competizione e del confronto. Il punto è un altro: imparare a guardare l’altro con uno sguardo positivo, quasi con un atteggiamento di ammirazione, cercando di vedere non ciò che possiede, ma ciò che egli è. Le differenze che vediamo – fisiche, culturali, sociali, economiche – appartengono soprattutto alla dimensione dell’«avere». Paolo, invece, ci porta nella dimensione dell’essere: «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,27). Quando incontro un altro battezzato, dunque, non devo fermarmi a ciò che appare. Devo ricordare che egli è membro del Corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, e che ha una vocazione personale, diversa dalla mia, ma necessaria al disegno di Dio. Ognuno possiede un dono che nessun altro può sostituire. Per la missione che Dio gli ha affidato, l’altro può essere «migliore» di me, nel senso che possiede ciò che io non possiedo e può compiere ciò che io non posso compiere. Per questo ha bisogno anche della mia stima, del mio incoraggiamento e della mia fiducia. La cosa importante non è stabilire chi vale di più, ma sapere quale è la missione che Dio affida a ciascuno e alla comunità nel suo insieme. Ogni persona è chiamata a contribuire alla costruzione del Regno secondo il dono ricevuto dallo Spirito. C’è infine una grande verità contenuta in questo testo: il Regno di Dio è già presente, ma deve ancora compiersi nella nostra vita. In Cristo, infatti, il progetto di Dio di riunire l’umanità è già iniziato e, attraverso il Battesimo, noi siamo stati inseriti in questa realtà. Ma ciò che è già vero in Cristo deve diventare progressivamente vero anche nella nostra vita quotidiana. Il nostro essere «nel Cristo» non può rimanere una realtà interiore o una semplice formula religiosa: deve trasformare concretamente il modo in cui guardiamo, accogliamo e trattiamo gli altri, cristiani e non cristiani. E qui si comprende il legame profondo tra le due parti del testo. Prima Paolo ci dice come deve vivere chi è «nel Cristo»; poi ci mostra come Cristo stesso ha vissuto: non cercando il proprio privilegio, ma abbassandosi, facendosi servo e donandosi fino alla morte di croce. Per questo l’inno cristologico non è soltanto una bella contemplazione di Gesù: è la misura concreta della nostra vita. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù». Essere cristiani significa dunque lasciar entrare nella nostra vita lo stesso movimento di Cristo: non affermare noi stessi contro gli altri, ma donarci; non cercare di essere superiori, ma servire; non fermarci a ciò che l’altro possiede, ma riconoscere ciò che egli è davanti a Dio. È così che ciò che Cristo ha già compiuto diventa, giorno dopo giorno, una realtà vissuta nella Chiesa e nel mondo.
Dal Vangelo secondo Matteo (21,28-32)
«Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Questa domanda di Gesù sembra semplice, quasi troppo semplice. Siamo ancora una volta nella vigna, come domenica scorsa. Un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di no, ma poi cambia idea e ci va; il secondo risponde subito: «Sì, signore», ma poi non ci va. Gesù chiede ai capi dei sacerdoti e agli anziani: «Quale dei due ha compiuto la volontà del padre?». Evidentemente non vuole metterli alla prova con un semplice indovinello: vuole aprire loro gli occhi. La risposta è evidente: il primo. E proprio allora Gesù applica la parabola ai suoi interlocutori: voi siete come il secondo figlio. Dite «sì» a Dio, siete persone religiose, conoscete la Legge, aspettate il Messia e pregate per la sua venuta; ma quando Dio ve lo manda, non lo riconoscete e non accogliete la sua parola. La volontà del Padre era che il suo popolo, e soprattutto le sue autorità religiose, accogliesse il suo Inviato, il Messia, Gesù. Qui sta il dramma che condurrà alla Passione: proprio coloro che sembravano più preparati ad accogliere il Messia saranno quelli che rifiuteranno di riconoscerlo. Gesù allora pronuncia una parola molto forte: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio». Non li loda perché sono peccatori. Il loro peccato non è certamente un titolo di merito. Sono piuttosto come il primo figlio: hanno iniziato dicendo «no», ma poi hanno cambiato strada. Che cosa è accaduto? Hanno creduto alla predicazione di Giovanni Battista. Giovanni aveva chiamato tutti alla conversione: «Portate frutti degni della conversione». I pubblicani e le prostitute, proprio perché riconoscevano la propria povertà e il proprio peccato, hanno saputo ascoltare. Le autorità religiose, invece, hanno rifiutato di credere a Giovanni e poi a Gesù. Matteo collega probabilmente questa parabola agli avvenimenti appena accaduti a Gerusalemme. All’inizio del capitolo 21 Gesù era entrato nella città e la folla lo aveva accolto come il Messia, gridando: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!» (Sal 117/118,26). Ma questo entusiasmo non fu condiviso dai capi dei sacerdoti e dagli anziani. Quando Gesù insegnava nel Tempio, gli chiesero: «Con quale autorità fai queste cose? Chi ti ha dato questa autorità?». In realtà il problema era proprio questo: ai loro occhi, Gesù non possedeva l’autorità necessaria per parlare a nome di Dio. Gesù, come spesso accade, non risponde direttamente. Chiede loro: «Il battesimo di Giovanni da dove veniva: dal cielo o dagli uomini?». Essi non osano rispondere, perché qualunque risposta li avrebbe messi in difficoltà: riconoscere Giovanni avrebbe significato riconoscere anche la sua testimonianza su Gesù.
Per questo Gesù racconta la parabola dei due figli. È quasi un ultimo appello alla loro conversione. Gesù non vuole escludere nessuno: desidera la salvezza di tutti. Se parla con durezza è perché il tempo è ormai breve: siamo alla vigilia della Passione. Ma che cosa aveva detto Giovanni Battista? Aveva denunciato proprio quella sicurezza religiosa che impedisce di convertirsi: «Non dite tra voi: Abbiamo Abramo per padre». Non basta appartenere al popolo eletto, conoscere la Legge o avere una posizione religiosa. Occorre produrre frutti di conversione. Forse questo era il vero problema delle autorità: una certa sicurezza di possedere già la verità su Dio, al punto da non essere più capaci di lasciarsi interrogare dalla sua parola.
I pubblicani e le prostitute, invece, proprio perché si riconoscevano peccatori e poveri davanti a Dio, avevano le orecchie e il cuore più aperti. Il problema, dunque, non è semplicemente essere peccatori o essere religiosi. Il problema è diventare talmente sicuri delle proprie convinzioni da non riuscire più ad ascoltare Dio quando Egli parla in modo diverso da come ci aspettiamo. La parabola ci pone così davanti a una domanda molto più profonda. Non basta dire «sì» a Dio con le labbra. La fede si riconosce nella vita. Non basta conoscere la volontà del Padre: bisogna compierla. E la domanda che Gesù rivolge ai capi religiosi diventa oggi una domanda per ciascuno di noi: Sono davvero entrato nella vigna del Padre? Il mio «sì» a Dio si traduce nella mia vita concreta? Sono ancora capace di ascoltare una parola che mi invita a cambiare? Oppure penso di conoscere già tutto di Dio e non lascio più spazio alla conversione?
La parabola dei due figli va ancora più in profondità di quella degli operai dell’ultima ora. Là Gesù metteva in discussione il modo in cui giudichiamo la misericordia di Dio verso gli altri; qui mette in discussione la nostra stessa religiosità. In definitiva, Gesù non ci chiede soltanto: «Dite sì a Dio?», ma: «State facendo la volontà del Padre?» Perché nella vigna del Signore non conta soltanto ciò che diciamo, ma la risposta concreta della nostra vita.
+Giovanni D’Ercole
25a Domenica T.O. (anno A) [20 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55, 6-9)
«Cercate il Signore, poiché si fa trovare». Il messaggio di Isaia non significa: «Affrettatevi, perché Dio potrebbe allontanarsi». Al contrario: Dio è sempre vicino e si lascia sempre trovare. Siamo noi, nella nostra libertà, ad allontanarci da Lui e talvolta arriviamo persino a perdere il desiderio di cercarlo.
Isaia parla a un popolo scoraggiato, esiliato a Babilonia e convinto che Dio lo abbia abbandonato. Il profeta invita a respingere questa idea: il silenzio di Dio non significa la sua assenza, e Dio non è lontano, inaccessibile o incapace di perdonare. Al contrario, Egli è «ricco di perdono». Il tema fondamentale è dunque quello del ritorno: quando pensiamo a Dio come a un giudice duro, vendicativo o indifferente, ci allontaniamo da Lui. Quando invece ci volgiamo nuovamente verso di Lui, scopriamo il suo volto autentico: un Dio tenero, misericordioso e pronto a perdonare. Questa rivelazione attraversa tutta la Bibbia. Osea presenta Dio come colui che rinuncia alla collera perché il suo cuore è pieno di compassione. Geremia parla di pensieri di pace, capaci di donare futuro e speranza. Nel Vangelo, Gesù ricorda che Dio fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia sui giusti e sugli ingiusti. Persino Giona rimprovera Dio perché è «tenera e misericordiosa» la sua compassione verso i nemici di Israele. Dio è il «Tutto-Altro» e il «Tutto-Vicino» Isaia afferma: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie». Dio è infinitamente diverso da noi, ma proprio questa sua diversità rivela qualcosa di straordinario: Dio ama e perdona senza fare calcoli. Noi siamo spesso abituati alla logica del dare e avere: pensiamo che i buoni debbano essere premiati e i cattivi puniti; calcoliamo i nostri meriti e ci chiediamo se siamo degni del perdono. Dio, invece, non ci chiede di «guadagnarci» il suo amore. Il suo perdono è grazia, è gratuità. La vera domanda, quindi, non è se Dio sia disposto a perdonarci, ma se noi siamo disposti ad accogliere il suo perdono. Come dice il testo delle Cronache: «Se il mio popolo […] ritorna dalla sua condotta malvagia, io ascolterò, perdonerò il suo peccato e guarirò». Non è Dio a mettere una condizione al suo amore: siamo noi che dobbiamo aprirci per poterlo ricevere. Infine, «i miei pensieri non sono i vostri pensieri» ci invita anche all’umiltà e alla tolleranza. Se Dio supera infinitamente la nostra comprensione, nessuno può pretendere di possedere pienamente la verità su di Lui. Parlare di Dio richiede dunque umiltà e ascolto. In sintesi Dio non si allontana da noi: siamo noi ad allontanarci da Lui. E quando ritorniamo, non troviamo un Dio severo che ci presenta il conto dei nostri errori, ma un Padre sempre vicino, tenero, misericordioso e ricco di perdono. Il suo amore non si compra e non si merita: si riceve gratuitamente.
Salmo Responsoriale (144/145)
«Buono è il Signore è verso tutti». Il Salmo 144/145 si accorda perfettamente con il messaggio del profeta Isaia: Dio è pieno di misericordia, ricco di perdono e invita continuamente l’uomo a tornare a Lui. Il salmo è la risposta di chi ha ritrovato la fede: «Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno». È un salmo «alfabetico»: dall’inizio alla fine, dalla A alla Z, tutta la vita è immersa nell’alleanza e nella tenerezza di Dio e grandezza di Dio. Il salmo proclama: «Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza». Isaia esprime la stessa idea dicendo che i pensieri e le vie di Dio sono infinitamente superiori ai nostri. Ma la grandezza di Dio non è quella del potere umano, della ricchezza o del successo. La vera grandezza di Dio è il suo amore e, soprattutto, la sua capacità di perdonare. Anche per l’essere umano vale la stessa logica: la vera grandezza non consiste nel dominare, ma nel saper amare. È naturale, perché siamo creati a immagine di Dio. Una giustizia diversa dalla nostra Il salmo afferma: «Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature». Il perdono di Dio non è riservato a pochi: è offerto a tutti, anche al peccatore che ritorna a Lui. La nostra idea di giustizia ci porta a pensare che chi ha sbagliato molto debba ricevere una punizione maggiore. Dio, invece, ci invita a cambiare prospettiva: la giustizia di Dio non è quella della bilancia, ma quella dell’amore. Lo mostra anche la parabola degli operai dell’ultima ora: tutti ricevono lo stesso salario, indipendentemente dal numero di ore lavorate. Gesù ci insegna così che l’amore di Dio non funziona secondo i nostri calcoli di merito, anzianità o ricompensa. La sua generosità non toglie nulla a nessuno. Dio è vicino a tutti Il salmo conclude: «Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità». La bontà di Dio è per tutti. La sua grandezza è il suo amore, la sua giustizia è la misericordia e il suo perdono non si misura secondo i nostri meriti. E quando scopriamo questa logica, siamo chiamati non solo ad accogliere il suo perdono, ma anche a gioire del bene che Egli dona agli altri, senza invidia né giudizio.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
«Per me vivere è Cristo». La Lettera ai Filippesi è particolarmente intensa perché unisce la grande passione di Paolo per Cristo e per la sua missione con il suo affetto umano e fraterno verso le persone che ha incontrato. Paolo scrive mentre è in prigione e rischia la morte. Eppure afferma con grande serenità: « Cristo sarà glorificato nel mio corpo sia che io viva, sia che io muoia, », cioè nella sua persona e nella sua vita. Se sarà liberato, potrà continuare ad annunciare il Vangelo; se invece morirà, anche il suo martirio diventerà una testimonianza della fede nella Risurrezione. Per Paolo, dunque, qualunque cosa accada può diventare occasione per far conoscere Cristo. Persino la sua prigionia ha contribuito a dare coraggio ad altri cristiani per annunciare la Parola. «Per me vivere è Cristo» Quando Paolo dice: «Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno», esprime il centro della sua esistenza: Cristo è la sua ragione di vivere. Vivere significa appartenere a Cristo e servirlo; morire significa entrare pienamente nella comunione con Lui. Paolo desidera infatti partire per essere con Cristo, ma non vuole sottrarsi alla missione che gli è stata affidata. È combattuto tra due desideri: da una parte desidera essere definitivamente con Cristo, dall’altra sa che la sua presenza può essere utile agli altri. Alla fine, ciò che conta per lui non è il proprio interesse, ma il bene delle comunità e la diffusione del Vangelo. L’unica cosa che conta è il Vangelo. Paolo ci lascia così una domanda molto importante: per che cosa viviamo? Per lui la risposta è chiara: vivere significa appartenere a Cristo e mettere la propria vita al servizio del Vangelo. Considera la propria vita come un dono da spendere per gli altri. Per questo conclude esortando i Filippesi: «Comportatevi dunque in modo degno del Vangelo di Cristo». Non si tratta semplicemente di essere persone moralmente corrette. Significa prendere sul serio il Vangelo e renderlo visibile con la propria vita, con le proprie parole e con il proprio servizio Vivere per Cristo significa trasformare tutta la vita in una testimonianza dell’amore di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (20, 1-16a)
Abbandonare la nostra logica da ragionieri. Questa è la logica che ci presenta la parabola degli operai della vigna. Secondo i nostri criteri, sembra ingiusta: quelli che hanno lavorato tutto il giorno ricevono la stessa paga di quelli arrivati all’ultima ora, ma Gesù chiarisce subito che non sta parlando di una normale azienda, bensì del «Regno dei Cieli». E nel Regno di Dio valgono criteri diversi dai nostri: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri», dice il Signore. Il punto centrale della parabola è ciò che rivela di Dio: «Io sono buono». La bontà di Dio non fa calcoli, non misura i meriti e non stabilisce quanto amore ciascuno abbia «guadagnato». Nel Regno di Dio non esiste una contabilità dei meriti. Noi, invece, siamo spesso tentati di contabilizzare tutto: sacrifici, sofferenze, preghiere, opere buone. Pensiamo che tutto questo ci dia dei «diritti» davanti a Dio. Gesù ci invita a cambiare completamente questa mentalità.
«Tu sei invidioso perché io sono buono?» Gli operai della prima ora protestano: «Tu li tratti come noi!». mentre pensano: «Noi meritiamo di più». Ma l’amore non funziona secondo la logica del merito. L’amore non si compra e non si conquista: si riceve come dono. La giustizia di Dio non consiste nel distribuire secondo i nostri calcoli, ma nell’amare ogni suo figlio pienamente e senza misura. La stessa logica attraversa tutta la Bibbia: Dio perdona i Niniviti nonostante siano pagani; Gesù accoglie pubblicani e peccatori; il padre della parabola accoglie con gioia il figlio prodigo. E sulla croce, il buon ladrone, all’ultimo momento, si rivolge a Gesù e riceve la promessa del Paradiso. Chi può dirsi «operaio della prima ora»? In realtà, la parabola dovrebbe consolarci. Chi di noi può davvero considerarsi operaio della prima ora? Tutti, in qualche modo, siamo operai dell’ultima ora. Tutti viviamo della misericordia e della gratuità di Dio. Il problema nasce quando guardiamo gli altri con invidia e pensiamo che Dio sia troppo buono con loro. È allora che il nostro occhio diventa cattivo. La lezione è quindi un invito a lasciare la mentalità del confronto, del merito e del calcolo, per entrare nella logica della grazia. In sintesi Dio non ama secondo i nostri meriti: ama gratuitamente, pienamente e senza misura. La vera conversione consiste nell’abbandonare la nostra «logica da ragionieri» e imparare a vedere con gli occhi di Dio. Non dobbiamo chiederci chi merita di più, ma gioire perché Dio è buono con tutti. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le mie vie non sono le vostre vie» (Isaia). La giustizia di Dio è, in definitiva, la giustizia dell’amore e della misericordia.
+Giovanni D’Ercole
Il Signore vuole nuova gente, che Ascolta
(Lc 8,19-21)
Nella vita di chi è interpellato dalla relazione di Fede, per diventare consanguinei del Padre secondo lo Spirito è fondamentale Percepire [nel senso profondo di Ascoltare - non tanto materialmente ‘vedere’].
Neppur vale lo «stare fuori», o voler direttamente ‘parlare’, per ‘convincere’ il Signore (vv.19-21).
È necessario intuire e cogliere: un cammino per incontrare i propri strati profondi dell’essere, la verità delle inclinazioni, e della vita.
Decisivo è accogliere una Parola saziante, che si fa linguaggio e cultura, che ha forza creatrice: data alle orecchie e scoperta dentro. Colta nella storia personale e nella realtà, e trasmessa di nuovo.
Allontanarsi da tale Verbo ed Eros fondante significa distaccarsi da se stessi, disperdersi in rivoli che non ci appartengono, precipitare nel vuoto [‘vuoto’ non inteso come stato energetico profondo, che prepara i nuovi sviluppi].
Paradossalmente, sia la nostra Libertà che la Salvezza del mondo sono frutto di una Obbedienza - ma non esteriore, o altrui.
È piuttosto sintonizzarsi sulla parte del Logos in noi che sta fiorendo; davvero “perfetta”. Nessun modello condizionante.
Nessuna correzione a priori, né forzatura secondo pregiudizio: piuttosto, un’eterna Metamorfosi - accompagnata dal Verbo, che misteriosamente guida di Esodo in Esodo.
Nessuna aspettativa culturale configurata congiungerebbe alla piena comunione con la grande scintilla e pienezza divina in ciascuno e tutti.
Realizzazione del Regno e di ogni giorno - anche fuori dal tempo.
Per conoscere Cristo da vicino non basta guardarlo e farsi prendere dalla simpatia o dalla commozione religiosa.
È l’Ascolto che allaccia e instaura legami intimi, che non si spengono - di coinvolgente sintonia col Maestro.
Attorno a Gesù la Parola di Dio crea Famiglia nuova, con vincoli di parentela spirituale più stretti di ciò che offriva il legame di clan.
Il Signore vuole altra gente, che nasca appunto dalla Percezione-presentimento.
Il connubio non è più riservato ed esclusivo; diventa accessibile a chiunque e in qualsiasi condizione si trovi - anche fosse “cieco” esteriore, incapace di scorgere quel che è a portata di mano.
Ciascuno è Chiesa, Casa del Padre, e così può realizzare il Sogno di Dio di abitare con gli uomini e passeggiare affianco.
Egli dimora in mezzo a noi e in noi. Nel suo Verbo, senza più ‘distanze’.
In tal guisa, tutte le nostre azioni devono tendere a questo scopo: formare il Tempio di Dio, la sua casata, il Corpo del Cristo vivente.
Per giungere a tale meta compiuta, mezzo essenziale è ospitare la Vocazione che ci trasforma, fondamento assai più profondo di qualsiasi legame o emozione.
Indispensabile non è un’esperienza (iniziale) di entusiasmo, bensì la custodia della Chiamata che interpreta la vita e diventa mentalità, dinamismo dentro che guida [e sfocia in percorsi di periferia].
C’è ben altro Tempio da edificare.
[Martedì 25.a sett. T.O. 22 settembre 2026]
Il Signore vuole nuova gente, che ascolta
(Lc 8,19-21)
Nella vita di chi è interpellato dalla relazione di Fede, per diventare consanguinei del Padre secondo lo Spirito è fondamentale Percepire [nel senso profondo di Ascoltare - non tanto materialmente ‘vedere’ in modo diretto].
Neppur vale lo «stare fuori», o voler direttamente ‘parlare’, per ‘convincere’ il Signore (vv.19-21).
È necessario intuire e cogliere: un cammino per incontrare i propri strati profondi dell’essere, la verità delle inclinazioni, e della vita (vv.20-21).
Decisivo è accogliere una Parola saziante, che si fa linguaggio e cultura, che ha forza creatrice: data alle orecchie e scoperta dentro. Colta nella storia personale e nella realtà, e trasmessa di nuovo.
Allontanarsi da tale Verbo ed Eros fondante significa distaccarsi da se stessi, disperdersi in rivoli che non ci appartengono, precipitare nel vuoto [“vuoto” non inteso come stato energetico profondo, che prepara i nuovi sviluppi].
Paradossalmente, sia la nostra Libertà che la Salvezza del mondo sono frutto di una Obbedienza - ma non esteriore, o altrui.
È piuttosto sintonizzarsi sulla parte del Logos in noi che sta fiorendo; davvero “perfetta”. Nessun modello condizionante.
Nessuna correzione a priori, né forzatura secondo pregiudizio: piuttosto, un’eterna Metamorfosi - accompagnata dal Verbo, che misteriosamente guida di Esodo in Esodo.
Nessuna aspettativa culturale configurata congiungerebbe alla piena comunione con la grande scintilla e pienezza divina in ciascuno e tutti.
Realizzazione del Regno e di ogni giorno - anche fuori dal tempo.
Per conoscere Cristo da vicino non basta guardarlo e farsi prendere dalla simpatia o dalla commozione religiosa.
È l’Ascolto che allaccia e instaura legami intimi, che non si spengono - di coinvolgente sintonia col Maestro.
Attorno a Gesù la Parola di Dio crea Famiglia nuova, con vincoli di parentela spirituale più stretti di ciò che offriva il legame di clan.
Il Signore vuole altra gente, che nasca appunto dalla Percezione-presentimento.
Il connubio non è più riservato ed esclusivo; diventa accessibile a chiunque e in qualsiasi condizione si trovi - anche fosse “cieco” esteriore, incapace di scorgere quel che è a portata di mano.
Ciascuno è Chiesa, Casa del Padre, e così può realizzare il Sogno di Dio di abitare con gli uomini e passeggiare affianco.
Egli dimora in mezzo a noi e in noi. Nel suo Verbo, senza più ‘distanze’.
In tal guisa, tutte le nostre azioni devono tendere a questo scopo: formare il Tempio di Dio, la sua casata, il Corpo del Cristo vivente.
Per giungere a tale meta compiuta, mezzo essenziale è ospitare la Vocazione che ci trasforma, fondamento assai più profondo di qualsiasi legame o emozione.
Indispensabile non è un’esperienza (iniziale) di entusiasmo, bensì la custodia della Chiamata che interpreta la vita e diventa mentalità, dinamismo dentro che guida e sfocia in percorsi di periferia.
Nell’antico Israele la base della convivenza sociale era la grande famiglia. Clan e comunità erano garanzia di protezione sia dei focolari particolari che delle persone.
Quel legame di solidarietà reale assicurava il possesso della terra - che dava senso di libertà - e si faceva veicolo della trasmissione culturale, del modo di sentirsi popolo, e della spiritualità stessa.
Difendere la convivenza che garantiva l'identità globale era lo stesso che difendere la Prima Alleanza.
Ma in Palestina al tempo di Gesù la vita del clan e quella comunitaria - più ampia - stavano subendo un declino.
L’eccesso di tasse da pagare ai governi collaborazionisti e al Tempio, l’inevitabile aumento dei ceti che dovevano vendersi come schiavi per debito, forse la mentalità più individualista del mondo ellenista, le minacce imperiali e l’obbligo di accogliere, foraggiare e ospitare le truppe romane [che spesso approfittavano anche dei suoi componenti più deboli], accentuavano i problemi di sopravvivenza.
Oltre a ciò, la severità delle norme di purità era un ulteriore fattore di emarginazione, accanto all’idea crescente - tipica delle religioni - che ci fosse un legame tra maledizione celeste e condizione di miseria.
Le preoccupazioni materiali e di tutela della singola famiglia accentuava il distacco dai momenti collettivi.
Gesù voleva allargare di nuovo i limiti stretti della piccola fraternità del focolare, e allargarli alla grande casata del Regno di Dio.
Dal confronto con i brani paralleli dell’episodio, risulta che Gesù ebbe problemi coi suoi congiunti naturali.
Essi tendevano a riassorbirlo nei parametri della tradizione, per timore di ritorsioni e perché lo consideravano estremista (forse squilibrato).
Il Risorto allarga l’idea di Famiglia e contesta i vincoli che allontanano dalla nostra identità-carattere, e missione - si tratti degli impedimenti posti dai suoi, da Pietro, dai discepoli, da potenti, o leaders della religione ufficiale.
Come accennato sopra, in un momento di soggezione politica e di rigida ideologia religiosa legalista, i valori centrali del clan e della comunità si andavano indebolendo a causa della situazione di collasso sociale ed economico.
La situazione di controllo estrinseco - schiavitù sociale e delle coscienze - impediva alle persone di unirsi e condividere, costringendole a limitarsi ai problemi individuali, e di dinastia esclusiva.
[Situazione del tempo di Gesù, eppure non sono aspetti a noi del tutto estranei, anche dal punto di vista di alcuni “carismi” configurati troppo in dettaglio, e delle realtà già affermate sul territorio].
Affinché il nuovo Regno potesse manifestarsi era necessario che l’idea di convivenza superasse gli stretti limiti del singolo e del minuscolo focolare domestico - anche dal punto di vista culturale.
C’era bisogno di uno stimolo che aprisse alla vita comunitaria - intesa secondo lo spirito delle Beatitudini, per una convivialità delle differenze; anche nella coabitazione reale, perfino cruda.
Ancora oggi nel tempo della crisi globale, la meta è un’esistenza non più sfigurata da ripiegamenti, né pregiudicata da necessità immediate, fantasie disincarnate, o schemi radicati.
Sorge impellente il bisogno d’una nuova idea di Famiglia universale, che superi la sorte delle micro-relazioni abituali [appunto, del gruppo, del movimento o persino della denominazione].
Il mondo che prepariamo non renderà più così difficile la libera partecipazione, lo scambio indulgente e concreto, nonché il sorpasso delle domesticazioni.
Una nuova idea di Parentela universale, che favorisca lo scambio e il superamento.
C’è ben altro Tempio da edificare.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
La tua famiglia e il tuo gruppo ecclesiale favoriscono l’ascolto luminoso del Vangelo e il ‘fare la Parola’, o ti concedono solo pillole già pronte e confezionate?
Ti aiutano o chiudono nell’apertura al confronto d’idee, all’accorgersi di te stesso, dei lontani e alla dovizia delle risorse in essere, tue o altrui?
16. È significativo che Dio abbia permesso che il secondo Sinodo per l’Africa fosse celebrato subito dopo quello che è stato dedicato alla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Quel Sinodo ha richiamato l’imperativo dovere del discepolo di comprendere Cristo che chiama attraverso la sua Parola. Per mezzo di essa, i fedeli imparano ad ascoltare Cristo e a lasciarsi orientare dallo Spirito Santo che ci rivela il senso di tutte le cose (cfr Gv 16,13). Infatti, « la lettura e la meditazione della Parola di Dio ci radicano più profondamente in Cristo e orientano il nostro ministero di servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace ».[19] Come ricordava quel Sinodo, « per diventare suoi fratelli e sue sorelle bisogna essere “coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). L’ascoltare autentico è obbedire e operare; è far sbocciare nella vita la giustizia e l’amore, è offrire nell’esistenza e nella società una testimonianza nella linea dell’appello dei profeti, che costantemente univa Parola di Dio e vita, fede e rettitudine, culto e impegno sociale ».[20] Ascoltare e meditare la Parola di Dio significa desiderare che essa penetri e formi la nostra vita per riconciliarci con Dio, per permettere a Dio di condurci ad una riconciliazione con il prossimo, via necessaria per la costruzione di una comunità di persone e di popoli. Sui nostri volti e nelle nostre vite, la Parola di Dio prenda veramente carne!
[Papa Benedetto, Africae munus]
La Chiesa ha costantemente riconosciuto Maria santa ed immune da ogni peccato o imperfezione morale. Il Concilio di Trento esprime tale convinzione affermando che nessuno "può evitare, nella sua vita intera, ogni peccato anche veniale, se non in virtù di un privilegio speciale, come la Chiesa ritiene nei riguardi della beata Vergine" (DS 1573). La possibilità di peccare non risparmia neppure il cristiano trasformato e rinnovato dalla grazia. Questa infatti non preserva da ogni peccato per tutta la vita, a meno che, come afferma il Concilio tridentino, uno speciale privilegio assicuri tale immunità dal peccato. È quanto è avvenuto in Maria.
Il Concilio tridentino non ha voluto definire questo privilegio, ha però dichiarato che la Chiesa lo afferma con vigore: "Tenet", cioè lo ritiene fermamente. Si tratta di una scelta che, lungi dal relegare tale verità tra le pie credenze o le opinioni devozionali, ne conferma il carattere di solida dottrina, ben presente nella fede del Popolo di Dio. Del resto, tale convinzione si fonda sulla grazia attribuita a Maria dall’angelo, al momento dell’Annunciazione. Chiamandola "piena di grazia", kecharitoméne, l’angelo riconosce in lei la donna dotata di una perfezione permanente e di una pienezza di santità, senza ombra di colpa, né d’imperfezione d’ordine morale o spirituale.
Alcuni Padri della Chiesa dei primi secoli, non avendo ancora acquisito la convinzione della sua perfetta santità hanno attribuito a Maria delle imperfezioni o dei difetti morali. Anche qualche recente autore ha fatto propria tale posizione. Ma i testi evangelici citati per giustificare queste opinioni non permettono in nessun caso di fondare l’attribuzione di un peccato, o anche solo di una imperfezione morale, alla Madre del Redentore.
La risposta di Gesù a sua madre, all’età di 12 anni: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2, 49), è stata, talvolta, interpretata come un velato rimprovero. Un’attenta lettura dell’episodio fa invece capire che Gesù non ha rimproverato sua madre e Giuseppe di cercarlo, dal momento che avevano la responsabilità di vegliare su di lui.
Incontrando Gesù dopo una sofferta ricerca, Maria si limita a chiedergli soltanto il "perché" del suo comportamento: "Figlio, perché ci hai fatto così?" (Lc 2, 48). E Gesù risponde con un altro "perché", astenendosi da ogni rimprovero e riferendosi al mistero della propria filiazione divina.
Neppure le parole pronunciate a Cana: "Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora" (Gv 2, 4), possono essere interpretate come un rimprovero. Di fronte al probabile disagio che avrebbe provocato agli sposi la mancanza di vino, Maria si rivolge a Gesù con semplicità, affidandogli il problema. Gesù, pur cosciente di essere il Messia tenuto ad obbedire solo al volere del Padre, accede alla richiesta implicita della Madre. Soprattutto, risponde alla fede della Vergine e dà in tal modo inizio ai miracoli, manifestando la sua gloria.
Alcuni poi hanno interpretato in senso negativo la dichiarazione fatta da Gesù, quando, all’inizio della vita pubblica, Maria e i parenti chiedono di vederlo. Riferendoci la risposta di Gesù a chi gli diceva: "Tua madre e i tuoi fratelli sono qui fuori e desiderano vederti", l’evangelista Luca ci offre la chiave di lettura del racconto, che va compreso a partire dalle disposizioni intime di Maria, ben diverse da quelle dei "fratelli" (cf. Gv 7, 5 ). Gesù rispose: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica" ( Lc 8, 21 ). Nel racconto dell’Annunciazione, infatti, Luca ha mostrato come Maria è stata il modello dell’ascolto della Parola di Dio e della generosa docilità. Interpretato secondo tale prospettiva, l’episodio propone un grande elogio di Maria, che ha compiuto perfettamente nella propria vita il disegno divino. Le parole di Gesù, mentre si oppongono al tentativo dei fratelli, esaltano la fedeltà di Maria alla volontà di Dio e la grandezza della sua maternità, da lei vissuta non solo fisicamente ma anche spiritualmente.
Nel tessere questa lode indiretta, Gesù usa un metodo particolare: evidenzia la nobiltà del comportamento di Maria, alla luce di affermazioni di portata più generale, e mostra meglio la solidarietà e la vicinanza della Vergine all’umanità nel difficile cammino della santità.
Infine, le parole: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!" ( Lc 11, 28 ), pronunciate da Gesù per rispondere alla donna che dichiarava beata sua Madre, lungi dal mettere in dubbio la perfezione personale di Maria, mettono in risalto il suo adempimento fedele della Parola di Dio: così le ha intese la Chiesa, inserendo tale espressione nelle celebrazioni liturgiche in onore di Maria.
Il testo evangelico, infatti, suggerisce che con questa dichiarazione Gesù ha voluto rivelare proprio nell’intima unione con Dio, e nell’adesione perfetta alla Parola divina, il motivo più alto della beatitudine di sua Madre.
Lo speciale privilegio concesso da Dio alla "tutta santa", ci conduce ad ammirare le meraviglie operate dalla grazia nella sua vita. Ci ricorda inoltre che Maria è stata sempre e tutta del Signore, e che nessuna imperfezione ha incrinato la perfetta armonia tra Lei e Dio.
La sua vicenda terrena, pertanto, è caratterizzata dallo sviluppo costante e sublime della fede, della speranza e della carità. Per questo, Maria è per i credenti il segno luminoso della Misericordia divina e la guida sicura verso le alte vette della perfezione evangelica e della santità.
[Papa Giovanni Paolo II, Udienza Generale 19 giugno 1996]
La Parola di Dio non è «un fumetto» da leggere, ma un insegnamento che va ascoltato con il cuore e messo in pratica nella vita quotidiana. Un impegno accessibile a tutti, perché sebbene «noi l’abbiamo fatta un po’ difficile», la vita cristiana è «semplice, semplice»: infatti «ascoltare la parola di Dio e metterla in pratica» sono le uniche due «condizioni» poste da Gesù a chi vuole seguirlo.
È questo in sintesi, per Papa Francesco, il significato delle letture proposte dalla liturgia […]. Celebrando la messa a Santa Marta, il Pontefice si è soffermato in particolare sul brano del Vangelo […] in cui si racconta della madre e dei fratelli di Gesù che non riescono ad «avvicinarlo a causa della folla». Partendo dalla constatazione che egli trascorreva la maggior parte del suo tempo «sulla strada, con la gente», il vescovo di Roma ha notato come tra i tanti che lo seguivano ci fossero persone che sentivano «in lui un’autorità nuova, un modo di parlare nuovo», sentivano «la forza della salvezza» da lui offerta. «Era lo Spirito Santo — ha commentato in proposito — che toccava il loro cuore per questo».
Ma, ha fatto notare il Papa, mischiata tra la folla c’era anche gente che seguiva Gesù con secondi fini. Alcuni «per convenienza», altri forse per la «voglia di essere più buoni». Un po’ «come noi», ha detto attualizzando il discorso, che «tante volte andiamo da Gesù perché abbiamo bisogno di qualcosa e poi lo dimentichiamo lì, solo». Una storia che si ripete, visto che già allora Gesù a volte rimproverava chi lo seguiva. È quello che capita, per esempio, dopo la moltiplicazione dei pani, quando dice alla gente: «Voi venite da me non per ascoltare la parola di Dio, ma perché l’altro giorno vi ho dato da mangiare»; o con i dieci lebbrosi, dei quali soltanto uno torna a ringraziarlo, mentre «gli altri nove erano felici con la loro salute e si dimenticarono di Gesù».
Nonostante tutto, ha affermato il Papa, «Gesù continuava a parlare alla gente» e ad amarla, al punto da definire «quella folla immensa “la mia madre e i miei fratelli”». I familiari di Gesù sono dunque «coloro che ascoltano la parola di Dio» e «la mettono in pratica». Questa — ha rilevato — «è la vita cristiana: niente di più. Semplice, semplice. Forse noi l’abbiamo fatta un po’ difficile, con tante spiegazioni che nessuno capisce, ma la vita cristiana è così: ascoltare la parola di Dio e praticarla. Per questo abbiamo pregato nel salmo: “Guidami Signore sul sentiero dei tuoi comandi”, della tua parola, dei tuoi comandamenti, per praticare».
Da qui l’invito ad «ascoltare la parola, veramente, nella Bibbia, nel Vangelo», meditando le Scritture per metterne in pratica i contenuti nella vita quotidiana. Ma, ha chiarito il Pontefice, se scorriamo il Vangelo superficialmente, allora «questo non è ascoltare la parola di Dio: questo è leggere la parola di Dio, come si può leggere un fumetto». Mentre ascoltare la parola di Dio «è leggere» e chiedersi: «Ma questo che dice al mio cuore? Dio cosa mi sta dicendo con questa parola?». Solo così, infatti, «la nostra vita cambia». E questo avviene «ogni volta che apriamo il Vangelo e leggiamo un passo e ci domandiamo: “Con questo Dio mi parla, dice qualcosa a me? E se dice qualcosa, cosa mi dice?”».
Questo significa «ascoltare la parola di Dio, ascoltarla con le orecchie e ascoltarla con il cuore, aprire il cuore alla parola di Dio». Al contrario, «i nemici di Gesù ascoltavano la parola di Gesù ma gli erano vicini per cercare di trovare uno sbaglio, per farlo scivolare» e fargli perdere «autorità. Ma mai si domandavano: “Cosa dice Dio per me in questa parola?”».
Inoltre, ha aggiunto il Pontefice, «Dio non parla solo a tutti, ma parla a ognuno di noi. Il Vangelo è stato scritto per ognuno di noi. E quando io prendo la Bibbia, prendo il Vangelo e leggo, devo chiedermi cosa dice il Signore a me». Del resto, «questo è quello che Gesù dice che fanno i suoi veri parenti, i suoi veri fratelli: ascoltare la parola di Dio col cuore. E poi, dice, “la mettono in pratica”».
Certo, ha riconosciuto Francesco, «è più facile vivere tranquillamente senza preoccuparsi delle esigenze della parola di Dio». Però «anche questo lavoro lo ha fatto il Padre per noi». Infatti, i comandamenti sono proprio «un modo di mettere in pratica» la parola del Signore. E lo stesso vale per le beatitudini. In quel brano del Vangelo di Matteo, ha osservato il Papa, «ci sono tutte le cose che noi dobbiamo fare, per mettere in pratica la parola di Dio». Infine «ci sono le opere di misericordia», anch’esse indicate nel Vangelo di Matteo, al capitolo 25. Insomma, questi sono esempi «di quello che vuole Gesù quando ci chiede di “mettere in pratica” la parola».
In conclusione il Pontefice ha ricapitolato la sua riflessione ricordando che «tanta gente seguiva Gesù»: qualcuno «per la novità», qualcun altro «perché aveva bisogno di sentire una buona parola»; ma in realtà non erano tanti quelli che poi effettivamente mettevano «in pratica la parola di Dio». Eppure «il Signore faceva la sua opera, perché lui è misericordioso e perdona tutti, richiama tutti, aspetta tutti, perché è paziente».
Anche oggi, ha sottolineato il Papa, «tanta gente va in chiesa per sentire la parola di Dio, ma forse non capisce il predicatore quando predica un po’ difficile, o non vuol capire. Perché anche questo è vero: il nostro cuore tante volte non vuol capire». Però Gesù continua ad accogliere tutti, «anche quelli che vanno a sentire la parola di Dio e poi lo tradiscono», come Giuda che lo chiama «amico». Il Signore, ha ribadito Francesco, «sempre semina la sua parola» e in cambio «chiede soltanto un cuore aperto per ascoltarla e buona volontà per metterla in pratica. Per questo allora la preghiera di oggi sia quella del salmo: “Guidami Signore sul sentiero dei tuoi comandi”, cioè sul sentiero della tua parola, e perché io impari con la tua guida a metterla in pratica».
[Papa Francesco, omelia s. Marta, 23 settembre 2014; https://messadelpapa.com/omelia-del-21-novembre-2018-vangelo-e-parola-del-giorno/]
Gesù ha formato una nuova famiglia, non più basata sui legami naturali, ma sulla fede in Lui, sul suo amore che ci accoglie e ci unisce tra noi, nello Spirito Santo. Tutti coloro che accolgono la parola di Gesù sono figli di Dio e fratelli tra di loro. Accogliere la parola di Gesù ci fa fratelli tra noi, ci rende la famiglia di Gesù. Sparlare degli altri, distruggere la fama degli altri, ci rende la famiglia del diavolo. Quella risposta di Gesù non è una mancanza di rispetto verso sua madre e i suoi familiari. Anzi, per Maria è il più grande riconoscimento, perché proprio lei è la perfetta discepola che ha obbedito in tutto alla volontà di Dio.
[Papa Francesco, Angelus 10 giugno 2018]
The Gospel of Matthew written in Hebrew or Aramaic is no longer extant, but in the Greek Gospel that we possess we still continue to hear, in a certain way, the persuasive voice of the publican Matthew, who, having become an Apostle, continues to proclaim God's saving mercy to us. And let us listen to St Matthew's message, meditating upon it ever anew also to learn to stand up and follow Jesus with determination (Pope Benedict)
Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione (Papa Benedetto)
That denarius clearly represents eternal life, a gift that God reserves for all. Indeed those who are considered the "last", if they accept, become the "first", whereas the "first" can risk becoming the "last" [Pope Benedict]
Quel denaro rappresenta la vita eterna, dono che Dio riserva a tutti. Anzi, proprio quelli che sono considerati "ultimi", se lo accettano, diventano "primi", mentre i "primi" possono rischiare di finire "ultimi" [Papa Benedetto]
The sower is Jesus. With this image, we can see that he presents himself as one who does not impose himself, but rather offers himself. He does not attract us by conquering us, but by donating himself: he casts seeds. With patience and generosity, he spreads his Word, which is not a cage or a trap, but a seed which can bear fruit (Pope Francis)
Il seminatore è Gesù. Notiamo che, con questa immagine, Egli si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi: butta il seme. Egli sparge con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto (Papa Francesco)
The Church desires to give thanks to the Most Holy Trinity for the "mystery of woman" and for every woman - for that which constitutes the eternal measure of her feminine dignity, for the "great works of God", which throughout human history have been accomplished in and through her (Mulieris Dignitatem n.31)
La Chiesa desidera ringraziare la Santissima Trinità per il «mistero della donna», e, per ogni donna - per ciò che costituisce l'eterna misura della sua dignità femminile, per le «grandi opere di Dio» che nella storia delle generazioni umane si sono compiute in lei e per mezzo di lei (Mulieris Dignitatem n.31)
Simon, a Pharisee and rich 'notable' of the city, holds a banquet in his house in honour of Jesus. Unexpectedly from the back of the room enters a guest who was neither invited nor expected […] (Pope Benedict)
Simone, fariseo e ricco “notabile” della città, tiene in casa sua un banchetto in onore di Gesù. Inaspettatamente dal fondo della sala entra un’ospite non invitata né prevista […] (Papa Benedetto)
God excludes no one […] God does not let himself be conditioned by our human prejudices (Pope Benedict)
The “reading and meditation of the word of God root us more deeply in Christ and guide our ministry as servants of reconciliation, justice and peace” (second Synod for Africa, Propositio 46)
La lettura e la meditazione della Parola di Dio ci radicano più profondamente in Cristo e orientano il nostro ministero di servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace (Secondo Sinodo per l’Africa, Propositio 46)
don Giuseppe Nespeca
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